Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
L’AZIONE DEI 33 ATTIVISTI E DELL’AVV. BORRE’ VA AVANTI E POTREBBE PORTARE ALL’INIBIZIONE DEL SIMBOLO E ALL’ANNULLAMENTO DELLA NOMINA DI DI MAIO
“Ho comunicato ai ricorrenti che non ho ravvisato ostacoli per un giudizio. Ho chiesto però
di farmi avere una bozza per l’atto che vogliono presentare per controllarlo”.
Così il curatore speciale Luigi Cocchi, avvocato nominato dal Tribunale di Genova dopo il ricorso presentato da 33 attivisti della prima ora del Movimento 5 stelle.
“Dopo che avrò visto l’atto nominerò gli stessi avvocati dei ricorrenti per portare avanti il giudizio. Mi sembra la cosa più sensata poichè conoscono tutta la vicenda. Nominarne uno nuovo, che debba mettere mano all’intera documentazione, mi sembrerebbe uno spreco”.
Gli avvocati sono Lorenzo Borrè e Alessandro Gazzolo, che avevano presentato, a nome di 33 attivisti, ricorso contro l’istituzione della nuova associazione dei 5 stelle, avvenuta lo scorso dicembre.
Quell’atto, a loro dire, crea i presupposti per un conflitto di interessi da parte di Beppe Grillo nel difendere i diritti dei primi associati.
Con il ricorso gli iscritti chiederanno “tre azioni cautelari”: avere da Beppe Grillo “i nomi e i dati di tutti gli associati alla prima associazione per poter convocare un’assemblea che nomini il nuovo capo politico”, “la tutela del sito movimento5stelle.it” nonchè “l’inibizione del simbolo”.
L’avvocato Borrè è felice della decisione del curatore: “Prepareremo il ricorso e nei prossimi giorni invieremo tutto all’avvocato Cocchi. Nel giro di poco tempo poi saremo pronti a depositare tutto in tribunale”.
(da “NextQuotidiano“)
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Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
PARE DI ESSERE AL CALCIOMERCATO… INSORGONO I RISERVISTI DI FORZA ITALIA CHE NON VOGLIONO CEDERE COLLEGI SICURI… L’IDEA PARISI E’ DI LA RUSSA, COSI’ EVITA A RAMPELLI LA BRUTTA FIGURA DI PERDERE.. INUTILE DIRE CHE PIROZZI NON SI RITIRA
L’ultima idea del Centrodestra nel Lazio si chiama Stefano Parisi. Ma non è detto che alla fine tocchi al leader di Energie per l’Italia, già candidato sindaco di Milano nel 2016, risolvere il rebus del candidato governatore.
A frenare sull’ipotesi, che aveva preso quota in mattinata, è stata la richiesta di 5 collegi che il fondatore di EPI avrebbe chiesto per i suoi, nelle liste per le Politiche.
Una richiesta giudicata eccessiva da Forza Italia, che si dovrebbe far carico — nella ripartizione dei collegi all’interno del Centrodestra — del sacrificio.
Raccontano che Silvio Berlusconi avrebbe anche dato l’ok ad una controproposta di tre collegi, salvo poi fermare tutto: perchè dentro FI c’è già malumore per la “donazione di sangue” a favore dei centristi di Noi con l’Italia-Udc, e perchè così si assottiglierebbe ulteriormente la pattuglia di fedelissimi azzurri da spendere sul tavolo di eventuali larghe intese. Tanto che il Cav avrebbe addirittura rilanciato l’ipotesi Gasparri.
Entro oggi, spiegano fonti di FI, Berlusconi vorrebbe sbloccare la trattativa, anche perchè dalla vicenda Lazio dipende la ripartizione dei collegi maggioritari con gli alleati, FdI e Lega.
In queste ore, rientrato dal vertice del Ppe di Bruxelles, il Cav è riunito Arcore lo stato maggiore di FI per fare il punto proprio su chi schierare nella sfida a Nicola Zingaret*
Il coniglio dal cilindro l’ha tirato fuori Ignazio La Russa. Stefano Parisi.
Piace a Matteo Salvini, evita a Giorgia Meloni di mandare allo sbaraglio il suo braccio destro Fabio Rampelli e, soprattutto, va bene a Silvio Berlusconi e Antonio Tajani.
Ma nel centrodestra dalle 100 teste tutto va soppesato fino all’ultimo secondo.
Rimane sempre il problema Pirozzi.
(da agenzie)
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Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
“TEMO CHI VERRA’ DOPO, QUANDO GRILLO AVRA’ FALLITO”
“Ancora ci parlo col mondo dei Cinque stelle, anche se in maniera critica”, dice Michele Santoro. “Ma
ogni volta succede una cosa incredibile. Incivile. Vieni sommerso da centinaia di ‘vaffa’. Anche minacciosi. Personalmente me ne frego, figurati. Sono vecchio del mestiere. E ho le spalle larghe. Ma vedo attorno a me una specie di conformismo, da parte di giornalisti, scrittori, registi, musicisti… si spaventano. Prevale un principio di prudenza. Pensano ai loro dischi, ai loro libri, alle vendite… Un po’ dicono: ma chi me lo fa fare di criticare? Meglio stare zitti. Non voglio fare nomi, ma ne conosco a decine. E questo è un problema. Enorme. Se non discutiamo più, se non si può nemmeno criticare, siamo messi male. Davvero male”.
Il vicesindaco di Roma, Daniele Frongia, un paio di giorni fa ha twittato una foto di Santoro, presa nel corso della sua nuova trasmissione, che si chiama “M”.
Un fotogramma tratto della puntata della settimana scorsa, che era intitolata “la banda degli onesti”, ed era dedicata a Virginia Raggi. “’M’ come Munch”, ha scritto Frongia. Un urlo. Con minore fantasia decine di militanti del Movimento cinque stelle hanno scritto, invece: “M come merda”.
Dicono che Santoro ha sostituito Berlusconi con i grillini. Il Movimento cinque stelle è il tuo nemico?
“Ma no. Ho parlato della Raggi, della sua esperienza amministrativa. E penso questo: penso semplicemente che in Italia c’è un problema di classe dirigente. E il problema non riguarda solo l’inadeguatezza della Raggi, che semmai un po’ corre il rischio dell’effetto Spelacchio, ovvero d’ingenerare simpatia, per manifesta incapacità . Il problema più grave secondo me è questo: che c’è di fronte alla Raggi? Dov’è il sindaco ombra? Dov’è l’alternativa? E poi c’è un’altra cosa che mi preoccupa del M5s. A Roma c’è un’emergenza rifiuti conclamata. E il sindaco appartiene a un partito che è capeggiato da Beppe Grillo, cioè dal guru del riciclo e dell’ambientalismo, uno che ha fatto spettacoli anche molto remunerativi su questo tema. Ti aspetteresti un impegno dei militanti sul territorio. Ti aspetteresti di vedere in giro per la città ‘le guardie rosse’ del grillismo, i ‘gruppi di sostegno di Savonarola’, insomma militanti impegnati a sensibilizzare i romani sul tema. Un impegno ventre a terra. Una rivoluzione culturale. E invece niente. E questo è preoccupante. Significa che il M5s non è in grado di mobilitare la sua gente. E’ un blog”.
E’ tutto virtuale.
“Vedi solo una città sempre un po’ più triste e un po’ più sporca. Con un sentimento diffuso di rassegnazione che pervade tutti”.
E questo può deprimere. Ma perchè ti preoccupa?
“Mi preoccupa quello che succederà quando le speranze che i Cinque stelle hanno alimentato saranno definitivamente deluse. Quando questo avverrà , poi che succede? Chi verrà dopo di loro? Oggi i sondaggi dicono che gli italiani vogliono l’uomo forte. Esprimono sfiducia nei confronti della democrazia. E mi preoccupa, tutt’intorno a questo disastro, l’assenza di alternative. Mi preoccupa il collasso della sinistra. Guarda Repubblica. Guarda Eugenio Scalfari che litiga con Carlo De Benedetti. In quel modo tremendo”.
C’è la fine della sinistra in quel litigio?
“E’ un mondo che rovina su se stesso. Che si sfinisce a pesci in faccia. E’ la fine di Repubblica. E quello, tienine conto, è sempre stato anche il mio pubblico”.
Ma De Benedetti e Scalfari, dice Santoro, i due grandi vecchi, “sono dei fondatori. Hanno scommesso, hanno comprato, hanno svalutato, hanno creato, hanno fatto e disfatto, hanno vissuto”.
E insomma sono due monumenti. Ingombranti, come tutti i monumenti. Che litigano perchè sono ancora vitali.
“I più giovani lì sono i due vecchi”, dice Santoro. “Ma intorno cosa c’è? Nel giornalismo di sinistra? In quel mondo, e in quel giornale, che ha rappresentato tantissimo in questo paese? Regna un’idea di galleggiamento. E’ come se sopravvivere in queste circostanze di vuoto, in questa assenza di coraggio, di talento e di fantasia, sia diventato un elemento di professionalità . E’ tremendo”.
E torna Berlusconi, il tuo vecchio nemico.
“Il Cavaliere è stato molto abile a fare un gioco per lui inusuale: aspettare che gli altri sbagliassero. Anche le sue interviste sono apparse molto ragionevoli. Da uno che ha la testa sulle spalle. Ha detto cose sagge. Anche se ora, piano piano, stanno venendo fuori i suoi limiti”.
Che fai lo rivaluti? E’ una notizia.
“Ma figuriamoci se lo rivaluto. Ovviamente no”.
Però è in atto un fenomeno quasi revisionistico nei confronti di Berlusconi. Persino Bill Emmott, il direttore dell’Economist che disse “unfit to lead Italy”, adesso celebra il Cavaliere come l’unica speranza. L’unico sensato in un mondo di scombiccherati della politica.
“C’è la ricerca del meno peggio. Una specie di gioco di società nel quale lui s’infila, perchè è sempre bravo a fiutare l’aria. Ma è impensabile per chiunque, anche per lui, fare il capo politico a ottantatrè anni”.
Però lo rimpiangi, da un certo punto di vista.
“Penso che negli anni del berlusconismo imperante eravamo finalmente una società nella quale esistevano due grandi partiti a confronto. In una logica dell’alternanza. Il problema è che entrato in crisi Berlusconi questo magma non si è solidificato. L’opposizione non ha partorito un’idea di governo che ci portasse a diventare una democrazia compiuta. Così la crisi dell’opposizione, e la crisi di Berlusconi, ci hanno portato dove siamo”.
E dove siamo oggi?
“Nel momento più basso forse mai raggiunto dalla classe dirigente. Tutti cercano le soluzioni nel senso comune. Un po’ come in tivù. La sinistra sa solo criticare Renzi. Renzi ha perso smalto. Berlusconi è come me, cioè una specie di vecchio saggio che si aggira sulla scena con l’aria di chi si chiede: ‘Che devo fare?’”.
E poi c’è il Movimento 5 stelle.
“Grillo e Casaleggio hanno avuto una grande intuizione, hanno capito che il crollo di Berlusconi era anche il crollo di chi si opponeva a Berlusconi. E hanno capito che la battaglia politica si faceva più rapida. E andava combattuta in rete. Seguendo i dati emotivi dell’ultimo momento. La Casaleggio Associati è questo: è un termometro degli umori della rete. Non vedo come possa farsi governo. Ma è così”.
Voterai?
“Non saprei chi votare. Avrei sognato, dopo tanti discorsi sul valore di quelli che avevano votato ‘Sì’ al referendum, che ci fosse un tentativo di mettere insieme quel 40 per cento. Ma non c’è stato niente. Nessuna campagna d’ascolto. E adesso nessuno gioca per vincere, ma per ‘risistemarsi’ dopo le elezioni. Per cosa lottano adesso i partiti? Per fare un governo della Prima Repubblica. Ma senza Craxi, senza Moro, senza De Mita. Ci ritroviamo Di Maio , Salvini, e questo Renzi… l’ultimo Renzi. Non so se funziona”.
C’è Paolo Gentiloni.
“Che è intelligente. Ma che farà ? C’è bisogno di una riforma fiscale, di una riforma della giustizia e di una redistribuzione della ricchezza. Cose che non si possono fare con governi compositi. Non in questa situazione. Vedrete che alla fine arriverà chi saprà interpretare una novità vera. E c’è da capire se questa crisi non ci riporta molto indietro, agli anni in cui è nato il fascismo”.
Addirittura. Esageri.
“Non vedo in nessun altro paese una crisi dei partiti così forte, come in Italia. Negli Stati Uniti c’è Trump, ma ci sono anche il Partito repubblicano e il Partito democratico con i quali deve fare i conti. Venerdì i repubblicani, in Parlamento, non gli hanno approvato il bilancio. E questo vale anche per l’Inghilterra, per la Germania dove malgrado le difficoltà il sistema ha ancora due grandi partiti cristiano-democratico e socialdemocratico. Nemmeno il caso della Francia è assimilabile all’Italia. Siamo in una situazione vissuta con beata incoscienza. E che presenta un secondo elemento inquietante: la crisi dell’industria culturale. Il cinema, l’informazione, l’editoria libraria…”.
Secondo l’Istat, sei italiani su dieci non hanno letto nemmeno un libro nel 2016.
“E l’informazione televisiva è un disastro. Abbiamo circa quaranta trasmissioni che campano sugli ospiti. E non abbiamo ospiti interessanti. Fare trasmissioni che non abbiano l’aspetto di una tavola apparecchiata apposta per i politici è diventata una impresa impossibile. I compromessi da ingoiare per avere ospiti i leader che fanno più ascolto sono infiniti. Bisogna fornire in anticipo l’elenco delle domande, concordare l’orario di registrazione, la posizione in scaletta e fornire rassicurazioni sull’andamento della serata che non deve contenere sorprese e imprevisti”.
Anche prima c’erano “trattative”, pretese, scambi. Non sono nati oggi.
“E’ vero. Ma il politico si doveva comunque sottoporre al rito previsto dalla trasmissione. Ora stabiliscono tutto loro. Scelgono il giornalista con cui confrontarsi, decidono l’orario, intervengono sugli ospiti, sui servizi… Immagina cosa succede QQuando, per preparare una trasmissione, le redazioni parlano con l’addetto alla comunicazione del M5s, che stabilisce chi mandare in onda. L’ospite alla fine determina lo share. E se vuoi Di Maio o Di Battista devi sottostare a certe richieste. Lo stesso vale per D’Alema. Anche per Renzi. I contenitori sono soggetti a questo tipo di ricatto”.
Cosa ti piace in tivù?
“Il gruppo di lavoro di ‘Gomorra’. Nell’informazione penso che ci siano cose interessanti dentro ‘Nemo’. Poi c’è Riccardo Iacona. C’è ‘Report’”. Le Iene? “Fanno sensazione. Io non so se andare a intervistare Giuliano Amato sui campi di tennis, e alludere a intrighi da circolo sportivo intorno a Mps, possa servire a far capire agli spettatori le ragioni del possibile suicidio di David Rossi”.
Non hai citato niente di La7. La7 è la tivù grillina?
“Urbano Cairo grillino mi sembra troppo. E’ una esagerazione. Diciamo che La7 è certamente una televisione molto aperta al M5s, e anche agli oppositori di Renzi a sinistra. E questo però ha una motivazione. Il talk vive di opposizione, tolti Vespa e Fazio che sono istituzionali. Questo porta a enfatizzare più le cose che non funzionano, rispetto a quelle che vanno bene. Quindi, nella dinamica del presente, l’ascesa di Di Maio e il partito di Bersani sono materia su cui fare delle trasmissioni. Ed è naturale che finisci con i grillini”.
Dei quali non si parla male, quasi mai.
“Anche perchè se lo fai non vengono più da te”.
Tu e Vespa siete ancora i più bravi. T’infastidisce se lo dico?
“Penso che lui abbia vinto, e io ho perso. Anche i contenitori che erano nati con il mio format si sono culturalmente vespizzati”.
Vespa non ha eredi. E nemmeno tu.
“Oggi in tivù vedrai un film su Libero Grassi, dove si deve citare il mio ruolo. Dalle mie trasmissioni sono esplosi casi come la trattativa stato-mafia, De Magistris, il caso di Bella… Io mi chiedo: oggi da quali trasmissioni è venuto fuori un tema che ha condizionato il dibattito politico? E’ evidente che sia in crisi il ruolo dei mediatori culturali. Quelli che un tempo ti aiutavano a capire la realtà ”
La trattativa stato-mafia, giudiziariamente, è finita in nulla. Un flop.
“La verità storica e quella giudiziaria possono anche non coincidere. Però credo sia stato un errore far diventare la trattativa un processo, in mancanza di prove solide”.
Napolitano, Scalfaro, Mancino, Berlusconi stragista… un processo alla storia d’Italia. “C’è stato il tentativo di costruire un quadro estremamente organico. La smania di arrivare in cima. E lavorando così, senza prove, può anche finire che non arresti Al Capone per evasione fiscale”.
Un pasticcio.
“Lo diceva anche Falcone che questo tipo di processi non si fanno. Sarebbe stato meglio cercare di acchiappare quelli che si potevano acchiappare. Anzichè inseguire un’evanescente cupola politica. Di cose strane però ne sono successe in quella vicenda. A cominciare dalla mancata perquisizione del covo di Riina”.
La trattativa è stata il propellente per la fulminea, e piuttosto caduca, carriera politica di Antonio Ingroia.
“Io mi pongo un altro problema: c’è forse qualcosa che non va nell’incapacità del nostro sistema giudiziario di arrivare a delle conclusioni”.
C’è molto che non va.
“Il ruolo della giustizia non è quello di stabilire una verità quasi religiosa. Ma di fare giustizia in tempi ragionevoli, all’interno dello stesso momento storico in cui i fatti a processo si sono compiuti. Affinchè se ne possa trarre qualche vantaggio, anche sociale, da quel giudizio. Non diciott’anni dopo, quando non frega più a nessuno. Quando persino i protagonisti di quella vicenda non sono più sulla scena. O sono addirittura morti”.
E Santoro si descrive come un pendolo, sospeso tra pessimismo e fiducia.
“Faccio i conti con la crisi della tivù generalista, con prodotti destinati a un pubblico sempre più limitato”, dice. “Ma percorro anche strade nuove. Quindi sono ottimista. Penso che scavando dentro sentieri nuovi si possano acchiappare anche gli spettatori che si sono abituati alla tivù frammentata, al flusso delle chiacchiere. Ma mancano i soggetti di mercato, gli editori che scommettono. Tutti si arrangiano”.
Molti giornalisti cambiano mestiere, passano alla politica.
“Se non riesci nelle professioni, passi alla politica. Come i magistrati che citavi prima. Abbandoni un segmento in crisi. E la politica diventa un riciclo di risorse”.
Tu ti sei candidato una volta.
“E basta più”.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
IL CIRCO BARNUM DEL CENTRODESTRA CHE NON E’ D’ACCORDO SU NULLA, SALVO CHE SUL “UNITI SI VINCE”
La regola del limite del 3% del rapporto deficit/Pil divide ancora Matteo Salvini e Silvio Berlusconi.
Il leader del Carroccio, intervistato da Agorà sui Rai Tre, ha dichiarato: «La regola del 3 per cento? Sarebbe bello rispettarla, se danneggia però le imprese e le famiglie italiane sarà rimessa in discussione».
Salvini ha dichiarato che per lui qualunque regolamento che danneggi gli italiani «non esiste». E tra i provvedimenti da rivedere mette anche la Bolkestein e la direttiva Banche.
La netta posizione di Salvini smentisce quella recentemente assunta da Berlusconi.
Roberto Giachetti del Pd su twitter ha scritto: «Berlusconi rassicura l’Europa sul rispetto del 3% e Salvini subito lo smentisce. Fintamente uniti si può vincere, ma non governare. #inganni».
Critiche alle dichiarazioni del segretario leghista sono arrivate anche da Piercamillo Falasca, promotore di + Europa con Emma Bonino: «Traducendo in linguaggio semplice (la dichiarazione di Salvini, ndr): un eventuale governo a trazione leghista proverà blandamente a far quadrare i conti pubblici, ma se non ci riuscirà , aumenterà deficit e debito pubblico».
Per Falasca la Lega è pronta a far saltare i parametri europei di finanza pubblica, trascinando l’Italia in una nuova spirale di debito e alti interessi «come quella che abbiamo vissuto nel 2011».
La posizione leghista «è la ricetta migliore per portare rapidamente il Paese alla bancarotta».
(da “il Secolo XIX”)
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Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
I TECNICI HANNO MOLTI DUBBI SUI PROVVEDIMENTI DELL’AZIENDA…E NON SI TROVA NESSUNO CHE FIRMI GLI ATTI
Arriva oggi in Assemblea Capitolina la delibera inerente al piano economico e finanziario (PEF) di
ATAC in relazione alla procedura di concordato preventivo in continuità .
Il consiglio comunale si riunirà oggi, martedì 23 gennaio, con orario 19-23 e domani, mercoledì 24 gennaio, con orario 10-14.
Un piano che, in nome della #trasparenzaquannocepare, rimane un indovinello avvolto in un mistero all’interno di un enigma: «Materialmente ci sono stati consegnati nella riunione di oggi la delibera con le linee guida, e solo dopo ripetuta richiesta, i pareri degli uffici della ragioneria e del Segretariato sul documento approvato oggi dalla Giunta. Ma non il PEF, che è il documento più importante sui numeri e il piano con cui si intende salvare Atac, secretato per “motivi di riservatezza e opportunità ” come ci hanno riferito», ha fatto sapere ieri l’opposizione.
Il primo mistero del concordato ATAC, insomma, è il concordato stesso.
Il guaio è che, grazie alle indiscrezioni pubblicate oggi dai giornali romani, non è mica l’unico.
Il secondo mistero lo fa notare Giovanna Vitale su Repubblica Roma di oggi: la “Relazione per procedura concordataria” inviata a novembre in Campidoglio da Paolo Simioni, attuale presidente e dg di ATAC, spiega e afferma che il risanamento dell’azienda è cominciato già nel 2010 e ha registrato un picco nel 2015 con l’apertura della Metro C, che ha incrementato i chilometri percorsi e dunque i ricavi.
Un percorso che in sette anni ha consentito alla muncipalizzata di ridurre «l’indebitamento verso le banche, nel quale si segnala in particolare un azzeramento della componente a breve termine»; di stabilizzare «il volume del debito commerciale verso fornitori»; di mantenere sempre «in positivo» il margine operativo lordo (MOL).
Ma se ATAC è all’interno di un percorso di risanamento da sette anni, perchè la sindaca Virginia Raggi, l’assessora ai trasporti Linda Meleo e il presidente della commissione mobilità Enrico Stefà no sostengono da anni ormai l’esatto contrario, parlando di disastro ereditato dalle amministrazioni precedenti?
E non è tutto. La situazione sarebbe potuta essere addirittura migliore, incalza Simioni, «se fossero state realizzate, anche in parte, le dismissioni degli immobili non strumentali stabilite dalla delibera 39 del 2011». Rimaste invece sulla carta non solo per le giunte Alemanno e Marino, ma pure per quella 5 Stelle.
Ora, attenzione.
Chi parlò per l’ultima volta prima di lasciare l’azienda di dismissione degli immobili come soluzione per trovare liquidità ? La risposta è semplice: Marco Rettighieri, il DG che alla fine ha lasciato sbattendo la porta.
Nella sua conferenza stampa d’addio Rettighieri aveva detto proprio questo: «Per avere liquidità , bastava sbloccare il piano di dismissione degli immobili non strumentali». Un’operazione che avrebbe potuto portare nelle casse dell’azienda fino a «160 milioni di euro», come si leggeva nella relazione del 24 giugno 2016: Solo attraverso l’alienazione di cinque immobili dismessi, prevista dal piano industriale 2015-2019, sarebbero arrivati 98,2 milioni, secondo gli ex manager.
Ma la giunta M5S all’epoca bloccò tutto.
Ecco quindi che c’è un ulteriore elemento di (ri)valutazione del management che se ne è andato dopo essere arrivato rapidamente ai ferri corti con la classe dirigente a 5 Stelle del Campidoglio.
E nella relazione si dice anche che se non si è arrivati ad approvare un piano industriale votato al rilancio di ATAC è a causa dei troppi cambi al vertice dell’azienda. Un’attività a cui anche i 5 Stelle, volenti o nolenti, non sono stati estranei.
A margine della vicenda c’è anche un curioso aneddoto raccontato oggi da Simone Canettieri sul Messaggero.
A causa di una doppia malattia ieri mancava il dirigente del segretariato che firmasse materialmente la delibera di Atac (e che ne seguisse l’iter in Aula), fondamentale per presentare la richiesta di concordato venerdì prossimo al Tribunale.
Serviva il timbro tecnico e burocratico del Campidoglio sul Piano economico finanziario della municipalizzata dei trasporti. A parte le malattie, però, nella bozza finale del provvedimento è spuntata una clausola anomala: la giunta potrà cambiare il piano concordatario in corso d’opera, «sollecitando l’Atac ad effettuare tutte le migliorie opportune».
E questo a causa di un motivo ben preciso:
Per i tecnici l’operazione-concordato è un rischio per i conti del Comune. La Ragioneria annota che «determinerà un disavanzo di amministrazione», perchè il maxi-credito che il Campidoglio vanta nei confronti della sua controllata verrà pagato in vent’anni, solo a partire dal 2026.
Insomma, ci saranno «consistenti riflessi diretti e indiretti sul bilancio e sul patrimonio di Roma Capitale» e «l’amministrazione potrebbe essere chiamata a sostenere maggiori oneri». Tanto che all’Atac il Segretariato detta una condizione: rinunciare al contenzioso nei confronti del Comune, «al fine di contenere l’esborso finanziario» di Palazzo Senatorio.
L’aumento della produttività suggerito nel piano (da 37 a 39 ore di lavoro settimanali come prevede il contratto di categoria) è considerato insufficiente a riportare l’azienda in bonis. E non solo:
I dipartimenti del Comune annotano «particolare perplessità » sulla scelta di ripagare i creditori non solo con una quota del 31% cash, ma anche con obbligazioni a media e lunga scadenza (per coprire rispettivamente il 30% e il 39% del restante credito). Titoli che verrebbero pagati dopo il 2022, quando sarebbe «intervenuta la cessazione della proroga biennale appena concessa» del contratto di servizio. Ecco perchè emergono dubbi «sotto il profilo della percorribilità tecnica e della sostenibilità economica».
Ce n’è abbastanza, insomma, per capire che ci sarà ancora molto da discutere.
E da chiarire.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
SONDAGGIO EUROMEDIA: MONDO OMOSESSUALE PUO’ ESSERE DETERMINANTE PER L’ESITO FINALE, SI DICHIARA TALE IL 13% DEGLI ITALIANI
Il voto degli omosessuali è sempre più trasversale.
“Nell’elettorato italiano c’è un bacino molto sensibile al voto gay e che è disposto a votare chi inserisce nei propri programmi proposte contro l’omofobia e a favore dei diritti degli omosessuali”.
Il dato, consegnato dal portavoce del Gay Center, Fabrizio Marrazzo, emerge dal sondaggio realizzato da Euromedia Research e presentato stamane alla Camera dei deputati.
Dati alla mano, il 61,5 per cento degli italiani è favorevole alla legge contro l’omofobia e, a destra, il partito di Giorgia Meloni è quello con gli elettori più gay friendly.
Il nord est del Paese risulta il territorio più favorevole ai diritti LGBT mentre il 27,3 per cento degli italiani vede con interesse la nascita di una Lista Gay e – sottolinea il report consegnato da Gay Center – “il 6,2 per cento, ad oggi la voterebbe, senza che sia mai stata fatta alcuna proposta in tal senso”.
Il 12,8 per cento degli elettori si è dichiarata gay, lesbica e bisessuale, mentre il 3,2 per cento degli eterosessuali voterebbe una lista gay: “quindi – ha sottolineato Marrazzo – il 16 per cento degli italiani è un elettore fortemente sensibile ai diritti dei gay”.
Ma, alle urne, quali percentuali potrebbe raggiungere una lista gay in una coalizione?
“Arriverebbe – prosegue il report – sino al 4 per cento con M5S che trova la convergenza di elettori provenienti da tutti gli schieramenti, al 3 per cento con il Pd, al 2,1 per cento con LeU e all’1,9 per cento con il centrodestra, all’1,6 per cento se fuori da ogni coalizione. In particolare, il 14,4 per cento dei giovani under 25 voterebbe una lista gay”.
“Dallo studio emerge, che il voto gay può essere determinante – ha ribadito Marrazzo – ma nel sondaggio Euromedia Research emerge anche la trasversalità delle battaglie storiche del movimento LGBT italiano, andando in controtendenza con l’opinione che a destra non ci sia un voto gay friendly”.
Erano stati annunciati “risultati sorprendenti sui partiti di destra e sugli astenuti alle scorse elezioni” e Marrazzo aveva puntualizzato: “Non è vero che l’elettorato di centrodestra sia ostile ai gay”.
Concetti ribaditi nella conferenza stampa. “A volte, alcuni slogan o prese di posizione appaiono dettate più dal conformismo ideologico che da reali analisi delle tendenze elettorali”.
(da agenzie)
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Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
NOVITA’ PRINCIPALI: ASSENZA DI COMMENTI, ELIMINATI TEMI POLITICI E SCOMPARSA DI TUTTI I VECCHI POST DI GRILLO, BUFALE COMPRESE
Come già ampiamente annunciato nei giorni scorsi Beppe Grillo ha separato il suo blog
dal sito del MoVimento 5 Stelle.
Il blog del comico genovese non sarà quindi più l’house organ ufficiale del M5S. Ma al di là di questo piccolo artificio non dobbiamo dimenticarci che Grillo resta il fondatore e soprattutto il Garante del 5 Stelle.
Ed in quanto Garante Beppe non è che sia privo di poteri o esautorato da qualsiasi carica. Il nuovo Blog di Grillo sarà quindi il sito del Garante del M5S. E tanto altro ancora, come si è soliti promettere in questi casi.
L’indirizzo Web del sito di Grillo è sempre lo stesso, a cambiare sono i contenuti e, come noto, la gestione.
Non sarà più la Casaleggio Associati ad occuparsi del blog che infatti non è più intestato ad Emanuele Bottaro, il fan di Grillo che registrò il dominio beppegrillo.it nel 2001.
Adesso il registrar del sito è la società Beppegrillo S.r.l.s con sede in Genova, Piazza della Vittoria 7 int 2A il cui titolare è Beppe Grillo stesso.
La veste grafica del sito è curata dalla società Happy Grafic di Roma il cui sito secondo Who.is è registrato a nome di Maurizio Monti.
Il nuovo sito ha una nuova impostazione mentre quella storica del blog è rimasta — salvo futuri restyling — al Blog delle Stelle, la pagina ufficiale del partito.
C’è ancora qualche problema di redirect, comprensibile in questa fase di transizione. Per qualche tempo questa mattina la pagina che rimanda alla presentazione del nuovo blog di Grillo restituiva un errore 404. Errore che è stato successivamente risolto.
A quanto pare a collaborare al Blog ci sarà anche una ex attivista del M5S, Caterina Nina Monti (figlia di Maurizio Monti, storico autore di Patty Pravo) e già autrice di questo inno contro la riforma della Costituzione voluta da Renzi e già sul palco del raduno a 5 Stelle del 2014 al Circo Massimo.
Stando a quanto scriveva il Messaggero qualche giorno fa l blog di Beppe Grillo sarà gestito anche da Tiziano Pincelli, marito di un’ex assistente di Roberta Lombardi candidatosi senza fortuna alle Regionali del Lazio proprio quest’anno.
Pincelli risulta infatti essere nell’organigramma di Happy Grafic e ha già cominciato a lavorare per Grillo seguendo l’ex comico nella sua incursione a Barcellona alla fiera delle smart cities.
Alla fine del video Grillo lancia uno spezzone dalla spiaggia di Barceloneta registrato proprio in occasione della fiera delle smart cities.
Grillo spiega in un video come cambierà il blog. Niente politica, o almeno questo è quello che vuole ora: «Inizia adesso un’avventura straordinaria di liberazione, di mente, di fantasia, di utopie, di sogni, di visioni. Io andrò in cerca di folli, di artisti, mi piace avere dei punti di vista, ma di idee, perchè io sono stufo delle opinioni, sono stufo delle opinioni. Sì d’accordo ognuno ha diritto alla propria opinione, ma ha diritto ai fatti».
E forse è per questo che il nuovo “blog” non ha più lo spazio per i commenti. Commenti ai quali Grillo non ha mai risposto nel corso degli anni. Di fatto in questo modo però il blog non è più tale.
In certi passaggi del video di presentazione Grillo dice di essere stufo della politica. Ad esempio quando dice «se non capite allora il problema è vostro. Allora ripeto, come ho già detto, allora qui non è un problema di eleggere delle persone a governare questo paese, allora il problema è eleggere un altro popolo».
Oppure quando nel finale ribadisce che «non è che posso dirvi quello che potrò fare, beccatevi quello che vi faccio e basta, è tutto in più che potete avere e non dovete essere tutti sulle mie spalle, io non posso essere assolutamente il vostro referente per il vostro futuro, createvelo il vostro futuro».
Quante volte in questi anni Grillo ha ripetuto di voler fare un passo di lato, di voler lasciar crescere il MoVimento.
Sarà la volta buona? Impossibile dirlo con certezza.
Il Garante del M5S ha voglia di guardare al futuro, ma il presente del suo nuovo blog è un tuffo nel passato. A quello “pre M5S” quando Grillo scovava in giro per l’Internet perle come quella del cellulare che cuoce il cervello come un uovo alla coque o la miracolosa biowashball.
Purtroppo quei vecchi post non sono più raggiungibili dal sito. L’unica alternativa è ricorrere a servizi come Wayback Machine per poter leggere di quando Grillo spiegava che la Biowashball era stata boicottata dai poteri forti e dalla grande distribuzione.
Ed è per questo che Grillo dice che il futuro si progetta con la gomma e la matita accanto. La prima è per cancellare gli scivoloni del passato la seconda va ciucciata bene prima di mettere la croce sulla scheda elettorale.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
DOPO RAMPELLI OGGI TOCCA AL LEADER DI ENERGIE PER L’ITALIA… E PIROZZI SE LA RIDE
Sarebbe Stefano Parisi il nome su cui il centrodestra vuole puntare per le elezioni regionali in Lazio.
L’offerta per Parisi, già candidato sindaco alle comunali di Milano – dove ha perso al ballottaggio contro Beppe Sala – e leader di “Energie per l’Italia”, sarebbe arrivata dopo una riunione da Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega Nord.
La proposta, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Omniroma, che Parisi sta valutando in queste ore e che potrebbe essere ufficializzata nel pomeriggio dopo una riunione della direzione di “Energie per l’Italia”.
Nell’eventuale accordo sarebbero comprese anche le garanzie al suo movimento dal centrodestra per le elezioni politiche.
Resta da capire il senso dell’operazione di candidare a perdere un milanese nel Lazio visto che Pirozzi non si ritira in ogni caso.
Forse un modo per non intestare a nessuno la sconfitta e scariocarla su un esterno.
(da agenzie)
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Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
“CI HANNO VIETATO DI FARE CAMPAGNA ELETTORALE”
L’ultima speranza degli esclusi del proporzionale sono i collegi uninominali. 
Per il M5S è la sfida più complicata di questa legge elettorale. Servono portatori di consensi, nomi di esterni che contano sul territorio, per compensare lo scarso radicamento del M5S.
Luigi Di Maio ha annullato tutti gli impegni per restare a Roma e definire le liste con il suo staff. Promette: «Ci saranno molte sorprese, molti nomi noti, persone che vengono dalle forze armate, dal mondo dell’università , dal mondo dell’imprenditoria, attori impegnati su temi sociali».
Il casting continua e in queste ore i grillini stanno provando a convincere i più riluttanti. Ma riempire oltre trecento caselle, tra Camera e Senato, non è così semplice. Anche perchè, secondo Di Maio, «molti hanno paura di associare la loro faccia a noi per non subire il trattamento riservato a Orietta Berti».
Per questo il leader è già pronto a sfruttare i volti del M5S e chi è rimasto fuori dalle parlamentarie, sia tra gli eletti uscenti sia tra i candidati meno noti.
Finiranno a giocarsela nell’uninominale della loro regione, un modo per recuperare anche chi è rimasto tra le riserve a causa di una legge che prevede l’alternanza di genere.
Le new entry, infatti, saranno soprattutto donne, anche se in molti casi hanno preso meno dei candidati maschi finiti terzi nel listino bloccato e con poche chance di passare se il collegio non è favorevole al M5S.
Si capirà di più quando finalmente usciranno le preferenze, tenute ancora sotto chiave assieme ai nomi di tutti i candidati. Francesco D’Uva, terzo in Sicilia, dovrebbe correre nel suo collegio uninominale. Lo stesso potrebbe fare in Abruzzo Daniele Del Grosso, in panchina dopo il voto online.
A pesare sulle scelte è stata sicuramente la fama conquistata dai parlamentari, soprattutto i big, tra i capilista anche grazie a presenze televisive insistite.
La tv ha aiutato anche le star prestate al M5S, Elio Lannutti, Gianluigi Paragone, il capitano Gregorio De Falco.
Un’accusa che dal M5S respingono, facendo notare che ai primi posti ci sono deputati e senatori che non erano ospiti fissi in tv ma sempre presenti sui territori, premiati dagli attivisti per aver lavorato meglio di altri.
È anche vero però che i parlamentari hanno avuto più possibilità di organizzare eventi e di coltivare consenso. Cosa che non è stata permessa a tutti.
Se ne lamenta Alì Listì Maman, candidato a Palermo senza riuscire a sfondare: «C’era il divieto di campagna elettorale. Non abbiamo potuto fare comizi, incontri pubblici, costruire cordate».
Ora toccherà a Di Maio decidere a chi dare un’altra opportunità .
Due saranno i criteri: competenza e notorietà , soprattutto a livello locale.
Il modello è Salvatore Caiata, il presidente del Potenza calcio, che, come La Stamp a aveva anticipato, ha detto sì ai grillini.
Logico che, avendo questa libertà di scelta, Di Maio punterà su personalità più affini al suo stile e alle sue idee, non chi si è fatto conoscere per frasi imbarazzanti o posizioni politiche più radicali.
Difficile che ritroveremo in Parlamento il No Tav Marco Scibona, quarto nel listino e con un piede ormai fuori.
Ma anche il complottista dei microchip Paolo Bernini o Chiara Di Benedetto, vicina al gruppo dei palermitani travolti dallo scandalo firme false.
Potrebbero invece rispuntare all’uninominale i nomi di tre sconfitti alle primarie online: Pino Masciari, l’imprenditore che ha combattuto la ‘ndrangheta, Franco Fracassi, il giornalista autore assieme a Lannutti di un libro-denuncia su Mps e Daniele Raco, il comico di Zelig che si batte contro il gioco d’azzardo.
Un attore impegnato sui temi sociali, proprio come ha detto Di Maio.
(da “La Stampa”)
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