Dicembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
E’ UN PROMEMORIA DURANTE GLI INTERROGATORI DEL PENTITO MANNOIA, RISALE AL 1989
«Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni ai Grado e anche a Vittorio Mangano».
La grafia è quella di Giovanni Falcone. Elegante, ordinata.
Su un foglio di block notes a quadretti ha messo in fila alcuni appunti durante l’audizione del pentito Francesco Marino Mannoia. E’ il 6 novembre 1989.
Il giudice ha sottolineato due volte il cognome Berlusconi, all’epoca già al culmine della sua carriera; una volta, il nome di Vittorio Mangano, lo stalliere boss della villa di Arcore. Il cognome di un altro mafioso, Cinà , compare anche una seconda volta nella pagina, cerchiato.
Questi nomi non sono mai finiti nei verbali di Mannoia, che si è sempre rifiutato di fare dichiarazioni ufficiali su Silvio Berlusconi.
L’appunto è stato ritrovato alcuni giorni fa nell’ufficio-museo del giudice dal suo ex collaboratore Giovanni Paparcuri.
“Il dottore Falcone prendeva degli appunti prima di verbalizzare — ha spiegato l’ispettore Maurizio Ortolan, che in quei giorni dell’89 batteva a macchina le dichiarazioni del pentito Mannoia — quando poi dettava, tagliava con un tratto di penna gli argomenti affrontati. Questo foglio, l’avrà dimenticato o lasciato in ufficio a futura memoria?”.
Le parole annotate da Falcone fra altri argomenti di mafia appaiono oggi come una conferma postuma della condanna di Marcello Dell’Utri, il braccio destro di Berlusconi che sta scontando 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. «Cinà » citato dovrebbe essere Gaetano Cinà , il mafioso molto amico dell’ex senatore di Fi, che gli annunciava al telefono (conversazione intercettata nel 1986) l’arrivo di una grande cassata con il simbolo del biscione a casa Berlusconi. Gaetano Grado è uno dei boss palermitani che più frequentava Milano negli anni Settanta.
Secondo la sentenza Dell’Utri, Berlusconi avrebbe stipulato con la mafia un “patto di protezione”, nel 1974: prima, per evitare i sequestri che impazzavano su Milano, poi per «mettere a posto» i ripetitori Tv in Sicilia.
E proprio questo sembra confermare l’appunto ritrovato di Falcone quando si parla di soldi che Berlusconi avrebbe dato ai mafiosi.
In un secondo foglio, Falcone annotava il nome di Vito Guarrasi, anche questo mai citato nei verbali ufficiali di Mannoia. Un altro mistero.
Cosa sa il pentito Mannoia di Guarrasi, il potente avvocato di tanti affari siciliani che già negli anni Settanta era finito all’attenzione della commissione parlamentare antimafia?
Guarrasi è morto il 31 luglio 1999, all’età di 85 anni.
Di lui, scriveva Giuseppe D’Avanzo: «Se la memoria fosse una qualità e non un vizio dovremmo chiederci se c’è ancora e dov’è oggi Vito Guarrasi. Se ci sono, e dove, i nodi che ancora stringono la politica, l’economia, la mafia. Perchè un fatto è certo, la mafia può fare a meno dei Corleonesi, dei Lima e dei Ciancimino, dei cugini Salvo, ma non può privarsi della spregiudicata e cinica sapienza dei Guarrasi».
Cosa aveva scoperto il giudice Falcone?
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
DURISSIMO MONITO DI BERGOGLIO IN OCCASIONE DEGLI AUGURI DI NATALE A CARDINALI E VESCOVI
Papa Francesco invita la Curia romana a “superare quella squilibrata e degenere logica
dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano – nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni – un cancro che porta all’autoreferenzialità , che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano”.
“Quando questo avviene, però, si perde la gioia del Vangelo, la gioia di comunicare il Cristo e di essere in comunione con Lui; si perde la generosità della nostra consacrazione”, aggiunge Bergoglio.
Il Papa, parlando alla Curia romana, denuncia un “pericolo”, quello “dei traditori di fiducia o degli approfittatori della maternità della Chiesa, ossia le persone che vengono selezionate accuratamente per dare maggior vigore al corpo e alla riforma, ma – non comprendendo l’elevatezza della loro responsabilità – si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanate, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del ‘Papa non informato’, della ‘vecchia guardia’…, invece di recitare il ‘mea culpa’”.
Francesco cita l’ecclesiastico belga, Frederic Francois Xavier De Merode, ministro delle armi dello Stato Pontificio sotto Pio IX, per lanciare un messaggio forte in occasione degli auguri di Natale alla Curia romana: “Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti”, afferma Papa Francesco.
Questa immagine “simpatica”, spiega il Papa a cardinali, vescovi e prelati riuniti nella Sala Clementina, “evidenzia quanta pazienza, dedizione e delicatezza occorrano per raggiungere tale obbiettivo, in quanto la Curia è un’istituzione antica, complessa, venerabile, composta da uomini provenienti da diverse culture, lingue e costruzioni mentali e che, strutturalmente e da sempre, è legata alla funzione primaziale del Vescovo di Roma nella Chiesa, ossia all’ufficio sacro voluto dallo stesso Cristo Signore per il bene dell’intero corpo della Chiesa”.
(da agenzie)
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Dicembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
“C’E’ UNA REGIA DIETRO GLI ATTACCHI ALL’ALBERO, A ME PIACE, E’ COME UN PICASSO, VA CAPITO, E’ STILIZZATO”
L’assessora all’ambiente del Comune di Roma Pinuccia Montanari svela cosa pensa di Spelacchio, il simpatico alberello che ieri è approdato persino sul Guardian con il nomignolo di “Toilet brush” (spazzolone da bagno).
Secondo la Montanari, che si è distinta in città per non aver mai visto un topo a Roma e per aver promesso che il tritovagliatore di AMA non sarebbe mai andato ad Ostia mentre la macchina andava ad Ostia, quello di Spelacchio è chiaramente un mezzo complotto.
E in un’intervista al Messaggero l’assessora spiega il motivo dei suoi sospetti riguardo l’albero di Natale del Comune di Roma a Piazza Venezia:
«Sto con Spelacchio: secondo me è un mezzo complotto».
Addirittura, assessore Pinuccia Montanari
«Sì,questo nomignolo girava fin dal primo giorno: quando lo hanno scaricato, ma dalle mie foto risultava essere ancora in forma».
Ma ora l’albero non se la passa bene
«Allora: veniva da dieci mesi di siccità e inoltre gli aghi potrebbero essere caduti per via delle decorazioni troppo strette sui rami».
C’è un danno d’immagine per il Comune?
«Visto quanto se ne parla sì: ecco perchè secondo me c’è una regia in corso».
Ma le piace Spelacchio?
«Sì, ma sono gusti. E’ come un Picasso: va capito. E’stilizzato: di notte fa il suo effetto».
Lo toglierete?
«No».
Ora, forse andrebbero controllate le condutture dell’assessorato all’ambiente perchè magari c’è qualcosa nell’acqua che fa diventare attenti ispettori: le idee sui complotti dei frigoriferi in testa alla sindaca Virginia Raggi erano state messe da Paola Muraro, che ricopriva quell’incarico prima di Montanari.
Ma soprattutto intorno a Spelacchio si affastellano ormai le voci incontrollate.
Il Pd, con Ilaria Piccolo, dice che «presto sarà sostituito con un’installazione».
Dal Campidoglio smentiscono e si coccolano Spelacchio: «Noi stiamo con lui».
Al punto di aver detto no all’offerta della giunta trentina (si trattava di un albero 2.0, non deperibile).
Il grillino Pietro Calabrese, racconta oggi Il Messaggero, è arrabbiatissimo: «Vogliamo la testa di chi ha sbagliato». Virginia Raggi è molto arrabbiata: attende gli esiti della relazione.
E la relazione dovrà fare luce soprattutto sulla vicenda dei costi, l’unica interessante. L’altroieri Paolo Ferrara ha spiegato che ai romani non interessa questa storia ma l’efficienza nella pulizia della città e nel trasporto pubblico, forse dimenticando che proprio nella pulizia della città e nel trasporto pubblico non si vede alcun miglioramento tangibile nell’azione amministrativa del Campidoglio (e a certificarlo è l’agenzia del Comune con un grillino a capo).
Ieri però si è scoperto anche altro:
La fornitura di questo abete rinsecchito e mesto è costata 8mila euro più Iva. Così si legge nel preventivo che la comunità montana del Trentino ha spedito il 24 ottobre scorso al Comune di Roma, un documento di cui Il Messaggero è venuto in possesso. Di più: in questa «offerta preliminare» viene allegata la foto di un «esemplare di abete rosso proposto come albero di Natale».
«La storia della donazione non è partita da noi, è un’imprecisione», conferma Ilario Cavada, il tecnico della comunità di Fiemme che ha firmato il preventivo.
«Le spese le abbiamo fatte pagare». Fonti del Comune spiegano che la somma è stata inserita nell’appalto per il trasporto della pianta e che la ditta chesi è aggiudicata la commessa (a trattativa diretta) avrebbe in qualche modo fatto da intermediario. L’albero, in ogni caso, non è stato concesso gratis, come si legge invece nella determina del Campidoglio del 13 novembre.
Insomma, gli ottomila euro sembrano riferirsi più al costo del taglio più che a quello dell’albero, e sono rientrati nel computo totale dei 48mila IVA compresa che sono arrivati nelle tasche della ditta che si è occupata del trasporto.
Chissà se nelle indagini dell’assessora Montanari ci sarà spazio anche per la questione dei costi.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
“SIMBOLO DEL DECLINO DELLA CAPITALE”: ALTRA MAZZATA ALL’IMMAGINE DELL’ITALIA
Un’altra grande vittoria dell’amministrazione Raggi.
Dopo il Guardian anche il New York Times dedica un articolo a Spelacchio, elogiato dal quotidiano americano come un simbolo del “decline“, che in inglese vuol dire “grande vittoria dell’amministrazione Raggi ammazza ‘sti 5 Stelle j’ammollano ‘na cifra” (gli americani, si sa, hanno il dono della sintesi).
Mentre oggi Pinuccia Montanari denunciava il “mezzo complotto” dietro la denigrazione di un albero che somiglia chiaramente a un’opera del periodo cubista di Picasso, il NYT tributa il giusto omaggio al simbolo dell’amministrazione a 5 Stelle, già transustanziato nella grande efficienza ritrovata su trasporti e rifiuti come certificato dall’agenzia per la valutazione della qualità dei servizi nella Capitale diretta da un attivista grillino
Il pezzo di Elisabetta Povoledo è chiaro e circostanziato e cita anche il soprannome di “toilet brush” affibbiato a Spelacchio da Russia Today e che vuol dire “Meraviglioso albero di Natale grazie Giunta Raggi grazie”, mentre non entra troppo nello specifico del bando — trattativa diretta che ha permesso l’approdo del magnifico albero alla modesta, quasi spilorcia cifra di euro 48mila IVA compresa.
In compenso cita una serie di funzionari americani che starebbero pregando la Raggi, una volta completato il mandato a Roma, di venire ad amministrare Washington ‘chè non se ne può più di codesto degrado. Per New York invece nulla da fare: nonostante la testimonianza di Scamarcio, pare che l’assessora Montanari sia passata dalle parti di Manhattan e abbia sentenziato: non ci sono topi nemmeno a New York.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
I VANTAGGI SI CONCENTRANO SUI REDDITI MAGGIORI
Un testo scritto per favorire le multinazionali che potranno far rientrare i soldi fin qui tenuti in caldo all’estero, con uno scudo fiscale che farà loro pagare tasse irrisorie rispetto al normale, e le famiglie più ricche.
Non ci sono scale di grigio nel giudizio che gli americani esprimono sulla riforma fiscale che Donald Trump dovrà firmare, una volta che il testo sarà ripassato – per un dettaglio procedurale – dall’approvazione della Camera.
Un dettaglio che secondo le ultime indicazioni potrebbe però far slittare a gennaio l’ok definitivo al testo, stando a quanto detto dal consigliere economico della Casa Bianca, Gary Cohn. Notizia che ha fatto perdere smalto ai mercati finanziari.
Al netto della tempistica dell’approvazione, non sembra in discussione l’esito finale.
Il piatto forte della riforma fiscale è la riduzione della tassazione sugli utili delle imprese, con aliquota per le Spa sforbiciata dal 35 al 21% medio.
Oltre a questo si apre un vero e proprio scudo fiscale per le multinazionali che si calcola abbiano oltre 2mila miliardi e 400 milioni di dollari di liquidità parcheggiata all’estero, al riparo dal Fisco Usa.
Costoro – da Apple a Microsoft – potranno riportarli nei confini nazionali pagando versando una tantum dell’8% (o del 15,5% se si tratta di liquidi/contanti) rispetto al 35% medio imposto a livello federale (e in via di abbattimento).
Se si considera che Apple è accreditata di circa 250 miliardi di dollari custoditi offshore, si capisce chiaramente quanto venti o più punti percentuali di imposizione in meno facciano la differenza per decine di miliardi.
L’idea di una “transition tax” era stata accarezzata anche da Barack Obama, poi era uscita dalla discussione per entrare nella campagna elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca.
Il testo rivede poi molti altri aspetti fiscali per le imprese e le persone, rendendo strutturali i benefici per le prime e temporanei – nell’orizzonte di un decennio – per le seconde.
Oltre a favorire ammortamenti (immediatamente eseguibili quelli in macchinari, fino al 2022) e investimenti delle società , i ltesto prevede che le società semplici restino tassate come le persone fisiche, ma con una detrazione del 20% del reddito che porta l’aliquota effettiva scenderebbe al 26,5%, appena al di sotto della media europea (26,9%) e ben al di sotto della media pesata dei paesi Ocse.
Per le famiglie, sintetizzano gli economisti di Intesa Sanpaolo, restano le sette aliquote fiscali ma a livelli più bassi fino al 2025 (quella marginale più alta scende dal 39,6 al 37%).
Si eliminano molte detrazioni – soprattutto per le imposte statali e locali – a fronte del raddoppiamento di quella standard e del credito d’imposta sui figli a carico.
E’ poi eliminato l’obbligo di avere un’assicurazione sanitaria è eliminato, “future conseguenze negative sul numero degli assicurati e sui premi delle polizze”.
Tra le ultime norme approvate c’è la possibilità di dedurre gli interessi sui finanziamenti ricevuti per pagarsi gli studi universitari.
Ci sono ovviamente i (molti) scontenti del testo, inclusi i senatori repubblicani che l’hanno osteggiato perchè provenienti dagli Stati che soffriranno maggiormente il peso del Fisco.
Tra New York e California lamentano che le alte imposte locali potranno essere portate in deduzione sul conto del Fisco federale con un tetto di soli 10mila dollari, mentre alcune categorie professionali si vedono ridurre i benefici fiscali ritagliati ad hoc su di loro. Sforbiciata in arrivo anche alle detrazioni fisse per i lavoratori dipendenti.
Citizens for Tax Justice, gruppo che si batte per un fisco equo, ha criticato aspramente la manovra fiscale di Trump, denunciandola come estremamente sbilanciata verso le famiglie più ricche e gli investitori esteri piuttosto che come supporto ai nuclei realmente bisognosi.
Nell’ultima analisi prodotta, sul testo che era uscito dal Senato alla fine di novembre, denunciava al 5% più ricco della popolazione sarebbero andati la metà dei benefici del piano, mentre da qui al 2027 il 60% più povero della popolazione si ritroverà a far fronte a un incremento netto della tassazione (con ben 19 Stati colpiti dl peggioramento della situazione), mentre ai super-ricchi (incluso Trump) si aprono possibilità di veder ridurre il loro conto con l’Erario.
Nel complesso, i 1.500 miliardi del piano comporteranno una crescita del deficit o un necessario taglio ad altre voci come l’educazione, la sanità , la ricerca e le infrastrutture.
Secondo il Tax Policy Center, che ha aggiornato lo studio al testo concordato tra Camera e Senato a metà dicembre, più dell’80% delle famiglie americane avrà un taglio fiscale nel 2018 e il 5% vedrà salire il conto.
“In linea di massima – dicono gli esperti – le famiglie con i redditi più alti riceveranno i benefici maggiori – in termini di percentuale sul redddito netto”.
In media, nel 2027 le tasse saranno poco diverse da ora per i gruppi di reddito basso e medio e scenderanno per i ricchi.
Rispetto alla legge attuale, dice il Centro di ricerca, il 5% dei contribuenti pagherà più tasse il prossimo anno, ma si salirà al 9% nel 2025 e al 53% nel 2027.
Concorda Intesa: “Nel complesso, le misure sono espansive, ma regressive: le classi medie e basse hanno riduzioni di imposte transitorie, le classi alte hanno un trattamento più favorevole per l’imposta di successione e per il reddito delle società semplici, un ampio taglio (transitorio) dell’aliquota massima. In media tutte le classi di reddito avranno imposte ridotte fino al 2025, ma ci potranno essere casi di aumento delle imposte, per via dei cambiamenti derivanti dall’abolizione di molte detrazioni, in particolare quella relativa alle imposte statali e locali”.
La riforma è ovviamente il piatto forte anche per i mercati finanziari. Soltanto un paio di settimane fa, quando si era ancora in attesa dei dettagli ma i capisaldi del testo erano fissati, gli economisti di BofA Merrill Lynch hanno iniziato a scontare i possibili impatti del cambiamento delle norme.
Che si vedrebbero soprattutto sul breve termine e, con un’economia già in crescita al livello se non oltre il potenziale, potrebbero anche portare al rischio di un “fiscal sugar high”, una sbornia fiscale che rischia di surriscaldare l’economia e causare postumi diffili da assorbire.
Quanto ai numeri della riforma, l’espansione del deficit Usa da 1.500 miliardi di dollari dovrebbe portare a un supplemento di crescita da 0,3-0,4 punti percentuali di Pil nel prossimo biennio: il costo della riforma potrebbe scendere a mille miliardi considerando la risposta positiva dell’economia.
Ecco perchè la crescita media del prossimo anno potrebbe schizzare al 2,6-2,7% e poi mantenersi ancora ben sostenuta al 2,2-2,3% nel 2019. State Street è in linea con un +2,7% previsto per l’anno prossimo.
A sostenere la crescita, dice BofA, ci dovrebbero essere i consumi privati, dati dai tagli alle imposte sulle persone fisiche, e gli investimenti fissi delle aziende incentivate dagli sgravi sulle spese in conto capitale. La disoccupazione dovrebbe calare al 3,7-2,8%.
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile
MOBILITAZIONE DI CITTADINI CIVILI E ASSOCIAZIONI CONTRO L’ORDINANZA DEMENZIALE … BISOGNA RINGRAZIARE MINNITI
L’Italia non è un paese per senza fissa dimora (o clochard o barboni). L’inverno è la stagione peggiore per chi non un tetto sulla testa e Natale è il periodo peggiore per scoprirlo.
A fare scalpore è l’ordinanza del sindaco di Como Mario Landriscina che in nome del decoro ha stabilito che durante il periodo delle feste natalizie sarà vietato chiedere l’elemosina all’interno del centro storico.
Non bisogna turbare la serenità e lo shopping natalizio con scene che ricordano — come ripete spesso Matteo Salvini — che ci sono italiani (e non solo stranieri) che non solo non riescono ad arrivare a fine mese ma che nemmeno hanno di che vivere.
Anche se inumana c’è nulla di illegale o irregolare nella decisione del sindaco, che per altro è stata resa possibile dal decreto Minniti sul “Daspo urbano”.
Ed in questo senso è curiosa la critica di Matteo Renzi ad un sindaco che non fa altro che utilizzare i poteri concessi da un Governo sostenuto dal Partito Democratico.
Una delle conseguenze dell’ordinanza «per ripristinare il decoro e la vivibilità urbana» è stata la diffida fatta da alcuni agenti della Polizia Locale ad alcuni volontari che portavano latte caldo alle persone che dormono per strada.
A denunciarlo è il “gruppo colazione” di WelCom, l’Osservatorio migranti di Como ai quali lunedì mattina è stato impedito di distribuire la colazione ai senza fissa dimora come fanno ogni mattina da sette anni.
Fino al 10 gennaio non sarà possibile portare la colazione ai senza tetto, non è possibile «perchè in vista del Natale non è decoroso».
Il problema non è di poco conto perchè gli ospiti delle strutture di accoglienza per i senza fissa dimora, i ricoveri notturni, al mattino devono uscire e — come ha spiegato una volontaria a Globalist — queste persone si ritrovano al freddo fin dal mattino presto. L’approccio alla povertà del Sindaco di Como non piace a chi i poveri cerca di aiutarli, non di nasconderli dalla vista respingendoli per 45 giorni oltre la cinta muraria della città .
C’è da dire che il primo cittadino di Como non è solo.
A Pordenone il sindaco Alessandro Ciriani se l’è presa contro l’apertura di un dormitorio finanziato dalla Croce Rossa Italiana spiegando che «Sarebbe stato solo una calamita. Pordenone sarebbe stata invasa».
Numerose sono state le proteste contro la decisione del sindaco di Como di “vietare la città ” ai poveri.
Su Facebook Selvaggia Lucarelli si è offerta di pagare le multe ai volontari eventualmente multati aggiungendo «Quasi mi viene voglia di andare e farmi multare. Di presentarmi con una cartucciera di Parmalat e lanciare bottigliette da un litro a chiunque sia in posizione orizzontale».
L’associazione Como senza frontiere ha organizzato un bivacco solidale contro chi affama i poveri per “riscattare la rispettabilità e la reputazione della città di Como ferita dall’ordinanza del sindaco Landriscina”.
All’evento parteciperanno anche i Sentinelli di Milano, associazione che si batte contro ogni forma di discriminazione.
Al contrario del centro storico di Como l’evento — che si terrà sabato 23 dicembre presso l’ex Chiesa di San Francesco — è aperto a tutti.
I volontari chiedono al sindaco di ritirare l’ordinanza consentendo alle associazioni di aiutare i senzatetto. Anche la Caritas Diocesana chiede al sindaco di fare un passo indietro e per voce del suo presidente Roberto Bernasconi ribadisce che — come ogni anno — la Caritas organizzerà un grande pranzo di Natale per le persone e le famiglie in difficoltà .
Sembra però che a certe amministrazioni i poveri facciano comodo solo quando possono usarli per chiedere più rispetto per gli italiani che vivono in povertà e dare la colpa al Governo.
Quando invece i poveri se li trovano sull’uscio di casa l’atteggiamento cambia radicalmente.
In peggio.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile
IL CANDIDATO CHE VUOLE PIACERE A TUTTI E NON SCONTENTARE NESSUNO
Qualcuno comincia a chiamarla con una buona dose di fastidio «normalizzazione». Di
Maio (wants to be) the new Renzi?
Ormai è palese: il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio nella sua operazione di accreditamento bada più alle relazioni esterne che a quelle interne al Movimento.
E così seppellendo anni di battaglie politiche all’opposizione il candidato premier del M5S riabilita, e soprattutto fa sue, le ricette degli altri.
Basta citare le ultime due comparse in ordine cronologico: gli 80 euro, ovvero il bonus fiscale voluto dal governo Renzi e il piano Cottarelli. Provvedimenti ferocemente contrastati prima e ora come per magia rivalutati con interesse.
«Se M5s andrà al governo non abrogherà gli 80 euro, ed anzi punterà ad allargare il taglio delle tasse intervenendo sull’Irpef», Di Maio lo ha detto a Radio anch’io, su Radio Rai 1. Gli 80 euro sono saltati fuori quando un radio ascoltatore che, pur dichiarandosi contrario a Renzi, si è detto preoccupato dell’eventuale abrogazione degli 80 euro.
«Sono soldi suoi – ha prontamente risposto DI Maio – se li merita e nessuno glieli vuole togliere. Sono uno sconto Irpef e nessuno glieli vuole togliere».
«Noi presenteremo una manovra fiscale – ha spiegato – con ulteriore alleggerimento per il ceto medio e con l’ allargamento della no tax area. Gli 80 euro erano una mancetta, ma noi allargheremo il taglio delle tasse».
Insomma, sono una disonorevole mancetta ma nel portafoglio dei contribuenti che li ricevono rimangono e non fano poi così danno.
Su twitter l’ex premier Renzi fa un sorriso larghissimo: «Il Movimento Cinque Stelle – per bocca di Luigi Di Maio – ha detto oggi che nessuno intende toccare gli #80euro. Ci hanno messo quattro anni, ci hanno criticato ovunque, ci hanno sempre votato contro ma alla fine si sono convinti anche loro. Non è mai troppo tardi, #avanti».
E che dire dell’imponente piano Cottarelli?
Scippo con destrezza anche in questo caso e uso aggressivo di vocaboli già visti: vedi alla voce “fannulloni” inaugurata dall’ex Ministro della PA Renato Brunetta.
«Il mercato nella gestione di altri servizi pubblici può portare vantaggi – ha detto recentemente Di Maio in unn incontro promosso da Utilitalia – Sulle partecipate la nostra idea è di adottare il piano Cottarelli, riducendole e mettendo fuori i fannulloni».
E sul cambiamento energetico radicale previsto e fatto votare sul blog Di Maio sparge ampi quantitativi di rassicurazione: «Noi non diciamo che andiamo al governo e dal giorno dopo spegniamo tutto quello che non ci piace, non abbiamo detto che da domattina usiamo solo le rinnovabili, ma che avviamo un processo che sarà completato nel 2045-50 con una transizione verso le rinnovabili nella quale usiamo il gas. Non siamo irresponsabili».
Nel 2014 quando fu divulgato il piano Cottarelli, il M5S ne disse peste e corna e ne denunciava i pericolosi tagli previsti oltrechè puntare il dito contro le coperture.
E anche in questo caso l’attuale ministra del Pd Marianna Madia ha risposto su Twitter a Di Maio che quel piano è in vigore: «Il piano per la riduzione delle società partecipate non solo esiste già , ma sta funzionando».
E spiega: «Le amministrazioni pubbliche stanno dismettendo le partecipate. I piani di riduzione sono stati consegnati, secondo quanto previsto dalla riforma della Pubblica Amministrazione» e «il primo monitoraggio dimostra che ne chiude una su tre».
Parola d’ordine è normalizzazione, quindi.
Cioè: non sembrare più delle schegge impazzite che vengono da Marte ma proporre ricette credibili e strutturate. E pazienza se non hanno il copyright del M5S o non provengono da Lex Iscritti, lo sportello telematico di Rousseau dove l’iscritto M5S offre soluzioni politiche ad uso e consumo del M5S stesso.
La normalizzazione, poi, si vede bene nel pellegrinaggio, denominato “rally”, che sta eseguendo un paziente Di Maio in Nord Italia.
Le regioni più battute sono Lombardia e Veneto. L’ultima visita è all’H Farm a Roncade, in provincia di Treviso, dove c’è in programma un mega Campus innovativo dedicato alla formazione dai 6 ai 30 anni.
Hanno visitato H Farm anche Matteo Renzi e Matteo Salvini. E pure Di Maio che non ha voluto perdersi l’appuntamento con «le imprese che fanno innovazione».
Peccato che in passato questa realtà sia stata attaccata dai consiglieri comunali del M5S locale, e in qualche caso anche da deputati veneti del M5S.
Ma niente da fare, chi ha provato a far notare la contraddizione ha trovato le porte chiuse.
(da “il Messaggero“)
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Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DEL SENATO SPIEGA LA STRATEGIA DI LIBERI E UGUALI
In un’intervista rilasciata a Massimo Franco sul Corriere della Sera, Pietro Grasso delinea la strategia elettorale di Liberi e Uguali, spiegando che la sua nuova lista elettorale prevede di recuperare voti dall’astensionismo, dai delusi del Partito Democratico e da quelli che vogliono lasciare il MoVimento 5 Stelle:
Lei non è uomo da duelli televisivi duri. Parteciperà ai confronti in tv?
«Mi candido per il Parlamento, non per X Factor. Non mi interessa affascinare, nè scontrarmi secondo logiche che non mi appartengono. La mia idea di politica non è la battaglia televisiva ma presentare la soluzione dei problemi. Se è necessario parteciperò ai confronti ma non amo gli scontri. Io voglio partire dai valori di sinistra con un progetto che guardi ben oltre le elezioni»
Come convincerà gli elettori che il voto a voi è utile, e non favorisce M5S o centrodestra?
«Guardi, noi ci proponiamo come sinistra di governo non come fine ma come mezzo per cambiare la rotta su lavoro,scuola, sanità . E vogliamo spiegare che non serve un voto solo di protesta. In più, con questo sistema, di fatto proporzionale, non ci sarà un vero vincitore. La storia del voto utile non regge».
Non ci sarà un vincitore ma la sinistra si candida a essere perdente
«Vogliamo riportare al voto chi oggi si astiene perchè deluso. Il Pd i consensi li ha già persi con l’astensione o col voto al M5S. Contiamo di recuperarli dando un’alternativa».
Il Pd continuerà a perderli?
«Lo dicono i dati. Noi saremo la rete che raccoglierà quel consenso prima che vada altrove».
(da agenzie)
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Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile
CONTESTATA LA RIFORMA DEL SISTEMA GIUDIZIARIO CHE METTE LA MAGISTRATURA AL SERVIZIO DEL GOVERNO: “TREDICI LEGGI SONO PERICOLOSE, NON CI HANNO LASCIATO SCELTA”
Davanti a quelle che denuncia come crescenti, sistematiche violazioni dei principi e
valori dello Stato di diritto e dei Trattati europei nella Polonia della maggioranza nazionalconservatrice ed euroscettica, la Ue ha preso una decisione senza precedenti nella sua storia.
Ha scelto di avviare le procedure di attivazione dell’Articolo 7 dei Trattati, i quali prevedono sanzioni fino alla riduzione degli aiuti e alla sospensione dei diritti di voto.
“Abbiamo deciso col cuore pesante, ma non avevamo scelta, dobbiamo difendere trattati valori e spirito dell’Europa”, ha detto annunciando la decisione il vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans.
Immediata, e dura, la reazione del PiS (Prawo i Sprawiedlywosc, cioè Legge e giustizia, il partito di maggioranza guidato da Jaroslaw Kaczynski e vicinissimo al premier euroscettico nazionalista ungherese Viktor Orbà¡n. “Deploriamo la decisione di Bruxelles, è una decisione politica adottata per punire la Polonia a causa del suo rifiuto di accogliere profughi o migranti musulmani”, ha detto la portavoce signora Beata Mazurek, aggiungendo: “Ma siamo sicuri che l’Ungheria ci salverà “.
Una certa differenza di tono, almeno un minimo piຠmoderato, è stata colta dagli osservatori dalle parole di commento rilasciate a caldo dal nuovo premier Morawiecki: “La Polonia si prende cura dello Stato di diritto come la Ue, non un minimo di meno”, egli ha detto.
Non è chiaro se si apra un confronto tra cosiddetti falchi e colombe nel governo, ma comunque lo scontro con l’Unione europea, di cui la Polonia è il piຠimportante membro orientale, è a livelli di durezza mai raggiunti prima.
Un paese dinamico, dall’economia in volo, ma non va dimenticato che un terzo della crescita media del prodotto interno lordo viene dai fondi di coesione europei
La Commissione ha voluto reagire con tale severità dopo le ultime leggi passate dalla maggioranza a Varsavia.
In particolare la riforma della Giustizia, che di fatto abroga l’indipendenza del potere giudiziario e lo sottomette al potere politico, al contrario che in ogni vera democrazia.
Il ministro della Giustizia diventa automaticamente procuratore generale e ha mano libera nella nomina di giudici ordinari e di membri della Corte suprema e del Tribunale costituzionale.
Discussa anche la riforma delle strutture elettorali, togliendo potere agli organi indipendenti di controllo e verifica del risultato di una qualsiasi elezione a vantaggio dei funzionari governativi.
Terzo ma non ultimo, settimane fa il governo aveva tollerato e poi elogiato come “grande manifestazione patriottica” un enorme corteo di sessantamila estremisti di destra con simboli ultrà fascistoidi e slogan antisemiti, antimigranti e antieuropei.
La Polonia governativa ora sembra mostrarsi forte e decisa a non piegarsi a quelle che da tempo definisce “pressioni e ingerenze di Bruxelles contro la nostra sovranità “. E soprattutto appare decisa a puntare sull’intesa crescente con gli altri paesi del centroest riuniti nel Gruppo di Visègrad (Polonia Cechia Slovacchia Ungheria).
In particolare il potere spera nell’aiuto del premier magiaro Viktor Orbà¡n puntando su un voto all’unanimità¡, cioè la procedura piຠconsueta nella Ue.
In questo caso però, notano sia fonti a Bruxelles sia esponenti delle opposizioni democratiche polacche, se come è probabile almeno 22 paesi membri dell’Unione su 28 approveranno la condanna delle asserite violazioni dei principi dello Stato di diritto, allora la Commissione potrà andare avanti nella procedura.
E a quel punto per il popolare e potentissimo Jaroslaw Kaczynski, per il suo establishment, e per i suoi alleati nell’Est dell’Unione, che tutti contano forse anche sulla simpatia di nazionalconservatori e populisti dell’Europa occidentale, la situazione potrebbe diventare piຠscomoda e difficile.
Anche con contestazioni o dubbi e riserve, da non escludere all’interno del partito di maggioranza al potere a Varsavia.
(da “La Repubblica”)
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