Gennaio 28th, 2018 Riccardo Fucile
MIGLIAIA DI MANIFESTANTI IN OLTRE 100 CITTA’ RUSSE, CENTINAIA DI ARRESTI … E’ QUESTO IL MODELLO PER CUI SBAVANO I SOVRANISTI ITALIANI
Migliaia per le strade, e in tutto il paese fin nelle roccheforti di Vladimir Putin; centinaia di fermi di polizia; il più temuto oppositore del capo del Cremlino portato via dagli agenti: l’inverno russo ha visto nascere questa domenica la prima vera rete diffusa di opposizione al governo.
«Mi stanno arrestando, ma questo non è importante, non siete venuti qui per me ma per il vostro futuro». È con questo tweet che Alexei Navalny ha confermato di essere stato fermato dalla polizia russa mentre si accingeva ad andare alla manifestazione a Mosca. Ed allo stesso tempo ha esortato i suoi sostenitori a continuare a partecipare, nella capitale, a San Pietroburgo ed in un altro centinaio di città russe, alle manifestazioni da lui indette per oggi contro Vladimir Putin.
«L’arresto di una persona non ha significato se siamo in tanti – ha scritto ancora su Twitter il leader dell’opposizione – qualcun altro venga a sostituirmi».
Secondo quanto riporta il sito della Bbc finora in tutta la Russia sono state fermate finora oltre 280 persone in diverse città della Russia.
Come riporta la Ong «Ovd-Info», che monitora le azioni della polizia durante le dimostrazioni, la maggior parte dei fermi, per ora, si è verificata a Ufa, Murmansk e Mosca, dove è stato portato via dalla polizia anche lo stesso Navlany, poco dopo che si era riuscito a unire ai suoi sostenitori.
Il comune della capitale russa non aveva accettato la richiesta di tenere la marcia in centro, sulla via Tverskaya, e aveva proposto alcune zone periferiche come alternativa. «No, non andremo nel bosco», è stata la risposta dell’oppositore, che ha confermato ai suoi l’appuntamento sulla lunga via che porta al Cremlino, diventata ormai il simbolo del dissenso.
Quello che risalta ed è significativo è l’estensione geografica della protesta.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2018 Riccardo Fucile
E OGGI E’ ANDATA A PARLARE A BUSTO ARSIZIO, NELLA PIAZZA DOVE I GIOVANI PADANI AVEVANO BRUCIATO IL SUO PUPAZZO: “FORSE SALVINI AMBISCE A ESSERE IL PREMIER DELLA REPUBBLICA DEI FALO'”
“Mi ha fatto molto piacere ricevere l’invito di tante persone di Busto Arsizio che vogliono farmi
conoscere la realtà della loro cittadina. Persone che si sono sentite a disagio per quello che è accaduto due giorni fa in piazza San Giovanni, dove i “giovani padani” insieme al sindaco hanno dato alle fiamme il mio fantoccio. Oggi ci sarò, proprio a piazza San Giovanni, perchè al clima di odio si risponde col dialogo ma senza indietreggiare di un millimetro”.
Lo ha scritto su Facebook Laura Boldrini, presidente della Camera e esponente di LeU che questo pomeriggio ha parlato in Piazza san Giovanni a Busto Arsizio (Varese).
In una intervista al Corriere della Sera la Boldrini poi mandato un messaggio diretto al leader della Lega Nord: “È inaccettabile che venga dato alle fiamme un pupazzo con la mia faccia, non è civile, non è democratico, forse Salvini ambisce a essere il signore della repubblica dei falò”.
E ancora: “Salvini non parla altro che di immigrazione, ma si occupasse degli italiani e risolvesse i problemi degli italiani, fa politica da quando ha 17 anni, cosa ha dato al paese? E fa finta di essere nuovo”.
La Boldrini parla anche del nuovo partito di cui fa parte: “LeU non è una caserma. Io credo che Grasso avrà la capacità di sintesi. Alleanze? Sarebbe bene parlarne dopo, senza avere i risultati sono esercizi teorici, non hanno senso ora. Noi dobbiamo parlare ai delusi, a chi ha votato M5s”.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2018 Riccardo Fucile
CENTRODESTRA FRENA E RESTA AL 35,4%
Osservavamo la settimana scorsa che “chi auspica un governo del Presidente, una situazione di instabilità marcata o un governo di coalizione, deve augurarsi che il Movimento 5 Stelle cresca ancora di un paio di punti”.
Ebbene pare che gli auspici si stiano avverando, a riprova delle misteriose strade dei sondaggi di opinione. La settimana che abbiamo alle spalle sembra aver portato infatti a:
una leggera frenata del centro-destra;
un ulteriore calo del PD, che ‘sfonda’ (all’ingiù) quota 22%;
na stazionarietà di Liberi e Uguali;
una crescita significativa del M5S.
Alcuni riscontri di tipo qualitativo tuttavia lasciano supporre che perlomeno nelle circoscrizioni del nord e del centro, la coalizione guidata da Matteo Renzi potrebbe frenare il massiccio esodo di elettori grazie alla lista Più Europa.
Ad oggi il non va oltre al 2%, ma la forte crescita in popolarità e fiducia di Emma Bonino (è praticamente al secondo posto alla pari con Di Maio) lascia intuire che per il futuro, gli ‘scontenti’ del leader del PD possano trovare un approdo.
Come osservavamo in termini di collegi, l’incremento di consensi del M5S si fa immediatamente sentire allontanando il centro-destra dalla maggioranza assoluta; la sensazione è che mentre il fronte del Nord appare di sicuro appannaggio dei ‘moderati/populisti’, le ex regioni rosse e il centro sud, stiano diventando il vero terreno di conquista negli uninominali con una competizione che vede salire il peso del M5S.
Non abbiamo la minima idea di cosa abbia prodotto queste dinamiche elettorali — se il chiacchiericcio sullo sfondamento del rapporto deficit/pil, gli psicodrammi sulle candidature o altro — a tutta riprova che il ‘popolo’ si muove in maniera imperscrutabile e imprevedibile. Forse, nel caso del PD, si potrebbe ipotizzare che stia aleggiando un dubbio esteso sulla solidità e sulla bontà della catena di comando, ma sono solo ipotesi.
Più puntuali invece le indicazioni che ci vengono sul clima del paese:
in campagna elettorale sembra accentuarsi il senso di ‘rancorosità ‘ dominante che destre e M5S interpretano meglio: sale infatti la convinzione di un paese ‘matrigno’ cui gli elettori avrebbero dato più di quanto hanno ricevuto;
contemporaneamente — in relazione all’Europa — assistiamo a qualcosa di analogo, anche in questo caso per la metà degli italiani, il nostro paese avrebbe dato di più di quanto ricevuto, ma….la successiva domanda sull’uscita dall’euro, chiarisce che in questo caso piuttosto che di anti-europeismo, si tratta di una sensazione di solitudine e abbandono, nuovamente meglio interpretata da moderati e cosiddetti ‘populisti’.
Infine sale di ulteriori 3 punti la propensione ad andare a votare, probabilmente alimentata dall’ ‘inverno di scontento’ che abbiamo rilevato.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 28th, 2018 Riccardo Fucile
AZIENDA E PALLONE, TRONISTA E CANDIDATA A MISS ITALIA, INDAGATI PER CORRUZIONE E CONDANNATI PER SPERPERI: IL CENTRODESTRA NON PERDE IL VIZIO
I volti dell’azienda, quelli del pallone come Adriano Galliani, una ex candidata a Miss Italia, e poi
Luigi Cesaro, già blindato nonostante l’accusa di voto di scambio alle ultime elezioni regionali.
Ma anche Franco Rinaldi, condannato nel processo ‘Corsi d’oro’ e imputato nel processo ‘Matassa’ per corruzione elettorale.
Oppure Urania Papatheu, manager catanese condannata in primo grado per sperperi nella gestione dell’ex Ente fiera di Messina.
Senza dimenticare Antonio D’Alì, per cui la Cassazione ha ordinato un nuovo processo con l’accusa di concorso esterno a Cosa nostra.
Va così componendosi la lista elettorale del centrodestra, con i nomi scelti da Silvio Berlusconi e le trattative che proseguono tra la task force di Arcore, Matteo Salvini e Giorgia Meloni.
Nonostante la coalizione conti di aumentare e di parecchio il numero dei parlamentari rispetto a questa legislatura, non mancano già gli scontenti. C’è Giovanni Toti, arrabbiato per i candidati paracadutati nella sua Liguria, dove si è visto bocciare le due proposte — Ilaria Cavo e Marco Scajola, nipote di Claudio — per far spazio a Lorenzo Cesa e allo scudocrociato della Udc.
Il cognato di Genovese — Ma anche a Messina c’è polemica sulle candidature.
Nel collegio uninominale Barcellona Taormina ci sarà infatti Franco Rinaldi, cognato del deputato nazionale Francantonio Genovese e zio di Luigi Genovese, deputato regionale all’Ars dallo scorso autunno e già indagato.
Tra gli azzurri non tutti hanno preso bene la presenza di un altro parente di Francantonio Genovese, detto “mister ventimila preferenze“, già condannato in primo grado a 11 anni di reclusione nel processo sui corsi di formazione regionale. Tra l’altro anche Rinaldi, ex deputato all’Ars, è già stato condannato nel processo ‘Corsi d’oro’ ed è imputato per corruzione elettorale.
La miss e la manager condannata
Nello stesso collegio dovrebbe essere candidata anche Elisabetta Formica, figlia di Santi, ex deputato e assessore regionale, recentemente indagato perchè aveva provato a blindare il suo patrimonio per evitare che la Procura regionale della Corte dei conti lo aggredisse dopo una sentenza di condanna.
Fa discutere anche la scelta di far correre nel proporzionale per Montecitorio Matilde Siracusano, ex aspirante miss Italia nel 2005 blindata dell’ex ministro Antonio Martino e già assistente parlamentare di Mariano Rabino, deputato di Scelta Civica. Come quella della Papatheu, manager condannata in primo grado per la gestione dell’ex Ente fiera di Messina e da sempre vicina all’area del coordinatore azzurro Gianfanco Miccichè.Cesaro, l’indagato per voto di scambio
E poi c’è “a purpetta“, ovvero Luigi Cesaro. In Campania, scrive il Corriere della Sera, una parte di Forza Italia non cela il malumore per il suo strapotere e le candidature dei suoi fedelissimi: Ermanno Russo, Carlo Sarro e Antonio Pentangelo. °
Cesaro è indagato per reati che sarebbero stati compiuti tra il maggio ed il giugno del 2015, in occasione cioè delle ultime elezioni regionali. Tra gli episodi contestati c’è la presunta raccomandazione di un praticante per entrare in uno studio legale che Cesaro avrebbe promesso ad un elettore in cambio di voti per il figlio Armando — anche lui indagato — ma anche il pagamento di abbonamenti ad alcuni elettori alla piscina di Portici di proprietà dei Cesaro.
Tra i fedelissimi di Cesaro con un seggio pronto figura appunto Carlo Sarro. Anche lui fu indagato per turbativa d’asta perchè coinvolto nell’inchiesta sulla gara di affidamento del servizio di manutenzione delle reti idriche di alcuni comuni delle province di Napoli e Salerno, che portò all’arresto di 13 tra presunti affiliati o fiancheggiatori del clan dei Casalesi . Nel 2015 Rosy Bindi aveva chiesto le dimissioni di Sarro dalla commissione Antimafia, ma un anno fa il gip del Tribunale di Napoli Egle Pilla ha deciso l’archiviazione dell’accusa.
D’Alì, un nuovo processo — Forza Italia al Senato candida anche Antonio D’Alì, che dovrà essere processato nuovamente in appello per concorso esterno a Cosa Nostra. Lo ha ordinato la corte di Cassazione appena quattro giorni fa, il 23 gennaio, annullando con rinvio la sentenza di assoluzione per le contestazioni successive al 1994 e di prescrizione per i reati a lui imputati antecedenti a quella data. Come ha raccontato ilfattoquotidiano.it la prescrizione era scattata perchè per la corte d’appello di Palermo il senatore ha contribuito al rafforzamento di Cosa nostra almeno fino al 1994. Per i pm, D’Alì avrebbe avuto rapporti con le cosche e con esponenti di spicco dell’organizzazione come il superlatitante Matteo Messina Denaro, Vincenzo Virga e Francesco Pace, fin dai primi anni ’90, e avrebbe cercato l’appoggio elettorale delle “famiglie“. Il politico avrebbe poi svolto un ruolo fondamentale nella gestione degli appalti per importanti opere pubbliche. Dei presunti collegamenti di D’Alì con le cosche hanno parlato vari pentiti, ritenuti attendibili dai giudici d’appello.
I volti dell’azienda
Silvio Berlusconi punta poi sui suoi fedelissimi. La parola d’ordine e avere truppe fidate per i vari ed eventuali scenari di governo. Così tra le new entry spunta Galliani, l’ex ad del Milan che ha già rassegnato le dimissioni dal vertice di Mediaset Premium perchè per lui si prospetta un posto a palazzo Madama. Ma ci sarebbe un seggio certo anche per il vicepresidente della Fininvest, Pasquale Cannatelli. Sempre al Senato dovrebbe essere candidato pure l’ex direttore di Panorama, Giorgio Mulè.
Le quote rosa
E non c’è solo la ex aspirante Miss tra le donne del centrodestra. Repubblica inserisce nelle liste anche la già pasionaria di sinistra allo Zen, Rosi Pennino, e l’ex tronista di Uomini e donne, Ylenia Citino. Ma non solo. A Palermo saranno candidate Adelaide Mazzarino, moglie del forzista Eusebio D’Alì, e Domitilla Giudice, figlia dell’ex deputato Gaspare. Certe poi le candidature delle deputate uscenti, dalla Prestigiamo alla Giammanco, dalla Carfagna alla Brambilla, dalla Gelmini alla De Girolamo, lasciando un posto anche alla fedelissima collaboratrice di Berlusconi, Licia Ronzulli.
Il nipote di Vespa e l’avvocato del divorzio da Lario — In corsa resterebbero anche Andrea Ruggeri, nipote di Bruno Vespa dato come capolista nel proporzionale alla Camera, in Abruzzo, all’Aquila.
Sempre in Lombardia si parla invece della candidatura di Andrea Barachini, giornalista del Tgcom Mediaset, di recente nominato responsabile della comunicazione tv di Berlusconi, ma anche Federica Zanella, ex giornalista sportiva di Telelombardia. Un collegio dovrebbe spuntarlo pure Francesco Ferri, che attualmente guida il Centro studi del Pensiero liberale e, forse sempre in Lombardia, l’avvocato patrimonialista Cristina Rossello, esperta di diritto societario, che ha assistito Berlusconi nel divorzio da Veronica Lario.
Lotito con Forza Italia
E’ tornata a circolare con insistenza infine la voce di una candidatura blindata per il presidente della Lazio e della Salernitana, Claudio Lotito, in quota Forza Italia e non con la quarta gamba: per lui ci sarebbe un posto nel proporzionale al Senato in Campania (collegio Avellino-Benevento-Caserta), dietro la moglie di Clemente Mastella, Sandra Lonardo in corsa invece con Noi con l’Italia-Udc.
Mentre Vittorio Sgarbi dovrebbe sfidare Luigi Di Maio a Pomigliano, con un paracadute nel proporzionale in Emilia. Tra le new entry potrebbe ritornare in Parlamento pure Melania Rizzoli, già deputata del Pdl e vedova dell’imprenditore e produttore cinematografico Angelo Rizzoli. Continua anche il corteggiamento all’atleta paralimpica calabrese Giusy Versace, nipote dello stilista Gianni.
Bossi candidato — Nella liste della Lega sembra sembra sempre più probabile un posto per Umberto Bossi. Che tra il Senatur e Salvini non ci sia feeling ormai è cosa nota, ma Bossi alla fine sarà ricandidato e traslocherà a Palazzo Madama dove pare voglia correre anche lo stesso segretario del Carroccio.
Quanto a Fratelli d’Italia, il partito della Meloni ha preferito, spiegano, dare spazio ai nomi più rappresentativi nel territorio.
(da “NrxtQuotidiano”)
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Gennaio 28th, 2018 Riccardo Fucile
ORA CORRERA’ PER IL PD PER POSTO SICURO IN PARLAMENTO
Dalle liste di Alleanza nazionale (per le comunali del 1995, aveva vent’anni) a quelle del Pd. Passando per l’ufficio stampa di un sottosegretario in quota Udeur, il partito cristiano-democratico di Clemente Mastella.
In mezzo l’impegno nell’Arcigay, di cui nella seconda metà degli anni Novanta è stato dirigente, e una rapida carriera da giornalista nel gruppo Gedi della famiglia De Benedetti.
Che lo ha visto dirigere Il Messaggero Veneto e il settimanale Espresso per poi approdare — solo lo scorso ottobre — alla condirezione di Repubblica.
E’ la parabola non proprio lineare di Tommaso Cerno, che sabato ha ufficializzato l’addio al quotidiano e la candidatura con i dem per il Senato, come capolista nel collegio plurinominale del Friuli Venezia Giulia.
Come ricordato a dicembre dal blog Il Perbenista, e come ilfattoquotidiano.it ha verificato, Cerno nel 1995 corse per le amministrative del 23 aprile.
Si candidò alle comunali di Udine, sua città natale, per An. Nel partito nato pochi mesi prima, dopo la svolta di Fiuggi e lo scioglimento del Movimento sociale italiano, l’aveva reclutato l’allora presidente provinciale Daniele Franz, ex Fronte della Gioventù e Msi. Cerno comunque non fu eletto.
L’anno dopo iniziò a impegnarsi nel circolo Arcigay di Udine e stando alla sua biografia — che non fa menzione dell’impegno in politica — fu tra i promotori del Gay Pride di Venezia del 1997.
Ma, mentre collaborava con Il Gazzettino, dalla politica ebbe un’altra chance.
A cavallo tra fine anni Novanta e inizio anni Duemila fu infatti addetto stampa di Mauro Fabris, politico vicentino con un passato nella Dc e, all’epoca, sottosegretario ai lavori pubblici del governo D’Alema I, alle finanze per il D’Alema II e a industria, commercio e artigianato nel secondo esecutivo Amato. Fabris era in quota Udeur e in seguito è stato vicepresidente della commissione Lavori pubblici del Senato.
Nel 2013 è stato nominato presidente del Consorzio Venezia Nuova, il concessionario statale per la realizzazione del Mose, commissariato dal 2014 dopo l’inchiesta sugli appalti che ha portato alla condanna in primo grado dell’ex ministro dell’Ambiente Altero Matteoli mentre l’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan ha patteggiato ed è stato condannato a risarcire allo Stato 5,8 milioni.
Poi l’approdo di Cerno al gruppo Espresso, oggi Gedi, come collaboratore del Messaggero Veneto, dove ha lavorato fino al 2009 quando è passato all’Espresso.
Diventato vicecaporedattore dell’Attualità , nell’autunno 2014 è stato richiamato nel quotidiano friulano con l’incarico di direttore.
Nel 2015 ha tentato anche la strada della tv con il programma D-Day, su Rai3. E ha pubblicato il saggio A noi! — Cosa ci resta del fascismo nell’epoca di Berlusconi, Grillo e Renzi, analisi che arrivava alla conclusione che “molti atteggiamenti del regime si sono conservati” e “l’eredità del fascismo arriva dritta nell’epoca di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi“, “il nuovo taumaturgo del Belpaese”, che l’anno dopo il colpo di mano ai danni di Enrico Letta era “talmente sereno da potersi permettere di giocare alla Playstation mentre attende l’esito delle regionali 2015. Per chi non sta al suo passo, il futuro è uno solo: l’oblio“.
Nell’estate 2016 il salto: torna all’Espresso come direttore. Il settimanale pubblica copertine sul Giglio magico e il caso Consip ma anche editoriali in cui Cerno si chiede perchè mai “quando a sinistra le cose vanno male è sempre colpa del leader”.
Nell’ottobre 2017 Gedi ha annunciato di avergli affidato la condirezione di Repubblica, al fianco di Mario Calabresi.
Il 10 dicembre Cerno intervista Renzi: due pagine in cui il leader Pd — senza seconde domande — difende il Jobs Act, rivendica il Reddito di inclusione, la “lotta al caporalato”, la reintroduzione del falso in bilancio, “il blocco degli sbarchi ma lavorando sulla cooperazione internazionale” e pure la gestione del caso Etruria: “Non abbiamo scheletri nell’armadio, vogliamo la verità . La Commissione di inchiesta ha mostrato cose molto interessanti, soprattutto sulle banche venete”.
Dieci giorni dopo l’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni, proprio davanti alla commissione parlamentare, confermerà che a fine 2014 l’allora ministro gli chiese di valutare un intervento a favore dell’istituto di cui il padre era vicepresidente.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 28th, 2018 Riccardo Fucile
GLI STRANI CONTROLLI DEI VERTICI GRILLINI… E C’E’ CHI SALTA PERCHE OCCORRE FARE POSTO ALLA FIDANZATA DI CRIMI
Altre due candidate alle elezioni politiche 2018 per il MoVimento 5 Stelle sono state fatte fuori
ieri. Si tratta di Maria Laura De Franceschi, che era candidata in Lombardia, e Sara Cunial, che invece si doveva presentare in Veneto.
La De Franceschi, racconta oggi Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera, è stata accusata di comparire nelle liste Falciani, ossia un elenco di clienti della HSBC provenienti da vari paesi europei che hanno utilizzato quell’istituto di credito per i propri depositi bancari.
Il nome di una Maria Laura Franceschi compare in alcuni articoli del 2015 (dove si parla di una 65enne nata a Udine ma residente a Milano con un conto di 83mila euro).
Lei su Facebook si difende: «È falso». E ancora: «Giustamente mi si chiede conto, io fornisco prova dell’errore. Ma come fa il Movimento a difendersi dagli attacchi mediatici?».
Il caso di Sara Cunial è più articolato. Sulla candidata che viene da Cismon del Grappa sono circolate fotografie di status su Facebook in cui parlava della possibilità di fornire vaccini gratis ai bambini come “genocidio gratuito”: “ricorda molto la politica di alcuni anni fa che prevedeva l’eutanasia di massa che doveva portare ad una rigenerazione genetica”.
Rete Veneta, tg regionale del Veneto, l’ha contattata per chiederle spiegazioni un paio di giorni fa ma lei non ha voluto commentare quegli status e ha reso il profilo facebook chiuso dopo la telefonata.
Ieri poi del caso di Cunial si è occupata La Stampa, che ha pubblicato uno di questi status e il MoVimento 5 Stelle ha a quel punto fatto sapere ai giornali che la candidata è stata tolta dalle liste.
Ovviamente solo dopo che ne hanno parlato i giornali e chissà perchè nei suoi confronti non si è accorto di nulla chi diceva di aver fatto “controlli incrociati andando a ritroso su facebook” di tutti i candidati che si erano presentati alle Parlamentarie.
Evidentemente mentre il turpiloquio è stato considerato causa escludente dal partito del vaffanculo, delle sciocchezze sui vaccini ci si è accorti soltanto quando ne hanno parlato i media, quei media che secondo il M5S sono il male
Anche perchè in altri status la Cunial chiedeva la riammissione nell’Ordine dei Medici di Gava e Miedico oppure elogiava il sindaco di Resana Loris Mazzorato che aveva distribuito un dossier sui danni da vaccino.
Ma evidentemente chi aveva “controllato” le liste del M5S in quel momento non ricordava che “chi dice che il M5S è contro i vaccini dice sciocchezze”. Come buona parte del M5S stesso a giorni alterni, del resto.
«Meritava quel posto, era preparata ed aveva anche provveduto a cambiare il messaggio ma ormai era troppo tardi. Un errore che non le è stato perdonato» hanno commentato con La Stampa ieri alcuni attivisti veneti che evidentemente fanno parte della buona parte.
Fuori anche Mario Corfiati, secondo in Piemonte alla Camera: per lui i 5 Stelle parlano di «danno d’immagine» senza spiegare nulla.
E c’è un caso, quello di Stefano Buffagni: vicinissimo a Luigi Di Maio, candidato alla Camera in Lombardia, in lista nel suo collegio il consigliere regionale uscente è collocato dietro a Paola Carinelli, membro dei probiviri pentastellati e compagna di Vito Crimi. Una posizione, la seconda, che – salvo clamorose sorprese –condanna Buffagni.
La vicenda è scoppiata perchè Carinelli è candidata nel collegio Lombardia 1-02 anche se non è lì residente perchè il comitato di garanzia, nel quale siede Crimi, ha varato la regola per la quale i primi tre più votati sarebbero stati capilista nei diversi collegi, a prescindere dalla residenza.
E allora ecco le accuse di conflitto di interessi nei confronti di Crimi e Carinelli.
Proprio lui su Facebook, citando Martin Luther King, ringrazia tutti dicendo “Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti”.
Chissà se c’è un riferimento sarcastico.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 28th, 2018 Riccardo Fucile
RINUNCIA AL COLLEGIO SICURO DI LAZIO 2 IN QUOTA BONINO PERCHE’ IL SUO EX COMPAGNO E PADRE DI SUA FIGLIA E’ CANDIDATO NELLO STESSO TERRITORIO… “IL RISPETTO E’ PIU’ IMPORTANTE”
In un mondo di squali che si rivelano tali al momento delle candidature dopo essersi spacciati per sardine, non può non colpire in senso positivo il bel gesto di Sara Manfuso, ex modella che guida di un’associazione per i diritti delle donne (I Woman) che divenne piuttosto famosa dopo un’ospitata a Otto e 1/2 in cui parlò del suo rapporto con il deputato all’epoca uscito dal PD Alfredo D’Attorre e del suo essere profondamente renziana.
La Manfuso era stata candidata da +Europa come capolista in Lazio2 all’interno della coalizione del centrosinistra ma, come scrive lei stessa sulla sua pagina Facebook, ha rinunciato a una candidatura che l’avrebbe certamente portata in Parlamento perchè Alfredo D’Attorre, suo ex compagno e padre di sua figlia, sarà candidato nello stesso territorio per Liberi e Uguali.
“Certo, essere la capolista nella mia area territoriale di provenienza (mi sarei sentita un’aliena a essere catapultata altrove) — scrive lei su Facebook, alla faccia di chi approda a Sesto Fiorentino — sarebbe stata una gran bella opportunità ma, ancor più importante, è il rispetto per il padre di mia figlia (Alfredo D’Attorre, capolista Leu in Lazio2) e per la sua ventennale biografia politica che non può essere oggetto di un certo inevitabile “para-giornalismo” che si scatenerebbe”.
Chapeau.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 28th, 2018 Riccardo Fucile
ESCLUSI ECCELLENTI: DA LATORRE A MANCONI, DA REALACCI A CROCETTA
Il ricambio è “fisiologico”, ha spiegato Matteo Renzi, parlando di “amarezza” nel prendere alcune
scelte.
La lista degli esclusi dalle liste Pd è lunga, i posti a disposizione, rispetto alla scorsa tornata elettorale si profilano anche molto minori. Uno tsunami che raggiunge politici navigati e di primo piano, come il ministro Claudio De Vincenti che potrebbe però rientrare dalla finestra, nel collegio di Sassuolo che Gianni Cuperlo ha rifiutato perchè non è il suo e serve un candidato “più radicato nel territorio”.
Come Luigi Manconi, in prima linea per lo ius soli, per i diritti civili e per la verità su Giulio Regeni, spinto invano da un’imponente raccolta di firme eccellenti.
Le esclusioni raggiungono anche le aree di riferimento di ministri importanti.
Di area Marco Minniti è escluso Nicola Latorre, ex dalemiano come il titolare del Viminale – “Nessuno mi ha detto nulla, ma ognuno ha il suo stile” commenta piccato.
Di area Graziano Delrio escono il sottosegretario Angelo Rughetti e l’ex sindaco Roberto Reggi. Di area Paolo Gentiloni, il sacrificato è Ermete Realacci, ex ministro e rappresentante da anni del mondo ambientalista.
Scompare inoltre la piccola pattuglia di parlamentari vicini a Giorgio Napolitano: Amendola, Manciulli, Morando, Quartapelle.
Salta anche la candidatura di Sergio Lo Giudice, ex presidente Arcigay, artefice, con Monica Cirinnà , della legge sulle Unioni Civili, esibita dal partito come una medaglia al valore.
La comunità Lgbt si può però consolare con la conferma della Cirinnà e con la new entry Tommaso Cerno.
Lo tsunami arriva in Sicilia. Non c’è Rosario Crocetta, che aveva rinunciato a ripresentarsi candidato per il secondo mandato da governatore in cambio di una seconda vita a Roma.
Non c’è Beppe Lumia, ex presidente della commissione antimafia che parla di “colpo mortale all’idea di un partito progressista e plurale”.
Non c’è la giovane Magda Culotta, sindaco di Pollina, per cui tante lodi erano state spese dal segretario. Non c’è perfino Giusi Nicolini, ex sindaco di Lampedusa, un’eccellenza secondo Renzi, fino a oggi.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 28th, 2018 Riccardo Fucile
LACRIME, RABBIA, SUPPLICHE E LITIGI PER LE LISTE, COSI’ RENZI SI E’ FATTO UN SUO PARTITO
La notte che trasforma il Pd. Anzi, la notte del Pd. Alle cinque di mattina Andrea Orlando è distrutto. Chiede, con voce tesa: “Si possono almeno avere le fotocopie delle liste? Fateci almeno sapere dove ci avete messo. Un’ora di tempo e riprendiamo”. Emanuele Fiano ha l’incarico di rispondere che non c’è tempo.
Poco dopo inizia la direzione, sette ore dopo la prima convocazione. E dalla presidenza, per la prima volta nella storia, le liste vengono solo lette. Un lungo eletto di sommersi e salvati.
Paolo Gentiloni, arrivato alle due di notte, è visibilmente imbarazzato. Soprattutto quando non viene pronunciato il nome di Claudio De Vincenti, il suo sottosegretario a palazzo Chigi.
Uomini di governo, gente con una lunga storia alle spalle, anche di provata lealtà apprendono solo a quel punto il proprio destino. Senza un colloquio, un sms, un contatto col Capo
.Al termine del lungo elenco, nero su bianco non resta nulla, alimentando nelle ore successive il sospetto di aggiustamenti, limature, ulteriori sostituzioni nonostante il passaggio ufficiale. Poche ore dopo, a metà mattinata il sole illumina il “partito di Renzi”. Dal Nazareno escono mano per mano la neo candidata Francesca Barra, giornalista che conquistò Renzi con una non indimenticabile intervista a palazzo Chigi, col suo compagno Claudio Santamaria, il popolare attore che prima si schierò con Virginia Raggi, tranne poi dichiarare poco tempo fa la sua delusione.
La grande epurazione è compiuta, in un clima terrore. Il secondo piano per tutta la notte è un bivacco di anime perse: segretari regionali, parlamentari, dirigenti che col passare delle ore cercano di capire dove sono finiti, quali sono i criteri, i motivi, il perchè.
Matteo Renzi è asserragliato al terzo piano nella sua stanza, quella che fu del tesoriere Luigi Lusi, porta blindata con codice di accesso.
In pochi riescono ad entrare. Inserisce nomi, stronca con un tratto di penna carriere politiche, disegna collegio per collegio il “suo” partito di fedelissimi.
La renzizzazione di un partito che, del vecchio, mantiene solo il simbolo, chissà per quanto. Opposizioni decimate, e prima ancora umiliate.
“Parlaci tu con Orlando, io ho altro da fare”, dice a Piero Fassino. Per due giorni il Guardasigilli, leader della minoranza interna, chiede invano di essere ricevuto.
Cuperlo apprende di essere candidato a Sassuolo alle tre di notte via sms. E rinuncerà ventiquatt’ore dopo. Mentre Orlando alle quattro di notte apprende che la sua corrente è smontata: “Piero — dice all’ex segretario — sui numeri possiamo ragionare, ma non potete scegliere voi le persone. Quelle spetta a me indicarle”. Niente da fare.
Cadono i nomi di Andrea Martella, parlamentare di lungo corso stimato, molto stimato da Walter Veltroni e anche del giovane Marco Sarracino, il portavoce della mozione, 28enne, il più giovane di tutti.
Urlano i suoi parlamentari: “Ditelo che non volete il rinnovamento, ma un partito yes man!”.
Il clima è da tregenda. Scoppia a piangere anche Deborah Serracchiani, una fedelissima, che in una prima bozza non compare nelle liste del Friuli: “Io ci perdo la faccia — sbotta in uno scatto di nervi — se non mi mettete in Friuli non mi candido”.
Alla fine ce la fa. Entrano e escono dalla stanza del segretario i pochi che hanno accesso. Nella lunga notte, la tensione è a fior di pelle. A un certo punto si sentono le urla di Renzi: “Adesso non mi rompete i …, uscite tutti dalla mia stanza. Poco dopo si vedono varcare la testa Fassino, Franceschini, Lotti. Maria Elena Boschi, sempre presente, è in cabina di regia col Capo. Racconta più di un presente: “C’era un’aria da funerale. Quando Minniti è arrivato a mezzanotte, ha stretto qualche mano, sembrava consolasse chi poi effettivamente non ce l’ha fatta. È la fotografia di un partito che si prepara alla sconfitta, col leader che si fa i gruppi a sua immagine”.
Fuori Lo Giudice, Damiano recuperato all’ultimo ma in collegio difficile a Terni, una decina scarsa i parlamentari di Orlando, catapultato a Modena senza collegio.
Stessa sorte al vulcanico Emiliano, forse il solo che riesce a prendere di petto il segretario: “Tu non hai capito un ca…. Io queste liste te le straccio. Hai capito? Te le straccio. Se vai avanti così in Puglia non ti ci fanno neanche mettere piede”.
Il governatore riesce a salvarne solo tre dei suoi, tra cui Boccia, rimasto in bilico fino alla fine, perchè troppo critico con Renzi.
In Campania, dove sono blindati il figlio di De Luca e Alfieri, l’uomo delle fritture di pesce e delle “clientele come Cristo comanda” Michele Emiliano non riesce a tutelare nessuno dei suoi.
Le liste, vendetta postuma di chi è uscito, certificano l’inagibilità politica del Pd e, con essa, l’umiliazione di chi è rimasto dentro pensando che comunque ci fosse uno spazio e una quota per mantenere vivo un punto di vista.
Sconcerto, sgomento, nella lunga notte, il pugno del comando è sbattuto dal Capo anche sui tavoli che riguardano i suoi, travolti anch’essi dal meccanismo di vendette e ricompense.
Paolo Gentiloni non riesce a candidare il suo uomo di fiducia a palazzo Chigi, Antonio Funiciello e a salvare Ermete Realacci.
Mentre ci vuole tutta la pazienza di Franceschini per tenere Luigi Zanda — un altro a cui non è arrivata una telefonata dal suo segretario – al Senato e non spostarlo alla Camera. Perchè il disegno è chiaro. Al Senato andranno Renzi, Carbone, Bonifazi, Giuliano Da Empoli (Lotti e la Boschi non hanno l’età ): con un partito sfondato nelle casse, dopo il referendum, e con quello alla Camera ridotto di più della metà , solo al Senato ci saranno un po’ di risorse e di incarichi sistemare degli staff.
A proposito, Maria Elena Boschi, oltre all’uninominale di Bolzano, sarà candidata in un proporzionale nel Lazio, sempre lontano da Arezzo.
“Questo non è più il Pd”, “democratico”, “plurale”, piovono indignate agenzie, dirigenti come pugili suonati che avevano bisogno del ko per scoprire i muscoli di Renzi.
Anche la quota di Delrio, volto del renzismo mite, è ridimensionata. In Emilia Richetti è al secondo posto dopo Valeria Fedeli e Delrio, candidato all’uninominale di Reggio Emilia, è l’unico ministro che non ha un paracadute proporzionale.
Escluso Angelo Rughetti, sottosegretario alla Funzione Pubblica, ieri su tutte le pagine dei giornali per la chiusura dei contratti per le forze armate. Il senso di quel che è accaduto è nei numeri che i più attenti sanno leggere: su una stima di 200 eletti, Renzi ha 160 parlamentari suoi, i restanti 40 sono distribuiti tra Martina, Orfini, Franceschini, Orlando. Vai a chiedere un congresso il minuto dopo una sconfitta. Il partito di Renzi c’è, e nascerà in Parlamento.
E ora è nelle liste, omericamente trasmesse a voce, prima di tornare sulla scrivania del Capo.
(da “Huffingtonpost”)
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