Novembre 16th, 2017 Riccardo Fucile
I DUE SONO APPAIATI, PIU’ DISTANZIATO PISAPIA
Due elettori del centrosinistra su tre chiedono unità e sarebbero disposti a votare una lista unitaria. Il messaggio unitario di Renzi è piaciuto a un italiano su tre, quota che sale a due su tre se si interpellano i soli elettori di centrosinistra.
Un quadro che dovrebbe spingere a ricomporre la frattura in seno al centrosinistra, secondo quanto scrive Nicola Piepoli sulle pagine della Stampa.
Il nodo della leadership è in un duello: Matteo Renzi o Piero Grasso, appaiati al 17% tra gli elettori del centrosinistra, secondo la rilevazione dell’Istituto Piepoli.
A seguire c’è Giuliano Pisapia al 12%, Pier Luigi Bersani all’8%, Marco Minniti e Dario Franceschini al 6%, Laura Boldrini e Graziano Delrio al 5%, Massimo D’Alema e Roberto Speranza al 2%.
La convinzione dell’elettorato è che divisi perderanno e saranno altre forze a imporsi.
Tra le dichiarazioni non del tutto in sintonia con l’opinione pubblica colpisce l’affermazione di Renzi di «essere più in sintonia con gli scissionisti che con gli avversari storici, visto che con i primi il Pd governa in 14 Regioni».
Su questa parte della relazione solo la minoranza dei simpatizzanti del centrosinistra da la propria approvazione mentre gli altri italiani se ne fregano.
(da agenzie)
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Novembre 16th, 2017 Riccardo Fucile
NELL’INTERVISTA AL “CORRIERE”, IL “FOGLIO BIANCO” E LA CONVERGENZA SU JUS SOLI E BIOTESTAMENTO
L’impresa è di quelle ardue anche per uno a cui vengono riconosciute doti di
mediazione fuori dal comune.
Piero Fassino ha cominciato le sue consultazioni con le diverse anime del centrosinistra alla ricerca di un’unità che al momento sembra molto lontana.
L’apertura al dialogo è però totale, senza limiti.
In un’intervista al Corriere della Sera, l’ex sindaco di Torino torna sulla metafora del “foglio bianco” da riempire di convergenze possibili per riscrivere il centrosinistra. Nessuna chiusura anche sulle primarie di coalizione, “se è necessario un passaggio come quello delle primarie possiamo farlo. Non c’è tabù, nè pregiudizio”.
Il primo atto è stato incontrare il presidente del Senato Piero Grasso e la presidente della Camera Laura Boldrini, entrambi molto presenti negli ultimi giorni nel dibattito sul futuro della sinistra. Proprio la Sinistra e i Radicali hanno chiesto a gran voce l’approvazione dello Ius Soli. Richiesta a cui il Pd sembra voler dare una risposta positiva.
“Sono d’accordo. Occorre fare ogni sforzo per creare le condizioni per approvarlo in questa legislatura, e anche il fine vita. Si tratta di leggi fondamentali sul terreno dei diritti e della civiltà . Dirò di più, vogliamo approvarle indipendentemente da quello che sarà l’ esito delle trattative nel centrosinistra: sono diritti civili irrinunciabili, patrimonio di tutti, non bandiere di parte”.
Il primo appuntamento è però con la manovra economica. Fassino chiarisce che si può modificare, ma con un occhio ai conti.
“Da parte nostra c’è la massima apertura: l’unico discrimine è la compatibilità finanziaria. Detto questo, siamo disponibili a esaminare tutte le proposte, sul fronte sociale e su quello del lavoro, che possano migliorare la legge”.
L’apertura al dialogo riguarda anche il Jobs act, anche se Fassino ne elogia gli effetti sul mercato del lavoro.
“Di qualsiasi legge è giusto fare un bilancio. Noi siamo pronti a farlo anche sul Jobs Act. Non ignorando un dato: ha consentito la creazione di quasi un milione di posti lavoro. Certo, sappiamo che una quota ampia è a tempo determinato. Quindi è giusto discutere quali nuove misure introdurre per trasformare i contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato. Servono nuovi incentivi? Servono forme di defiscalizzazione a favore delle imprese? Servono altre misure? Discutiamone, siamo pronti. Damiano ha avanzato alcune proposte che possono essere un buon terreno di discussione”
I primi no alla mediazione di Fassino sono arrivati da compagni storici di partito come Bersani e D’Alema. L’ex sindaco intende insistere: “Renzi ha parlato di un “foglio bianco” su cui scrivere insieme i punti programmatici fondamentali. È la dimostrazione che non ci sono da parte nostra paletti o “a priori” intoccabili. Naturalmente, la possibilità di fare un’intesa non è data solo dalla volontà del Pd ma anche da quella dei nostri interlocutori”
“I nostri avversari sono i Cinque stelle e il centrodestra, non abbiamo avversari nel centrosinistra. Sappiamo che il centrosinistra è “plurale”, con forze che hanno sensibilità diverse: per noi sono tutti interlocutori di un confronto. Ed è lì, nel confronto, che si verificherà se è possibile trovare punti di intesa o no. Con alcune forze li stiamo già individuando e mi auguro che sia possibile farlo anche con Mdp”.
L’incontro con Mdp appare quindi per Fassino l’ostacolo principale. Appuntamento rinviato in vista dell’Assemblea del 2 dicembre di Mdp, Sinistra Italiana e Possibile, anche se il mediatore propone “colloqui istruttori” preparativi del vertice.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 16th, 2017 Riccardo Fucile
RENZI APRE A MDP ANCHE SU LAVORO, PENSIONI E BIOTESTAMENTO… POSSIBILI MODIFICHE SULL’ART 18
Il dado è tratto. Lo Ius soli sarà legge prima che finisca l’anno.
Pd e governo hanno deciso: il provvedimento sarà all’ordine del giorno del Senato subito dopo l’approvazione della legge di Bilancio. Ossia nella prima settimana di dicembre.
E Palazzo Chigi porrà la fiducia per superare l’enorme mole di emendamenti (quasi tutti della Lega).
Confortati dalla disponibilità di Mdp, dalle dichiarazioni dei verdiniani e dalla non belligeranza degli uomini di Alfano alla ricerca di un porto sicuro in vista delle prossime elezioni, Renzi e Gentiloni hanno dato il via libera ai dem di Palazzo Madama.
Lo Ius soli viene considerato il primo elemento di un pacchetto di iniziative che dovrebbe consentire al governo, come ripete spesso il premier, di chiudere «ordinatamente» la legislatura.
E soprattutto permettere al leader Pd di avviare la trattativa con Mdp su un altro piano. Non più quello della leadership-premiership ma quello della piattaforma programmatica.
Si tratta di un tavolo a cinque gambe che nelle intenzioni dei “mediatori” dei due partiti aprirebbe uno spazio di confronto su aspetti più concreti.
Il primo di questi è, appunto, lo Ius soli. Gli altri quattro corrono sul filo sottile delle compatibilità economiche tracciate nel decreto fiscale e nella legge di Bilancio: Pensioni, Superticket sanitari, Jobs act e Biotestamento. «Il percorso è difficile, molto difficile – ripete Roberto Speranza -. Serve una svolta vera, sui contenuti. Non basta il passo indietro di Renzi».
Il segretario dem lo ha capito. E ha deciso di provare a costruire questo tavolo programmatico a “cinque gambe” per compiere l’ultimo tentativo.
Sapendo che anche dentro Mdp esiste un fronte meno contrario ad un’intesa.
«Perchè – come dice Gianni Cuperlo, uno dei capi della minoranza Pd – Bersani è diverso da D’Alema. Ma serve uno sforzo. Dobbiamo tutti ricordarci quello che siamo. Noi e Mdp stavamo nello stesso partito fino a poco fa. Non è pensabile che non si trovi una convergenza sui contenuti».
Certo, un ruolo lo sta svolgendo indirettamente anche la legge elettorale appena approvata. Un sistema che favorisce le coalizioni e scoraggia la corsa solitaria.
Che sta mettendo in pole position il centrodestra e sta sbattendo contro il muro dell’insucesso tutte le forze del centrosinistra. Proprio come è accaduto due settimane fa in Sicilia.
Le simulazioni stanno terrorizzando i parlamentari dem e Mdp.
Una in particolare: quella che mostra gli effetti di una mancata convergenza tra i partiti progressisti. Senza un patto, le urne rischiano di trasformarsi per loro in un incubo. Basti pensare che quella simulazione prevede le macerie anche nelle regioni rosse. La concorrenza a sinistra farebbe perdere buona parte dei collegi uninominali perfino nelle roccaforti considerate più sicure. Il tutto a favore della Lega e in parte minore del Movimento 5Stelle.
Uno spauracchio che sta avendo un qualche effetto
Non è un caso che il tavolo del dialogo, sebbene molto precario, sia stato rimesso in piedi.
E se la “gamba” più importante è quella dello Ius soli, ce n’è un’altra che rappresenta una sorta di precondizione per non fare morire in culla il neonato negoziato. Si tratta del Jobs Act.
Martedì prossimo approda nell’aula della Camera, la proposta dei bersaniani di modificare la riforma del lavoro tanto voluta da Renzi. Una sconfitta formale di uno dei due fronti pregiudicherebbe definitivamente il dialogo.
Tutti ne sono consapevoli. In commissione, infatti, è stato compiuto un primo passo per evitare il naufragio.
La totalità degli emendamenti abrogativi della proposta – sebbene la maggioranza aveva i numeri per farlo – sono stati ritirati. Non solo. Martedì prossimo il relatore proporrà il ritorno in commissione per un approfondimento. Un modo, normalmente, per mettere le iniziative legislative nell’armadio del dimenticatoio.
Nello stesso tempo, però, gli “ambasciatori” Pd hanno fatto sapere – con il via libera della presidenza del gruppo – ai loro interlocutori: «Torniamo a discutere e a dicembre presentiamo un emendamento alla Legge di Bilancio che tocca almeno un punto: l’indennità che viene assegnata al lavoratore licenziato».
Ora varia da 4 a 24 mesi di stipendio, salirebbe a 8-36. «Ho difeso per 45 anni l’articolo 18 – dice il democratico Cesare Damiano, uno dei “pontieri” – ma quando è diventato una tutela solo per il 20 per cento dei lavoratori, ho capito che bisognava cambiare»
La “terza gamba” è correlata alla seconda. Il tema è la previdenza. In particolare l’aumento dell’età pensionabile che scatta dal prossimo anno. La Cgil contesta la proposta dell’esecutivo ed è pronta a una mobilitazione nazionale. Che non potrebbe che avere il sostegno di Mdp.
Renzi su questo ha già esposto la sua idea nell’ultima direzione di partito: più vicina ad accogliere le istanze dei pensionandi. E il mandato affidato ai suoi uomini a Montecitorio – nonostante la contrarietà di Palazzo Chigi – è abbastanza chiaro: si può presentare un emendamento – sempre alla legge di Stabilità – che rinvii lo scalino. «Ma solo se non si arriva ad un accordo, ma ad una rottura, tra Gentiloni e Camusso».
La “quarta gamba” è quella della Sanità . Sia dentro il Partito democratico sia alcuni esponenti dell’esecutivo hanno iniziato a ragionare su un provvedimento che venga incontro ad una delle richieste storiche di Bersani: l’abolizione dei Superticket.
Il Tesoro ricorda che in questa manovra esiste un margine per le iniziative “fuori sacco” che ammonta a circa 400 milioni di euro. Il governo, allora, «senza stravolgere i saldi», è pronto a valutare un intervento di questo tipo: rispettando la progressività e la gradualità di una eventuale misura. Nella sostanza senza cancellare i ticket per i redditi più alti.
La “quinta gamba” è probabilmente la più agevole dal punto di vista dei contenuti ma la più complicata sotto il profilo procedurale. È la legge sul biotestamento.
Il Pd è pronto ad uno sprint anche su questa materia. Ma gli spazi per inserirla nel calendario del Senato sono piuttosto stretti. L’unica possibilità sarebbe sciogliere le Camere a febbraio e quindi concedere anche il mese di gennaio per gli ultimi voti in Parlamento. Una soluzione che, al momento, appare improbabile.
Sul calendario del Quirinale per ora la data cerchiata è quella del 18 marzo: la prima domenica utile perchè le elezioni si possano definire tecnicamente non anticipate e quindi permettano al governo Gentiloni di gestire l’ordinaria amministrazione senza le dimissioni e nella pienezza dei suoi poteri.
Resta comunque la difficoltà di una trattativa segnata in primo luogo dai dissidi personali.
Anche sul tavolo delle proposte concrete, il rischio che ogni mediazione sia bruciata dai reciproci pregiudizi costituisce l’ombra più pesante sul futuro del centrosinistra.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 16th, 2017 Riccardo Fucile
UNO STUDIO DELL’ATLANTIC COUNCIL : “IN ITALIA PUO’ APPOGGIARSI A LEGA E M5S PER DESTABILIZZARE L’OCCIDENTE”
“Attenti ai Cavalli di Troia russi”. Mosca vuole “destabilizzare sempre di più
l’Occidente” e a rischio è anche l’Italia.
E’ l’allarme che lancia uno studio, “I cavalli di Troia del Cremlino 2.0”, appena pubblicato dal think tank americano Atlantic Council, che ha analizzato l’offensiva russa negli ultimi anni: un “soft power” molto pericoloso, secondo gli autori del paper, che è cominciato negli anni della crisi economica dell’Europa e che, in generale, si è intensificato notevolmente con la leadership di Putin.
Come confermò pubblicamente qualche anno fa lo stesso capo dello Staff russo, il generale Valerij Gerasimov, la Russia ha da tempo un “nuovo approccio” per raggiungere i suoi obiettivi politici e militari attraverso “metodi indiretti e asimmetrici”, o meglio “misure attive”, come venivano chiamate in Unione Sovietica le azioni atte a manipolare i media, la società e la politica straniere.
Secondo l’Atlantic Council, la strategia del Cremlino è oramai esplicita e fittissima, non solo nei paesi dell’Est europa storicamente influenzati dalla Russia ma anche in tutto l’Occidente, dagli Stati Uniti all’Europa.
Mosca sfrutta le debolezze e le fratture interne europee e americane infiltrandosi nelle istituzioni, nella politica, nei pilastri democratici dell’Occidente per promuovere la sua visione del mondo e perseguire i suoi obiettivi economici.
Non investe all’estero come la Cina, ma “semina caos a buon mercato”.
Al di là degli sfuggenti attacchi hacker (di cui è sempre difficile individuare responsabili e mandanti), lo studio si concentra soprattutto sulla propaganda dei media vicini al Cremlino e della tessitura di nuove alleanze di quest’ultimo con leader populisti locali degli altri paesi “sotto attacco”.
La strategia di influenza e destabilizzazione della Russia si adegua anche ai contesti. Il report la analizza in tre paesi europei, Italia, Spagna e Grecia.
Per quanto riguarda la penisola iberica, per ora risparmiata dalla propaganda del Cremlino, il report scrive come Madrid potrebbe presto finire nel mirino, come dimostra l’apertura della versione russa del canale tv legato a Mosca, Russia Today.
Inoltre, c’è l’incognita Podemos, un partito antisistema che potrebbe essere sfruttato dalla propaganda russa per “disseminare tensioni” anche in Spagna.
La Grecia è invece un caso particolare: il paese è molto più coinvolto della Spagna, per ovvie ragioni storiche, non ultimo il legame religioso della Chiesa Ortodossa.
Tsipras, inoltre, il leader di Syriza (partito di sinistra radicale) ha strizzato più volte l’occhio alla Russia nello scontro con le autorità europee per allentare le misure di austerità e questo, secondo l’Atlantic Council, ha reso il Paese molto più vulnerabile alle spinte di Mosca.
Secondo il report, in questa parte curato da Luigi Sergio Germani (Direttore del Centro Studi “Gino Germani”) e Jacopo Iacoboni (giornalista de La Stampa), l’Italia è a forte rischio.
L’influenza russa è cresciuta di pari passo con la crisi economica e le spinte anti-establishment all’interno della società , e Putin è diventato un simbolo molto potente del nuovo “sovranismo” e della lotta contro le èlite.
La Russia ha molti potenziali alleati politici nel nostro Paese, una vasta area che include Lega Nord, Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia, il partito di estrema destra Forza Nuova e alcune piccole formazioni di estrema sinistra.
Tutti condividono in gran parte la linea di politica estera di Putin e sostengono – volontariamente o no – gli interessi geopolitici di Mosca.
La complicità del Cremlino con queste forze anti-establishment italiane si sarebbe intensificata, secondo il report, tra 2012 e 2013, subito dopo la crisi ucraina, quando Mosca ha cercato di aumentare propaganda, influenza e peso politico all’estero.
Sforzi ricambiati dal sostegno più o meno velato degli stessi partiti italiani. La Lega Nord e il M5S sono i protagonisti di questa attrazione fatale, secondo lo studio.
La Lega Nord è diventata molto putiniana da quando è diventato leader Matteo Salvini, che prima ha cercato di coinvolgere intellettuali, think e rappresentanti di estrema destra in nome di un nuovo sovranismo e poi con la Russia attraverso Alexander Dugin, un politilogo e filosofo ultranazionalista russo.
Di qui un legame sempre più stretto tra Salvini e il Cremlino, culminato con le sue varie visite a Mosca e un esplicito accordo di cooperazione con la Russia.
Il Movimento 5 Stelle, invece, all’inizio non era su posizioni filorusse – che tuttora non ammette pubblicamente come invece fa, con un certo orgoglio, Salvini.
Secondo gli autori del paper, la svolta è nata con l’arrivo di Davide Casaleggio, figlio del fondatore Gianroberto, al vertice della Casaleggio associati che gestisce il blog e le altre strutture informatiche del partito.
Poi, nell’aprile 2015, il leader Beppe Grillo rilascia un’insolita intervista a Russia Today, il canale tv legato al Cremlino. Subito dopo, il M5S lancia una campagna contro le sanzioni europee nei confronti della Russia.
E i media e gli account in Internet legati al Movimento ufficiali e non ufficiali incominciano a diffondere sempre più spesso notizie molto favorevoli alla propaganda di stampo russo (in parte bufale).
Nel 2016, poi, iniziano i viaggi dei principali politici “grillini” verso Mosca e le accuse a piattaforme e alleanze atlantiche come la Nato. Il paper si conclude poi con uno scenario politico italiano alla luce delle prossime elezioni e al rischio di instabilità che potrebbe incorrere il Paese nel caso in cui le forze anti-sistema e pro Russia dovessero ottenere un grande risultato al voto.
L’Atlantic Council, in un altro studio recente, aveva analizzato anche la situazione di Francia e Germania.
Qui la Russia ha il sostegno esplicito del Front National, il partito di estrema destra di Marine Le Pen, dove quasi tutti i principali esponenti hanno legami diretti o indiretti con importanti organizzazioni russe.
L’Fn, tra l’altro, ha chiesto e spesso ottenuto milioni di euro in prestito da banche russe. Ma l’apparato russo è stato molto abile da costruirsi connessioni anche con una parte del partito repubblicano neogollista (centrodestra), alcuni socialisti e anche con l’estrema sinistra sovranista.
Non solo: ha legami con diverse organizzazioni e think tank da tempo installati in Francia, come l’Institute for Democracy and Cooperation (IDC) e anche storicamente ha terreno molto fertile, sin dalla linea bilaterale di De Gaulle e dalla diaspora russa in Francia nel secolo scorso.
Scrive l’Atlantic Council che in Germania la Russia di Putin ha cercato negli anni di alterare a suo piacimento i rapporti bilaterali, influenzare la politica estera tedesca e anche le decisioni in sede europea tramite le sue reti sul territorio tedesco.
Mosca e Berlino hanno avuto rapporti spesso cordiali negli ultimi tempi, che affondano le radici nella “Ostpolitik” tedesca, ma i rapporti si sono raffreddati molto con l’annessione della Crimea.
Una delle strategie più efficaci degli emissari del Cremlino è quella coinvolgere politici tedeschi nei propri progetti energetici.
L’esempio più lampante è l’ex cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder, figura di altissimo livello a Gazprom, ma il sottobosco di intrecci tra politica ed economia tra i due paesi è fittissimo: dal Forum russo-tedesco a imprenditori tedeschi con interessi in Russia come Bernhard Reutersbeger (Eon), Hans Ulrich Engel (BASF), Hans-Joachim Gornig (Gazprom Germania).
Tutto questo è stato molto utile alla Russia: i politici tedeschi socialdemocratici, sempre in nome degli ideali di vicinanza alla Russia e negli ultimi anni al governo con Merkel nei governi di grande coalizione, hanno spesso chiesto una linea morbida nei confronti di Mosca (come l’allentamento delle sanzioni europee) aprendo serie fratture nell’Ue.
§Il partito di estrema destra Afd, invece, in Germania gioca un po’ il ruolo del Fn in Francia: toni ultranazionalisti, incontri più o meno frequenti dei suoi esponenti con quelli russi, lodi a Putin e alla Russia. In tutto questo, i media legati al Cremlino come Sputnik o Rt (di cui in Germania c’è anche una versione in lingua tedesca) aumentano sempre di più la loro pervasività .
(da “La Repubblica”)
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