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STORACE E ALEMANNO DIVENTANO SALVINIANI: RIUSCIRANNO I NOSTRI EROI A CONQUISTARE UN POSTO IN PARLAMENTO?

Dicembre 1st, 2017 Riccardo Fucile

“LA MELONI NON CI VUOLE”… E ALLORA L’EX DESTRA SOCIALE SI ARRUOLA NELLE TRUPPE PADAGNE CHE LO AVEVA CHIAMATO “DINOSAURO”

Storace, proprio lei leghista?
Embè?
Lei e Alemanno, gente di destra dura e pura, sostenete il Carroccio. Come lo spiega?
Il sostegno è legato alla capacità  di Salvini di rappresentare il clima di disagio civile che c’è nel Paese.
Ma scusi, non era più logico sostenere la Meloni? Avete fatto un tratto di strada comune…
La Meloni se l’è scordato che veniamo dalla stessa storia. E siccome lo ripete a ogni piè sospinto io non voglio farle un dispiacere nè tantomeno voglio disturbarla con la mia presenza. Se ogni giorno dice che con me non ci vuole avere a che fare, io l’accontento. O no? Se nel centrodestra la partita è tra Berlusconi e Salvini, poi uno dei due lo devi scegliere. Non è che abbiamo l’ambizione alla premiership, noialtri.
Facciamo un passo indietro: alle Comunali di Roma lei sosteneva Marchini, Salvini si schierò con la Meloni. In un’occasione, il leader del Carroccio disse che Marchini “si è circondato di dinosauri come Storace e Alemanno”.
No guardi, a me non mi ha mai citato come dinosauro. Ma poi sono giudizi vecchi, onestamente non ci siamo offesi, anzi.
Tutto sepolto, quindi.
Ma sì, è una congiuntura politica ormai passata. Anche Meloni ora parla con Berlusconi eppure fu lui a capitanare il fronte Marchini. Si può anche dire che una volta mi trovarono con le dita nel naso ma sono episodi.
In Sicilia la Lega, dopo la grande prova di unità  alle elezioni, si sta già  smarcando da Musumeci. Come se ne esce?
Se il centrodestra a trazione sovranista riesce a prendere più voti, quella è la strada indicata dal popolo.
Un berlusconiano le direbbe che ci sono anche tanti milioni che vorrebbero Berlusconi premier.
E allora democraticamente si deciderà  alle elezioni.

(da “il Corriere della Sera”)

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PRIMA RIUNIONE PER LA GIUNTA MUSUMECI E SGARBI E’ GIA’ ASSENTE

Dicembre 1st, 2017 Riccardo Fucile

IL CRITICO AVEVA GIA’ FATTO IL SUO SHOW CON LA STAMPA: “IL POSTO MI SPETTAVA, HO PORTATO IL 5% DI VOTI A MUSUMECI”… IL GOVERNATORE: “MOMENTO DIFFICILE, VI SORPRENDEREMO”: CI BASTANO QUELLE CHE CI HA GIA’ RISERVATO

Quando si insedia la giunta Vittorio Sgarbi non c’è. La prima riunione del governo di Nello Musumeci si è riunita con undici assessori su 12: all’appello mancava infatti il neo-assessore ai Beni culturali, che per Musumeci “aveva un volo alle 16”.
Sgarbi si è presentato a Palazzo d’Orlèans, ha fatto un breve rendez-vous coi giornalisti, ma non è mai arrivato in Sala Alessi per la photo-opportunity organizzata dal governatore e la prima seduta della giunta.
Il resto è la cronaca delle dichiarazioni di prammatica. “Il momento è drammatico — dice Musumeci — e vi diremo nei prossimi giorni cosa faremo. Dateci il tempo di avviare questa macchina e poi vi sorprenderemo. Abbiamo molte cose da dirci e da fare. Questa giunta di governo ha deciso di tenere un profilo basso nella comunicazione esterna che spero vogliate apprezzare”.
Pochi minuti prima, però, gli assessori si erano mossi in direzione opposta.
“Io — aveva esordito Sgarbi – sono assessore in quota di nessuno. Musumeci ha vinto con uno scarto di cinque punti che poi sono quelli che venivano attribuiti al mio movimento Rinascimento. L’assessorato mi spettava”.
Un assessorato che secondo Sgarbi non sarebbe stato possibile cedere alla componente trapanese di Forza Italia, che oggi ha polemizzato attraverso le dimissioni di Antonio D’Alì, e che potrebbe essere a tempo: “Se diventassi ministro — avvisa Sgarbi — lascerei. Ma se diventassi senatore mi dimetterei da Palazzo Madama”.
Poi Sgarbi è passato a illustrare i suoi progetti, a partire dalla ricostruzione del tempio G di Selinunte: “Nascerà  un’autorità  regionale per i Beni culturali, un Alto commissario per le arti nel Mediterraneo”.
Vincenzo Figuccia, neo-assessore ai Rifiuti, dice invece che sui termovalorizzatori si deciderà  collegialmente.
Per l’assessore regionale al Territorio Toto Cordaro la priorità  è “una grande ricognizione su tutte le criticità  che ci sono in Sicilia”
Intanto, però, c’è anche un addio. La segretaria generale di Palazzo d’Orlèans Patrizia Monterosso ha salutato il personale della presidenza: la burocrate è in uscita dopo avere ricoperto l’incarico coi governi Lombardo e Crocetta.

(da agenzie)

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IN ITALIA NON C’E’ ALCUNA EMERGENZA ABORTI: I PROLIFE SI METTANO L’ANIMO IN PACE

Dicembre 1st, 2017 Riccardo Fucile

A 40 ANNI DALL’ENTRATA IN VIGORE DELLA 194, L’ITALIA E’ UNO DEI PAESI A PIU’ BASSO TASSO DI ABORTI VOLONTARI… E IL DATO CONTINUA A DIMINUIRE

Ecco l’ultima strategia dei Prolife: tappezzare Roma di manifesti piuttosto crudi, con un feto e una pinza che campeggiano al centro della locandina. In cima lo slogan: “Un bambino ucciso ogni 5 minuti. Dal 1978 più di 6 milioni uccisi dall’aborto. Ricordiamo anche questi morti”.
Manifesti rigorosamente abusivi e che riescono perfettamente nel loro intento: disturbano, nauseano, creano sconcerto.
Tralasciando l’utilizzo della parola “bambino” già  di per sè impropria, di quali cifre stiamo parlando?
Il palese intento del copy è essenzialmente quello di evocare un genocidio, un olocausto, tirando in causa una cifra che è più di quattro volte quella dei morti italiani nella Grande Guerra.
I NUMER
A quasi quarant’anni dalla conquista della legge 194, quella sull’interruzione volontaria di gravidanza, lo scorso anno si è registrato un forte calo nel numero degli aborti, scendendo per la prima volta sotto i 90.000, il 9,3 percento in meno rispetto all’anno precedente.
Questo dato è in linea con una progressiva diminuzione in atto sin dalla fine degli anni ottanta. L’Italia infatti, secondo l’Istat, è uno dei Paesi dell’Unione Europea con il più basso livello di abortività  volontaria
I dati riportati dalle Nazioni Unite mostrano che livelli inferiori a quelli dell’Italia si registrano solo in Austria (il cui dato peroÌ€ risulta fermo al 2000), Germania e Grecia. I valori piùÌ€ elevati si riferiscono a quasi tutti i Paesi dell’Est Europa con l’eccezione della Svezia
La diminuzione ha interessato tutte le classi di età , con l’eccezione delle ragazze minorenni (dai 15 ai 17 anni) il cui dato rimane invece stabile con circa 4 donne su 1000 che decidono di interrompere una gravidanza.
Le donne straniere presentano livelli di abortivitaÌ€ molto piuÌ€ elevati delle donne italiane e sono mediamente di due anni piuÌ€ giovani: le prime hanno un’etaÌ€ media di ricorso all’aborto volontario pari a circa 29 anni, le seconde di 31 anni
Tra i gruppi più numerosi di stranieri residenti in Italia, il tasso di abortivitaÌ€ è più elevato per le donne cinesi (30,0 casi di interruzione per 1.000 donne cinesi di etaÌ€ 15-49 anni), seguite da rumene (22,7), albanesi (16,6) e marocchine (16,2) .
Alla diminuzione degli aborti cresce l’utilizzo della “pillola dei cinque giorni dopo” (a base di ulipristal acetato), complice la decisione dell’Aifa dello scorso anno di eliminare l’obbligo della ricetta medica per le maggiorenni
A marzo di quest’anno, il boom della vendita del farmaco ha fatto sì che il senatore di Ap Giuseppe Mariniello presentasse un’interrogazione parlamentare al Ministero della Salute. «I dati sull’utilizzo della pillola dei cinque giorni dopo raccolti recentemente da Federfarma» scrive il rappresentante di Area popolare «destano scalpore per le dimensioni assunte dal fenomeno: le vendite nel 2016 sono cresciute del 96% in 10 mesi e rispetto al 2014 sono aumentate di 15 volte»
Nocciolo della richiesta del senatore: ripristinare l’obbligo della ricetta medica. I dati presentati da Mariniello presentano una lettura sbagliata. Federfarma infatti fa sapere che l’incremento c’è stato, complice la liberalizzazione della pillola, ma non della portata sostenuta dal senatore bensì del 24 percento sul totale della contraccezione d’emergenza (quindi compresa la pillola Norlevo, quella del giorno dopo).
Piuttosto il problema è la scarsa conoscenza da parte delle donne della mancanza dell’obbligo della prescrizione medica. Una ricerca condotta da Swg e Health Communication dimostra che solo il 16 percento delle intervistate è a conoscenza del fatto che non ci sia alcun bisogno di ricetta; il 36 percento è convinto che esista ancora l’obbligo della prescrizione.
A questo dato va sommato il larghissimo numero di obiettori di coscienza in tutti gli ospedali italiani, a cui ora si sommano una fetta di farmacisti che alla richiesta della pillola tentennano, negano, si sottraggono.
Un terzo dei farmacisti intervistati riconosce che la propria categoria fa resistenza a vendere la pillola dei cinque giorni dopo in mancanza della ricetta e il 18 percento non darebbe senza prescrizione alcun farmaco a una donna che volesse evitare una gravidanza indesiderata.
In barba alle regole e alle direttive dell’Unione Europea, il medico o il farmacista, in nome della propria personale obiezione di coscienza, si rifiuta di somministrare o vendere un farmaco che interrompa una probabile gravidanza.
I dati, quindi, ci mostrano chiaramente che non c’è alcuna emergenza aborto nel nostro Paese. Continua però a essere presente una costante indisponibilità  da parte di professionisti della sanità  ad applicare le leggi dello Stato.

(da “L’Espresso”)

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BONUS BEBE’. LA BEFFA IN UN PAESE SENZA PIU’ FIGLI

Dicembre 1st, 2017 Riccardo Fucile

LE POLITICHE SOCIALI NON SI FANNO CON I BONUS, MA CON MISURE CONTINUATIVE E UNIVERSALISTICHE

Se sono una lavoratrice autonoma con due figli di tre e cinque anni, tutto ciò a cui ho diritto oggi, pur avendo messo al mondo due bambini, sono unicamente i miseri sgravi fiscali di sempre, che coprono a malapena le spese per il latte.
Niente bonus mamma domani, niente bonus asilo nido o bonus bebè (quest’ultimo solo per i nati dal 2015), niente assegni familiari, cui hanno incredibilmente diritto solo i lavoratori dipendenti.
Allo stesso modo, anche se ho un bambino nato nel 2015, ma un reddito Isee di 26.000 euro, non avrò diritto ad altro che i soliti sgravi: niente bonus bebè (tetto di 25.000 euro) e niente bonus asilo nido (solo per i nati dal 2016).
Se invece sono così fortunata da avere un figlio dopo il 2016 e un reddito basso, allora potrò usufruire di mille euro di bonus nido — non cumulabile però con il voucher per nidi e baby sitter, molto più conveniente — sufficienti più o meno per un paio di mesi di retta, visti i costi attuali degli asili.
Poi sì, potrò avere anche il bonus bebè di 80 euro al mese (riecco i magici 80 euro), in pratica soldi che non coprono neanche la spesa dei pannolini.
Ma attenzione, se deciderò di fare un altro figlio, il suo bonus bebè sarà  diverso da quello del fratello.
Il secondo potrà  infatti godere di soli 40 euro — ma d’altro canto allora le elezioni saranno passate — e soltanto per un anno invece che tre, come se le necessità  di un bambino cessassero dopo dodici mesi.
A spiegare quanto sia inutile e persino offensiva questa ragnatela di misure — definita erroneamente “a favore delle famiglie”, quando invece è destinata solo ad alcune famiglie e in modo insufficiente — non servono parole: bastano direttamente i dati arrivati dall’Istat: 100.000 bambini in meno dall’inizio della crisi economica a oggi, con un media di figli per donna che precipita a 1,34.
Un calo che coinvolge anche le straniere, a dimostrazione di quanto la decisione di non fare figli sia sempre meno culturale e sempre più legata all’angosciosa mancanza di lavoro e di soldi.
Da anni i sociologi, inascoltati, continuano a dire che le politiche sociali non si fanno con i bonus, che ci vogliono misure universalistiche, cioè assegni svincolati da criteri assurdi e soprattutto versati fino alla maggiore età  del figlio, perchè un adolescente incide sul bilancio familiare — basti pensare a quanto mangia! — anche più di un bebè.
Ma nulla: si continua con l’ipocrita e ideologica politica delle mance e degli slogan, quelli di ieri — ricordate i mille asili in mille giorni? — e quelli di oggi, come la recente promessa di Renzi alla Leopolda di estendere gli 80 euro alle famiglie con figli. Puro marketing elettorale.
Perchè chi volesse veramente proteggere le famiglie dovrebbe, oltre ad introdurre assegni veri, proteggere il lavoro, non renderlo strutturalmente precarizzato con il Jobs Act salvo poi varare inutili sgravi fiscali una tantum per chi assume.
Oppure introdurre un reddito minimo sostanzioso, non come il tanto sbandierato Rei, pubblicizzato citando la cifra di 485 euro al mese: vera, certo, peccato che destinata a famiglie di 5 o più persone e con un reddito Isee non superiore a 6.000 euro (e solo per 18 mesi!).
La realtà  è un’altra: quella di giovani uomini e donne (più vicini ormai ai loro nonni che ai loro genitori, ma senza l’allegria di una famiglia numerosa), che lavorano, quando lavorano, con contratti ormai in maggioranza a termine e importi ridicoli.
E che per questo spesso rinunciano — con una sofferenza che nessuno racconta — a fare figli, o ne fanno uno solo, col rischio concreto di perdere il lavoro e privando un bambino della gioia incommensurabile di avere fratelli.
Siamo un Paese sempre più vecchio, esposto a squilibri demografici ormai certi.
E soprattutto con una classe dirigente incapace di capire che sui bambini si fonda tanto la nostra felicità  quanto la nostra futura sussistenza.

(da “Huffingtonpost”)

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DOPPIO ASSIST A RENZI: IL PROCURATORE DI AREZZO RIDIMENSIONA IL RUOLO DI PAPA’ BOSCHI E GETTA OMBRE SU BANKITALIA

Dicembre 1st, 2017 Riccardo Fucile

SCONFORTO DEI GRILLINI CHE NE AVEVANO FATTO UN CAVALLO DI BATTAGLIA ANTI-RENZI

Nel quadro Pierluigi Boschi finisce sullo sfondo, Bankitalia in primo piano.
Davanti alla commissione d’inchiesta sui crac bancari, la ricostruzione del caso Banca Etruria fornita dal procuratore di Arezzo, Roberto Rossi, fornisce un doppio assist al Pd renziano, ridimensionando il ruolo di papà  Boschi nella vicenda e gettando invece ombre sulle strane pressioni che Banca d’Italia fece per un matrimonio fra Banca Etruria e Popolare di Vicenza.
Rossi chiarisce che sotto le delibere di Banca Etruria che hanno autorizzato maxi-finanziamenti irregolari, sfociati nella bancarotta, la firma dell’ex vicepresidente Pierluigi Boschi non c’era.
E il papà  della sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio era estraneo a tutte quelle operazioni effettuate da alcuni manager in conflitto d’interessi.
Nemmeno il pressing dei 5 Stelle è riuscito a scalfire la ricostruzione che il pm ha portato avanti.
Ricostruzione nella quale ha trovato posto invece una sollecitazione sul ruolo “singolare” svolto dalla Banca d’Italia, finita da tempo e di nuovo oggi nel mirino dei renziani. Secondo il pm, via Nazionale pressò il cda di Etruria a unirsi in nozze con la Popolare di Vicenza, nonostante le ispezioni della stessa Bankitalia avevano già  messo in evidenza le cattive acque in cui stava annaspando la banca veneta.
Per quasi tre ore il nome più atteso, quello appunto di Pierluigi Boschi, non era ancora stato pronunciato. Poi una batterie di domande, incalzanti, del deputato grillino Carlo Sibilia, ha rotto la pax.
Una sorta di terzo grado che ha sollevato mugugni e malumori nei banchi dei partiti di maggioranza, con il presidente della commissione Pier Ferdinando Casini impegnato a contenere l’assalto al procuratore.
Il procuratore di Arezzo non cambia linea e ribadisce la sua interpretazione dei fatti, citando gli atti dei diversi processi in corso su Etruria. “Boschi – sottolinea il magistrato – entra in cda nel 2011 come amministratore senza deleghe, diventa uno dei due vicepresidenti nel maggio 2014 assieme a Rosi. Noi sulla responsabilità  per la bancarotta vediamo i comportamenti e questi discendono dalle delibere. I conflitti di interesse li abbiamo tutti evidenziati, per noi i crediti valgono se vanno poi in sofferenza altrimenti non costituiscono il reato di bancarotta”.
Cronistoria e rivendicazione del lavoro svolto dalla procura: Pierluigi Boschi, in questo scenario, risulta assente da quelle operazioni che hanno portato Banca Etruria a finire con le gambe per aria. Quando Sibilia cita l’allora ministra e oggi sottosegretario Maria Elena Boschi, il pm aggiunge: “Faccio questo lavoro da 30 anni, sono della vecchia scuola, le persone si distinguono non per di chi sono figli o padri, per il loro orientamento sessuale o politico, ma per i comportamenti”.
La bomba papà  Boschi di fatto non deflagra in commissione. La discussione si sposta sul ruolo della Banca d’Italia ed è proprio l’input del magistrato a far scatenare la reazione dei renziani, da Marcucci a Orfini, che puntano il dito contro la mancata vigilanza di via Nazionale.
Accuse respinte da Bankitalia, che sostiene di non aver mai promosso il matrimonio tra Etruria e la Popolare di Vicenza.
“Ci è sembrato un poco strano” che venisse dalla Banca d’Italia incentivata l’aggregazione di Banca Etruria con Popolare di Vicenza la quale, “leggendo dalle fonti aperte le ispezioni” di Via Nazionale “era in condizioni simili”, sottolinea Rossi, rievocando la mancata fusione fra il 2014 e il 2015.
La mancata operazione portò poi Bankitalia a censurare e sanzionare i vertici e al commissariamento dell’istituto a febbraio 2015.
Il procuratore di Arezzo ricorda che la Banca d’Italia chiese nel dicembre 2013, a seguito di ispezioni e azioni di vigilanza, “a Etruria di integrarsi in gruppo di elevato standing con ‘le necessarie risorse patrimoniali e professionali’.
E qui, aggiunge, “abbiamo tracce documentali di tentativi di ricerca di un gruppo che possa risollevare le sorti di Etruria, vengono investiti diversi organi e advisor come Mediobanca per un’operazione che Bankitalia definisce operazione ‘prioritaria’.
Bankitalia ci dà  notizia di alcuni contatti, fra cui una banca israeliana, ma nessuno concreto. L’unica trattativa concreta fu quella con Bpvi che aveva fatto un’ offerta da 1 euro per azione”.
“Alla fine noi abbiamo questo quadro e e poi abbiamo letto dichiarazioni dell’ispettore Bankitalia in cui ci venivano relazionati condizioni di Bpvi non dissimili da Etruria L’abbiamo trovato un po’ singolare che venisse incentivata questa aggregazione. Nella relazione ispettiva, già  quella del 2012 su Vicenza, sembra di leggere le relazioni su Etruria. Ci sono l’inadeguatezza degli organi, i crediti deteriorati e anche le azioni baciate che almeno noi (ad Arezzo) non ce l’avevamo. L’impressione è che questo sia stato determinante nel commissariamento”.
Parole chiare, che riaccendono gli animi dei renziani e trasformano l’Etruria-day in un nuovo processo a via Nazionale. Per ora.

(da “Huffingtonpost”)

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LA RAI TRASMETTA LE PARTITE DELLA NAZIONALE DI CALCIO FEMMINILE: SCATTA LA PETIZIONE ON LINE

Dicembre 1st, 2017 Riccardo Fucile

SI STA PER QUALIFICARE AI MONDIALI, E’ PRIMA NEL GIRONE, MA PER I SOLONI DELLA TV PUBBLICA NON ESISTE… IL CANONE DOBBIAMO PAGARLO SOLO PER LE CAZZATE?

Per una Nazionale di calcio che non riesce a qualificarsi e viene eliminata dalla fase finale dei Mondiali di Russia 2018 ce n’è una che invece è alla testa del suo girone.
Due giorni fa le Azzurre di Milena Bertolini hanno battuto per 1 a 0 il Portogallo e hanno messo una seria ipoteca sulla qualificazione al Campionato Mondiale di Francia 2019.
Se le atlete della Nazionale riuscissero a centrare l’obiettivo si tratterebbe di un risultato storico perchè è dal 1999 che l’Italia del calcio femminile non partecipa ai Mondiali.
Molti giornali hanno dedicato spazio all’impresa delle Azzurre, alla quarta vittoria consecutiva in queste qualificazioni.
Ne hanno parlato dopo, come spesso accade in questi casi. Ma il problema vero è che la Rai non ha trasmesso la partita. Solo chi era “sintonizzato” sulla pagina Facebook della Federazione Italiana Giuoco Calcio che ha trasmesso in streaming l’incontro ha potuto vedere il gol di Daniela Sabatino.
La Rai, che pure detiene i diritti televisivi per le partite della Nazionale femminile, non ha mandato in onda la partita.
Nemmeno su uno dei due canali Rai Sport, dove invece sono stati mandati regolarmente in onda due match del quarto turno della fase eliminatoria di Coppa Italia.
Ed è proprio la mancanza di copertura televisiva — un vero e proprio oscuramento — ad aver spinto Daniela Sbrollini, deputata,   a lanciare una petizione online su Change.org per chiedere alla Rai di trasmettere in chiaro le partite del Mondiale.
In effetti non ci si spiega come mai la Nazionale femminile di calcio debba subire un trattamento del genere.
Al di là  di come viene considerato il calcio femminile all’estero (negli USA Hope Solo è una vera e propria star) in Italia altre Nazionali femminili godono della possibilità  di andare in televisione. Possibilità  che sembra però essere negata alle Azzurre del calcio che nonostante i successi non riescono a convincere la Rai a mandarle in onda.
A guidare la battaglia per dare spazio (non più spazio, visto che siamo allo zero assoluto) al calcio femminile sui canali Rai è ASSIST, l’Associazione nazionale atlete che da sempre si batte per promuovere un reale cambiamento di passo e di mentalità .
Perchè è vero che non stiamo parlando di calcio maschile. Ma il fatto è che se che molti hanno buon gioco a dire che il calcio femminile è “meno spettacolare” o “meno interessante” è proprio perchè non viene concessa la possibilità  di vedere con i propri occhi una partita di calcio delle Azzurre.
In fondo non può essere peggio — dal punto di vista del gioco e dello spettacolo — delle due partite della Svezia contro l’Italia “dei maschi”.
Ma non è colpa solo della Rai che ha cercato di salvarsi “in corner” con un collegamento al volo durante il Tg3.
ASSIST segnala come la vittoria della Nazionale femminile sia finita tra le “notizie tascabili” del più importante quotidiano sportivo italiano, La Gazzetta dello Sport.
È evidente che il cambiamento deve partire senza dubbio dalla Rai ma devono anche essere i giornalisti del settore ad iniziare parlare di più e meglio delle Azzurre, a maggior ragione quando vincono.
Lo si fa per la Nazionale di pallavolo e per il Setterosa, lo si fa per le atlete che vincono nelle competizioni individuali. La Nazionale di calcio femminile continua invece a rimanere la cenerentola
In un’intervista a Io Donna Paolo Lugiato, ex amministratore delegato della Unet Yamamay di Busto Arsizio ha spiegato che il problema è che lo sport femminile è considerato un hobby.
«Non tutti lo sanno — ha detto Lugiato — ma in Italia sono solo quattro gli sport i cui atleti (solo gli uomini) sono considerati professionisti: il calcio, la A1 di pallacanestro, il golf e il ciclismo su strada. Le donne sono invece tutte dilettanti. Con quel che ne consegue in fatto di diritti e tutele».
Per Luisa Rizzitelli di ASSIST questa situazione — che è conseguenza della legge sul professionismo sportivo del 1981 — è altamente discriminatoria dal punto di vista delle tutele contrattuali.
Ora è giunto il momento di chiedere più diritti ma anche più spazi.
Chi volesse rivedere la partita può farlo andando sul canale YouTube FIGC Azzurro Vivo

(da “NextQuotidiano”)

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