Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile
LA DECISIONE CHIUDE UN’EPOCA PER L’AZIENDA DI CASALEGGIO
Il blog di Beppe Grillo non sarà gestito più dalla Casaleggio Associati ma da Tiziano Pincelli, marito di un’ex assistente di Roberta Lombardi candidatosi senza fortuna alle Regionali del Lazio proprio quest’anno.
Racconta oggi Stefania Piras sul Messaggero che Pincelli ha già cominciato a lavorare per Grillo seguendo l’ex comico nella sua incursione a Barcellona alla fiera delle smart cities.
Il distacco del blog di Beppe Grillo dal M5S dovrebbe avvenire ormai a ore. C’è chi dice che succederà oggi in contemporanea alla conferenza stampa di Luigi Di Maio che presenterà i vincitori delle parlamentarie. Grillo si incamminerà per una nuova strada.
La prima conseguenza di questo divorzio, evidentemente consensuale, è che per la Casaleggio Associati si chiude un’epoca.
Gianroberto Casaleggio ha gestito il blog di Beppe Grillo dal 2005 costruendo attorno a lui un sistema editoriale che ha portato alla pubblicazione di libri, alla presentazione di siti paralleli o dal destino legato a quello di Beppe con la costruzione di uno schema Ponzi poi crollato successivamente non appena il mondo se ne è accorto.
Con la morte di Gianroberto e l’avvento di Davide è stato evidentemente necessario fare una scelta: continuare a seguire la “creatura” MoVimento 5 Stelle o dedicarsi esclusivamente al business mollando così la presa sulla gestione del blog che era diventato tra i primi al mondo sfruttando la massiccia popolarità del comico-profeta e il suo appeal mediatico di personaggio “scomodo” e censurato, finalmente libero di dire la sua in rete.
Ora c’è Rousseau e ci sono i 300 euro al mese che gli eletti dovranno versare per Statuto per Davide, che evidentemente è convinto della bontà e della durata del progetto politico.
Da anni Beppe si lamenta del retrogusto pesante dal punto di vista giudiziario, sia al tribunale penale che (soprattutto) a quello civile della responsabilità di mantenere in piedi il MoVimento: un suo distacco dai ruoli di responsabilità e decisionali in senso stretto era nell’aria ed è arrivato con il nuovo Statuto, nel quale si è comunque riservato il ruolo di Garante Vita Natural Durante (ovvero fino a quando deciderà lui di esserlo).
Per quanto riguarda la Casaleggio, il tempo ci dirà se è stata la scelta industriale giusta.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile
LE ELEZIONI UCCIDONO L’ITALIANO E IL CAMPIONE E’ DI MAIO
Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, ha rilasciato oggi
un’intervista alla Stampa nella quale ha spiegato che le elezioni uccidono l’italiano e il campione è il MoVimento 5 Stelle.
Particolarmente divertenti le sue osservazioni riguardo Luigi Di Maio:
«Quegli strafalcioni meritano un discorso a parte. Perchè usciti dalla bocca di un candidato premier dei Cinque stelle diventano un manifesto».
Cioè?
«Vedete, dice Di Maio, io maltratto la lingua italiana esattamente come voi, non sono uno della Casta».
Non ci dica che l’ha fatto apposta…
«Non dico questo, ma una cosa così anche se lascia l’uso corretto dell’italiano agonizzante sotto la cornice azzurra di Facebook, alla fine porta voti. Peccato, comunque che certe espressioni non vengano pronunciate durante un dibattito, se non altro qualcuno si indignerebbe».
Il professor Marazzini spiega e sostiene una tesi un po’ complottista secondo la quale chi “sbaglia” congiuntivi ha una carta forte da giocare in chiave di antipolitica:
Ci sarà pure una lettura più raffinata di certe uscite….
«Di Maio insegna: dietro una comunicazione semplificata si avverte il profumo dell’antipolitica: l’uso impreciso dell’italiano è una carta forte da giocare, come ben spiegava Umberto Eco nella sua fenomenologia di Mike Bongiorno, che incarnava fortemente un senso di mediocrità diffusa».
Quindi?
«“L’uno vale uno” lanciato dai 5 stelle trova in questa sintassi elementare la sua perfetta realizzazione».
Per quel poco che vale, qui ci si permette di dissentire. Non è che l’ignoranza sia una carta forte da giocare: semplicemente, per l’elettorato il fatto che un candidato sia debole in italiano non sembra essere rilevante ai fini della fiducia nei confronti dello stesso. Il che è sbagliato, perchè di solito chi parla male, pensa male
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile
IL PALAZZETTO DELLO SPORT SUI TERRENI DEL SINDACO BRUGNARO DIVIDE LA CITTA’ PER IL CONFLITTO DI INTERESSI
Venezia litiga sulla sua porta d’accesso su cui hanno messo gli occhi investitori di mezzo mondo. La proprietà dei terreni è del sindaco Brugnaro, ma adesso se ne occupa un amministratore di fiducia.
Blind trust che, secondo i detrattori, sarebbe la formula magica per garantire mani libere al primo cittadino invece che per scongiurare il problema del conflitto d’interessi.
La storia nasce nel 2005, quando la zona “I Pili” era solo un’area inquinata di Marghera, che necessitava di bonifiche molto onerose – per 35 milioni, non ancora saldati – e che non interessava a nessuno.
Il rilancio
Quando nell’ottobre di quell’anno venne ceduta, l’allora sindaco-filosofo Massimo Cacciari se ne rallegrò, benedicendo l’apporto di quei capitali: «Ci sono occasioni straordinarie da usare al meglio – affermava -, noi non abbiamo più un centesimo, quindi dobbiamo lavorare fianco a fianco con i privati. Vogliamo concordare un progetto per garantire alla città un punto di snodo e di servizio, con parcheggi e viabilità , per l’area di San Giuliano e per il parco scientifico e tecnologico».
Quel privato era, però, Luigi Brugnaro, che da due anni e mezzo è il primo cittadino.
E oggi vuole trasformare quella zona – sulla destra, all’imbocco del ponte della Libertà – nella “Porta di Venezia”, un progetto faraonico che prevede attività commerciali, servizi e, soprattutto, il nuovo palazzetto dello sport da diecimila posti, per il quale serve una corsa contro il tempo, perchè la Federbasket non concederà più deroghe all’utilizzo di strutture non idonee alla serie A.
In realtà , da circa un mese non è più Brugnaro – che ha da sempre rinunciato all’indennità di carica amministrativa – ad occuparsi delle sue aziende.
Primo caso in Italia, proprio per evitare il potenziale conflitto di interessi, ha costituito un blind trust che gestirà le società del suo gruppo imprenditoriale. Finchè sarà sindaco vedrà solo la parte fiscale, dichiarando, nel proprio 740, gli utili percepiti, che dovranno essere sempre, come adesso, tra il 15 e il 20%, e reinvestendo il resto in azienda.
Gli attacchi
«Il trust è cieco, ma Luigi Brugnaro ci vede benissimo», è la battuta che circola in Consiglio comunale a Venezia, dove tutte le opposizioni hanno chiesto una seduta aperta.
«Un’area di 42 ettari, equivalente di un centinaio di campi da calcio, pagata da Brugnaro 5 milioni, acquisirebbe, con il nuovo progetto, un valore di 30-40 volte superiore, con un guadagno, per le sue tasche, di almeno 150 milioni di euro», ha ricordato il capogruppo del Pd Andrea Ferrazzi.
Che ha anche spiegato come «l’attuale configurazione del trust non sarebbe a tutela della separazione tra gli interessi privati di Brugnaro e quelli collettivi della città , ma, al contrario, agevolerebbe l’eventuale vendita dell’area ad altri privati nel momento in cui fosse valorizzata con la nuova strategia».
«Il trust viene usato nel mondo anglosassone per le sole proprietà mobiliari, che sono per antonomasia volatili – ha precisato l’esponente Dem -: per gli immobili non è efficace. Del resto sarebbe miracoloso – o forse preoccupante per la sua salute – che poche settimane dopo aver costituito questo tipo di amministrazione dei propri beni, il sindaco si fosse già scordato di possedere quell’area, quando sarà chiamato ad approvare la variante al piano regolatore».
Il piano
Cosa nascerà ai Pili lo ha spiegato, nei giorni scorsi, Giuseppe Venier, manager che guida da amministratore unico la società conferita nel blind trust, ossia la LB Holding, ma che è anche amministratore delegato del gruppo Umana, leader nella somministrazione di lavoro interinale, cioè l’idea geniale di Brugnaro, un colosso da 600 milioni d’euro di fatturato, 1.200 dipendenti e più di 20 aziende.
Oltre al palazzetto – che ospiterà anche concerti e altre attività di svago, in modo da renderlo economicamente sostenibile -, ci saranno parcheggi, darsene, piazze, attrezzature commerciali, attività ricettive e verde urbano.
La provenienza dei soldi? Si fa il nome di Ching Chiat Kwong, l’imprenditore di Singapore che sta trasformando le sponde del Tamigi, a Londra, con un investimento da 320 milioni di dollari. Ma altri magnati della finanza e dell’edilizia sarebbero già in fila per assicurarsi un posto sulla “Porta di Venezia”.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile
DENUNCIATI I TRUFFATORI PADANI… PER LA SERIE “FATEVI SEMPRE CONOSCERE”
Fritto misto salato, anzi, salatissimo. 
Una frittura e quattro bistecche da 1100 euro, tanto hanno pagato un gruppo di giapponesi a Venezia in un locale di calle dei Fabbri. La denuncia, oltre che dai ragazzi stessi, arriva dal Gruppo 25 aprile.
Venerdì una comitiva di studenti giapponesi, in visita a Venezia in giornata, sarebbe stata infatti truffata in un’osteria: in quattro avrebbero pagato il salatissimo conto.
Se i 4 hanno pagato carissimo altri tre amici, in un altro ristorante, per tre piatti di pasta al pesce avrebbero speso 350 euro.
Tornati a Bologna dove stanno studiando all’università i giapponesi sono andati in Questura per presentare denuncia.
“I sette ragazzi hanno pagato con carta di credito e hanno presentato prova di quanto accaduto” spiega il portavoce del Gruppo, Marco Gasparinetti.
Il locale, su Tripadvisor, per giunta viene descritto come pessimo: ha l’83% di recensioni negative.
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile
RICERCA COMRES: IL MARXISMO E’ TORNATO DI MODA… “COLPA DEL MERCATO LIBERO SE SIAMO PIU’ POVERI DEI NOSTRI PADRI”
Comunismo 1, Capitale 0.
«I giovani stanno perdendo fiducia nel sistema capitalistico. Siamo la prima generazione che ha un tenore di vita peggiore dei propri genitori. Io, con i miei stipendi e con il costo della vita, ad esempio, non so quando possiederò la casa in cui abito».
A rappresentare con pragmatismo inglese la sfiducia delle giovani generazioni è Fiona Lali, presidente della Società Marxista presso la Scuola di Orientalistica e Studi Africani dell’università di Londra.
In un’intervista radio, ripresa dal quotidiano britannico Times, la studentessa ha riportato i risultati di una ricerca, che dimostra come i giovani inglesi considerino il capitalismo una minaccia peggiore del regime comunista.
I numeri suonano inediti, ma parlano chiaro: il 24% degli intervistati tra i 18 e i 24 anni guarda al libero mercato con seria preoccupazione, criticandone gli effetti sull’economia reale dei Paesi occidentali, solo il 9% sarebbe invece preoccupato per l’instaurazione di un sistema di stampo comunista, si dice nel rapporto condotto dalla società ComRes. Salendo con l’età , tra i 25 e i 34, solo il 6% del campione interpellato classifica il comunismo tra i sistemi politico-economici più pericolosi.
La ricerca dimostra che quelli che l’epoca sovietica la ricordano sono invece spaventati da un possibile ritorno del comunismo.
Gli storici inglesi studiano il fenomeno sociale, mettono in guardia dal relativismo storico che tratta il marxismo come un femoneno vintage e citano il caso di uno studente della Marxist Society, che ha dichiarato alla Bbc che «il comunismo ha fallito nell’Urss solo perchè non ha avuto la possibilità di svilupparsi».
A poco valgono le critiche di chi ricorda che milioni di persone sono morte nei gulag: dai dati recentemente usciti dall’archivio del Kgb, risulterebbe che i gulag hanno avuto circa 29 milioni di «ospiti», di cui 13 milioni sono deceduti.
Secondo gli ultimi calcoli (fonti russe) le vittime del comunismo nella sola ex Unione Sovietica sarebbero circa 75 milioni.
Orlando Figes, professore di Storia al Birkbeck College, università di Londra, spiega che «incolpare l’ Occidente per i problemi della Russia comunista è un “vecchio mito”».
Il marxismo, tuttavia, sta attirando i millenial. La Federazione Studentesca Marxista inglese ha dichiarato che lo scorso anno più di 3 mila studenti si sono iscritti alla Società in 32 università . Le riunioni settimanali o quindicinali si svolgono in 25 campus.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile
IN FRANCIA SI E’ DECISO DI INSTALLARE I TELEFONI FISSI IN OGNI CELLA
Nascosti nelle intercapedini delle celle, dentro i bagni o dietro i termosifoni dei corridoi.
Con dei casi limite: a Bergamo gli agenti hanno denunciato di aver ritrovato un cellulare perfino in un pacco di brioche destinato a un detenuto.
Il fenomeno dei telefonini arrivati illegalmente in carcere continua ad allarmare i sindacati di polizia. Un allarme che sembra trovare fondamento nei dati forniti a La Stampa dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia.
In tutto il 2017 è di 337 il numero totale di cellulari e sim ritrovati nei 190 istituti italiani. Quasi due per ogni carcere.
Con un aumento del 58,22 per cento rispetto al 2016 (quando i cellulari e/o sim rinvenuti furono 213).
Un fenomeno che emerge negli stessi giorni in cui, in Francia, il presidente Macron dà il via libera a quella che Le Monde ha definito una «vèritable rèvolution» (una «vera rivoluzione»): la legge per installare i telefoni fissi nelle 50 mila celle delle 178 prigioni del Paese.
La rèvolution
«Anche i francesi hanno registrato negli ultimi anni un boom di sequestri di cellulari nelle loro carceri», sottolinea il garante nazionale per i detenuti Mauro Palma commentando l’iniziativa d’oltralpe.
E chiarisce: «Guardando a questo fenomeno, però, occorre fare una distinzione: da un lato c’è chi vuole comunicare con l’esterno per continuare a delinquere, dall’altro chi vuole tutelare i propri affetti famigliari».
Per garantire la sicurezza, la nuova normativa francese prevede che ogni detenuto potrà telefonare a un massimo di quattro numeri, intestati ad altrettanti destinatari, dopo l’identificazione degli stessi e il via libera dell’autorità .
L’iniziativa, promossa dalla ministra della Giustizia francese Nicole Belloubet, vuole «favorire il mantenimento delle relazioni familiari considerate un fattore essenziale per il reinserimento ed evitare una delle principali fonti di tensioni all’interno delle carceri: il traffico di telefoni cellulari». La normativa italiana
L’Italia intanto resta ferma a un regolamento di esecuzione datato 1976 (e poi rivisto nel 2000, 18 anni fa): ogni detenuto di media sicurezza ha a disposizione dieci minuti di telefonata a settimana verso un singolo destinatario.
Nel testo della riforma dell’ordinamento penitenziario, da oggi all’esame delle Camere, è stata respinta la richiesta di allungare a 20 minuti il colloquio telefonico.
«Una bocciatura senza senso e anti-storica», commenta Rita Bernardini, l’ex deputata radicale che ha già annunciato di voler riprendere l’iniziativa non violenta dello sciopero della fame proprio per la «totale assenza nei decreti delle norme sull’affettività in carcere».
Le associazioni
«Dieci minuti sono una mostruosità : non ci sono giustificazioni nè tecniche nè di sicurezza per rimanere fermi a questa legge anacronistica», rincara Alessio Scandurra che guida l’Osservatorio sulle carceri di Antigone, l’associazione per la tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale.
«A meno che l’autorità non disponga diversamente – spiega ancora Scandurra – tutti i detenuti hanno il diritto di scrivere lettere a chi vogliono e la loro corrispondenza, in entrata e in uscita, è segreta. Per quale ragione allora, nel 2018, dobbiamo limitare così tanto le chiamate a casa?». Ma non è solo una questione di telefoni.
Nelle 78 visite ai penitenziari effettuate da Antigone nel corso del 2017 è emerso che non sempre i colloqui con i famigliari sono facili e garantiti: «Spesso sono ammessi solo al mattino e in alcuni istituti neppure nel weekend. Così – conclude – si tranciano i legami essenziali dei detenuti».
(da “La Stampa”)
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Gennaio 20th, 2018 Riccardo Fucile
MOLTI PARLAMENTARI USCENTI NON VERRANNO RIELETTI PERCHE’ LA SECONDA IN LISTA DEVE ESSERE UNA DONNA
Chi è dentro e chi è fuori. Ma soprattutto “in che posto della lista finisco? Nel mio collegio arriverà prima una donna o un uomo?”.
L’alternanza di genere ha disarticolato la geografia M5s e aperto gli occhi sulla scarsa presenza di donne nel Movimento, nonostante i pentastellati siano sempre stati attenti alle quote rosa e alla rappresentanza femminile.
Basti pensare che i sindaci di due grandi città , come Roma e Torino, sono donne, che la loro rappresentanza parlamentare sia tra le più nutrite e all’assemblea regionale siciliana il 50% delle donne è M5s.
Adesso però la nuova legge elettorale ha creato un vuoto che si è proiettato sulla formazione delle liste ancora al vaglio dello staff di Luigi Di Maio.
Nella Fabbrica delle idee, nelle pause caffè tra una lezione e l’altra, i dubbi rimbalzano da capannello in capannello.
I parlamentari uscenti, arrivati a Pescara per “Villaggio Rousseau”, ma anche gli attivisti perlopiù aspiranti candidati, sono tutti in attesa del giudizio. Cioè del responso della selezione online che somiglia molto a una tombola, data l’incertezza dei click e l’ambizione di arrivare primo o secondo della lista, dal momento che difficilmente in un collegio può scattare un terzo seggio.
E quindi, “sappiamo già che molti parlamentari non saranno rieletti, ci saranno invece più donne, alcune poche conosciute”, e cala la tristezza sugli occhi del deputato.
Il motivo risiede nella nuova legge elettorale, che prevede per la prima volta l’alternanza di genere nelle liste proporzionali e inoltre nelle posizioni di capolista e nel complesso dei collegi uninominali i candidati di ciascun genere devono essere compresi tra il 40% e il 60% del totale. I numeri sono chiari a tutti.
“Alla Camera siamo 88 deputati, di cui solo trenta sono donne”, osserva un parlamentare grillino che ormai da mesi non pensa ad altro, come del resto tutti gli altri: “Cinque anni fa non era prevista l’alternanza uomo-donna ma adesso cambia tutto”.
Per questo i deputati e senatori, travestiti da insegnanti nella scuola di formazione di Pescara, sono inquieti.
Un esempio tra tutti è l’Abruzzo, ma si può parlare anche della Sicilia o della Calabria. Ad esempio proprio nella regione dove è in corso la tre giorni grillina i deputati uscenti sono tre: Daniele Del Grosso, Gianluca Vacca e Andrea Colletti. Nessuna deputata eletta.
“Tra noi tre solo il capolista ha la possibilità di essere eletto, poi salirà la seconda che è una donna, il terzo non può farcela”, spiega Vacca ragionando per ipotesi s’intende: “In Abruzzo però siamo forti e abbiamo possibilità di vincere nell’uninominale, quindi il terzo e il quinto della lista potrebbe provare a vincere il corpo a corpo con gli altri partiti, ma chi può dirlo…”.
In Abruzzo poi c’è stata una crisi tutta al femminile. Alle parlamentarie si sono presentate solo quattro donne, un paio delle quali con i documenti non in ordine.
Quindi è stata fatta una deroga al regolamento che ha permesso a chi ha più di quarant’anni di candidarsi alla Camera.
L’allarme quote è scattato un po’ ovunque.
In Sicilia nel collegio che comprende Messina e Catania ci sono due deputati uscenti Francesco D’Uva e Alessio Villarosa, che si ipotizza arrivino primo e terzo, tra loro si giocano il posto due attiviste già candidate alle regionali e che non sono state elette: “Lo dicono i numeri. Prenderemo due seggi, difficile che il terzo scatti. Uno dei due è fuori”.
In Puglia altri due deputati stanno con il fiato sospeso e sono Giuseppe L’Abbate ed Emanuele Scagliusi. Quest’ultimo osserva: “Uno dei due probabilmente non sarà eletto e invece entrerà alla Camera una donna meno conosciuta. Da noi per esempio c’erano attiviste candidate ma non tantissime e il Rosatellum obbliga all’alternanza”.
Al contrario contrario per il Senato in Sicilia ci sono candidate donne che si contendono il primo posto in lista, come Nunzia Catalfo e Ornella Bertorotta nel collegio che comprende Catania.
A proposito di Palazzo Madama dallo staff fanno notare come sia cambiata la mappa anagrafica M5s: “L’età degli iscritti è salita e infatti i candidati alle parlamentarie per il Senato (obbligatorio candidarsi a Palazzo Madama se si hanno più di 40 anni) sono tre-quattro volte di più di quelli della Camera”.
Oltre all’incertezza sul posto in lista, tutti nel palazzo congressi di Pescara vogliono sapere come Di Maio si prepara a dare il grande annuncio. “Tutti noi nelle spiazzale e il capo politico dall’alto leggerà i nomi dei vincitori?”, scherza il senatore Sergio Battelli.
E l’altro: “Ma no, leggerà solo il primo e il secondo arrivato, quelli che hanno la possibilità di essere eletti. Al massimo il terzo”.
Nella Fabbrica delle idee, nonostante il susseguirsi delle lezioni e dei corsi di formazioni, non si pensa ad altro, mentre le attiviste assaporano già il profumo della vittoria.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 20th, 2018 Riccardo Fucile
I MIRACOLI DELLA DEMOCRAZIA E DEL MARKETING AL SERVIZIO DEL BISUNTO DAL SIGNORE
La conquista di Roma non è mai stata un’impresa facile per nessuno. 
E’ vero, storicamente per farlo (o almeno provarci) bisognava mettere insieme un potentissimo esercito, come fece Annibale (senza riuscirci), o come fece Attila, che pur sbaragliando i romani nella sua travolgente avanzata, appena giunto nei pressi di Roma… fiutò al volo i guai in cui si stava cacciando e fece rapidissima retromarcia verso i patrii lidi.
In tempi molto più recenti persino il gloriosissimo esercito alleato, sbarcato ad Anzio senza colpo ferire, ci pensò due volte prima di avanzare diritto verso la vicina Roma già abbandonata mesi prima dal re fascista, ma subito occupata dalle truppe ariane del perfido dittatore razzista. E quella titubanza costò assai cara ai liberatori anglosassoni.
Quasi cinquant’anni dopo invece la conquista di Roma, benchè inaspettata, è risultata di facilità pressochè irrisoria ad un cavaliere milanese di nome Brancalusconi armato solo di fanfaluche e televisioni.
Sono i miracoli della democrazia. Ma quel cavaliere seguiva una precisa logica: se sei così bravo nel marketing da convincere la gente a comprare qualunque boiata che vede in televisione, perchè non dovresti riuscire a convincerla a fare una cosa infinitamente più semplice e che non costa nulla (apparentemente) come quella di fargli mettere una crocetta sul tuo nome già stampato sulla scheda elettorale?
E c’è una precisa tecnica per riuscirci. Benchè ormai sia vecchia, la tecnica di ripetere all’infinito in televisione che tu e i tuoi accoliti siete i benefattori mentre gli avversari sono degli “sfigati”, o peggio, dei truffatori, funziona ancora, basta scegliere i momenti e i programmi giusti.
Se poi si unisce a te il “celestiale” coro delle prefiche osannanti (adeguatamente retribuite) il messaggio diventa un’orazione e riesce a toccare il cuore anche degli elettori solitamente considerati “svegli”, oscurando la loro mente.
Detto, fatto! Lui ci ha provato raccontandone di tutti i colori in televisione e inviando a tutti il suo personalissimo fotoromanzo (edulcorato profondamente per far sognare tutti ad occhi aperti).
Ai fedeli di Santa Madre Chiesa ha raccontato di essere l’Unto, ai socialisti di aver visto il sole nascente illuminarsi ai suoi piedi, ai liberali di saper costruire la diga che ferma l’orrenda onda comunista, ai mercanti ha insinuato astutamente l’invidia dei suoi soldi, ai giovani e meno-giovani fancazzisti (oggi si dice così) è bastato riempire il piccolo schermo di ballerine semisvestite e ammiccanti per stenderli nel sogno vanesio di facili conquiste. E ha vinto.
Non da solo, beninteso, ma alleandosi con chi, come lui, non sarebbe mai riuscito a vincere da solo.
Le alleanze hanno un costo, questo vale anche in politica, ma lui era un grande imprenditore e sapeva benissimo che quel prezzo si paga in poltrone e le poltrone, benchè costosissime per i contribuenti, le pagano i cittadini, mica lui.
E’ andata avanti così vent’anni, dentro e fuori da Palazzo Chigi, mentre il debito dello Stato saliva e mentre lui, i suoi alleati e molti altri, per strana coincidenza, si arricchivano.
Ma la ricchezza, il potere e le ballerine sono state anche la sua rovina, perchè ormai privo di freni inibitori invece di pensare ai gravi problemi del paese pensava solo a come rendere più interessanti quegli allegri festini serali in villa (una delle tante che ha) ai quali non voleva rinunciare mai e che qualcuno, ispirandosi alle danze esotiche, ha scherzosamente chiamato “Bunga-Bunga” senza pensare che avrebbe presto conquistato notorietà globale (purtroppo molto negativa per il cavaliere e per l’Italia) e quindi anche tutta una serie di rovesci (dimissioni, divorzio, condanna e servizi sociali) che sembravano aver messo definitivamente la parola fine alla sua brillantissima carriera.
A salvarlo dall’oblio è arrivato però, miracolosamente, dalle terre un tempo dominate dai Medici, un giovanissimo e arrembante politico etichettato di “sinistra” ma ricco di idee, determinazione e, soprattutto, di egocentrico pragmatismo riformatore.
Ha avuto tutte le fortune quel “bamboccione”, salito al potere con la velocità del fulmine profittando anche delle disgrazie accadute in successione a lui, il suo vero maestro, che veniva presto abbandonato anche dai suoi “fedelissimi”.
Ma adesso il vento è di nuovo girato, ora la sfortuna cade proprio sulla testa dell’altro, rovescio dopo rovescio.
E’ venuto perciò il momento della riscossa. Gli anni passano, ma non la voglia di vincere e lui, il cavaliere, sa come fare. Come? Con la solita tecnica dei “miracoli della democrazia”.
Certo, riuscire a mettere insieme un partito già squinternato come oggi è Forza Italia con quello della Padania allargata allo stivale, con quello dei rimasugli tricolori rimasti fedeli ai fasti del suolo patrio e… alla misteriosa “quarta gamba” ancora da scoprire, non è impresa da poco, anzi è proprio un miracolo, ma per il cavalier Brancalusconi (l’Unto che diventa Bisunto) è cosa possibilissima, questi giochi di prestigio per mezzo di una politica telecomandata sono la sua specialità .
Per trasfondere fiducia al “suo popolo” spara già percentuali di adesione da fantascienza, ma il suo potere ipnotico è notoriamente di grande efficacia e, unito a qualche promessa di facile presa sugli elettori meno preparati al canto delle sirene, può funzionare ancora.
Mettere nel sacco quell’arrogante toscano già finito nella polvere, sarà gioco da ragazzi, ma anche su quel pretenzioso neofita messo alla guida di invisibili truppe pentastellate non sarà impossibile, dopo che si entrerà nell’ultimo mese e verrà circondato e soverchiato dai veterani delle sue falangi mediatiche.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 20th, 2018 Riccardo Fucile
IL PREMIER SI CANDIDERA’ ALL’UNINOMINALE A ROMA E ANNUNCIA L’ACCORDO CON LA BONINO
“Ho deciso di candidarmi nel Collegio uninominale di Roma 1 alla Camera dei Deputati, accettando la proposta del mio partito. Spero di contribuire al risultato del Pd e della coalizione con le liste Più Europa, Civica Popolare e Insieme”. Lo annuncia, su Facebook, il premier Paolo Gentiloni.
“Mi candido al centro di Roma – spiega il premier – in una delle aree più belle e amate del mondo. L’area dei rioni storici del Centro e di quartieri che definiscono l’identità della città , da Trastevere a Prati a Testaccio e altri ancora. Alla grande bellezza sono associati, come ovunque nella Capitale, diversi problemi. La qualità e la pulizia delle strade; l’impatto del turismo, ricchezza da ben governare; le difficoltà di molti residenti, specie più anziani. La sofferenza e il disagio. Bisogna affrontare con spirito di collaborazione questi problemi. E bisogna investire sul ruolo di Roma grande capitale universale, metropoli che lavora e che merita di essere motore di modernità e innovazione”.
“La mia – sottolinea Gentiloni – sarà naturalmente una campagna elettorale particolare. Sarò impegnato per far vincere il mio partito, come sempre hanno fatto i Presidenti del Consiglio. Ma lo farò senza sottrarre nulla agli impegni di Governo che restano fondamentali anche in queste settimane e che è mio dovere assolvere. Conto sulla comprensione degli elettori per il fatto che non mi sarà possibile essere presente ovunque e in tutte le occasioni”.
Il Collegio Roma 1, conclude il premier, “non è considerato un Collegio “sicuro”. Di sicuro però è la parte della città in cui abito da una vita e dove (momentaneamente) lavoro. Rappresentarla in Parlamento sarebbe una responsabilità e un onore”.
Nel suo post su Facebook, Gentiloni anticipa anche la notizia dell’accordo con la lista Più Europa di Emma Bonino: “Spero di contribuire al risultato del Pd e della coalizione con le liste Più Europa, Civica Popolare e Insieme”, scrive il premier.
(da agenzie)
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