Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile
L’ECONOMISTA PAOLO TURATI RENDE INACCESSIBILE IL SUO PROFILO SOCIAL… UN PASSATO IMBARAZZANTE COME RESPONSABILE LOCALE DI MAGNA CARTA DI QUAGLIARIELLO, L’APPOGGIO ALLA PORCHIETTO (FORZA ITALIA) ALLE SCORSE ELEZIONI
Profili social bloccati, blog inaccessibile. Sembra calato l’oblio sulla vita social di Paolo Turati, solitamente sul web abbastanza attivo.
Economista, esperto d’arte, e soprattutto candidato nel collegio uninominale della camera a Torino (quartieri centro collina), per il Movimento 5 stelle.
Non è la prima volta che la censura colpisce esponenti o soprattutto ex esponenti del Movimento 5 stelle, come quando la consigliera regionale Stefania Batzella uscì dal gruppo e venne cancellata, con Photoshop dalla foto insieme a Beppe Grillo. Questa volta però sarebbe lo stesso candidato impegnato in una “ripulitura” del proprio passato digitale.
A sollevare il caso il suo “concorrente” sul collegio per la corsa in Parlamento, Marco Grimaldi di LeU che si rivolge direttamente a Di Maio. “Blog e profili personali del candidato che avete scelto – scrive su facebook – sembrano bloccati da qualche giorno. Pure la pagina linkedin del professor Turati sembra sorprendentemente rimossa. Come mai? – si chiede il consigliere – i candidati 5 stelle non dovevano essere distanti dall’odiata partitocrazia?”. Già perchè non è un mistero che Turati non sia del tutto digiuno dalla militanza.
Vicino al centrodestra, e soprattutto alla corrente di Angelo Burzi, con cui ha creato la fondazione Magellano, Turati è anche il responsabile piemontese di Magna Carta, l’associazione politica che faceva capo all’ex ministro Gaetano Quagliariello, intorno alla quale ha militato in passato anche Claudia Porchietto, per cui Turati si è speso nelle scorse campagne elettorali.
Nel 2014, in occasione delle elezioni Regionali, è stato persino l’organizzatore di un convegno a Oropa, per lanciare i vari candidati di Forza Italia nella corsa verso Piazza Castello.
“Ho bloccato i miei profili personali perchè sono impegnato nella campagna elettorale e non avrei avuto tempo per occuparmene. Ho studenti che mi scrivono, consumatori che ho seguito nella mia attività : nel prossimo mese non avrei modo di aggiornare le miei pagine private e quindi le ho “congelate”. Aprirò poi una pagina ufficiale per la campagna elettorale non appena avrò tempo”.
E sul suo passato da militante del centrodestra fa chiarezza: “Io sono un libero pensatore civico. Apprezzo le persone e i programmi. In passato ho appoggiato Appendino, Porchietto, persone che stimo ma anche Mariano Turigliatto e Bruno Ferragatta del centrosinistra. Sono libero e continuo ad esserlo”.
Tra le amicizie “scomode” di Turati, c’è Claudia Porchietto, consigliere regionale di Forza Italia, candidata alla Camera alle prossime elezioni, che con Turati collabora per ragioni professionali dal 2009 e ha un rapporto di amicizia personale.
“E’ un amico e gli faccio i miei più cari auguri, sono molto felice che abbia deciso di intraprendere questa avventura – dice – Mi fa sorridere che il Movimento 5 stelle possa dire di aver ingaggiato persone della società civile e lontane dai partiti quando la storia di Paolo è nota ed è sotto gli occhi di tutti. Peraltro mi stupisce che caschino dal pero: ho fatto io una battuta qualche giorno fa al coordinatore grillino Davide Bono dicendogli: “Pescate dai miei amici, per avere candidati competenti”.
“D’altra parte – aggiunge l’esponente di Forza Italia – credo che faccia bene anche ai Grillini prendere atto del fatto che se vuoi le competenze e l’esperienza devi attingere dai sostenitori di altri partiti”
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile
ALTRO CHE INCONTRO CON LA “COMUNITA’ DI INVESTITORI”… PER LA MISSIONE FALLIMENTARE A LONDRA DI MAIO SI ERA RIVOLTO ALLA SOCIETA’ ROMANA DI LOBBYNG POLICY SONAR… ASSENTI I MEDIA, A PARTE RUSSIA TODAY DI PUTIN
La Reuters riporta che il candidato premier M5S ha detto durante un incontro con una comunità
di investitori a Londra di essere disponibile a un governo con «una maggioranza a quattro composta da M5S, Pd, Forza Italia e Lega». Lui smentisce. Vediamo perchè invece potrebbe essere tutto vero
Ieri l’agenzia di stampa Reuters ha raccontato in un take che Luigi Di Maio, durante l’incontro con la comunità degli investitori internazionali a Londra in cui era accompagnato da Lorenzo Fioramonti, se nessuno avrà i numeri per un governo immagina «una maggioranza a quattro composta da M5S, Pd, Forza Italia e Lega».
Successivamente Di Maio su Facebook ha smentito, sostenendo di aver ribadito agli investitori internazionali che «se non dovessimo avere la maggioranza dei seggi, farò un appello pubblico a tutte le forze politiche invitandole a convergere sui temi e sulla nostra squadra di governo, senza alcun tipo di alleanze, inciuci o scambi di poltrone di governo».
Per la fonte invece Di Maio avrebbe ribadito «ripetutamente» – secondo Reuters – la sua disponibilità a collaborare con gli avversari politici per formare un esecutivo. L’autore della soffiata non può essere identificato, nota l’agenzia, per la «delicatezza politica della questione».
Del resto nemmeno il leader del M5S ha rivelato chi siano gli investitori che ha incontrato in un club privato di Knightsbridge.
La visita è stata organizzata da Francesco Galietti, della società romana di lobbying Policy Sonar.
Successivamente è stata organizzata una conferenza stampa ristretta, in un salottino del Millennium Hotel di Knightsbridge.
Il Fatto racconta oggi che non ci sono stati contatti con le principali lobby britanniche, dalla Confederation of British Industries all’Institute of Directors.
Una fonte riservata riferisce di disinteresse di alcuni dei maggiori fondi di investimento, al corrente della presenza del candidato 5 Stelle ma preferendo non incontrarlo.
Quanto alla stampa internazionale, alla conferenza stampa successiva erano presenti soprattutto giornalisti italiani, con l’aggiunta di Cnbc e Russia Today.
Di Maio ha tra l’altro parlato in italiano e per questo la possibilità di un errore di traduzione o di un’incomprensione non è da scartare. Anche perchè non è detto che la fonte di Reuters fosse a conoscenze delle astruserie tipiche del sistema italiano e delle procedure per l’incarico di andare a Palazzo Chigi.
Molto più probabile però è che in effetti Luigi Di Maio abbia veramente parlato della possibilità di fare un governo con pezzi di Forza Italia, Lega e Partito Democratico.
Anche perchè i sondaggi di oggi dicono che il MoVimento 5 Stelle è molto lontano dall’ottenere la maggioranza anche solo in una delle due camere.
Di Maio per arrivare a Palazzo Chigi ha solo due possibilità : sfruttare l’ultimo mese di campagna elettorale per un clamoroso guadagno di consenso e voti oppure sperare che uno o più partiti decidano di appoggiare un governo che abbia in maggioranza anche il MoVimento 5 Stelle.
Quei partiti, che oggi dicono di non voler assolutamente governare con il MoVimento 5 Stelle, naturalmente tradirebbero così il mandato elettorale ma, ci scommettiamo, se si avverasse questa (improbabile) ipotesi il M5S non li chiamerebbero “traditori” come hanno fatto con i parlamentari che hanno cambiato casacca negli anni della scorsa legislatura.
Non si capisce invece che tipo di convenienza avrebbe il MoVimento 5 Stelle nell’accettare l’ipotesi di un “governissimo” con tutti o quasi i partiti presenti in Parlamento: in primo luogo perchè è impossibile che l’incarico per un governo del genere venga dato a Di Maio; in secondo luogo perchè vista la situazione di tripolarismo imperfetto che vige oggi in Italia è più conveniente — per tutti — stipulare un’alleanza che escluda uno dei tre poli.
E in questo caso è inutile dire che è più probabile l’esclusione del M5S. Il quale da parte sua avrebbe di certo tutto da guadagnare da un ritorno all’opposizione e tutto da perdere dal dire sì a un accordo con PD o Forza Italia, che comunque ad oggi nemmeno basterebbe per far raggiungere una maggioranza alla Camera.
A prescindere da quale sia lo scenario più probabile — ieri il Corriere della Sera ne disegnava uno in cui vincono addirittura tutti — oggi è politicamente sbagliato parlarne nel momento in cui bisogna raccogliere più voti possibile.
Per questo tutte le voci e i retroscena che parlano di ipotesi di accordi sono contemporaneamente vere e false: in molti ci penseranno perchè la dietrologia è l’unica arte che è stata affinata in questi anni in cui è comunque necessario riempire le pagine dei giornali.
Ma senza i numeri che usciranno dalle urne il 4 marzo nessuna ipotesi è oggi plausibile.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile
LARGHE INTESE POSSIBILI SOLO TRA RENZI E BERLUSCONI
Le larghe intese sono possibili ma tra Partito Democratico e Forza Italia.
Questo è il pronostico contenuto nell’analisi di Youtrend/Reti sui seggi pubblicata da La Stampa, che ad oggi permette di escludere un asse tra MoVimento 5 Stelle e Lega.
I colori delle mappe che pubblica il quotidiano di Torino mostrano qual è la coalizione favorita nei collegi della Camera e in quelli del Senato: il colore più intenso indica un vantaggio netto (superiore al 10%); la tonalità intermedia fotografa una forchetta tra il 5 e il 9,99%; la gradazione più tenue, infine, mostra uno scarto inferiore ai cinque punti percentuali.
La Stampa spiega:
La fotografia dell’Italia che potrebbe uscire dalle urne del 4 marzo è un monocolore blu al Nord, dove i candidati di Forza Italia e Lega viaggiano con vantaggi rassicuranti.
Il centrodestra è favorito anche al Sud, soprattutto in Campania.
Il Pd è competitivo solo nelle regioni rosse, oltre che in alcuni collegi metropolitani e in Trentino-Alto Adige grazie all’alleanza con la Sà¼dtiroler Volkspartei.
I grillini sono favoriti nei collegi della Sardegna e potrebbero conquistare anche qualche seggio in Sicilia e nelle città simbolo del Movimento 5 Stelle: Roma, Torino, Genova.
Il centrodestra rimane quindi largamente in testa come coalizione e secondo l’elaborazione potrebbe portarsi a casa oltre il 60% dei collegi uninominali in palio: alla Camera ben 143 seggi contro i 49 del centrosinistra e i 40 del Movimento 5 Stelle.
Basteranno per governare? La risposta, almeno per ora, è no.
Sommando i seggi conquistati nei collegi plurinominali del proporzionale il conteggio si ferma a 290: significa che alla coalizione di Berlusconi e Salvini mancherebbero comunque 25 seggi per acciuffare la maggioranza assoluta.
Nessuna chance per la potenziale alleanza a sinistra tra Pd e Liberi e Uguali: il totale dei deputati sarebbe di 179.
Un’alleanza tra Lega e M5S invece porterebbe a 254 seggi totali alla Camera: molto al di sotto della maggioranza di 316.
Anche con Fratelli d’Italia si arriverebbe a 294.
L’ipotesi delle larghe intese tra Renzi e Berlusconi potrebbe arrivare a 155 senatori (158 è la maggioranza) e 298 deputati (316 è la maggioranza).
(da agenzie)
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Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile
CENTRODESTRA 36,65%, M5S 27,74%, CENTROSINISTRA 27,59%
I giorni dei paracadute, dei collegi blindati, delle piccole e grandi rivolte sui territori sono alle
spalle. Come le notti fatte di trattative estenuanti, di ras di ogni colore politico a bivacco nelle sedi nazionali dei rispettivi partiti, di colpi di bianchetto sulle liste quando e dove meno te lo aspetti. Adesso si parte.
La campagna elettorale di fine inverno può cominciare. E a meno di 35 giorni dalla sera del 4 marzo, lo strumento principe su cui elaborare, confermare e cambiare le strategie sono i sondaggi.
Iniziamo partendo dall’analisi di cinque sondaggi (EMG Acqua per Rai spa, IndexResearch per Piazzapulita, EMG Acqua per La7 srl, Ipsos per il Corriere della Sera e Lorien Consulting) pubblicati tra il 29 e il 30 gennaio.
Nel testa a testa tra le coalizioni emerge il sorpasso del Movimento 5 Stelle sull’intera coalizione di centrosinistra e viene confermata la leadership del centrodestra.
Gran Bazar Pd.
Il Partito democratico esce dal Gran Bazar delle candidature con il 23,88% di media. Siamo sotto al 40%, il numero cui Renzi ha legato la propria spinta propulsiva.
Siamo sotto anche al 30%, la percentuale che comunque consentirebbe di ritenere “in salute e in sicurezza” il progetto politico del Pd.
Ma, soprattutto, siamo sotto al 25,43%. Ovvero: sotto la percentuale della non-vittoria targata Bersani del 2013.
23,88%: un numero che se confermato metterebbe in crisi non solo tutto l’impianto ideologico del renzismo ma tutta la comunità dem.
La coalizione di centrosinistra.
E gli alleati dei democratici non sono di certo delle macchine raccogli-consenso. Secondo la media dei sondaggi siamo per tutte e tre le formazioni (Civica Popolare della Lorenzin è al 1,07%, Insieme al 1,27%, +Europa al 1,37%) di poco oltre la soglia dell’1% che consente anche alla coalizione di tratte beneficio dai voti dei singoli partiti. L’intera coalizione di centrosinistra è al 27,59%.
Il sorpasso dei Cinque Stelle.
Qui c’è una delle prime sorprese di questi rilevamenti: il Movimento 5 Stelle non è solo il partito italiano, ma da solo supera l’intera coalizione di centrosinistra.
Una delle ipotesi che al quartier generale del Pd temono come l’Armageddon. Intrecciando gli stessi sondaggi, il M5S a trazione Di Maio si ferma infatti al 27,74%. Scenario che decreterebbe un sorpasso simbolico difficilmente digeribile per il centrosinistra. Soprattutto se si pensa alle divisioni in quel campo: i di Liberi e Uguali, il partito guidato da Piero Grasso, è infatti dato al 6,04%.
La leadership del centrodestra.
Il centrodestra è di gran lunga la prima coalizione italiana. Con la trazione Salvini-Berlusconi e l’apporto di Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia si arriva al 36,65%.
E per quanto riguarda le singole percentuali, si piazza in testa Forza Italia con il 16,08%. Seguono Lega (13,54%), Fd’I (4,76%), Noi con l’Italia (2,27%).
In questo caso sarebbe Silvio Berlusconi a dover indicare chi potrebbe ricevere da Mattarella l’incarico di formare un nuovo governo.
Larghe intese.
Ma qui si entra nella partita post-voto. Dopo il quattro marzo tutti gli equilibri della campagna elettorale potrebbero saltare. Tra le ipotesi, quella di un governo di larghe intese. Pd e Forza Italia, più quelli che tra i loro satelliti accetterebbero una loro soluzione (+Europa, Noi con l’Italia, Civica Popolare) sarebbero al 44,67%. E supererebbe la soglia dl 40% anche l’altra Grande Intesa. Quella tra M5S e Lega. I due partiti insieme sono al 41,28%.
La media:
Pd: 23,88
Insieme: 1,27
+Europa: 1,37
Civica popolare: 1,07
Liberi e uguali: 6,04
Forza Italia: 16,0
Lega: 13,54
Fratelli d’Italia: 4,76
Noi con l’Italia: 2,27
M5S: 27,74
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile
AL CENTRODESTRA NE SERVONO ALTRI 57 PER CONQUISTARE LA MAGGIORANZA, RISPETTO A QUELLI DATI PER SICURI
La partita per il governo il centrodestra se la gioca tutta in 87 maledettissimi collegi uninominali sui 232 totali, quelli dove la vittoria della coalizione di Berlusconi, Salvini e Meloni è possibile ma non certa.
Al centrodestra, che parte da un bottino sicuro di 259 seggi (115 uninominali), basta conquistare 57 di quei collegi per avere la maggioranza di 316 deputati a Montecitorio.
Al Pd, che conta su 133 seggi blindati (24 uninominali) non resta che sperare che la battaglia al Sud tra 5Stelle e centrodestra volga a favore dei primi, che partono da 112 possibili deputati (solo 4 nell’uninominale).
Magari non troppo, perchè Renzi punta al gruppo parlamentare più numeroso per restare in partita se il centrodestra fallisce la maggioranza assoluta.
A questo risultato approda la simulazione elaborata da Salvatore Vassallo, ordinario di Scienza politica all’Università di Bologna, che pubblichiamo oggi fotografando i rapporti di forza tra i tre principali poli in tutti i collegi uninominali della Camera, (domani quelli del Senato).
Lo studio si basa solo sui sondaggi delle ultime due settimane, ma anche sui flussi da un partito all’altro applicati ai risultati delle politiche 2013 in ogni collegio del Rosatellum. Naturalmente si tratta di stime approssimative e, al netto del normale margine di errore statistico, gli elettori possono riservare sorprese.
I collegi segnalati in blu sono da considerare ‘sicuri’ per il centrodestra; quelli in rosso per il centrosinistra; quelli in giallo per il Movimento 5 Stelle. Tutti gli altri sono contendibili tra due o tre candidati: cliccate sul collegio per vedere le percentuali e quale coalizione è effettivamente in corsa o meno.
Il Mezzogiorno.
Il centrodestra parte da un vantaggio di 144 seggi sicuri nelle liste proporzionali e di 115 nell’uninominale. Totale: 259 deputati. Per arrivare a quota 316 gliene servono almeno 57. Dove può prenderli? Il terreno per fare nuove conquiste è soprattutto il Mezzogiorno, visto che al Nord la coalizione sembra già molto forte.
In particolare, come si vede dai dati delle singole regioni, è in Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia e Basilicata che la partita sembra apertissima, con quasi tutti i collegi, 31 per l’esattezza, ancora da assegnare.
Ma a contenderseli con il centrodestra sono solo i 5Stelle, mentre la coalizione di centrosinistra perderebbe ovunque. Un destino che sembra toccare anche le contestate candidature di Viceconte e Mancini.
Il Centro.
L’alleanza di destra è forte anche nel centro. Neanche i seggi di Gentiloni e Madia a Roma sono blindati. In Campania avrebbe 17 collegi sicuri su 22 e i 5 in bilico se li contende ancora con i grillini, con i quali la partita è apertissima anche in quattro collegi dell’Abruzzo.
In Campania sembrano destinati alla sconfitta col centrosinistra anche il pediatra Paolo Siani, il maestro Rossi Doria, il figlio di De Luca (Piero), e il nipote di De Mita (Giuseppe). Blindato invece appare Sgarbi ad Acerra.
Già espugnati dal centrodestra anche 10 collegi nel Lazio, cioè la metà . Ma qui in diversi casi l’avversario è il Pd. Anche se non ce la dovrebbero fare nè Fioroni, nè Fattorini e l’unica in pole per la vittoria è Prestipino.
Le roccaforti rosse.
In Toscana e in Emilia la situazione si ribalta, ma non al punto da poter dire che il Pd fa cappotto. Nella terra renziana può contare su nove collegi blindati su 14, tra cui quelli di Padoan, Lotti, Giachetti, Romano, Di Giorgi, Della Vedova (+Europa).
Ma è in bilico Donati nella Arezzo di Banca Etruria. A Massa doverebbe farcela invece Bergamini, fedelissima del Cavaliere e a Lucca Zucconi (Fdi).
In Emilia il centrosinistra ne avebbe di sicuri 10 su 17, tra cui quelli di De Vincenti, Delrio e Lorenzin (Civica popolare).
Non così blindato invece il collegio di Ferrara dove corre il ministro Franceschini: è quotato al 35%,mentre la sua avversaria, la leghista Tomasi, al 31%. Del resto sono sempre i leghisti ad insidiare in altri 5 collegi il centrosinistra.
In entrambe le regioni infatti i 5Stelle non toccano palla, ad eccezione di Rimini dove la grillina Sarti ha qualche chance. In Umbria e Marche la corsa è apertissima.
A Pesaro il ministro Minniti viene dato al 33% e deve vedersela sia con il 5Stelle Cecconi che con la forzista Renzoni. Perchè mentre in Umbria i pentastellati sono fuori, nelle Marche spesso la contesa è ancora a tre.
Il Nord.
Nei 37 collegi della Lombardia il centrodestra fa filotto al netto della decisione della Corte d’Appello di Milano sui 15 candidati di ‘Noi con l’Italia’ al momento esclusi (tra loro Michela Vittoria Brambilla): solo due sono in bilico a Sesto San Giovanni e a Milano 2; qui la dem Quartapelle cerca di battere la leghista Molteni.
Blindate le azzurre Brambilla, Gelmini e Ravetto. Situazione analoga in Veneto. Una sfilza di collegi blu, esattamente 17 su 19 e tra questi il seggio di Brunetta. Il Pd prova a combattere solo a Venezia e a Padova.
Il quadro non cambia in Friuli: 4 seggi su 5 a Lega e FI; a Goriza l’unica speranza per i dem.
In Piemonte la situazione è più fluida: il centrodestra può contare su nove collegi, quasi tutti leghisti, mentre altri otto se li litiga con gli altri due poli.
Quadro complicato anche in Liguria: il centrodestra si aggiudica due collegi, i dem se la giocano in quattro e i grillini in tre.
Valle d’Aosta non considerata perchè esclusa dai sondaggi. Infine il Trentino: il Pd grazie al patto con Svp prende tre seggi , tra cui quello dell’ex ministra Boschi, gli altri tre se litiga con la Lega.
L’esito finale sarà deciso in quei circa ottanta collegi uninominali della Camera e nei circa trenta collegi uninominali del Senato che risultano contendibili per il centrodestra.
Se li prende tutti, ottiene una confortevole maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Più o meno la metà di questi seggi sono contesi tra il centrodestra e il centrosinistra nel Lazio e nel Nord, l’altra metà sono contesi tra il centrodestra e i Cinque Stelle nel Sud. Quindi, per uno strano paradosso, la centralità parlamentare del “Pd di Renzi” è appesa al successo elettorale del “partito di Di Maio”.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile
C’E’ DA SCOMMETTERE CHE VERRANNO INDICATI I VOTI ESPRESSI E NON IL NUMERO DEI VOTANTI, IN MODO DA POMPARE I RISULTATI
La lettera E dell’articolo 4 del nuovo Statuto del MoVimento 5 Stelle prevede che «Entro il giorno
successivo al termine finale per la consultazione, i risultati sono pubblicati sul sito del MoVimento 5 Stelle, a cura del Comitato di Garanzia. La verifica dell’abilitazione al voto dei votanti ed il conteggio dei voti sono effettuati in via automatica dal sistema informatico della cd. Piattaforma Rousseau; la regolarità delle consultazioni è certificata da un organismo indipendente, nominato dal Comitato di Garanzia, o da notaio».
Le parlamentarie si sono concluse da un bel po’ e il MoVimento 5 Stelle non ha ancora fornito i risultati del voto.
In compenso, ricorda oggi Repubblica, quei numeri non li conosce neppure Di Maio
Nessuno sa ancora — neanche tra gli eletti del Movimento, neanche nello staff ristretto di Luigi Di Maio — quante persone abbiano votato, quante preferenze siano state espresse, chi ne abbia ottenute di più.
Nelle chat interne era girata solo un’anticipazione: «Renderemo note le percentuali, non il numero dei clic».
Nessuno dovrà più essere preso in giro per le poche persone che lo hanno votato assicurandogli il posto in Parlamento, era questo il senso.
Ma se davvero — dopo le promesse di trasparenza reiterate dal capo politico — i dati forniti sul blog delle stelle saranno solo parziali, senza il numero complessivo dei votanti, sarà difficile credere che si sia trattato di un voto regolare. E che gli intoppi della piattaforma, gli attacchi hacker confermati a Pescara da Max Bugani, non ne abbiano inficiato la validità .
Le ragioni che il M5S adduce per la decisione di violare il suo stesso Statuto (non una novità da quelle parti) è che «Siamo sommersi di persone che ci diffidano a comparire negli elenchi e a pubblicare il numero dei voti presi».
Ma secondo alcuni parlamentari, il vero problema consisterebbe nella scarsa consistenza numerica del voto. Si era data a tutti la possibilità di esprimere 6 preferenze, 3 per la Camera e 3 per il Senato, il che doveva aiutare a “pompare” il numero dei voti complessivi. Molti però ne hanno usata solo una.
Per una piattaforma che il suo fondatore, Davide Casaleggio, intende far arrivare a un milione di iscritti entro il 2018 — e che dovrebbe averne ora 150mila — un numero basso di votanti potrebbe rappresentare un fallimento per un Movimento che, all’articolo 1 del suo statuto, lega la sua attività politica proprio alla piattaforma Rousseau.
Prima o poi i numeri verranno pubblicati, e c’è da scommetterci che verranno indicati non i numeri delle persone che hanno votato ma i voti espressi, in modo da pompare il più possibile i risultati.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile
LE FALLE DELLA PIATTAFORMA M5S: DAI CARTEGGI CON IL GARANTE SI SCOPRE CHE E’ GESTITA DALLA CASALEGGIO ASSOCIATI, NON DIRETTAMENTE DA DAVIDE
Una lunga inchiesta del Foglio fa luce su alcuni aspetti poco chiari della piattaforma Rousseau e del ruolo della Casaleggio Associati negli strumenti che il Movimento Cinque Stelle ha sempre presentato come viatici della democrazia diretta.
L’inchiesta si basa su carteggi inediti che il Foglio ha ottenuto dal Garante della privacy. Scrive il quotidiano:
“La prima notizia riguarda il tema della trasparenza […]. Il 2 gennaio i giornali hanno riportato le accuse del garante della privacy sul tema degli “illeciti nel trattamento dei dati degli utenti” e sul voto elettronico “non anonimo”. Basta sfogliare le carte però per capire che in realtà sono gli stessi legali di Davide Casaleggio il 5 ottobre 2017 a riconoscere che i gestori della piattaforma Rousseau sono consapevoli che il voto non risponde ai criteri di segretezza e che può essere tracciato. Sentite qui: “A specifica domanda dei verbalizzanti, la parte (Casaleggio) ha fatto presente che sussiste la possibilità teorica di ricondurre, tramite altre informazioni disponibili nel sistema, il voto espresso all’identità del votante, possibilità che tuttavia non è mai stata utilizzata”. E a conferma di questa consapevolezza gli avvocati ammettono che i gestori di Rousseau stanno studiando “delle soluzioni basate su tecnologia blockchain, che consentirebbe di pervenire ad una certificazione dei voti espressi, rispettando la segretezza del voto”. Cosa che finora, ammettono gli avvocati di Casaleggio, non è stata garantita”.
Il Foglio cita anche un “rapporto, finora inedito, di trentaquattro pagine, depositato il 29 novembre 2017 presso l’archivio del garante per la protezione dei dati personali, e che è così intitolato: ‘Note sugli aspetti di sicurezza relativi alle piattaforme on line gestite dalla Casaleggio & Associati S.r.l per conto di Giuseppe Piero Grillo, dell’Associazione Rousseau e del Movimento 5 stelle'”.
Già in questa presentazione — fa notare Il Foglio – c’è una notizia: “al contrario di quello che sostiene Davide Casaleggio, che il 2 gennaio ha dato mandato ai suoi legali di “riservarsi il diritto di procedere in qualsiasi sede giudiziale, sia penale che civile, nei confronti di tutti coloro che in modo mendace e in mala fede continueranno intenzionalmente e pubblicamente a confondere la predetta società (la Casaleggio Associati con l’Associazione Rousseau, il garante della privacy afferma che anche Rousseau “è gestita” non da Davide Casaleggio come persona fisica ma direttamente dalla Casaleggio Associati”.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile
IN LISTA ANCHE AUGUSTO SINAGRA, DIFENSORE DEL “VENERABILE” E DI COLONNELLI VICINI A VIDELA
E’ un ex magistrato “quasi piduista”, già avvocato di Licio Gelli, il candidato numero uno di
CasaPound nel Lazio. La punta di diamante di una lista che, a livello nazionale, consegna al possibile ingresso in Parlamento — fra gli altri — una persona condannata per aggressione, un’altra per resistenza aggravata e lesioni, un economista “complottista” (per sua stessa ammissione) e la campionessa di voti di Ostia amica di Roberto Spada, a processo per l’aggressione ai giornalisti di Nemo Daniele Piervincenzi e il film-maker Edoardo Anselmi.
La tartaruga di estrema destra, per la prima volta nella sua storia decennale, è riuscita a presentarsi in tutti i collegi d’Italia e promette di fare il proprio ingresso in Parlamento sfondando il muro del 3%.
Una truppa di parlamentari nazionalisti e antieuropeisti, pronti a portare istanze dell’estrema destra fra le mura di Montecitorio e Palazzo Madama.
Sinagra, dal colonnello Olivera al dem Crisafulli
Fa sensazione, in questo contesto, trovare fra i candidati il nome di Augusto Sinagra. Docente di diritto delle Comunità europee presso la Sapienza di Roma, il “professore” è noto, in realtà , per essere stato l’avvocato difensore di Licio Gelli, il “Venerabile” della P2.
E proprio alla loggia massonica — che negli anni ’70 ospitava molti dei presunti cospiratori pronti a organizzare un golpe di stampo sudamericano in Italia — Sinagra si era iscritto con la tessera 2234, anche se ufficialmente non vi è mai entrato in quanto “sequestrarono le liste prima della mia iniziazione”.
Nella sua carriera di avvocato, il docente — console onorario della Repubblica turca di Cipro — vanta anche il mandato di legale del governo turco nel caso Ocalan e la difesa di alcuni colonnelli argentini vicini al dittatore Jorge Rafael Videla, fra cui il torturatore Jorge Antonio Olivera.
Proprio Olivera fu scarcerato clamorosamente nel 2000 dalla Corte d’Appello di Roma in seguito alla presentazione di un certificato rivelatosi poi falso.
Fra le altre cose, Sinagra è stato rinviato a giudizio l’ottobre scorso nell’ambito di un’inchiesta per calunnia ai danni dell’ex procuratore di Enna, Calogero Ferrotti, a sua volta conseguenza di un’indagine sulla facoltà di Medicina in lingua rumena di Enna ideata dall’ex senatore del Pd, Vladimiro Crisafulli.
Proprio Sinagra e Crisafulli sono stati rinviati a giudizio insieme, in quanto rispettivamente legale e patron della Fondazione Proserpina che gestiva l’università .
Chiaraluce: “Lady Ostia” ci prova
Dall’esperienza dello storico 9% di Ostia, invece, arriva la candidatura di Carlotta Chiaraluce, già “lady preferenze” — seppure non eletta — in Campidoglio nel 2016. Chiaraluce è la compagna di vita e di politica di Luca Marsella, distintosi per il risultato elettorale di novembre nel Municipio già sciolto nel 2015 per infiltrazioni mafiose.
Su entrambi, però, sono calate le polemiche a causa di un’amicizia mai troppo nascosta con Roberto Spada, arrestato pochi giorni fa insieme ad altri esponenti dell’omonimo clan — capeggiato dal fratello Carmine — con l’accusa di essere ai vertici di un’associazione a delinquere di stampo mafioso, sebbene già al 41bis all’indomani dell’aggressione al giornalista di Nemo, Daniele Piervincenzi.
“Robertino”, alla vigilia del primo turno delle elezioni municipali, pubblicò un post su Facebook con endorsement al partito della Tartaruga. Sebbene la chiusura dei profili social di Spada da parte dell’Autorità giudiziaria abbia portato anche alla rimozione delle conversazioni pubbliche con Marsella e Chiaraluce, i contatti sono stati confermati e, in qualche modo, censurati anche dal leader nazionale di CasaPound, Simone Di Stefano.
Il candidato premier, in un’intervista del 12 novembre scorso a Lucia Annunziata, ha infatti definito “sconvenienti” i rapporti fra gli esponenti del partito di estrema destra e l’allora reggente del clan, pur difendendo la “buona fede” dei due (che non sono sfiorati da alcuna indagine in merito).
Ex Msi, Fdi e Lega
La crescita di CasaPound sembra aver spinto alcuni esponenti di centrodestra a lasciare i rispettivi partiti e movimenti, per cavalcare la spinta neofascista del movimento fondato da Gianluca Iannone.
E così, oggi troviamo candidato in Lombardia, ad esempio, Daniele Contucci, il “poliziotto anti immigrati” che solo un anno e mezzo fa correva con Fratelli d’Italia per il Campidoglio, raggranellando appena 300 voti.
Dalla Lega Nord, invece, proviene Luciano Vescovi, ex sindaco di Cividate al Piano, mentre sempre da Fratelli d’Italia arriva Roberta Capotosti, salita agli onori delle cronache quando, da consigliera provinciale di Milano, si esibì il 29 aprile 2014 in un discusso saluto romano al “Presente!” gridato durante la commemorazione in ricordo di Sergio Ramelli, Enrico Pedenovi e Carlo Borsani.
Ancora, a Cassino l’ex consigliere comunale (per 13 anni) e provinciale di Frosinone, l’imprenditore Maurizio Rossi, per anni iscritto a Alleanza Nazionale, ha fatto storia per aver eretto una statua di Mussolini in un piazzale acquistato dalla sua ditta di pneumatici. In tutto questo mentre, sui social network, vanno per la maggiore le teorie complottiste e antieuropeiste di Marco Mori, economista candidato in Liguria, su cui CasaPound punta moltissimo.
Chiudono l’elenco Filippo Castaldini, di Trento, condannato a maggio 2017 in seguito all’aggressione ad alcuni militanti di sinistra, e Francesco Amato, responsabile Sport di Casapound, condannato l’11 dicembre 2017 a 3 anni a 7 mesi per resistenza aggravata e lesioni durante gli scontri con la polizia a Casale San Nicola del 17 luglio 2015.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile
LUNGA LA LISTA DEGLI IMPRESENTABILI CHE CERCANO PROTEZIONE… E A MOLTI LE POLTRONE IN REGIONE O IN COMUNE VANNO STRETTE
Se fossero tutti eletti, il 5 marzo mezza Regione Liguria emigrerebbe a Roma: sono in corsa per il Parlamento assessori, presidente del consiglio, capigruppo e consiglieri.
A metà mandato — la giunta di Giovanni Toti, centrodestra, è stata eletta nel 2015 — molti vorrebbero mollare la poltrona per cercarne una più comoda.
Ma non è l’unica sorpresa per gli elettori liguri, tra candidati indagati, fedelissimi premiati, paracadutati da Roma e rappresentanti di vecchi poteri che rialzano la testa.
INDAGATI O IMPUTATI
Cominciamo dai candidati indagati. L’ultima new entry è nel Partito Democratico: la procura di Genova ha appena chiesto il rinvio a giudizio per Vito Vattuone, segretario regionale dei democratici e candidato come capolista nel collegio plurinominale del Senato. Anche Vattuone — come 62 consiglieri ed ex consiglieri in carica nei mandati 2005-2010 e 2010-2015 a guida centrosinistra — è stato toccato dall’inchiesta spese pazze. L’accusa è di peculato. Quindi su di lui, in teoria, incomberebbe la legge Severino: in caso di condanna a una pena superiore ai due anni, dopo il primo grado rischierebbe di decadere dal seggio. Previa votazione dello stesso Senato.
E’ lo stesso Vattuone che, ricordano le cronache, nel marzo 2017 si astenne quando il Senato votò la decadenza di Augusto Minzolini. Non fu il solo, nel Pd. Tra gli altri c’era anche un altro senatore ligure: Massimo Caleo (non indagato), lui pure ricandidato il prossimo 4 marzo.
Ma in Liguria, nella classifica degli indagati e degli imputati in corsa per il Parlamento, vince il centrodestra.
Il nome di maggior peso è quello di Edoardo Rixi, a lungo vice di Matteo Salvini nella Lega. Oggi è assessore allo Sviluppo Economico e braccio destro di Toti in Regione. Ma la Lega ha deciso di promuoverlo in Parlamento. Nonostante sia imputato di peculato nel processo per le spese pazze in Liguria.
Il pubblico ministero Francesco Pinto gli ha contestato spese sostenute in Costa Azzurra e in Valle d’Aosta. Un compagno di partito di Rixi ha patteggiato nel frattempo due anni. Non è il solo imputato nelle liste del Carroccio.
C’è anche Francesco Bruzzone, presidente del consiglio regionale. Lui pure imputato per le spese pazze. Nelle scorse settimane ha strappato un rinvio del processo per affrontare la campagna elettorale (il pm era contrario): prossima udienza il 5 marzo, a urne chiuse.
Indagato per spese pazze anche Sandro Biasotti, ex governatore e senatore uscente di Forza Italia: “Spero di non essere rinviato a giudizio, la mia vicenda è particolare”, si augura Biasotti che nel frattempo corre per essere confermato.
PORTE GIREVOLI
Poi, appunto, il capitolo di chi ha già una poltrona, ma corre per averne una più confortevole. In pratica mezza Regione Liguria. Assessori come Rixi, presidenti del Consiglio Regionale come Bruzzone. Ma anche capigruppo.
C’è Angelo Vaccarezza, che guida il plotone di Forza Italia dopo essere stato presidente della Provincia di Savona (tra i consiglieri di centrodestra candidate anche Stefania Pucciarelli e Lilli Lauro).
Stesso discorso vale per l’opposizione: a cominciare da Raffaella Paita, capogruppo Pd. Paita perse le elezioni regionali del 2015, lasciando la Liguria in mano al centrodestra. Non solo: il Partito Democratico di cui era figura cardine in questi anni ha consegnato al centrodestra anche Savona, Genova e infine La Spezia. Una Caporetto, eppure il nome di Paita non è mai stato messo in discussione per la promozione in Parlamento.
Per lei — prima bersaniana e poi renziana — si sarebbe speso in prima persona Luca Lotti. Elezione sicura, e non importa se anche lei lascerà la Regione a metà mandato. Candidati nel Pd anche altri tre consiglieri Juri Michelucci (alfiere di Paita), Luigi De Vincenzi e Giuseppe Rossetti.
Ma non c’è soltanto la Regione. Si candidano anche due vicesindaci, freschi freschi di nomina: Stefano Balleari che da appena sette mesi siede nella Giunta genovese di centrodestra guidata da Marco Bucci. E Manuela Gagliardi, vice-sindaco di La Spezia e avvocato con una lunga militanza in Forza Italia.
Dalla Lega paladina delle doppie poltrone ecco Paolo Ripamonti, assessore alla Sicurezza del Comune di Savona.
I FEDELISSIMI
Rixi, dunque, delfino di Salvini. Poi Paita vicina a Lotti, ma anche a lungo figlioccia politica dell’ex governatore Claudio Burlando. Le elezioni 2018 premiano la fedeltà . L’ultimo nome è quello di Franco Vazio, molto caro a Maria Elena Boschi. Lo stesso Vazio, grande inquisitore di Giuseppe Vegas durante l’audizione davanti alla Commissione Banche. “Franco oggi si è guadagnato la ricandidatura”, commentarono inferociti alcuni colleghi di partito. Che aggiunsero: “Vazio forse non è la persona ideale per la commissione banche. Dal 2006 al 2013 è stato membro del cda della Cassa di Risparmio di Savona, la Carisa del gruppo Carige, oggi in crisi anche per i finanziamenti facili del passato”.
VECCHIE CONOSCENZE
In corsa altri volti che da anni dominano la politica ligure. Nel centrosinistra si va dal ministro della Difesa Roberta Pinotti al Sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri. Nel centrodestra ecco Matteo Salvini e Giulia Bongiorno.
Intanto a Imperia si riaffaccia sulla scena politica Claudio Scajola. Che sta preparando la sua candidatura alle elezioni da sindaco della prossima primavera. L’unico ostacolo potrebbe essere Toti.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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