Novembre 10th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO IL SUO ANNUNCIO A CANDIDATO GOVERNATORE SI SCOPRE CHE FORZA ITALIA NON INTENDE APPOGGIARLO E ANCHE LA MELONI HA MOLTE PERPLESSITA’
Ieri, parlando della candidatura di Sergio Pirozzi a governatore della Regione Lazio, avevamo scritto che l’annuncio faceva presupporre che fossero rientrati i contrasti sul suo nome. Ci sbagliavamo.
Il giorno dopo, mentre arriva l’endorsement di Matteo Salvini e quello, entusiastico, di Francesco Storace, si scopre, come ha scritto stamattina Gianmarco Chiocci sul Tempo, che “il Mourinho di Amatrice ha mezza squadra che gli rema contro”.
Il fuoco amico è cominciato ad arrivare con Francesco Giro di Forza Italia, che in una dichiarazione ha ricordato, senza dirlo, che la “destra” della coalizione di centrodestra ha presentato già candidature su candidature per la Regione e per il Comune, sottintendendo che adesso è il momento del centro: “Sergio Pirozzi ha ragione: ci sarà dialogo e confronto nel Centrodestra come è sempre avvenuto in questi decenni. Non è mica una novità ! E’ accaduto per le 3 (tre) candidature di Storace nel Lazio (2000-2005-2013) per le 3 (tre) candidature di Alemanno a Roma (2006-2008-2013) e per la candidatura di Renata Polverini nel Lazio (2010), sette belle candidature della destra che FI ha sostenuto con lealta’ e con forza. Noi di Fi solo Tajani nel 2001 che al ballottaggio contro Veltroni per un soffio… come ricordera’ l’allora presidente della Regione Lazio Storace. Ora la prima mossa dopo Musumeci in Sicilia e Maroni in Lombardia spetta a Forza Italia”.
A quanto pare Forza Italia vuole per la presidenza della Regione un proprio candidato. Il tema è stato oggetto ieri di un incontro tra il Cavaliere ed i dirigenti azzurri e tra i nomi proposti ci sarebbe quello del giornalista Paolo Liguori.
La Meloni invece proporrebbe Fabio Rampelli nome di peso di Fratelli d’Italia nel Lazio.
E mentre anche il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni ha deciso di benedire la candidatura di Pirozzi, lui a Radio Radio oggi ha spiegato che non ha intenzione di trattare con il centrodestra riguardo la sua candidatura: «Io non voglio far litigare nessuno, vengo da un mondo di centrodestra che non rinnego, oggi tanti scappano. Siccome sono una persona molto corretta, io ieri mattina ho fatto una telefonata a Giorgia Meloni, a Matteo, Salvini e a Gianni Letta, perchè non ho il numero di Silvio Berlusconi, e per correttezza li ho avvertiti che io annunciavo la voglia mia e di tanti sindaci e tante persone di correre. Poi dopo quello che faranno loro, tra virgolette, non è un problema mio, pero’ e’ chiaro non voglio far litigare nessuno».
Insomma, questo è il clima ed è evidente che i racconti sui contrasti nati intorno alla sua candidatura non erano inventati.
E adesso Pirozzi da risorsa è diventato un problema.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 10th, 2017 Riccardo Fucile
I GRILLINI RISPONDONO ALL’APERTURA DEI BERSANIANI: DISPONIBILI A VOTARE INSIEME SULL’ART. 18
Certo c’è Ostia, dove la sinistra ha detto di votare il M5S contro la candidata del
centrodestra. Certo c’è la legge sul ripristino dell’articolo 18, presentata dagli ex Pd e da Sinistra italiana, che i grillini sono pronti a votare tra dieci giorni.
Ma le intese – per ora solo evocate ma possibili – tra la sinistra e i 5 Stelle vanno cercate nelle tracce politiche lasciate nelle ultime settimane.
Per esempio nelle chiacchierate insistite, alla Camera, durante le ore convulse del voto sulla legge elettorale, tra Nicola Fratoianni, leader di Si, e Roberto Fico, incarnazione dell’anima più di sinistra del M5S, quella movimentista delle origini, quando i 5 Stelle i voti li strappavano soprattutto ai delusi di quel mondo.
In Parlamento, com’è noto, è stata scritta un’altra storia. Pierluigi Bersani, con in tasca l’incarico da premier ci ha provato ma è finito contro una porta sbarrata. E fino a prima dell’approvazione del Rosatellum il baricentro del M5S era orientato più verso i leghisti, allora probabili soci di un’alleanza di governo che è sfumata con la nuova formula elettorale delle coalizioni.
Adesso però è diverso e quanto avvenuto in Sicilia potrebbe aver cambiato lo scenario. Prima il corteggiamento reciproco tra il candidato di sinistra Claudio Fava e il grillino Giancarlo Cancelleri (in ottica di una eventuale alleanza post voto), poi, usciti sconfitti i 5 Stelle, le analisi sullo smottamento di quasi 8 punti percentuali, grazie al voto disgiunto, dagli elettori del centrosinistra a favore dell’uomo di Beppe Grillo.
L’isola è stata un po’ un laboratorio di quanto può ancora accadere.
Sempre che l’asse delle politiche economiche del M5S si sposterà verso sinistra. Alfredo D’Attore, tra i volti di Mdp, dopo aver chiesto ad Alessandro Di Battista i voti sullo scudo ai licenziamenti, non ha escluso la fiducia a un governo 5 Stelle ma vincolata a un preciso programma.
Tradotto: se i grillini abbandoneranno le tentazioni populiste per soffiare voti a leghisti e a Silvio Belrusconi, tutto è possibile. È quanto desidera Fico, e una buona fetta di parlamentari con lui, un’intesa soft su punti precisi. L’articolo 18 reintegrato è un buon punto di partenza. Ma serve altro.
Anche perchè bisognerebbe rompere lo scetticismo del candidato premier Luigi Di Maio che un po’ per educazione sentimentale sente meno l’affinità con la sinistra e a suo modo tiene a mantenere comunque le distanze: «Nessuna alleanza. I cittadini non sono buoi da marchiare – diceva ieri in conferenza stampa – Nei prossimi 4 mesi è inutile parlare di differenze tra gli altri partiti. Parleremo di loro in maniera indifferenziata, sono la stessa cosa. Noi arriveremo al 35% e impediremo l’inciucio tra Pd e Forza Italia».
Allo stesso tempo però Di Maio sa che se la sfida, come lui stesso ha sostenuto, è di nuovo contro Berlusconi, da qualche parte i voti per raggiungere l’agognato 35 % vanno presi.
Sempre ieri è stato notato un certo ammorbidimento sullo ius soli, un tema che è molto divisivo nel gruppo parlamentare e sul quale Fico è favorevole e Di Maio, come Grillo, contrario.
A una precisa domanda sulla legge della cittadinanza, ferma in Senato, il capo politico del M5S ha risposto: «Mi auguro che si approvi la legge sui vitalizi e abbiamo fatto un lavoro che è andato bene sul testamento biologico ma che ora purtroppo si è arenato al Senato». Non ha liquidato come al solito lo ius soli rimandandolo a un’improbabile legge europea. Un segnale? Si capirà .
Per ora Di Maio preferisce che rimanga un abisso con gli ex Pd e le altre sinistre. E la prova è da ricercarsi ancora tra le sue parole: «Visto che questo centrosinistra sta deflagrando, il governo almeno salvi la faccia e approvi, assieme ai vitalizi e al testamento biologico, una buona legge di bilancio che aiuti i Comuni, le famiglie e anche gli imprenditori». Non dice «i lavoratori» ma «gli imprenditori».
(da “La Stampa”)
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Novembre 10th, 2017 Riccardo Fucile
CONDANNATA PER PROCURATO ALLARME: IMPIEGATI NELLA RICERCA 50 UOMINI E UN ELICOTTERO
Aveva finto un rapimento per trascorrere un weekend romantico con il suo amante. Per questa ragione è stata condannata a sei mesi di prigione.
L’autrice di questa singolare trovata è Sandy Gaillard, una 25enne candidata per il Front National nel 2015, nella circoscrizione di Rieutort-de-Randon, in Lozère.
Pur di passare qualche ora di tranquillità con il suo amante senza essere scoperta, aveva pensato proprio a tutto: a fine luglio 2017 aveva inviato un allarmante sms al suo fidanzato, in cui scriveva di essere stata rapita e di trovarsi nel bagagliaio di una macchina, in un posto che non riusciva a riconoscere, ma che doveva essere nel nord della regione.
Spaventato, l’uomo aveva avvertito la polizia.
Una cinquantina di agenti, oltre a un elicottero che sorvolava la zona – spiega Le Parisien – erano stati coinvolti nelle ricerche. Al momento del ritrovamento – avvenuto dopo circa 24 ore – però, erano emerse le prime incongruenze: la presunta vittima non sembrava affatto traumatizzata dopo questo ‘rapimento’. E, come se non bastasse, non aveva sul corpo alcun segno di violenza.
I sospetti degli agenti sono stati confemati dalla stessa Sandy, che ha ammesso di aver architettato tutto per poter trascorrere un weekend con il suo amante a Puy-en-Velay, in Alta Loira.
Una fuga, questa, che è costata alla gendarmerie una cifra non trascurabile. L’elicottero utilizzato – che ha sorvolato l’area per almeno un paio d’ore – spiega la stampa francese – ha un costo che può arrivare fino a 4.600 euro all’ora.
La ‘bugia’ è costata alla ragazza l’accusa di procurato allarme. Come spiega la Bbc, la pena in carcere è stata sospesa, ma il tribunale ha stabilito che Sandy dovrà pagare una multa di 5.000 dollari e farsi vedere da uno psicologo.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 10th, 2017 Riccardo Fucile
FABRIZIO POZZOBON, IMPRENDITORE ED EX CONSIGLIERE COMUNALE DI CASTELFRANCO VENETO: FA PERDERE LE SUE TRACCE IN TURCHIA E SUL PROFILO FB APPAIONO DONNE VELATE E SCRITTE PRO ISIS.. INDAGA LA DDA
Fino a un anno fa, Fabrizio Pozzobon, 51 anni di Castelfranco Veneto, era un
imprenditore, con una piccola azienda di termoidraulica, una famiglia e un passato da consigliere comunale della Lega Nord.
Poi è partito per la Turchia ed è sparito nel nulla e ora il suo nome è nel fascicolo della procura di Venezia che indaga per terrorismo.
Perchè Pozzobon oggi potrebbe essere un foreign fighters, un soldato dell’esercito dell’Isi
Il viaggio in Turchia
Di lui non si sa più nulla dal dicembre 2016 quando ha lasciato la sua azienda Hidro Solar, gli affetti familiari e il tranquillo tran-tran della provincia trevigiana, sparendo nel nulla.
Le ultime sue tracce si perdono a Istanbul, nel dicembre dello scorso anno. Lì è atterrato, con un volo prenotatogli da un amico online che prevedeva il rientro due mesi dopo.
Per qualche giorno ha tenuto i contatti con la famiglia, inviando alcuni messaggi via su WhatsApp. «Tutto bene qui». Scriveva. Poi una foto, inviata all’amico sul cellulare, che lo ritrae sorridente con sullo sfondo i palazzi di una città bombardata. Non era più a Istambul il 51enne, ma in un Paese in guerra o almeno questo è quello che racconta quella foto.
Si perdono le tracce
Troppo poco per dire che si trovasse in Siria. Ma è il punto di partenza delle indagini condotte dai carabinieri del Ros di Padova, iniziate pochi giorni dopo la sua partenza, quando la moglie e i due figli sono andati a denunciarne la scomparsa.
In Turchia, nell’ultimo periodo, Pozzobon c’era già stato. «Ci diceva che andava a trovare degli amici, e non ci siamo mai preoccupati perchè teneva i contatti ed era sempre tornato. Non come l’ultima volta», racconta un suo collaboratore.
A dicembre, infatti, di lui si sono perse le tracce. Un allontanamento volontario, su questo non c’è dubbio. Seguito però da una scomparsa inquietante che ha portato gli inquirenti a indagare la pista del terrorismo.
Il cambiamento
Anche se a sparire non è un islamico: il 51enne si professava cattolico, e la domenica prima di partire era andato a messa. Eppure raccontano che negli ultimi tempi, con alcuni conoscenti, avesse più volte accennato all’Islam, criticando l’Occidente e i bombardamenti che hanno messo in ginocchio la popolazione civile del Medio Oriente.
Pare una svolta di vita, per uno che sedeva sui banchi del consiglio comunale nelle file della Lega Nord e che nel 2013 aveva firmato una dichiarazione di «Sovranità nazionale e di nazionalità veneta». Proprio lui che ora è sospettato di essersi arruolato nelle truppe del Califfato.
Le indagini
Le indagini dei Ros tendono ovviamente anche ad altre piste, dal sequestro all’omicidio. Ma è chiaro che, in tempi di Isis, questa è la strada più battuta. A sostenerla, proprio il suo cambiamento.
Evidente scorrendo il suo profilo Facebook che lascia intravvedere la metamorfosi subita dall’imprenditore trevigiano: la foto copertina ritrae una giovane che indossa il nikab, il velo islamico che lascia scoperti solo gli occhi. E i suoi «mi piace», Pozzobon li aveva dedicati tutti a contatti in qualche modo legati allo Stato Islamico: da Jahidi John, il giovane britannico noto come il «Boia dell’Isis», a gruppi contraddistinti dalle bandiere nere dello Stato Islamico, alle agenzia di stampa siriane e medio orientali.
Un cambiamento che ormai era evidente a tutti: prima di sparire non faceva mistero della sua indignazione per come alcuni Paesi stanno agendo nei teatri di guerra.
Per gli inquirenti potrebbe quindi rientrare nella categoria di coloro che si sono avvicinati all’Isis non per motivi religiosi ma per «vicinanza alla causa».
Una causa, quella anti-occidentale, diventata la sua personale battaglia ideologica.
(da “Il Corriere della Sera“)
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Novembre 10th, 2017 Riccardo Fucile
PIGNORAMENTI PER 2 MILIONI DI EURO, PASSIVO DI 100 MILIONI , IL 16 GENNAIO LA DECISIONE DEL GIUDICE
Se Forza Italia fosse un’azienda avrebbe portato i libri in tribunale. E da tempo. Pignoramenti, debitori che bussano alle porte delle banche, decine di ex dipendenti ancora da pagare e un passivo di 100 milioni: sono i numeri del partito che vince in Sicilia e che si prepara alla prossima campagna elettorale.
Il campo di battaglia di aziende ed ex dipendenti contro Forza Italia è il Tribunale civile di Roma, dove il 16 gennaio — in piena campagna elettorale — si deciderà la sorte dei creditori del partito ma anche quali beni pignorare.
Si tratta per lo più di conti correnti, anche perchè proprietà immobiliari Forza Italia non ne ha (la sede è in affitto).
In quell’udienza verrà sottoposta al giudice Laura Di Marco, la relazione del consulente tecnico del Tribunale, Andrea Liparata con il “piano di distribuzione dei crediti” da pagare. E che, se condivisa, diventerà esecutiva.
Una bozza provvisoria il consulente l’ha già mandata solo pochi giorni fa, il 20 ottobre, ai legali di chi ha fatto causa, che ora hanno 30 giorni di tempo per sollevare questioni.
Nella relazione, il perito mette in fila le diverse procedure di pignoramento contro Forza Italia: ci sono tutti quelli che vantano crediti dal partito di Silvio Berlusconi. Per lo più sono ex dipendenti a cui non è stato versato il tfr o che chiedono altre spettanze, come Claudio che deve avere 150 mila euro o Felicetta che deve averne altri 55 mila. C’è pure un’ex segretaria dell’ex ministro Sandro Bondi che ha fatto causa per poco meno di 20 mila euro.
Ma i conti più salati sono quelli presentati al partito dalle imprese fornitrici.
Solo per dirne qualcuna: a Eginformativa Progetti speciali Srl — che ha gestito per anni il sistema informatico del partito nella storica sede romana di via dell’Anima — vanta crediti per oltre 490 mila euro; Telecom Italia per 356 mila euro; e la Immobiliare Matisse Srl per altri 155 mila circa.
Se, come in questo caso, il debitore è insolvente la legge permette di recuperare i soldi dai suoi debitori. E così è partita la corsa a pignorare i conti nelle banche o qualsiasi altra somma dovuta al partito. Chi arriva primo, vince.
Forza Italia rischia il blocco dei 163 mila euro depositati presso Poste Italiane o i 194.491 mila in Banca Prossima, la Camera ha dato l’ok per altri 5.800 euro e via dicendo.
Potranno essere pignorati anche i fondi pubblici, come i 394 mila euro che il ministero dell’Economia deve versare a Fi come quota del 2 per mille. Tutti hanno acconsentito, l’unico a negare di essere un debitore del partito è stato Silvio Berlusconi.
Le richieste ammontano a circa 2 milioni di euro ma in cassa c’è meno della metà di quella cifra.
Il disastro nasce da lontano.
Dal 2008 Forza Italia ha chiuso tutti i bilanci in perdita: il passivo è passato da 6 ai 100 milioni del 2016 e deve 5,6 milioni ai fornitori. Berlusconi ha dato una mano accollandosi i debiti con le banche (Unicredit, Mps etc.) e ora, con 90 milioni, è il più grande creditore del partito.
A fine 2015 sono stati licenziati gli 81 dipendenti. La situazione è tragica. Non lo nega Alfredo Messina, tesoriere di Fi: “Soldi in cassa non ci sono — spiega al Fatto — Abbiamo già avviato solleciti ai parlamentari affinchè versino la loro quota di indennità ”. Pagherete gli ex dipendenti? “Ci impegniamo a pagare tutti. A oggi, a lavorare nel partito siamo rimasti in tre…”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 10th, 2017 Riccardo Fucile
IL DRAMMATICO RACCONTO, LE FOTO MENTRE 50 PROFUGHI MUOIONO IN MARE PER MANO DI DELINQUENTI CHE IL GOVERNO ITALIANO ANCORA FINANZIA: “ABBIAMO TOCCATO IL FONDO DELL’UMANITA'”
“THIS IS ITALIAN Navy helicopter, channel 16, we want you to stop now, now, now”.
L’elicottero della Marina italiana volava basso in tondo e provava a fermare la motovedetta libica mentre John moriva, trascinato via a folle velocità , sospeso in aria sul mare, una mano disperatamente attaccata alla cima e l’altra protesa verso la moglie, ormai in salvo sul gommone della Sea Watch.
“Lui era lì, sul ponte della barca e gridava verso di me. I libici lo picchiavano con delle corde, lo prendevano a calci, poi l’ho visto scavalcare e buttarsi in acqua. È andato giù, l’ho visto riemergere, era riuscito a riaggrapparsi alla fune sul fianco della motovedetta. Gridava: “Aspettatemi, aspettatami, aiuto, non lasciatemi qui…”. Ma a un certo punto i libici hanno riacceso il motore e la barca ha fatto un balzo in avanti trascinando via lui e tutti gli altri che stavano ancora in acqua. E non l’ho più visto. John non sapeva nuotare, era salvo ma è morto perchè voleva raggiungere me che ero già in Italia”.
Darfish piange senza sosta, in ospedale a Modica, mentre riavvolge il tragico film che lunedì mattina ha cambiato per sempre la sua vita. Lei, sul gommone della nave umanitaria tedesca, dunque “già in Italia “, suo marito, a bordo della motovedetta della Guardia costiera, dunque destinato a tornare in Libia. Viaggio di andata e ritorno all’inferno.
Di nuovo in prigione, di nuovo torture, violenza, un nuovo riscatto da pagare per riprovarci ancora. Una prospettiva agghiacciante anche per chi, come questa giovane coppia camerunense, è sopravvissuto alla traversata nel deserto, alla prigionia nella connection house e persino al naufragio di quel gommone davanti al quale il destino ha aperto loro le “sliding doors” del Mediterraneo.
Un drammatico soccorso che, per la prima volta da quando sono entrati in vigore gli accordi tra il governo italiano e quello di Al Serraj, ha aperto gli occhi dell’Europa sulla roulette russa a cui è affidato il destino delle migliaia di persone che ancora tentano la traversata nel Mediterraneo.
Un incidente che avrebbe fatto una cinquantina di dispersi e sul quale adesso indaga la Procura di Ragusa. Nei prossimi giorni i pm vaglieranno le testimonianze dei 59 superstiti portati a Pozzallo dalla Sea Watch insieme al corpicino del bimbo di due anni, annegato sotto gli occhi della madre, e a quelli delle altre quattro vittime recuperate e trasferite a bordo di un’altra nave umanitaria, la Aquarius di Sos Mediterranèe.
Terribili disperati minuti di caos spezzati dalla fuga in avanti della motovedetta libica che, dopo aver tentato di trattenere a bordo con minacce e violenze i migranti, ha riacceso i motori ripartendo a tutto gas verso Tripoli con 42 superstiti a bordo che imploranti tendevano le mani urlando verso mogli, figli, fratelli, sorelle da cui probabilmente sono stati divisi per sempre.
La scena, da girone dantesco, è rimasta impressa non solo nei racconti di chi ce l’ha fatta, ma anche nella scatola nera della Sea Watch che ora l’equipaggio della ong tedesca mette a disposizione degli inquirenti per andare a fondo nelle indagini.
Il disperato grido partito dall’elicottero della Marina italiana presente sulla scena è tutto registrato nelle conversazioni sul canale 16 riservato ai soccorsi: “Guardiacostiera libica, questo è un elicottero della Marina italiana, le persone stanno saltando in mare. Fermate i motori e collaborate con la Sea Watch. Per favore, collaborate con la Sea Watch”, l’invito inascoltato.
Nel racconto di Gennaro Giudetti, attivista italiano imbarcato sulla Sea Watch, tutto l’orrore di quei momenti: “Quando siamo arrivati sul posto c’erano già diversi cadaveri che galleggiavano e decine di persone in acqua che gridavano aiuto. Abbiamo dovuto lasciare stare i corpi per cercare di salvare più gente possibile. I libici ci ostacolavano in tutti i modi, per quanto incredibile possa sembrare, ci tiravano anche patate addosso. Loro non facevano assolutamente nulla, abbiamo dovuto allontanarci un po’ per non alzare troppo il livello di tensione e in quel momento abbiamo visto che sulla nave libica i militari picchiavano i migranti con delle grosse corde e delle mazze. In tanti si sono buttati a mare per raggiungerci e sono stati spazzati via dalla partenza improvvisa della motovedetta. È stata una cosa straziante. E la colpa è di tutti noi, degli italiani, degli europei che supportiamo questo sistema. Quelle navi libiche le paghiamo noi. Quando ho raccolto dall’acqua il corpo di quel bambino, ho toccato davvero il fondo dell’umanità “.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 10th, 2017 Riccardo Fucile
L’EX MAGISTRATO ANTIMAFIA SABELLA: “I PM NON HANNO STRUMENTI ADEGUATI, IN ITALIA SI PASSA DAI PACCHETTI SICUREZZA AGLI SVUOTACARCERI”
“Le norme svuota-carceri stanno penalizzando il lavoro dei magistrati. I pm? Devono usare gli strumenti che il legislatore gli mette a disposizione, anche se a volte non sono sufficienti”.
Alfonso Sabella, sintetizza così le difficoltà normative in cui si muovono i magistrati, specie quelli che lavorano su fenomeni delicati come la criminalità organizzata.
C’è voluta, infatti, la contestazione dei reati di lesioni aggravate, violenza privata e l’aggravante del metodo mafioso da parte dei pm della dda di Roma, Giovanni Musarò e Ilaria Calò, affinchè Roberto Spada potesse passare almeno un paio di notti nel carcere di Regina Coeli dopo la violenta aggressione di martedì al giornalista Daniele Piervincenzi e al filmmaker Edoardo Anselmi.
Non sarebbe bastata, infatti, la semplice accusa di lesioni — ipotizzata inizialmente da più parti — reato per cui solitamente i processi si consumano davanti al giudice di pace.
Una beffa, come l’assenza della contestazione della flagranza, solo perchè la denuncia è arrivata qualche ora dopo e il video non era immediatamente utilizzabile come fonte di prova.
È servito sottolineare “il contesto”, secondo il dispositivo emesso dalla procura di Roma, ovvero rivendicare da parte dell’aggressore “il diritto di decidere chi poteva stazionare nella zona teatro dei fatti notoriamente frequentata da diversi soggetti appartenenti alla famiglia Spada”.
SABELLA: “LEGISLATORE NON CI AIUTA”
Ora la domanda che tutti si pongono è se il capo accusatorio reggerà alle valutazioni del gip o se presto Spada potrà tornare ad essere un uomo libero, come se avesse partecipato ad una semplice rissa da pub e quel cognome non volesse dire proprio nulla.
Si tratta di un autentico campo minato, come sottolinea lo stesso Sabella, magistrato antimafia di lungo corso e conoscitore delle dinamiche romane e ostiensi.
“I magistrati non possono inventarsi le leggi — spiega — È una vita che il legislatore si muove come cambia il vento. Si è passati negli anni dai pacchetti sicurezza ai decreti svuota-carceri a seconda degli umori dell’opinione pubblica. Ultimamente il vento ha tirato verso la non applicabilità della custodia cautelare in carcere se non in casi eccezionali, solo per reati che producono pene sopra i 5 anni. In più sono state ridotte le possibilità degli arresti in flagranza”.
Hanno contribuito a creare queste difficoltà anche le leggi ad personam. “Ci sono stati — racconta il magistrato — provvedimenti come gli svuota-carceri che magari sono andati a favorire qualche politico che doveva uscire fuori o per timore che qualcuno potesse essere arrestato. È chiaro che i magistrati applicano la legge sempre, sia in un caso sia nell’altro”. Una giustizia che deve essere “giusta”, nel bene e nel male.
“Non è che perchè uno si chiama Spada gli puoi applicare una legge speciale. Dunque bisogna lavorare con gli strumenti a disposizione, che non sono tanti”.
IL CASO DELLA PALESTRA ABUSIVA
Il provvedimento dei pm in queste ore ha per lo meno colmato (momentaneamente) la sensazione di impunità che ha attraversato tutte le 24 ore successive al video diffuso dalla redazione di Nemo — Nessuno Escluso.
Un sentimento che ad Ostia si respira continuamente. Fu proprio Sabella, quando era assessore alla Legalità e delegato per il Litorale di Roma Capitale, sotto l’amministrazione guidata da Ignazio Marino, a disporre la chiusura di una delle palestre della Femus Art School, gestita dalla famiglia di “Robertino”, in quanto occupante senza titoli di un edificio di proprietà del Comune di Roma.
Provvedimento a cui seguirono le proteste di alcuni genitori della zona e la difesa di Casapound, che attraverso il suo vicepresidente Simone Di Stefano ancora oggi rivendica di considerarla “fra i pochi presidi sociali del territorio”.
Uno sforzo fin qui vano, visto che ad oggi di quelle palestre ne sono state aperte ben tre, sempre sul territorio ostiense. Solo in seguito al clamore mediatico di queste ore la Federazione Italiana Pugilato — a cui il marchio della famiglia Spada è affiliato — ha deciso di aprire un’inchiesta federale.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 10th, 2017 Riccardo Fucile
SPARATORIE, CASSONETTI BRUCIATI E DONNE COSTRETTE A PROSTITUIRSI… META’ DELLE CASE POPOLARI ASSEGNATE DAI CLAN
Occhio ai piccoli segnali maligni, quando si parla di clan malavitosi. E allora, parlando di
Ostia, gli addetti ai lavori hanno notato un fenomeno davvero inquietante: è da un mese che viene incendiato un cassonetto al giorno, sempre attorno alla sede del X Municipio, quella specie di Fort Apache della legalità dove è insediato (ancora per poco) il commissario straordinario Domenico Vulpiani, un poliziotto tosto che è stato capo della Digos di Roma.
«I clan – dice – ci vogliono far capire che sono pronti a tornare». Forse non si sono mai allontanati di molto. Si sono semplicemente nascosti, come pare sia la strategia del clan Triassi, organici a Cosa Nostra, vedi la cosca agrigentana Cornera-Cuntrera, che se ne stanno zitti e buoni, evitando le sparate e le pacchianerie che piacciono tanto agli altri.
Vulpiani in questi 26 mesi da commissario prefettizio ha spacchettato il business principale dei clan sul litorale, ovvero gli stabilimenti balneari, che erano suddivisi in 71 lotti ma in pratica facevano capo alla famiglia Fasciani grazie a una serie di teste di legno.
Eppure tutto è in bilico e potrebbe tornare all’antico. E poi il Municipio è anche lo snodo fondamentale dove girano le licenze commerciali (primo business della zona), le licenze edilizie (secondo business), le case popolari (terzo business).
Altri segnali: nel giro di tre settimane, tre sparatorie. Si è visto che c’entra lo spaccio. Gli investigatori non pensano che sia iniziata una guerra, quanto un «aggiustamento» sul territorio.
Risistemazione forse inevitabile dopo che gli Spada, cugini dei potenti Casamonica, avevano estromesso dallo spaccio il clan precedente, i Baficchio-Galleoni, che erano gli epigoni della Banda della Magliana, ma poi sugli stessi Spada sono piovute pesanti condanne (a ottobre: 50 anni per tredici imputati, reato riconosciuto è «estorsione con l’aggravante del metodo mafioso») e così sugli alleati dei Fasciani (a giugno li hanno condannati in appello, ma per associazione a delinquere semplice e non mafiosa; poi è arrivata la Cassazione e ha rimesso dentro la mafiosità ).
I processi parlano di un clan Spada che ha messo le mani sulle case popolari di Ostia con violenza inaudita.
In pratica si sono sostituiti al Comune: eseguono sfratti e poi assegnano le case agli amici o a chi li paga.
Per essere chiari: su 6400 appartamenti popolari di Ostia, sono 2800 quelli occupati abusivamente.
Qui gli Spada impongono un pizzo generalizzato. Chi non può pagare, è costretto ad andare via. Se è una donna, è spinta a prostituirsi. In un caso pretendevano di farsi cedere la corrente elettrica per l’appartamento vicino.
E ancora. Palestre che sorgono come funghi, senza autorizzazioni, che mai potrebbero avere. Sale scommesse quantomai equivoche. E droga, usura, estorsioni, attentati, controllo del territorio, omertà , intimidazione dei poteri pubblici e della politica locale.
Questo è il lato oscuro degli Spada e degli altri clan. «Il convincimento che quello romano sia un territorio risparmiato dai mafiosi – scriveva qualche giorno fa il procuratore capo Giuseppe Pignatone in una lettera al Messaggero – è tuttora molto diffuso e dopo la sentenza di primo grado nel processo a carico di Carminati, Buzzi e altri, alcuni commentatori hanno affermato che la Capitale si era liberata definitivamente dal problema mafia. Non credo che le cose, purtroppo, stiano così».
Mentre il dibattito pubblico si avvitava sulla questione della «mafiosità » o meno di Carminati, infatti, la cruda realtà di Roma è venuta fuori prepotentemente.
Si moltiplicano gli arresti e fioccano le condanne. Troppo grande e troppo estesa la città per un solo clan, è evidente che le periferie sono sotto attacco di tanti piccoli clan.
Così accade a Ostia con gli Spada. «Famiglie – concludeva Pignatone – senza alcuna derivazione dalle tradizionali mafie meridionali, ma ugualmente in grado di controllare il loro territorio anche con il ricorso alla violenza… La Procura della Repubblica continua a non accettare l’idea, purtroppo molto diffusa, che la corruzione a Roma sia un fatto normale se non addirittura utile allo sviluppo. Nè, tantomeno, quella che la mafia non esista se tra gli imputati non vi sono siciliani, calabresi o campani».
(da “La Stampa”)
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Novembre 10th, 2017 Riccardo Fucile
OMERTA’ E SPUTI AI GIORNALISTI… “HO PAGATO IL CLAN PER AVERE UNA CASA POPOLARE”… OGNI MATTINA PARTE IL CARICO DI DROGA CHE RIFORNISCE I PUSHER DELLA CAPITALE
Il silenzio avvolge le case popolari di piazzale Gasparri. Gli alveari di Ostia Nuova, cuore del feudo del clan Spada, sono muti. «È strana, vero? Dico, questa atmosfera…».
La voce, anonima come quella di chiunque abbia voglia di parlare, arriva dal bancone di un chiosco poco distante dal mare. «Se non ci fossero tutti questi giornalisti, i blindati della polizia e i carabinieri, sembrerebbe un quartiere come tutti gli altri». Ecco, è questo ciò che ormai stride, nel territorio controllato dalla famiglia criminale degli Spada: la normalità .
Ma non ci sono solo i passanti ad osservare la scena.
Gli affiliati del clan Spada scrutano dietro le finestre l’arrivo a metà mattinata delle troupe televisive. Quando le telecamere si accendono di fronte alla «loro» palestra (dove Roberto Spada ha aggredito il giornalista della Rai) decidono di scendere nel cortile che si apre all’interno dei sei palazzi gemelli. Parlano fitto, sottovoce, poi si dividono.
Ognuno davanti a un ingresso, appoggiati alle cancellate, stretti nei loro giubbotti, gli occhiali scuri calati sugli occhi. Fissano i giornalisti e sputano in terra: «Qui dentro non si entra».
Solo alle forze dell’ordine è concesso il passaggio. Quando i Carabinieri si affacciano, gli affiliati scompaiono. Nel cortile, stretto come un corridoio a cielo aperto tra le due file di case, vige una sola regola: «Camminare guardando verso l’alto, mai a terra. Possono sempre tirarti addosso qualcosa».
Gli uomini dell’Arma indicano le fitte file di finestre che si alzano sopra di loro. Sembrano vuote, i balconi sono deserti, ma «c’è sempre qualcuno che guarda». Molti di quegli appartamenti, infatti, sono abitati da uomini del clan agli arresti domiciliari. E il loro lavoro, non potendo più uscire, diventa spesso quello delle vedette.
Quando si scende nel garage, dove gli occhi delle famiglie criminali non arrivano, ci sono decine di telecamere ad osservare i movimenti di chi entra e chi esce. Le macchine sportive e i suv, simbolo della ricchezza ostentata dalle famiglie del litorale, non ci sono.
L’arrivo delle televisioni era previsto, e poi gli uomini ai piani alti della gerarchia criminale del clan non vivono nel blocco di case popolari di piazzale Gasparri.
Il boss, Carmine Spada, ha una villa distante circa un chilometro dalla Piazza. E anche il fratello, Roberto Spada, diventato il reggente della famiglia dopo l’arresto di Carmine, vive lontano da qui.
Piazzale Gasparri è il quartier generale; il fortino della droga.
Da qui i ragazzi in scooter trasportano la merce lungo il litorale e fino al centro di Roma. «Oggi è tutto tranquillo, ma di solito già dall’alba inizia a muoversi una quantità enorme di droga», racconta la titolare di un’attività commerciale che decide di parlare, a patto di mantenere l’anonimato.
«Quando sono arrivata, non pensavo fosse così marcia la situazione», racconta. «Adesso appena posso vendo, ma a chi?».
Nel mondo della criminalità di Ostia Nuova non c’è però solo lo spaccio, ma anche il racket degli alloggi popolari.
La droga fornice il potere economico; i palazzi, invece, il controllo del territorio. L’Ater, l’agenzia che gestisce gli alloggi popolari, possiede circa due chilometri quadrati di palazzi a Ostia, dove vivono anche le famiglie normali.
Famiglie che però, spesso, finiscono vittime del racket degli Spada. «Io ho pagato, per entrare in una casa popolare», racconta Daniela, che il vero nome ha preferito non dirlo. «Non voglio dire quanto, perchè potrebbero capire chi sono. Adesso pago un canone mensile».
Nessuno, all’Ater, ha mai ricevuto un euro da Daniela e, forse, non ne conosce nemmeno l’esistenza, ma lei è tranquilla: «Quelli dell’Ater non sono mai venuti e non credo che verranno mai. Rischierebbero grosso».
Dall’altra parte c’è Massimo. Lui ha deciso di comprare, per i suoi nipoti, la casa popolare in cui vive da cinquant’anni. «Sono arrivato prima degli Spada», racconta, «e non saranno loro a mandarmi via. Hanno provato a fare pressioni, ma sto qui dai tempi della banda della Magliana, figuriamoci se ho paura di questi».
E poi, aggiunge guardando da lontano il castello del clan, «questo posto somigliava al Paradiso».
(da “La Stampa”)
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