Novembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
L’ATTIVISTA FABIO FOCHI SI LAMENTA DELLE RIUNIONI SEGRETE E VIENE CACCIATO
«Non riconoscendo a questo gruppo segreto, nel quale sono stato inserito, alcuna legittimità a esistere, stasera non parteciperò alla riunione segreta e al vostro processo contro le persone che hanno ancora il coraggio di dissentire»: Fabio Fochi, un attivista del MoVimento 5 Stelle piemontese che era anche stato scelto come assessore in caso di vittoria dei grillini alle elezioni regionali, ha scritto un post per lamentarsi dei metodi che a suo parere usano i grillini il 10 novembre scorso nel gruppo “Attivisti e Attiviste” del Movimento 5 Stelle Torino, “Gruppo segreto — 285 membri”, che non compare nella ricerca Facebook.
È stato cacciato e ora racconta la sua storia a Repubblica Torino:
Fochi era un iscritto al gruppo segreto, fondatore dei “gruppi di lavoro” tematici: pari opportunità , lavoro, sanità . Ora non compare più da nessuna parte. Cancellato. Resta iscritto ma non saprà più dove vengono convocate le riunioni, quali decisioni saranno assunte dal “direttorio” del movimento torinese.
«I dissidenti vengono silenziati — denuncia ora a Repubblica — Vittime di un cyberbullismo che è diventato la prima arma utilizzata, con post che sono spesso collage di dichiarazioni prese da attivisti che osano avere un pensiero critico».
Dopo l’uscita con polemiche dal gruppo regionale del 5Stelle di Stefania Batzella (subito cancellata dalla foto di gruppo), Fochi racconta le perplessità crescenti per il metodo, la delusione per un progetto sacrificato alla costruzione di un «sistema di potere».
Parla di «cordate occulte» e di «sondaggi su alcuni attivisti», «liste di proscrizione, black list dei soci che non accettano di essere controllati, educati e allineati».
Ci sono “untori a 5Stelle” che operano sul web, «persone che ripubblicano quello che hai scritto esponendoti a condanne e attacchi che seguono la pubblicazione».
Se davvero all’origine di tutto c’è la vicenda di Stefania Batzella, Fochi non deve avere certo i riflessi pronti visto che si è accorto il 10 novembre di un’abitudine piuttosto consolidata nel M5S, che soffre di scarsa democrazia interna.
Fochi in quel post spiega le ragioni per cui ritiene che le riunioni segrete, aperte solo ad alcuni soci o eletti del M5s, non rispettino i principi di trasparenza, correttezza e democrazia del Movimento.
«Non potete fare processi, non potete espellere i soci che non vi aggradano, ma avete il dovere, anzi l’obbligo, di rispettare le regole… Voi signori avete il divieto di creare cordate, così come partecipare ad associazioni, forse “occulte”, finalizzate a scalare l’Associazione M5s, a concentrare poteri e poltrone nelle mani di pochi, a controllare la libertà di pensiero».
Gli iscritti al gruppo segreto sono circa 280. Anche se, da quanto racconta Fochi, alle riunioni arriva in genere un centinaio di persone: «Ci sono alcuni parlamentari, consiglieri regionali e comunali, ma non tutti, attivisti a cui sono state riconosciute le caratteristiche per essere inseriti nel gruppo ristretto».
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
NESSUNA COMUNITA’ PUO’ ESISTERE SENZA POSSEDERE TACITE REGOLE DI INTERAZIONE TRA MEMBRI… L’OCCIDENTE L’HA RIMOSSA COME DIMENSIONE COLLETTIVA, MA IL RISCHIO E’ CATASTROFICO
Il processo centrifugo cui stiamo assistendo in Europa, di cui Brexit e
indipendentismo catalano sono solo due esempi, pone un problema cruciale, che ci rifiutiamo sistematicamente di affrontare.
Si tratta del problema posto dal senso di un’identità collettiva.
Tra le parole che godono di peggiore stampa nella riflessione pubblica contemporanea vi è certamente il termine “identità ”. “Politiche identitarie”, “rigurgiti identitari”, “identitarismo” sono espressioni con una connotazione reazionaria, assimilate spesso a posizioni di estrema destra.
L’origine di quest’assimilazione sta nell’identitarismo nazionalista della prima metà del XX secolo
Demonizzare le degenerazioni identitarie del ‘900 non aiuta a comprendere il fenomeno.
I nazionalismi sciovinistici di fine ‘800, che condussero poi ai due conflitti mondiali, furono a loro volta parte di un processo di reazione ai nuovi fattori disgregativi messi in campo dal neonato sistema del libero commercio transnazionale (prima forma della globalizzazione economica).
Inquadrare storicamente il fenomeno non serve a giustificare quelle degenerazioni, ma a comprendere come le istanze identitarie non siano meri “errori”, ma esigenze profonde, problematiche ma impossibili da rimuovere.
Nessuna cultura storica ha osteggiato l’idea di un’identità collettiva più sistematicamente di quanto abbia fatto l’Occidente contemporaneo, dominato da un senso comune liberale, maturato all’ombra della trionfante economia di mercato.
In questa cornice culturale ciascun individuo è invitato, e robustamente incentivato, a “trovare la propria strada”, a “imporsi con le proprie forze” in una competizione con tutti gli altri, a inorgoglirsi per la propria irriducibile originalità , ecc.
Che a questi tratti di brioso e combattivo ottimismo si accompagnino lati oscuri, come il logorio di ogni legame interpersonale, l’elevatissimo tasso di incomunicabilità , l’estrema difficoltà a trovare “affini” (sul piano amicale quanto sentimentale), ecc. è tema demandato ai “travagli personali”, ai “problemi psicologici” da risolvere privatamente, con la propria coscienza o il proprio terapeuta.
Questa rimozione di ogni tensione identitaria è però un atteggiamento erroneo, e potenzialmente catastrofico.
Nessuna comunità o società è mai esistita, o può esistere, senza possedere tacite regole di interazione tra membri che si riconoscono reciprocamente come tali. Ritenere che le “Grandi Società ”, diversamente dalle piccole comunità , possano fare a meno di questa dimensione tacita, avendola sostituita con leggi e regole formali, è un’illusione.
Nessuna legge o regola funziona da sola, e nessun guardiano può sorvegliarne ovunque l’ottemperanza. Leggi e regole funzionano se implementate partecipativamente dai cittadini, e questi lo fanno tanto più, quanto più si sentono investiti di un’identità collettiva. In assenza di questa dimensione di adesione volontaria possiamo aggiungere regole su regole e divieti su divieti, senza regolare un bel nulla.
Un’identità collettiva è una forma d’esistenza idealmente in grado di sussistere autonomamente e di riprodursi intergenerazionalmente.
Essa è il correlato collettivo di un mondo possibile. Per ciascun individuo riferirsi a un’identità collettiva è l’unica cosa che, in una dimensione laica, permette di concepire i propri atti, valori, successi, retaggi e auspici come qualcosa che potrà avere una possibile continuazione al di là dei limiti della caducità individuale.
È quella dimensione che idealmente consente di preservare il proprio senso e i propri valori nel tempo, riproducendo pratiche e istituzioni che fanno esistere un gruppo sociale e il suo mondo.
Trattandosi di pratiche, tradizioni, valori e istituzioni che consentono ad un gruppo e al suo mondo di autoriprodursi, le identità collettive non possono basarsi su attività circoscritte, hobby, e simili: metallari o filatelici, interisti o vegani, non formano autentiche identità collettive.
Un’identità collettiva può sostenere “appartenenze multiple”, ma solo in forma di diversi livelli di comprensività : identità famigliare, comunitaria, urbana, regionale, nazionale, europea, ecc.
La rimozione costante, alimentata dalle spinte concorrenziali del sistema economico, di ogni identità collettiva tende a generare ciclicamente reazioni di rigetto.
Così, l’ordinamento liberale, e la sua ricetta di frammentazione sociale, prepara sempre il terreno per le proprie negazioni, dall’autoritarismo aggressivo dei nazionalismi del primo ‘900, all’odierno identitarismo islamico antioccidentale tra immigrati di seconda generazione, a localismi e regionalismi vari.
L’esigenza identitaria è tanto ineludibile quanto sensibile a degenerazioni.
In Italia le reazioni identitarie degli ultimi anni hanno preso strade non di rado patetiche.
Il “recupero delle radici” in forma regionalista o localista si è convertito spesso in iniziative di imbarazzante provincialismo, in un crescendo incestuoso di sagre del salume nativo, festival del poeta di cortile, mostre dell’imbrattatele indigeno, ecc. In molte aree d’Italia sembra ormai obbligatorio, perchè un prodotto culturale venga sponsorizzato, che glorifichi qualche prodotto caseario o letterario locale, spesso di essenza intercambiabile.
A monte di questa tendenza sta un fraintendimento dell’idea di “identità ” che viene concepita come qualcosa di statico e retrospettivo-nostalgico, dimenticando che ogni identità storica degna di memoria è stata caratterizzata sì dalla coltivazione di quanto ereditato, ma in vista dell’assimilazione e conquista del buono altrui.
Un’identità non si ha. Un’identità si diventa, alimentandola, difendendola, costruendola.
Un’identità collettiva è quel luogo ideale dove possono verificarsi la concordia circa ciò che è degno di memoria, l’unità in ciò che è degno di essere sperato, la collaborazione in ciò che può essere progettato.
Un’identità forte non ha bisogno di essere coercitiva, essendo intrinsecamente persuasiva.
Un’identità forte consente maggiore, non minore libertà di quella presente in società destrutturate, proprio perchè può contare di più sul controllo sociale e sulla condivisione di obiettivi.
Sono le identità fragili a tendere all’aggressività , dovendo costruirsi costantemente un nemico, in quanto senza opporsi ad esso non saprebbero di quali contenuti godere.
Un’identità collettiva non viene all’esistenza perchè è utile: non appartiene alla sfera dei mezzi, quanto piuttosto a quella dei fini, o delle condizioni per la loro esistenza. Essa non “serve” a qualcos’altro, non dipende da alcuna utilità estrinseca, ma si presenta come una dimensione naturale di ciò che conferisce e nutre valore.
Per quanto rischiose siano le sue derive, la dimensione dell’identità collettiva è un orizzonte che non può essere cancellato: può essere soltanto, o coltivato, o lasciato marcire — in quest’ultimo caso con esiti tossici.
(da “L’Espresso“)
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Novembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
SI E’ RIDOTTA A OFFERTA POLITICA DA FAST FOOD, INCAPACE DI INDICARE UNA STRADA… IL PARERE DI REGISTI, SCRITTORI ED EDITORI
Sembra un incubo vissuto a occhi aperti. Una sequenza alla David Lynch.
Invece è la sinistra: quella in cui «Renzi è come un attore che entra in ritardo con la battuta» e i suoi antagonisti «sono dominati dai machiavellismi»; quella che «resta fuori dalla battaglia ideologica fondamentale di questi anni»; è pronta «a fare resistenza più che a fare innovazione», «incapace di dire una parola definitiva», preda del “battibecco” e della scissionite – morbo che ne ha falcidiati più della spagnola e della peste nera -, priva di una “nuova idea di sè”, orba dei leader così come di uno «spessore culturale sufficiente a sostenerli».
Così, disarmati e depressi, più imboscati che arrabbiati, magari attoniti come particelle di sodio, la raccontano alcuni uomini di cultura, scrittori, editori, registi, che guardano da varie latitudini al frullatore incomponibile di Pd, Mdp, Campi progressisti, Sinistre Italiane, Possibili, Teatri Brancacci e altri cespugli.
Un mondo che, da D’Alema a Fratoianni, da Renzi a Grasso e Boldrini, di lampante ha al momento soprattutto la crisi che lo avvolge, e nel quale l’elettore è preso in mezzo in stile sparatoria.
Come ebbe a dire Paolo Virzì già un anno fa: «La mucca è nel corridoio, altrochè: sta muggendo per disperazione, perchè nessuno si occupa di lei».
Oggi la mucca è l’elettore, quello di sempre: muggisce per disperazione, non sa dove guardare, medita persino disertare le urne come non sospettava avrebbe fatto mai.
«La sinistra è il campo di un grumo nevrotico, che gli anni di Renzi — con quel suo modo di considerare irrilevante il discorso degli altri – hanno alla fine persino esasperato», sospira il regista Roberto Andò, che fra l’altro ai drammi di un segretario di sinistra ha dedicato un film (“Viva la libertà ”, 2013) e oggi la vede altrettanto nera: «Ma è chiaro», aggiunge, «che, mancando una personalità che catalizzi il meglio, continuare a mettere avanti questo grumo come imprescindibile la condannerà allo scacco. Ora facciamo i conti con piccole vanità , mentre è tremendo veder come sia a rischio un intero patrimonio, una eredità ideale, una radice forte che a poco a poco svanisce».
Mimmo Calopresti è sperduto: «La sinistra si è persa: ha cominciato qualche anno fa, sta andando avanti fino alla dissoluzione. Una volta l’ipotesi non votare per le persone di cultura era una specie di tradimento: adesso non è più un’idea così aliena. Io stesso ogni tanto ci penso».
È il “paradosso dell’elettore di sinistra”, chiarisce lo scrittore Diego de Silva: «Dovrebbe essere il destinatario dell’attenzione dei politici, invece è quello che si trova preso in mezzo tra i fronti, come in un conflitto. È chiamato a metterci una pezza, porgere l’acqua, dividere i litiganti».
Stavolta va ancor peggio: «L’abbiamo già visto con l’astensione in Sicilia. Il pericolo maggiore è che scatti una totale sfiducia, con la gente voltata dall’altra parte, la politica che va per conto suo».
A prevalere, dice l’autore di “Terapia per amanti”, è il senso del “disarmante”: «Nessun pensiero lungo, offerta politica da street food, oscillazioni degne del gossip, incapacità di prendere una strada: la ricomposizione, la costruzione di una alleanza, oppure un taglio netto».
Pisapia, Bersani, Speranza, Fratoianni e gli altri, dice, «sono tutti iscritti alla corrente possibilista, quella in cui non sai bene dove sei, come nelle relazioni amorose in cui ti vedi una sera, passi un weekend insieme, poi boh. Non c’è parola definitiva, e così non si va avanti».
Cioè uno c’era riuscito: «Renzi. Ha avuto un pensiero forte. Ma era sbagliato», dice De Silva con comicità forse involontaria.
Matteo come Quelo, il personaggio inventato da Corrado Guzzanti: la risposta è dentro di te, ma è sbagliata. Molto della realtà di oggi sta nella satira degli anni passati. Come una retrotopia capovolta, una allucinazione.
«Renzi una volta ha detto che gli è mancato dare spessore culturale alle sue proposte politiche: era una critica giusta, contro la cultura di sinistra».
Così l’editore Giuseppe Laterza parla di un universo più che sbiadito: da rivoluzionare, da ricominciare. «La sinistra è in crisi soprattutto da questo punto di vista: manca l’attrezzatura intellettuale, che va rinnovata», dice.
Un esempio? «È assente dalla vera battaglia di questi anni, quella tra i cantori della globalizzazione, e i sovranisti populisti: la sinistra non c’è, non c’è proprio, largamente per motivi culturali: non è stata capace – e faccio autocritica – di elaborare una offerta seduttiva, di valorizzare alcune idee e trasformarle in senso comune».
Oggi manca una “cultura nuova”, “una nuova ideologia” , mentre «c’è quella vecchia, che però non funziona, se non a sprazzi».
Quindi non è vero che il Pd ha generato mostri, come ha detto Andrea Orlando alludendo a Pietro Grasso e Laura Boldrini, eletti alle massime cariche istituzionali per volere dem.
O meglio: i mostri, se ce ne sono, non hanno colpe.
«Il problema non è di Fratoianni, di Boldrini, e nemmeno di Renzi. Il problema è se loro non hanno alle spalle una costruzione forte. De Gasperi o Togliatti erano dei giganti, ma non erano certo soli: avevano pantheon, elaborazioni, culture, mondi», chiarisce Laterza.
Vale anche per i temi di bruciante attualità , come l’immigrazione: «La Lega dice il suo facile no, ma noi chi gli contrapponiamo, Papa Francesco? Per ragionare sull’accoglienza e i suoi limiti, sull’identità nazionale e fiducia — che sono temi complessi – serve una attrezzatura mentale condivisa che probabilmente non c’è: non si può ridurre tutto solo alla lotta tra la linea di Minniti e quella di Delrio, o alla scelta della soluzione in base ai voti che conquista».
Senza una visione, il risultato rischia di esser quello di «essere continuamente sconfitti».
È d’accordo Roberto Andò: «Gli antidoti sono anzitutto culturali, e Renzi qualche piccolo passo lo aveva fatto, sul fronte della cultura come su quello dei diritti civili. Ma come puoi, dopo, non tenere la barra dritta per difendere lo ius soli? È suicida lasciare che prevalga la logica dei sondaggi. Si perde il senso della realtà , non si guardano i grandi processi, e il gesto napoleonico non serve, non basta».
A parallelo del vuoto culturale, c’è l’incapacità a cogliere quel che si muove davvero nella società .
La pensa così il giornalista e scrittore Christian Raimo, che tenta di trovare un filo logico a ciò che sta accadendo alla sinistra-sinistra (vaste programme).
«Stiamo per andare al voto con i tre figli turpi del berlusconismo, Salvini, Renzi e Grillo, dopo anni di eccesso di leaderismo, in cui si sono distrutte tutte le strutture democratiche in nome dei partiti leggeri. Rendo merito a chi in questi anni ha fatto resistenza, ma è ovvio che è molto difficile ricostruire, tanto più in campagna elettorale», dice.
Però, rimarca, «esistono delle battaglie di sinistra, dei fiumi carsici – come il nuovo movimento delle donne – che sono novità forti», e nessuno le coglie: «Se io fossi leader di sinistra me lo intesterei anche in forma strumentale, ma succede poco». Invece di parlare di alleanze, «cercherei di intercettare un consenso parlando a tutti quelli che, ad esempio, sollevano il tema delle molestie: non lascerei alle Iene il monopolio della questione».
Eppure. Prevalgono «gli sforzi machiavellici a mettersi insieme, che non corrispondono peraltro a possibilità reali di dialogo», nota Andò.
Si tentano, nota Raimo, «processi a freddo che sono profondamente sbagliati» nella costruzione della leadership («Boldrini, chi l’ha eletta? E Grasso? Persino Di Maio è più democratico»), preludono a «meccanismi ingovernabili», e che comunque «non ridurranno di un punto l’astensionismo, anzi».
«Ma, non so perchè, nessuno lo capisce. Forse gli va bene così?». Forse. Anche Pier Luigi Bersani del resto parla di «un popolo di sinistra fuggito nei boschi”».
«Io sono ormai nell’aperta campagna, quella oltre i boschi», puntualizza Raimo. Lontanissimo da tutti. Ma tutt’altro che solo.
«Mi sento disperso, come una particella di sodio», dice Calopresti: «Non ho mai avuto paura di votare per realtà piccole. Va bene anche essere in pochi. Ma se penso che tra poco bisogna andare a votare, è da disperarsi. Oggi credo ci sia davanti a noi qualcosa di – francamente – incomprensibile».
(da “L’Espresso”)
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Novembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
“UN TRAGICO ATTO DI DISCRIMINAZIONE VERSO I PROPRI CITTADINI” RICORDANDO DECENNI DI CACCIA ALLE STREGHE
È un giorno storico per la comunità Lgbt canadese. 
Con le lacrime agli occhi, il primo ministro Justin Trudeau ha chiesto scusa a nome dello Stato alle migliaia di funzionari pubblici, poliziotti e militari, licenziati o rimossi per decenni a causa del loro orientamento sessuale.
L’occasione è stato il termine di una causa collettiva avanzata da tremila vittime che ora vedranno riconoscersi un indennizzo per un massimo di 100 milioni di dollari canadesi (66 milioni di euro).
“Un’epurazione che è durata decenni e resterà per sempre un tragico atto di discriminazione da parte del governo verso i propri cittadini (…), Che hanno perso la dignità , le carriere o hanno visto i loro sogni e le loro vite spezzate”, ha detto Trudeau in Parlamento.
“È con vergogna, tristezza e profondo rammarico per le cose che abbiamo fatto – ha continuato – che oggi sono qui e dico: abbiamo sbagliato, ci scusiamo, mi dispiace, ci dispiace”.
IL PERIODO DELLE PURGHE
Dagli anni ’40 ai primi anni ’90, il governo canadese mise in atto una vera e propria caccia alle streghe che portò al licenziamento di migliaia di persone. I funzionari pubblici sospettati di essere omosessuali o trans erano messi sotto controllo e sottoposti a duri interrogatori. Le stime indicano circa 9mila persone perseguitate.
Secondo LgbtPurge.com, il sito ufficiale della class action, gli agenti della sicurezza nazionale consideravano i lavoratori appartenenti alla comunità Lgbt come una minaccia perchè si credeva avessero una tendenza a simpatizzare con i comunisti.
Un’altra teoria in voga al tempo era che i gay e le lesbiche fossero più suscettibili al ricatto degli agenti stranieri e quindi più inclini a diventare spie.
Per gli investigatori la sfida principale era riuscire a capire le reali inclinazioni sessuali dei sospettati. Per questo negli anni ’50 fu commissionata la creazione di un dispositivo in grado di provare “scientificamente” l’omosessualità .
Un professore della Carleton University realizzò una macchina che la Royal Canadian Mounted Police ribattezzò Fruit Machine, dove il termine ‘fruit’ non sta per ‘frutta’ ma, riferito a una persona, è un termine dispregiativo usato per indicare i gay.
Secondo questa procedura, il soggetto indagato veniva messo su una sedia simile a quella di un dentista e gli venivano mostrate immagini pornografiche.
Il macchinario, secondo quanto spiega il sito, doveva registrare la risposta sessuale attraverso parametri come la dilatazione delle pupille, la sudorazione e le pulsazioni.
FINO AL 1992
Sebbene il Canada abbia depenalizzato gli atti omosessuali sin dal 1969, il programma continuò fino al 1992 rovinando decine di migliaia di vite, punendo le vittime anche con la reclusione e l’accusa di “grave indecenza e abuso fisico”.
IL CANADA DI OGGI
Una pagina nera della storia di un Paese che oggi invece è tra i più avanti nell’affermazione dei diritti Lgbt. Il matrimonio tra persone dello stesso sesso venne legalizzato nei vari dipartimenti tra il 2003 e il 2005, facendo della nazione il primo paese americano e il quarto al mondo a concedere questa possibilità ai propri cittadini.
Proprio l’anno scorso Trudeau partecipò al Pride di Toronto: è stato il primo capo di governo a scendere a sfilare con le bandiere arcobaleno.
Parlando alla Camera dei Comuni il premier canadese ha detto che “il governo ha esercitato la sua autorità in modo crudele e ingiusto”. Il gruppo per i diritti degli omosessuali ha definito le scuse come “estremamente sentite e significative”.
Inoltre è di pochi giorni fa la proposta del governo di una legislazione che consentirà di cancellare in modo permanente i casellari giudiziari di coloro che sono stati condannati in passato per attività sessuale con partner dello stesso sesso.
(da agenzie)
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Novembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
I RAPPORTI TRA LUCA MORISI, SOCIAL MEDIA MANAGER DI SALVINI, E MARCO MIGNOGNA, ATTIVISTA SOCIAL M5S
I due sono amici non solo su Facebook, amici nella vita vera.
Lavorano insieme da anni a questa galassia di siti che condividono il codice con cui si incassa la pubblicità online, oltre che i bersagli e i nemici delle loro operazioni.
Luca Morisi, social media manager ufficiale di Matteo Salvini, e Marco Mignogna, attivista M5S, social media manager pure lui, da cui tutti fuggono, adesso, affrettandosi a dire di non aver mai saputo chi fosse.
Spuntano sempre dei «social media manager», o delle persone che si definiscono «webmaster», in questa storia: professionisti, come i due in questione, o dilettanti, come Adriano Valente, che gestiva la pagina Facebook (Virus5stelle) che ha rilanciato la viralità della falsa foto di Boschi e Boldrini ai funerali di Riina.
Morisi nel gennaio 2015 fa a Mignogna gli auguri per la nascita di suo figlio, spiegando come Mignogna lavori a tempo pieno («24×7») a operazioni leghiste: «Tiene tantissimo al suo figlio virtuale, “Il Sud con Salvini”, fa il baby-sitter online 24×7 per “Noi con Salvini”, ma oggi è in estasi per il suo secondo bimbo (vero!): congratulazioni di cuore all’amico (e grande professionista) Marco Mignogna, e alla bis-mamma. Giovani papà salviniani crescono nel cuore del Sud!».
Pazienza se nelle info del suo blog si definisce «attivista 5 Stelle».
In un altro post di Morisi, del 2014, leggiamo: «Grandissimi i miei amici di “Il Sud con Salvini!”. Bravo Marco Mignogna. Ventimila like in poco più di due mesi. Sono stati due mesi travolgenti… Cavalcando l’effetto Salvini. Forza Capitano! La parte buona e sana del Sud è con te!».
La terza cosa interessante sono le amicizie virtuali di Mignogna.
Vi compare naturalmente Morisi, ma anche Luigi Di Maio – che, ci dice David Puente, autore del report che ha individuato queste cose – ricambia l’amicizia.
Amicizia ricambiata anche col profilo ufficiale di Carlo Martelli, senatore M5S, matematico, figura interessante, nel network pro M5S.
Il discorso del blog di Grillo («Abbiamo un network enorme che ha più di dieci milioni di like e raggiunge ogni giorno milioni di italiani nella massima trasparenza ed è composto da persone fisiche facilmente rintracciabili e pubbliche») non dà il giusto peso al principio fondamentale esposto da Davide Casaleggio nel suo bel libro «Tu sei rete»: con sei gradi di separazione si può raggiungere chiunque nel mondo; qui i gradi di separazione tra profili ufficiali M5S e figure pro M5S non ufficiali sono uno, a stento. Con incroci diretti, anzi.
Facebook ha spiegato di essere intenzionata a collaborare in maniera più determinata, e non nega vi sia un network molto profilato pro M5S.
Una elementare ricerca su alcuni di questi siti (per esempio info5stelle) con parole chiave (per esempio «Boschi») riflette una galleria agghiacciante di demonizzazione e distruzione virale di una persona, compiuta sotto un logo che richiama quello del Movimento, pur senza esserlo.
È toccato a lei, domani toccherà a chiunque altro.
(da “La Stampa”)
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Novembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
E’ RIPARTITA LA CORSA AD RIACCREDITARSI ALLA CORTE DI SILVIO
La quota del 40% sembra vicina, anche se la campagna elettorale in realtà deve
ancora cominciare.
Per questo, racconta oggi il Corriere della Sera, imprenditori e burocrati tornano a mettersi in fila alla porta del centrodestra. Come sappiamo, ci vuole un risultato ben distribuito tra collegi uninominali e quota proporzionale per vincere le elezioni con il Rosatellum e questa punteggio sembra ancora lontano.
Eppure, scrive Tommaso Labate, l’ex premier si muove come il«vincitore percepito» delle prossime elezioni. Anzi, sta fermo. Perchè sono gli altri a muoversi verso di lui.
E così una settimana fa, ai piani alti di Montecitorio, alcuni funzionari vicini al Pd si lamentavano del fatto «che la corsa della burocrazia ad accreditarsi o a riaccreditarsi con FI è una cosa che a raccontarla non ci si crederebbe».
Un ex ministro di Berlusconi, che preferisce rimanere anonimo, riferisce di analoghi movimenti in corso «nella pancia dei ministeri che contano così come, tanto per dirne una, in Cassa depositi e prestiti…».
Se alcuni ambienti finanziari internazionali guardano al centrodestra con una certa dose di sospetto , l’italica burocrazia silenziosa sembra aver capito l’orizzonte a cui guardare. E quell’orizzonte, al momento, è di nuovo Berlusconi.
Di sussurro in sussurro, di sondaggio in sondaggio, il salotto di Arcore è tornato a essere un centro di gravità permanente.
Qualche settimana fa, a parlare di imprenditoria e di futuro del Paese, a Villa San Martino ha fatto capolino il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Carlo Sangalli, numero uno di Confcommercio, non ha mai smesso di frequentare la casa, visto che dell’ex premier è amico personale da secoli.
Insomma, Silvio è tornato di moda. In attesa di un risultato che però non si preannuncia così scontato.
(da “NextQuiotidiano”)
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Novembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
“LE VARIAZIONI NON ATTUANO E NON ADEMPIONO AI CONTENUTI PREVISTI”
È negativo il parere dei revisori di conti alle variazioni del bilancio di previsione finanziario 2017-2019 del Comune di Torino.
L’organo di revisione boccia la delibera approvata lunedì dal Consiglio comunale con un “parere non favorevole” perchè “sebbene le variazioni proposte lascino invariati gli equilibri di bilancio, di per sè le stesse non attuano e non adempiono ai contenuti previsti nelle riserve e nelle prescrizioni dei pareri espressi”.
Continua dunque il muro contro muro tra l’amministrazione comunale e l’organo di revisione, composto da Herri Fenoglio, Maria Maddalena De Finis e Nadia Rosso. Nelle dodici pagine del loro parere, gli esperti contabili sostengono che nelle variazioni al bilancio di previsione l’amministrazione “non ha adottato alcun provvedimento in riferimento alla passività Ream”, i 5 milioni di euro che la Città deve restituire alla società nell’ambito dell’operazione Westinghouse.
Secondo i revisori, inoltre, “nulla è stato previsto in merito al disavanzo di amministrazione risultante dal rendiconto 2016 di oltre 310 milioni di euro”.
“Non risultano recepite — scrivono ancora i revisori — le misure previste dal Piano di Interventi” e “non risultano adempiute le riserve e le prescrizioni” contenute nei pareri al bilancio di previsione 2017-2019.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
AMNESTY INTERNATIONAL DENUNCIA LE “POLITICHE DISUMANE” IN ATTO NELLA CITTA’ FRIULANA… LA CROCE ROSSA AVEVA OFFERTO UN DORMITORIO A COSTO ZERO PER IL COMUNE, MA IL SINDACO EX MISSINO (CHE ALMIRANTE AVREBBE PRESO A CALCI IN CULO) SI OPPONE
A Pordenone è polemica sui migranti. Un dibattito dai toni accesi, che coinvolge
Prefettura, sindaco, Croce Rossa e associazioni di cittadini. Tutti la considerano una «situazione insostenibile», ma per motivi diversi.
Il sindaco Alessandro Ciriani afferma che «la città sta facendo più del dovuto, accogliamo più di 400 persone, contro le 125 che ci spetterebbero» e quindi non deve spingersi oltre. Croce Rossa e associazioni invece ritengono «umanamente degradanti» le condizioni in cui vivono una sessantina di profughi, veri e propri senzatetto, che passano le nottate al freddo, per strada. E si lamentano per la mancata apertura di un dormitorio completamente finanziato dalla Croce Rossa — quindi a costo zero per il Comune — che avrebbe permesso di dare riparo a queste persone.
Una situazione a cui si è interessata anche Amnesty International, che ha denunciato le «politiche disumane e di sapore elettoralistico» portate avanti dal sindaco Ciriani.
In un comunicato del 23 novembre scrive: «In questi giorni abbiamo letto e ascoltato frasi di sindaci e assessori secondo cui un’accoglienza degna e rispettosa dei diritti umani costituirebbe un fattore d’attrazione per altri migranti indesiderati. Da qui le misure di deterrenza: niente servizi igienici, niente dormitori e costanti minacce di sgombero». Una situazione insostenibile, che va avanti da mesi.
IL DORMITORIO
«A Pordenone arrivano moltissimi migranti. Non tutti trovano accoglienza nelle strutture predisposte dalla Prefettura e sono costretti a vivere per strada. Una quindicina di loro avevano trovato rifugio in un parcheggio sotterraneo, che lo scorso 20 aprile è stato fatto sgomberare» racconta all’Espresso Giovanni Antonaglia, presidente della Croce Rossa di Pordenone.
«La Croce Rossa, insieme alle associazioni cittadine, prestava assistenza a questi migranti che dormivano per strada, anche se la Polizia locale e l’amministrazione comunale ci hanno più volte ribadito la “non opportunità ” di portargli del cibo e delle coperte» continua Antonaglia.
Così in primavera nasce l’idea del dormitorio. «Tra maggio e giugno abbiamo presentato al Comune e in Prefettura un progetto per la creazione di un dormitorio-refettorio con 24 posti letto per togliere dalla strada queste persone. Proposta che non è stata accettata» ricorda il presidente «ci abbiamo riprovato a inizio novembre, ma si è sollevata una marea di polemiche».
E pensare che il progetto non avrebbe gravato sulle casse comunali: «Avevamo trovato uno stabile, in periferia, verso la zona industriale. L’affitto sarebbe stato completamente a carico nostro, senza nessun onere per il Comune».
«Il sindaco Ciriani considera l’apertura di un dormitorio come una “calamita” che può attirare l’arrivo di nuovi migranti» continua Antonaglia.
Da aprile però l’arrivo dei migranti non si è arrestato, nonostante continuino a vivere per strada: erano 40 a luglio, oggi sono quasi 60.
«Noi vogliamo mettere un tetto sulla testa a queste persone che dormono per strada, al freddo, in attesa che le commissioni territoriali decidano sul loro destino» sottolinea Antonaglia «il centro permetterebbe poi di fornirgli una serie di informazioni sulle strade che possono percorrere. Come quella del rimpatrio volontario».
In questi giorni, dato l’avvicinarsi dell’“Emergenza freddo” prevista per il prossimo 1 dicembre, le istituzioni stanno cercando una soluzione. Dopo il rifiuto della proposta della Croce Rossa, «perchè non percorribile», è stato chiesto alla diocesi di accogliere i profughi nelle parrocchie. «Non abbiamo spazio, ma daremo ugualmente una mano» ha dichiarato il vescovo, monsignor Pellegrini.
E adesso in Prefettura cercano un’altra soluzione, «un capannone fuori città » come riportano fonti di stampa. Intanto già due profughi hanno dovuto far ricorso alle cure mediche dell’ospedale, entrambi con un principio di polmonite.
IL CLIMA IN CITTA’
In questi mesi il braccio di ferro tra favorevoli e contrari al dormitorio per i migranti ha inasprito il clima in città . Le associazioni, come Rete Solidale e Il ballo della scrivania, che si sono interessate alla questione dei migranti senzatetto denunciano una vera e propria campagna denigratoria nei loro confronti.
«Dallo scorso luglio è in corso una campagna di comunicazione dei partiti di destra che sostengono la giunta comunale contro chi appoggia l’iniziativa dell’apertura del dormitorio» afferma Flavia de Il ballo della scrivania.
«Inoltre è stata perpetrata una vera e propria denigrazione della Croce Rossa» dichiara mentre fa vedere un volantino di CasaPound. Il movimento della tartaruga frecciata ha tappezzato Pordenone con volantini che ritraggono Anir Amri (l’attentatore che il 19 dicembre 2016 ha ucciso 12 persone a Berlino, ndr) e la scritta “Grazie Croce Rossa”.
«Da aprile è cominciata una campagna stampa massiccia contro i rifugiati. Sono considerati unicamente come un problema di ordine pubblico e decoro. C’è poi un continuo tentativo di criminalizzazione dei volontari e della Rete Solidale indicati come “scafisti di terra”» afferma Elisabetta, componente dell’associazione, «veniamo additati come interessati a far confluire i rifugiati a Pordenone. Siamo dileggiati quotidianamente da una rete televisiva locale, Telepordenone. Su Facebook poi il sindaco interviene ogni giorno aizzando l’opinione pubblica e sostenendo che, se Pordenone ha un numero di rifugiati superiore a quello previsto dalla legge, è colpa di chi li richiama. Ma eÌ€ ovvio che essendo Pordenone sede dei servizi essenziali per i richiedenti asilo, questi preferiscono stare in cittaÌ€»
Ma si fa di tutto per rendergli la vita impossibile. Non solo i migranti sono costretti a vivere per strada, come a Comina, nella zona nord di Pordenone, senza servizi igienici e sanitari. Quando si recano alle mense organizzate dai volontari, la Polizia locale porta via tutti i loro effetti personali, dai sacchi a pelo alle tende in cui dormono.
IL SINDACO
«Il Friuli Venezia Giulia, e Pordenone in particolare, sono ormai la Lampedusa del Nord» afferma all’Espresso, con toni allarmistici, il sindaco Alessandro Ciriani. «Noi abbiamo fatto il nostro, anzi di più» prosegue il primo cittadino eletto nel giugno 2016 sostenuto dalla lista Civica Pordenone Cambia, Lega Nord, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Autonomia responsabile. Nonostante l’emergenza freddo ormai alle porte, il sindaco non lo vuole nemmeno sentire nominare il dormitorio.
Ciriani critica duramente i comuni limitrofi, che non hanno nessun profugo: «E molti politici se ne sono addirittura vantati in campagna elettorale. Perchè invece di scrivere che Pordenone non vuole un dormitorio, non andate a chiedere agli altri sindaci perchè non accolgono?».
Con lui, ex missino che ha iniziato a fare politica perchè “ispirato dal carisma di Giorgio Almirante” (come scriveva su Facebook il 22 aprile 2017, ndr), il dialogo non può che essere difficile.
Anche perchè con l’estrema destra non ha mai tagliato i ponti: ad esempio, il 27 gennaio 2017 in occasione del giorno della memoria delle vittime dell’Olocausto, il primo cittadino ha ricevuto una delegazione di CasaPound in Municipio.
L’INIZIATIVA
C’è chi però ancora spera in un ripensamento del sindaco e del prefetto. «Non capita tutti i giorni di vedere un’iniziativa umanitaria di questo tipo, organizzata dai cittadini e dalla Croce Rossa in maniera autonoma» afferma all’Espresso Teho Teardo .
Il compositore pordenonese è «preoccupato» per quello che sta succedendo: «In città non c’è mai stato motivo per un conflitto con gli stranieri. L’aria pesante che si respira è un’invenzione della stampa e della televisione, con proclami che anche Libero si sognerebbe. Così non si fanno che alimentare le paure della gente».
E gli stranieri non hanno mai creato problemi: «A Pordenone rubavano solo gli eroinomani. C’è una comunità ghanese numerosissima in città , e tutti sono più che integrati. Nessuno ha mai avuto da ridire qualcosa. In moltissimi poi ospitano in casa i migranti».
Per sensibilizzare l’opinione pubblica, Teardo ha partecipato alla produzione del video dell’associazione Pordenone Solidale. «Ho riunito alcuni colleghi per sostenere le donne additate a “scafiste da strada” e alle persone incolpate di “richiamare i clandestini” a Pordenone»
Registi, attori, musicisti, scrittori. E tanti, tanti cittadini. Tutti a sostegno di chi, nella città friulana, aiuta i migranti che vivono in condizioni di degrado ma sono additati come “scafisti di strada” e “richiamo per i clandestini”.
Da Elio Germano a Michele Riondino, da Mario Martone a Vasco Brondi, nel video dell’associazione Pordenone Solidale sono in molti a metterci la faccia per evitare che la città diventi nota come luogo “in cui si rubano le coperte ai senzatetto ed è reato fare l’elemosina
Nel video insieme a 153 pordenonesi, compaiono i registi Liliana Cavani, Mario Martone, Daniele Vicari e Andrea Molaioli, gli attori Elio Germano e Michele Riondino, la danzatrice Marta Bevilacqua. E poi scrittori come Christian Raimo e Andrea Maggi, intellettuali come Alessandro Portelli e moltissimi musicisti. Tutti a sostegno di un’iniziativa portata avanti da chi vede nei migranti delle persone prima che dei numeri.
(da “L’Espresso”)
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Novembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
PER I FRANCESCANI DEL M5S OLTRE AL VOTO DI POVERTA’ E CONSIGLIATO ANCHE QUELLO DI CASTITA’… IL “SACRIFICIO” DI DI MAIO CHE SI DEVE DEDICARE ANIMA E CORPO AL BENE DEL PAESE
Luigi Di Maio e Silvia Virgulti si sono lasciati. Una notizia che non è certo passata inosservata e che si è merita una serie di articoli sui giornali e lanci d’agenzia.
Di Maio ha raccontato che “da oltre un mese la nostra relazione sentimentale è finita, ma siamo rimasti in ottimi rapporti” mentre l’ex compagna ha detto “Ci siamo lasciati liberi di vivere ognuno la propria vita. Questo significa volere bene, cioè volere il bene dell’altra persona”.
Una notizia che però arriva come un fulmine a ciel sereno. Era solo fine agosto quando la coppia Di Maio&Virgulti posava su settimanale Oggi assieme a Giancarlo Cancelleri e alla fidanzata Elena Catanzaro.
All’epoca si parlava di nozze imminenti, subito dopo le politiche.
Insomma, prima gli italiani, poi il dovere
Silvia, rimembri ancora quel tempo in cui eri la First Lady del M5S
Di per sè la notizia non è poi così interessante: è solo gossip. Ma veniamo da un periodo in cui Alessandro Di Battista imperversa sui giornali con i suoi racconti sul “seno quintuplicato” della compagna dopo l’allattamento, di pannolini sporchi di pipì, della consistenza “appiccicosa” della cacca del piccolo Andrea.
Del resto Silvia Virgulti non è una qualsiasi, è una delle figure centrali della comunicazione pentastellata. La Virgulti — esperta di PNL — èti è la consulente della comunicazione dei Cinque Stelle che insegna ai pentastellati i trucchetti della comunicazione vincente.
E non si può dimenticare che fu lo stesso Di Maio, in un’intervista a Vanity Fair, ad aprire le porte della sua vita privata parlando della sua “fidanzata sexy”.
Insomma fu Di Maio stesso a sdoganare ufficialmente il gossip sui di sè e sulla sua vita privata.
Sui motivi della separazione non si sa nulla, ed è giusto così. Che almeno per una volta, gli affari di famiglia del MoVimento 5 Stelle rimangano privati.
Molti lettori se la sono presa con i giornali che hanno dato la notizia, dicendo come al solito “che ci sono ben altri problemi di cui occuparsi“.
Ma non si può far finta che anche questa notiziuola abbia un certo peso. Soprattutto in un partito come il M5S, dove le relazioni familiari e dinastiche hanno un certo peso sugli equilibri interni.
Basti pensare a Davide Casaleggio che ha ereditato dal padre la posizione di “guru” o quella di Enrico Maria Grillo, socio assieme allo zio Beppe dell’associazione che controlla il M5S.
Del resto Di Battista ha deciso che non si ricandiderà “per motivi familiari”.
I grillini che difendono l’ennesimo sacrificio dei 5 Stelle
La buona notizia è che Di Maio è single e torna “sul mercato”. Dopo l’annuncio del fidanzamento del Principe Harry e dal momento che Macron è ancora sposato questo fa del futuro Presidente del Consiglio a 5 Stelle lo scapolo più desiderato d’Europa. Nessuno però sembra preoccuparsene.
Forse perchè i simpatizzanti pentastellati sanno che stare al fianco di un importante leader politico è difficile e a volte doloroso. E chi meglio di loro potrebbe saperlo, visto il trattamento riservato ad ogni sospiro di Agnese Landini, la moglie di Matteo Renzi?
Un MoVimento sempre più francescano
Sui social c’è molta ironia sui motivi per cui Di Maio e la Virgulti si sono lasciati, battute come “se sarebbe ancora la mia ragazza gli direi arrivederci” che giocano sulle difficoltà di Di Maio con il congiuntivo.
Ma c’è chi prova a difenderlo da questa Internet dell’invidia e dell’odio e ci spiega che quello di Luigi è l’ennesimo sacrificio al quale si sono sottoposti i portavoce. Ragazzi meravigliosi che hanno dovuto sacrificare tutto per la politica — il lavoro, gli studi, la carriera — per dedicarsi alla Nazione per 5 o 10 anni.
Per il bene del Paese — ci spiegano — Di Maio non ha tempo per la famiglia. Deve lavorare, sospendere la propria vita, per un bene superiore. Del resto non passa giorno che i nostri splendidi ragazzi ci spieghino quali sono le priorità del Paese, quasi che il Parlamento sia in grado di fare una cosa sola alla volta.
Altri se la prendono con i “soliti criticoni” e ricordano che dall’altra parte c’è Berlusconi con le sue “cene eleganti” e le sue condanne.
Che cosa c’entri non è chiaro, ma come sempre c’è ben altro di cui occuparsi. Ed in effetti basta sfogliare i quotidiani di oggi per vedere che tutti sono riusciti ad occuparsi anche d’altro.
C’è chi fa ironia sul fatto che Di Maio non abbia seguito (ma non lo sappiamo) il consiglio del suo amico Alessandro Di Battista che l’altra sera a Otto e Mezzo spiegava che “La terapia di coppia ha consentito a me e Sahra di conoscerci meglio. È un’esperienza bellissima che consiglio a tutte le coppie”.
(da “NextQuotidiano”)
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