Destra di Popolo.net

LAURA CASTELLI E LA MACCHINA DEL FANGO M5S COME STRUMENTO DI LOTTA POLITICA

Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

ECCO L’ORDINANZA CHE SOLLECITA IL RINVIO A GIUDIZIO DELLA DEPUTATA

Un giudice deciderà  se Laura Castelli dovrà  andare a processo per diffamazione nei confronti di Lidia Lorena Roscareanu: ieri il giudice per le indagini preliminari Paola Boemio ha disposto infatti l’imputazione coatta per la deputata piemontese del MoVimento 5 Stelle per gli insulti e la presunta diffamazione nei confronti della ragazza che lavorava nel bar interno del Palazzo di Giustizia di Torino e che alle ultime elezioni si era candidata in una circoscrizione con il Partito Democratico.
Non sappiamo quindi se Laura Castelli andrà  a giudizio per diffamazione (questo è il reato ipotizzato nella denuncia-querela della ragazza)
Tuttavia, nell’ordinanza di Boemio è possibile farsi un’idea non certo del fatto che Laura Castelli sia colpevole o meno, ma del metodo di lotta politica spesso utilizzato dal MoVimento 5 Stelle (così come, è successo, da altri partiti nei confronti del M5S) che ritiene di poter “forzare” la realtà  (a sua volta non tanto commendevole) per costruire macchine del fango intorno a persone che, come nel caso della Roscaneanu, a ben vedere non c’entrano nulla.
Prima però è necessario un riassunto delle puntate precedenti.
Nel maggio 2016 l’onorevole Castelli pubblica su Facebook uno status con tre fotografie in cui si racconta di un’indagine della Guardia di Finanza sull’appalto del bar del tribunale assegnato dal Comune di Torino, proprietario dei locali, ad una società  veronese, la Service Companies SRL.
Una storia succosa per la lotta politica perchè coinvolge l’allora sindaco.
Ma la Castelli fa qualcosa in più rispetto alla — normale — propaganda politica: pubblica anche le foto del santino elettorale di Lidia Roscaneanu e una foto tagliata (dall’altra parte c’era un’altra candidata) in cui sono ritratti Roscaneanu e proprio Fassino.
Non contenta, nello status Castelli scrive: «Che legami ci sono tra i due? (Fassino e Roscaneanu, ndr) Fassino da (sic!) un appalto per il bar del tribunale di Torino a un’azienda fallita 3 volte, che si occupa di aree verdi, con un ribasso sospetto. LA PROCURA INDAGA. Fassino candida la barista nelle sue liste. Quanto meno inopportuno. Che ne dite?».
Il post fu commentato varie volte da utenti che non risparmiarono ingiurie e allusioni di carattere sessuale.
Nuova Società  racconta che «sotto quel post il popolo dei social, probabilmente dei filo-grillini, ci ha messo pochi secondi per insultare la ragazza, anche pesantemente: “Sei la badante di Fassino”, “sei l’amante di Fassino” fino a raggiungere espliciti e offensivi riferimenti sessuali.
Ed è evidente anche a un cieco che se la Castelli si fosse limitata a dire la sua sulla vicenda dell’indagine senza mettere in mezzo terzi, avrebbe raggiunto comunque il suo scopo (sottolineare l’esistenza di un’indagine che riguardava una scelta discutibile del Comune) evitando di tirare in ballo persone che non c’entravano nulla e di scatenare così gli insulti e le allusioni nei confronti della Roscaneanu.
“Mi ero candidata in una circoscrizione — raccontò a neXt Roscaneanu — perchè non c’erano altri rappresentanti della comunità  romena, che pure è assai numerosa in città . Mio fratello maggiore, in Romania, è molto attivo in un partito di ispirazione socialista e democratica, e io con quelle idee ci sono cresciuta. Ma dopo quel post non ho nemmeno presentato i documenti per entrare in lista. Non ne potevo più. A parte gli insulti sul web, dove mi davano dell”amante di Fassino’ se non peggio, persino i frequentatori del tribunale mi additavano. Ed ero una semplice cassiera”.
Lorena sottolinea che fu assunta a dicembre del 2015 e che si iscrisse al Pd solo il 31 marzo successivo.
Nella foto apparsa su internet, inoltre, compariva accanto a Fassino da sola, ma dall’immagine era stata tagliata la parte in cui c’era un’altra candidata. “Il bar ha chiuso da mesi — concluse — e ora sono disoccupata”.
Castelli da parte sua nell’unica dichiarazione pubblica che ritenne di rilasciare sulla vicenda disse due cose interessanti: “Non ho mai insultato nessuno e, come sempre, ho provveduto a cancellare i commenti che contenevano insulti“. “Non ho accusato nessuno, ma riportato dei fatti — sostenne la parlamentare pentastellata -. Ho fatto il mio lavoro, denunciando un appalto irregolare, quello relativo al bar interno del Palazzo di Giustizia, sul quale per altro mi risulta ci sia una indagine aperta. Spiace che quel post sia stato cancellato da Facebook, ma ribadisco di non avere insultato nessuno e sono sicura di non avere commesso reati”.
Insomma, da una parte per fortuna la Castelli fa sapere di aver cancellato gli insulti nei confronti della persona ritratta nella foto; dall’altra però fa anche sapere che alla fine il post non è stato cancellato da lei, ma da Facebook, evidentemente per le segnalazioni e gli insulti sessisti e razzisti nei confronti della ragazza.
Ma la cosa più interessante è che la difesa pubblica di Castelli è praticamente identica a quella che la deputata ha portato davanti alla giudice Bormio.
La quale però si è evidentemente resa conto che nella versione di Castelli qualcosa non quadra: «Questa notizia (quella dell’indagine sul bar, ndr), di sicuro interesse pubblico e sostanzialmente espressa in maniera continente, fa solo da cornice a quanto, a ben vedere, è la reale portata del post e che integra a pieno titolo il reato contestato: non la critica all’opportunità  politica della scelta di un determinato candidato consigliere, ma l’allusione, neppure troppo velata, all’esistenza di un legame intimo tra la Roscaneanu e Fassino».
E non finisce qui: «Il post, che esordisce con un eloquente ‘che legami ci sono tra i due?’ ed è accompagnato da una foto, manipolata ad arte, che ritrae i due protagonisti affiancati, abbracciati e sorridenti, è maliziosamente volto a sostenere l’esistenza di un rapporto sentimentale tra i due, violando pienamente tutti e tre i canoni della veridicità , dell’interesse pubblico e della continenza e spostando illecitamente quella che vuole sembrare una mera ed innocua critica politica sul piano personale, in maniera gratuita e senza che ciò nulla aggiunga di utile alla valutazione di inopportunità  politica nella scelta dell’aspirante consigliere comunale», dice la GIP.
E aggiunge che sono proprio le allusioni di Castelli ad aver scatenato gli insulti degli astanti nei confronti di Roscaneanu.
Ora, un giudice deciderà  se davvero Laura Castelli dovrà  andare a giudizio per diffamazione.
Ma sul piano politico si può in primo luogo notare a prima vista la differenza che l’onorevole scopre tra un avviso di garanzia inviato a una compagna di partito e un articolo di giornale che parla di un’inchiesta che tocca un avversario politico.
E in secondo luogo è impossibile non rendersi conto che questo è un metodo collaudato nel M5S (si può notare un caso con le sue similitudini in Lombardia): i “cittadini” che “stanno dalla parte dei cittadini” a volte di accusare (legittimamente) un amministratore in base a un’indagine (che però in questo caso non lo aveva coinvolto) preferiscono la character assassination di una cittadina fondata sulle foto pubblicate su Facebook, nonostante non ci sia nessuna prova di quest’ultima e nonostante di mezzo ci possa andare qualcuno che non c’entra niente, come nel caso di cui stiamo parlando.
Non è un metodo appannaggio del solo M5S, anzi: ma è un metodo che il M5S usa spesso per attaccare o per difendersi quando si ritiene attaccato.
Ed è un metodo sbagliato perchè nella furia torquemadista (come abbiamo visto, a protagonisti alterni) finisce per mettere in mezzo innocenti (il caso di Sonny Olumati ne è un altro cristallino esempio).
E una volta che cà pita, cosa succede nel MoVimento dove c’è chi ha il potere di escludere candidati anche in base a comportamenti ritenuti sconvenienti o scorretti? Succede che Laura Castelli, che non si è nemmeno scusata con Lidia Lorena Roscaneanu per l’accaduto, sarà  capolista in Piemonte.

(da “NextQuotidiano”)

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NON SIAMO RIUSCITI AD AFFOGARLI TUTTI: GLI SBARCHI A GENNAIO AUMENTATI DEL 15% RISPETTO A GENNAIO 2017

Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

IL FALLIMENTO DI MINNITI: STABILI LE PARTENZE DALLA LIBIA, CRESCONO TUNISIA E TURCHIA, AUMENTANO I MORTI IN MARE

Dall’inizio dell’anno sono sbarcati in Italia 2.749 migranti, il 14,88% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Lo dicono i dati del ministero dell’Interno. Ed è la prima volta che succede dal luglio scorso. Ma la novità  di questo gennaio brucia al Viminale.
Così i dati degli sbarchi vengono spacchettati: si sottolinea dunque che 2.195 sono quelli che provengono dalla Libia (l’anno scorso erano stati 2.226); i restanti 749 vengono perlopiù da Turchia e Tunisia.
È soprattutto su queste nuove rotte che si appunta l’attenzione del ministero dell’Interno. L’11 gennaio scorso, per dire, nel porto di Crotone è arrivato un barcone proveniente dalla Turchia con 264 migranti a bordo, di nazionalità  siriana, afghana, pakistana e irachena.
Il barcone è stato intercettato mentre era in navigazione nello Ionio e costretto a entrare in porto. Due giorni prima, un altro veliero era stato avvistato da un velivolo della Guardia di Finanza nello Ionio: a bordo hanno trovato due scafisti ucraini e 33 migranti di provenienza curda.
Pare che la barca li avesse presi a bordo in Grecia e avesse garantito un ingresso facile in Italia.
A riprova di come siano parzialmente cambiati i flussi, è cambiata anche la tavola delle nazionalità : in questi primi 22 giorni di sbarchi, al primo posto ci sono ora 257 pakistani («Per loro è facilissimo prendere un volo fino a Istanbul, poi si attiva la locale filiera dei trafficanti»), 232 tunisini (concentrati quasi tutti a Lampedusa) 192 libici e poi tutto il resto dell’Africa.
Visto il fenomeno con gli occhi del Viminale, si tratta ora di tamponare la falla. La polizia ha già  preso contatto con i colleghi della Turchia, chiedendo più attenzione. La Tunisia garantisce di avere fatto il possibile.
E poi c’è la solita Libia. A giudicare dai numeri, siamo tornati al periodo che precede la “Dottrina Minniti”.
«È la conferma che le migrazioni non si fermano con azioni di contenimento – dice Stefano Argenziano, Medici senza Frontiere – l’unica differenza emersa rispetto a un anno fa è che adesso si sa cosa accade nei campi di detenzione libici e che la gente continua a partire nonostante la capacità  di intervento delle Ong sia cambiata».
È un fatto però che le partenze dalla Libia hanno avuto un’impennata tra martedì e mercoledì della settimana scorsa, quando 1.671 persone sono state recuperate da navi militari e navi umanitarie, poi sbarcate nei porti siciliani di Catania, Palermo, Augusta, Pozzallo, Messina.
E peraltro nelle statistiche italiane non ci sono nemmeno i «salvataggi» della Guardia costiera libica, quelli fatti nelle acque territoriali della Libia.
Secondo i loro comunicati, almeno altri 1.393 migranti in queste prime tre settimane dell’anno sono stati recuperati e riportati indietro, negli infernali centri di detenzione. Salta agli occhi però che la stragrande maggioranza dei barconi sarebbe partita dal porticciolo libico di Gasr Garabulli, ossia Castelverde, a Est di Tripoli.
Proprio qui, a Gasr Garabulli, ha raccontato nei giorni scorsi il portavoce della Marina libica, l’ammiraglio Ayob Amr Ghasem, attualmente operano i trafficanti.
E siccome il governo Serraj ha avuto i suoi problemi nei giorni scorsi, con una guerra fratricida tra milizie che teoricamente dovrebbero stare dalla stessa parte, si è aperta una crepa nel meccanismo di contenimento da parte libica.
«Possiamo dire con certezza – dice intanto Gerard Canals, della spagnola ProActiva Open Arms – che questo inverno abbiamo fatto salvataggi in ognuna delle missioni di soccorso effettuata, e che i numeri di migranti a bordo di barconi e gommoni sono sempre gli stessi. L’unico problema è che ora viaggiano per più miglia, visto che noi dobbiamo stare lontani dalle acque libiche, e questo aumenta il rischio di naufragi».

(da “La Stampa”)

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IL CENTRODESTRA FA PROMESSE ELETTORALI CHE COSTEREBBERO 100 MILIARDI, LO SPREAD ESPOLODERA’?

Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

IL PARERE DI UN ECONOMISTA: I MERCATI SANNO DISTINGUERE PROMESSE PER CATTURARE CONSENSI E REALTA’

Vi ricordate dell’“incubo spread” di qualche anno fa?
Lo spread in questione, cioè la differenza di rendimento fra i titoli di stato italiani (Btp) a 10 anni e quelli tedeschi (Bund) di pari durata, è da sempre considerato un indicatore del “rischio Italia”.
Più la rischiosità  dell’investimento Italia cresce, più cresce lo spread, e più ovviamente cresce la spesa per interessi sul nostro enorme debito pubblico che rende il rischio Italia ancora maggiore.
Sullo spread — che era arrivato a 600 punti base, ovvero al 6% —   c’è addirittura caduto il Governo Berlusconi nel 2011.
E nel 2012 la situazione non migliorò molto, neanche a livello sistemico, e anzi le tensioni divennero fortissime, tanto che i mercati iniziarono seriamente a dubitare della capacità  di tenuta del sistema.
Poi arrivò SuperMario (Draghi). Il 26 luglio 2012, in un discorso a Londra, il Presidente della Bce   pronunciò le parole fatidiche: “Nell’ambito del suo mandato, la Banca Centrale Europea è pronta a fare tutto quello che è necessario (“whatever it takes”) per proteggere l’euro. E credetemi, sarà  abbastanza.”
Dopo una settimana la Bce annunciò un’iniziativa di acquisto dei titoli dei paesi più in difficoltà  (“Outright Monetary Transactions”) che alla fine non venne attuato, mentre dal 2015 in poi venne attuato un massiccio (60 miliardi al mese) programma simile sui titoli di tutti gli Stati.
Era il cosidetto Quantitative Easing (Qe), durato nella sua configurazione originaria per circa due anni. Con le sue dichiarazioni, ancora prima che con le sue azioni, SuperMario fece il miracolo. E infatti dal 2012 ad oggi gli spread dei paesi “periferici” (fra i quali viene di solito inclusa l’Italia) sono crollati.
Qualche segnale di nervosismo si è manifestato nel 2017, man mano che la fine del Quantitative Easing   (“tapering”) si avvicinava e crescevano le incognite sulla sostenibilità  del debito di paesi come l’Italia.
E infatti lo spread Bpt-Bund dopo l’estate è tornato ad allargarsi fino ad arrivare a circa 170 punti base. Ma alla fine di ottobre ancora una volta è arrivato SuperMario ad annunciare che il sostegno della BCE ai debiti pubblici continuerà  ancora per un bel pezzo, anche se con volumi inferiori. E per lo spread è tornata la quiete. C’è stata un’impennata il 29 Dicembre, quando Mattarella ha sciolto le camere, ma poi siamo tornati a livelli bassissimi (circa 140 punti base):
Ma quello che è più incredibile è che lo spread rimanga “dormiente” anche in un contesto, come quello elettorale attuale, nel quale ogni giorno i partiti tirano fuori sempre nuove promesse di abolizione di tasse, di aumento delle pensioni ecc. per costo cumulato — calcolato fra gli altri dal Sole 24 ore — di circa 270 miliardi di euro.
Si potrà  obiettare che il costo cumulato non ha senso, in quanto al massimo due dei tre schieramenti in campo possono andare al Governo formando una coalizione.
Vediamo allora prima i costi annui divisi per partiti proponenti.
Guida Forza Italia (aumento pensioni, flat tax al 20%, reddito di dignità , cancellazione Irap ecc.) con circa 80 miliardi.
Segue la Lega (abolizione legge Fornero, flat tax al 15%, ecc.) con circa 60 miliardi
Pd e M5S si accontentano di proposte per una quindicina di miliardi a testa.
Se quindi andasse al governo la coalizione di centro destra (la più “costosa”) e tutte le promesse dei partiti componenti la coalizione venissero attuate (ipotizziamo con la flat tax al 20%) il deficit dello stato, pari a 36 miliardi nel 2017, aumenterebbe di circa 100 miliardi, circa il 6% del Pil.
In altri momenti, eventualità  di questo tipo avrebbero fatto schizzare verso l’alto lo spread di centinaia di punti di base. E invece non succede nulla. Perchè?
Solo per l’ombrello (per quanto capiente) di Draghi?
Molto probabilmente la spiegazione ha anche un’altra componente, che ha a che fare con la saggezza dei mercati.
Ora che nessun politico italiano vuole più uscire dall’euro (era quello il pericolo vero) i mercati sanno che ( in Italia in particolare) solo una modesta percentuale delle promesse elettorali viene attuata anche quando c’è un governo forte.
Figuriamoci con la nuova legge elettorale. Il gioco di “spararla più grossa” in cui sono impegnati i partiti di cui sopra nasce proprio dalla consapevolezza che nessuna coalizione otterrà  la maggioranza e che quindi, in uno scenario di “coabitazione forzata”, sarà  ancora più facile recitare il mantra del “avrei voluto, ma non me lo hanno fatto fare”.

Fabrizio Ghisellini
Economista
(da “Huffingtonpost“)

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LEONE DA TASTIERA CHIEDE SCUSA PER POST RAZZISTA SU PAGINA FB DI TOTI: NON SONO PIU’ “BESTIE STRANIERE”

Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

IL GOVERNATORE GLI AVEVA RISPOSTO SENZA CONDANNARE QUANTO AVEVA SCRITTO

Un leone da tastiera di fronte alla denuncia si fa agnellino e chiede scusa. Protagonista della vicenda un utente di Facebook che nel maggio scorso, con un post infelice aveva creato qualche problema anche al presidente della Regione Giovanni Toti.
“Ma quando le rimpatriamo quelle bestie straniere?” scriveva sulla bacheca del governatore della Liguria il signor Benedetto Vallone
E il presidente Toti non si faceva pregare e rispondeva nello stile che piace molto ai sostenitori del metodo ruspa : “Appena andiamo al governo. Purtroppo la Regione non può far nulla in questo campo. Dipende dal ministero degli Interni a Roma”.
Erano seguite polemiche a non finire e accuse di razzismo. Toti aveva risposto così: “”Mai usato la dizione ‘bestie straniere’. Nel rispondere mi sono riferito a persone responsabili di reati particolarmente gravi. Il senso era chiarire che, in ogni caso, le competenze in materia sono governative non regionali”-
Aveva così preso le distanze ma senza condannare la frase di un probabilissimo elettore del centro destra
Chi non si era accontentato della risposta di Toti era stato il “Comitato per gli Immigrati e contro ogni forma di discriminazione” (che nei giorni scorsi ha visto il suo esposto portare alla condanna del sindaco di Alassio per un’ordinanza discriminatoria) che aveva presentato un esposto contro l’autore del commento
E nei giorni scorsi, per alleggerire la sua posizione Benedetto Vallone ha scritto una lettera al al giudice e al Comitato per chiedere scusa delle sue parole e promettere che non commetterà  di nuovo quel tipo di errori.
Ma, per ora, il Comitato non si ferma e chiede un risarcimento simbolico in denaro “da versare all’Ospedale Evangelico per i bimbi piccoli ed alla Ceis di Enrico Costa” spiega la presidente del Comitato Aleksandra Matikj.

(da “il Secolo XIX”)

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TRAVAGLIO CONDANNATO PER DIFFAMAZIONE DI TRE GIUDICI SICILIANI

Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

L’ARTICOLO RIGUARDAVA LA PRESUNTA TRATTATIVA STATO-MAFIA… FISSATA UNA PROVVISIONALE DI 150.000 EURO

Il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio è stato condannato dal Tribunale di Roma per diffamazione ai danni di tre magistrati siciliani per un articolo sull’assoluzione degli imputati del processo sulla latitanza e la mancata cattura di Bernardo Provenzano.
Lo rende noto all’agenzia di stampa ANSA Carlo Arnulfo, legale dei magistrati Mario Fontana, Wilma Mazzara e Annalisa Tesoriere.
Il Tribunale ha disposto una provvisionale di 150 mila euro, riferisce l’avvocato, “una cifra mai vista”, sostiene.
I tre formavano il collegio — IV Sezione Penale — che giudicò gli ex ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia nella persona del superboss e che vennero assolti.
Nell’articolo del 16 ottobre 2013 Travaglio scrisse tra l’altro “ora abbiamo anche la ‘cluster sentenza’ che non si limita a incenerire le accuse del processo in cui è stata emessa ma, già  che c’è, si porta avanti e fulmina anche altri processi, possibilmente scomodi per il potere”. Travaglio si riferiva al processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, attualmente ancora in corso a Palermo, che sarebbe stato condizionato da quella sentenza.
Nell’editoriale, di cui si trova ancora copia integrale su Cinquantamila Corriere di Giorgio Dell’Arti si leggeva tra l’altro:
Poi finalmente, a pagina 846, i cluster giudici si ricordano dei loro imputati, cioè Mori e Obinu. E scrivono che sì, in effetti, evitare di catturare Provenzano due anni dopo aver evitato di perquisire il covo di Riina non fu una bella cosa. Anzi fu — con rispetto parlando — una “scelta operativa discutibile”, in cui “non mancano aspetti opachi”. Una “condotta attendista” che sarebbe “sufficiente a configurare in termini oggettivi il reato di favoreggiamento”. Ma — e qui casca l’asino — non in termini soggettivi, perchè “non è adeguatamente provato” che Mori l’abbia fatto “per salvaguardarne la latitanza”.
In effetti ci sono un sacco di spiegazioni alternative: la sbadataggine? l’amore a prima vista? la forza dell’abitudine? una zia malata? un attacco di labirintite? Del resto, quando la mafia iniziò a mettere le bombe, Mori avviò una trattativa con la mafia: e nessuno, si spera, vorrà  negare “la meritevolezza delle finalità  di evitare le stragi”.
Solo che la mafia le stragi le faceva apposta per trattare, dunque la trattativa ne produsse altre, e pazienza per le decine di morti ammazzati che non seppero cogliere la meritevolezza della finalità . Dev’essere per questo che Mori fu promosso comandante del Ros e poi del Sisde: per mettere il Paese in buone mani.
Ps. Ah, dimenticavo: gli asini volano.
La sentenza aprì anche una polemica tra il procuratore aggiunto Teresi e i tre giudici: Teresi non l’aveva presa bene, tanto che accusò i giudici di “aver scritto la sentenza di un altro processo”. Poi chiese scusa ai colleghi ma la sua accusa era stata troppo violenta.
E così i tre giudici del collegio (Mario Fontana, Wilma Angela Mazzara e Annalisa Tesoriere) hanno indirizzato una lettera a tutti i colleghi per rispondere.
L’8 giugno 2017 la Cassazione ha assolto in via definitiva Mori e Obinu. Il 19 maggio 2016 era arrivata la conferma della sentenza di assoluzione emessa in primo grado.
La provvisionale nei confronti di Marco Travaglio è altissima e decisamente inusuale in processi per diffamazione di questo tipo. Le motivazioni della sentenza forse ne spiegheranno nel dettaglio il motivo.

(da “NextQuotidiano”)

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FINI: “HO MENTITO PER LE MIE FIGLIE”, MA NON HA CONVINTO I GIUDICI

Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

A PROCESSO PER RICICLAGGIO MENTRE IL COGNATO E’ ANCORA A DUBAI, IN ATTESA DELLA DECISIONE SULL’ESTRADIZIONE

L’ultima campagna elettorale, nel 2013, l’affrontò da capolista del suo partito, Futuro e libertà  per l’Italia, senza però riuscire a superare la soglia minima di voti per entrare in Parlamento.
In quella appena cominciata Gianfranco Fini non sembra avere aspirazioni politiche, ma deve affrontare un problema più urgente e di altro genere: la richiesta di rinvio a giudizio notificatagli ieri dalla Procura di Roma per la vicenda che lo lega al «re delle slot machine» Francesco Corallo e alla compravendita della famosa casa di Montecarlo, ereditata dal Movimento sociale italiano (di cui fu l’ultimo segretario) e acquistata a «prezzo di favore» dalla sua compagna e dal cognato, Elisabetta e Giancarlo Tulliani, protetti da un paio di società  off shore. Con i soldi di Corallo.
Insieme ai fratelli Tulliani e al padre dei due, Sergio, Fini è accusato di riciclaggio del denaro che Corallo avrebbe guadagnato illecitamente sottraendolo alle casse dello Stato quando ha ottenuto le concessioni pubbliche per i videogiochi (circa 200 milioni di euro); almeno per la parte che è finita nella disponibilità  dei suoi familiari, calcolata dagli investigatori in oltre 4 milioni.
Secondo il procuratore aggiunto Michele Prestipino e il sostituto Barbara Sargenti che hanno coordinato l’indagine, infatti, i soldi venivano dai conti dell’imprenditore «con cui Gianfranco Fini aveva stretto intesa».
Alla base dei versamenti, quindi, ci sarebbe un accordo tra Fini e Corallo che risalirebbe al 2004, prima che i Tulliani entrassero nella vita dell’ex leader del Msi e di Alleanza nazionale.
Così ha raccontato un altro ex esponente di quei partiti, Amedeo Laboccetta, pure lui imputato nello stesso procedimento per associazione a delinquere e altri reati, che a differenza di Fini dopo la rottura con Berlusconi è rimasto fedele al leader di Forza Italia.
E gli inquirenti ritengono di aver trovato i necessari riscontri, compreso il fatto che intorno al «re delle slot» hanno gravitato nei primi anni 2000 diversi uomini di An a loro volta strettamente legati all’ex capo.
Di qui la convinzione dei pubblici ministeri e del giudice Simonetta D’Alessandro – che nel corso dell’inchiesta ha ordinato gli arresti di Corallo, Laboccetta e Giancarlo Tulliani, tuttora trattenuto a Dubai in attesa di estradizione – che Fini fosse il «protettore politico» di Corallo, il quale aveva bisogno di provvedimenti legislativi favorevoli allo sviluppo dei suoi affari, e che poi abbia addirittura utilizzato i Tulliani come «prestanome»; fino a ipotizzare di farli diventare soci dell’imprenditore.
L’ex leader di An (nonchè ex vice-presidente del Consiglio e ministro degli Esteri nei governi Berlusconi, ed ex presidente della Camera) nega tutto e ha già  denunciato per calunnia Laboccetta. Che lo accuserebbe, nella sua interpretazione, «per chiari ed evidenti motivi di livore e contrasto politico».
Ma nonostante Fini si sia presentato per due volte davanti ai pm per rispondere alle contestazioni, non è riuscito a convincerli delle proprie ragioni.
Neanche quando, nell’ultimo interrogatorio del 16 novembre scorso, ha dovuto ammettere consapevolezze e reticenze del passato sull’affare della casa di Montecarlo, comprata e rivenduta nel giro di poco tempo (dopo essere stata residenza di Giancarlo) con un guadagno netto di almeno un milione di euro.
«Quando ho appreso, dalle indagini, che Elisabetta aveva ottenuto la metà  del ricavato della vendita ovviamente mi sono molto dispiaciuto e arrabbiato – ha spiegato Fini, assistito dall’avvocato Francesco Caroleo Grimaldi, difensore anche di Elisabetta Tulliani che finora non ha risposto alle domande dei magistrati –. Lei mi ha confessato solo recentemente che, insieme a Giancarlo, nel 2008, avevano deciso di comprare quell’appartamento, e che, per evitare che la proprietà  fosse di pubblico dominio, il fratello aveva appositamente costituito le società  off shore Timara e Printemps… Non l’ho riferito nel primo interrogatorio di aprile per timore delle ripercussioni laceranti che tali affermazioni avrebbero potuto causare nel mio ambito familiare, soprattutto con riferimento alle mie figlie. Oggi però sono convinto che per affermare la mia onorabilità  devo prescindere dalle mie vicende familiari, per quanto dolorose. Chiesi spiegazioni a a Elisabetta, mi disse che non sapeva da dove provenisse il danaro impiegato, mi ha riferito che di tutto si era occupato il fratello Giancarlo. Se io avessi avuto, nel 2008, il minimo sospetto che dietro le società  off shore ci fossero stati i due fratelli Tulliani, mai avrei autorizzato la vendita».
Non è bastato, e ora è arrivata la richiesta di mandarlo sotto processo, che sarà  valutata dal giudice dell’udienza preliminare.
Con Elisabetta e Giancarlo Tulliani, assistito dall’avvocato Nicola Madia, l’ex leader risponde anche di autoriciclaggio per il reimpiego dei soldi ricavati dalla vendita della casa di Montecarlo.

(da “Il Corriere della Sera”)

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VENEZIA, CONTO AL RISTORANTE DA 1.100 EURO: ECCO LA PROVA DELLA TRUFFA AGLI STUDENTI GIAPPONESI

Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

NESSUN CONTO CON SPECIFICHE, NESSUN SCONTRINO FISCALE, PAGAMENTO CON CARTA DI CREDITO

Hanno formalizzato la denuncia nella caserma della Guardia di Finanza di Bologna, città  dove risiedono per studiare, i quattro giovani turisti giapponesi che in dicembre hanno pagato 1.100 euro per un pranzo a Venezia.
Il maxi-conto è stato pagato dai giovani, studenti di cucina e ospiti in Italia all’osteria Da Luca vicina a piazza San Marco per quattro bistecche (in realtà  si trattava di quattro fiorentine da 400 grammi), una frittura mista di pesce, acqua e servizio.
Il comando della Polizia municipale di Venezia ha convocato Marco Gasparinetti, il portavoce della piattaforma civica «Gruppo 25 Aprile», il primo a rendere nota la vicenda.
Il ristorante non avrebbe emesso lo scontrino fiscale, i ragazzi come prova hanno solo il tagliandino stampato dopo aver pagato il conto con la carta di credito.
Per questo motivo i giovani hanno presentato alle Fiamme gialle non una denuncia per truffa, ma un esposto sul pagamento, ipotizzando la violazione fiscale per il mancato rilascio dello scontrino.
La ricostruzione
Secondo la denuncia presentata a Bologna, gli studenti, liberi da impegni scolastici, alle 12 sono entrati nel locale e hanno ordinato una fiorentina a testa (il menù citava il peso della carne, circa 400 grammi) e una frittura mista di pesce da condividere.
I giovani hanno precisato che prima dell’arrivo dei piatti, per due volte il cameriere ha versato un calice di vino senza che fosse stato ordinato.
Alla richiesta del conto, lo stesso cameriere avrebbe fatto la somma con una calcolatrice portatile, mostrando l’importo finale ai commensali.
Il commento dell’Ascom
«L’episodio non dà  certo una bella immagine di Venezia e dei suoi ristoranti». Lo dice il presidente del settore turismo dell’Ascom Giuseppe Galardi, sottolineando che «per fortuna però, questo come altri, sono casi isolati perchè l’offerta della città  è ben altro, e il cliente generalmente viene rispettato».
«Come Ascom Venezia – spiega – sono anni che ci impegniamo nel far proporre servizi di qualità  da parte dei nostri associati, facendo seguire un codice etico e organizzando corsi di formazione. Mi pare che in questo caso il ristorante sia svincolato da qualsiasi associazione di categoria e questo è il risultato».
La proposta
Il presidente Ascom Venezia Roberto Magliocco lancia una proposta: «Perchè non creare un marchio legato al codice etico con il patrocinio dell’amministrazione comunale? L’operatore che dovesse aderire all’iniziativa riceverebbe una vetrofania da esporre nel proprio locale così da essere riconoscibile e far sentire il turista tutelato».

(da “Il Corriere della Sera”)

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LA RIVINCITA DEL GRANDE ISTRIONE

Gennaio 22nd, 2018 Riccardo Fucile

DA REIETTO DEL 2011 AD ARGINE DEL POPULISMO: UNA FRAGILE EUROPA RIACCOGLIE IL CAV A BRUXELLES

Appena si chiude la porta per il colloquio con Juncker, Silvio Berlusconi evoca in Europa lo spettro che si aggira in Italia: “Caro Jean-Claude, in Italia abbiamo un pericolo, un grande pericolo, rappresentato dai Cinque Stelle”.
Il canovaccio è, più o meno, quello dei comizi nostrani, su gente pericolosa quanto i comunisti di vent’anni fa, ribellisti, giustizialisti, pauperisti, soprattutto incapaci.
Se il paese “andasse nelle loro mani”, insomma, altro che Grecia, ci sarebbe da espatriare.
La grande rivincita di Silvio Berlusconi è tutta qui, sette anni dopo quel maledetto 2011, in cui il suo nome era sinonimo di “caso italiano”, nelle cancellerie di mezza Europa, mentre l’Italia bruciava nello spread , negli scandali del sexgate e nei processi. L’unfit dei sorrisi di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy è accolto nel teatro da cui era stato espulso, in piena campagna elettorale, perchè la guerra, insegnano i vecchi generali, si fa con i soldati che uno ha.
C’è tutta la fragilità  europea in questo spot di credibilità  al vecchio leder, espulso dal Parlamento, dopo la condanna per frode fiscale e l’incandidabilità  secondo una legge dello Stato italiano.
Perchè adesso anche il Cavaliere diventa un utile combattente in questa pugna contro i populisti, in tempi in cui il fragile establishment europeo si aspetta, alle prossime elezioni, l’apertura di un nuovo caso italiano all’insegna dell’instabilità .
E c’è tutta l’abilità  istrionica dell’ex premier nel presentarsi come “garante” della stabilità  e dell’europeismo, nel teatro dove qualche anno interpretava un ruolo esattamente opposto, ai tempi in cui occorreva “sbattere i pugni” sui tavoli della burocrazia europea, fino a minacciare una doppia moneta. E quando la Merkel era il bersaglio di ogni lagna e protesta anti-europea del centrodestra di allora, baluardo contro il “quarto Reich” del rigorismo che affama il vecchio continente.
Adesso Berlusconi recita il copione moderato ed europeista: loda la Merkel, rassicura che rispetterà  la regola del 3 per cento nel rapporto deficit-Pil, vero mantra rigorista del Continente, parla dell’Europa come di un “disegno imprescindibile”.
A Bruxelles l’ex premier vede Juncker, poi il negoziatore Ue per la Brexit Michel Barnier e il capogruppo a Strasburgo Manfred Weber, il quale alla fine ha pronunciato le parole tante attese: “Silvio Berlusconi non ha bisogno di riabilitazioni, è un grande statista”.
Nel corso degli incontri l’ex premier condivide la preoccupazione sull’avanzata dei Cinque Stelle e si dice ottimista sulle prossime elezioni italiane grazie al ruolo e al consenso che avrà  Forza Italia, espressione in Italia della “grande famiglia del popolarismo europeo”.
L’uomo, si sa, in queste circostanze dà  il meglio di sè, perchè la foto della giornata rappresenta uno spot atteso sette anni: in piena campagna elettorale, il messaggio che arriva all’opinione pubblica, nella sua testa, cancella i malevoli sorrisi di una volta, accreditandolo agli occhi dell’opinione pubblica italiana ed Europea. È la patente di presentabilità  che tarda ad arrivare dalla corte di Strasburgo.
È il senso politico della giornata, più di questa o quella disamina anche sugli esuberanti alleati anch’essi ascrivibili alla variopinta categoria dei populisti. Tanto che Matteo Salvini, mentre il Cavaliere saltella da un incontro a un altro ci tiene a far sapere che “l’Italia è una Repubblica sovrana che non ha bisogno di garanti”.
Ecco, detta in modo un po’ grossier, il Cavaliere, che in questi mesi ha parlato eccome con i suoi “colleghi europei” delle larghe intese dopo il voto, ha posto se stesso come garanzia di sicurezza, sia in un caso sia in un altro: ci penso io, sia nel caso in cui si riuscissero a fare le larghe intese sia se riuscisse ad andare al governo il centrodestra, entrambi schemi che lo vedono centrale e protagonista.
L’importante è che non vadano a governo i Cinque stelle.
Al suo fianco, sempre, Antonio Tajani, vero registra di questa riabilitazione europea sin dal summit del Ppe a Malta un anno fa, passando per Fiuggi a settembre, dove partecipò Antonio Lopez, il segretario generale del Ppe.
Proprio un anno fa Tajani è stato eletto presidente del Parlamento europeo. Adesso è il “nome” che Silvio Berlusconi vuole spendere per palazzo Chigi.
Ed è immaginabile che qualche chiacchiera a proposito, nei vari incontri, sia stata fatta al riguardo, considerato il suo incarico europeo.
È immaginabile, perchè — a domanda a riguardo — fonti vicine all’ex premier non confermano, anche con un certo fastidio per curiosità  molto italica.
Il che è un altro indizio di quanto sia seria la questione.

(da “Huffingtonpost”)

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APOLOGIA DEL BERLUSCONISMO TRIONFANTE

Gennaio 22nd, 2018 Riccardo Fucile

E’ TORNATO: CONTRO TUTTE LE PREVISIONI, LE LEGGI DELLA FISICA E DELLA NATURA

Silvio Berlusconi è tornato. Ancora. Contro tutte le previsioni, contro le leggi della fisica e della natura.
Com’è possibile che un ultra-ottantenne seppellito da processi, da condanne e che ha fatto tutto quello che non si deve fare sia ancora in predicato di vincere le elezioni.
Dalle corna al summit supremo dei potenti all’attesa della Merkel davanti alla porta di casa, dalle feste eleganti al conflitto d’interessi, dalla vendita del Milan all’incapacità  di scegliere collaboratori, un leader cacciato dal “palazzo” tra ali di folla plaudente, un leader deriso dalle cancellerie europee.
Protagonista di una letteratura che ne ha raccontato la dannosità  e la pericolosità  sociale oltre che l’inconsistenza politica.
Tradito dagli amici, rinnegato dagli alleati, insultato dai nemici, costantemente sotto processo, ineleggibile, escluso dal consesso sociale e politico, è tornato ed è in corsa per vincere ancora una volta le elezioni politiche dopo avere vinto quelle regionali siciliane ancora con Gianfranco Miccichè.
Intere carriere costruite sull’epica lotta per abbatterlo sono diventate partiti politici, progetti editoriali e addirittura quotidiani di lotta. Animati da una presunta superiorità  morale e spinti dalla certezza di battersi per il “bene comune”, per la libertà  e la democrazia, contro un despota cinico e bugiardo.
Ma ve lo immaginate Bersani fare un comizio con un barboncino sul podio?
Provate a cercare sulla mappa politica Dotti, Previti, Pilo, Gianfranco Fini, persino Lupi, ministro del governo Renzi, è tornato alla casa del padre accompagnato da tanti che erano su fronti opposti: Cesa, Fitto, Meloni Salvini e lo stesso Miccichè.
Molti di loro guidati da Alfano hanno cercato di superare la leadership di Berlusconi attraverso le primarie, ve lo ricordate? C’è chi ha fatto la fila per presentare le firme per partecipare alla corsa ai gazebo che non ha mai avuto luogo non per mancanza di quorum ma per mancanza di quid.
Sociologi, politologi e più prosaicamente sondaggisti si sono affollati a spiegarci i mille perchè del berlusconismo.
Per spiegare Berlusconi sono scesi in campo tutti da occultisti a psicanalisti, ma tutti dimenticati, superati dal tempo. Persino gli astrologi e i cartomanti hanno dovuto nascondersi e mettere nel cassetto la sfera di cristallo perchè Berlusconi è ancora qui che da le carte e si prepara a vincere la partita, unico ad averne la possibilità  anche se non dovesse arrivare primo, ma non come Bersani che primo è arrivato perdendo le elezioni.
Dopo che il mondo ha passato settimane a sghignazzare per i cavalieri berberi e il baciamano a Gheddafi, ora la mano la baciano al Cavaliere, mentre Sarkozy è preistoria in Francia e la Merkel gli ha perdonato gli “apprezzamenti al suo fondoschiena”.
Ora, Berlusconi non solo è il salvatore della patria ma è anche il salvatore dell’Europa non solo dal populismo dei pentastellati, ma anche dai suoi alleati sovranisti e patrioti a intermittenza.
Se ci fosse capitato di stare sulla luna negli ultimi 5 anni e fossimo partiti il giorno in cui Mario Monti stava salendo a palazzo Chigi, oggi tornado sulla terra passeremo le nostre giornate in un centro di riabilitazione mentale.
Che cosa è successo? Come siamo arrivati a tutto questo?
Non pensate di liquidare il ritorno di Berlusconi per gli errori dei suoi avversari, non basta l’arroganza di Monti, il delirio egemonico di Renzi, il rancore di D’Alema o l’inconsistenza degli amici di Beppe Grillo a giustificarlo.
Bisogna prendere atto che nonostante l’età  il leader di FI è in grado di rappresentare la modernità  più di chiunque altro, ormai è un “genere”, un capitolo di una storia che ha saputo interpretare e plasmare andando oltre gli “alibi” delle televisioni (di sua proprietà ) e anche oltre le minacce delle nuove tecnologie.
Un genere che ha ispirato e condizionato non solo il nostro Paese, ha anticipato di vent’anni Trump che resta un cattivo interprete del berlusconismo, un po’ Pannella, un po’ Alberto Sordi, un “super Pop” incomprensibile ai palati fini che si apprestano a cambiare i titoli di coda come è successo al saggio Scalfari.
Berlusconi lo hanno raccontato e forse poco capito perchè non ci si rassegna all’idea che sia lui a rappresentare l’anima profonda degli italiani.
Sarà  difficile nei prossimi decenni spiegare perchè i contemporanei non lo hanno capito come accadde a Totò o come potranno raccontare che Berlusconi sta alla politica come il futurismo è stata all’arte.
Tutto è possibile in un paese dove tutto l’incredibile è già  accaduto.

(da “Huffingtonpost”)

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