Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
IL SETTIMANALE PUBBLICA ESTRATTI DI 19 VOLUMI SCRITTI IN ARABO CHE RACCONTANO INTESE POLITICHE E AFFARI OSCURI
Silvio Berlusconi avrebbe pagato Yasser Arafat affinchè testimoniasse in suo favore in tribunale. Lo scrive L’Espresso, pubblicando in esclusiva i diari segreti del leader dell’Olp e poi presidente dell’Autorità nazionale palestinese: 19 volumi scritti in arabo tra il 1985 e il 2004 che “raccontano intese politiche, azioni di guerra e affari che fino adesso erano rimasti oscuri” e che riguardano anche l’Italia, si legge in una nota del settimanale che anticipa il prossimo numero con il titolo “Arafat e i fondi neri di Berlusconi”.
Il diario rivela che “Arafat aiutò Berlusconi quando questi era sotto processo per aver finanziato illecitamente il Partito Socialista di Bettino Craxi. Arafat incontrò segretamente Berlusconi nel 1998, in una capitale europea, e dopo quell’incontro decise di confermare la falsa versione data da Berlusconi ai giudici, cioè che i 10 miliardi di lire al centro del processo erano destinati non al Partito Socialista Italiano bensì all’Olp, come sostegno della causa palestinese. Non era vero, ma Arafat — si legge nella nota — rivela nei diari di aver confermato pubblicamente questa versione ricevendo in cambio un bonifico. Nel diario si trovano annotati i dettagli con i numeri di conto e i trasferimenti del denaro ottenuto da Arafat”.
I volumi riferiscono inoltre della “trattativa tra Arafat e l’Italia avvenuta nel 1985, quando Craxi era primo ministro e Giulio Andreotti ministro degli Esteri, durante la vicenda dell’Achille Lauro, la nave da crociera dirottata da quattro terroristi palestinesi. Arafat rivela che fu Giulio Andreotti (e non Bettino Craxi, come si era sempre creduto) a consentire al terrorista Abu Abbas di scappare in Bulgaria e di lì rifugiarsi in Tunisia”.
I diciannove volumi di cui L’Espresso fornisce gli stralci sono stati affidati a due fiduciari lussemburghesi, che dopo una lunga negoziazione hanno ceduto i documenti a una fondazione francese con la clausola che il contenuto dei diari debba essere usato solo come “documentazione di studio” e non per pubblicare libri o girare film.
La replica dell’entourage del leader di Forza Italia arriva da Nicolò Ghedini: “Il materiale in questione è stato offerto a più persone nei tempi passati e alle richieste di verifica della autenticità della provenienza, della completezza e del contenuto non è stato possibile esperire alcun controllo nè avere conferma alcuna”
(da “L’Espresso”)
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Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
LA PARLAMENTARE USCENTE DI PALERMO E’ RICANDIDATA: “DOVEVA CAMBIARE IL SISTEMA E CI SI E’ ADAGIATO SOPRA, I CANDIDATI VENGONO SCELTI PERCHE’ AMICI DI QUALCUNO, SI ORGANIZZANO CORDATE PER IL VOTO ONLINE, SI INFANGANO GLI AVVERSARI E SI IMBARCANO RICICLATI”
Chiara Di Benedetto, deputata e ricandidata alle Politiche, lascia il Movimento Cinque Stelle. 
“Non posso riconoscermi — scrive la parlamentare su facebook — in ciò che viene spacciato per Movimento, ma che si pone come la sua più volgare negazione“.
La Di Benedetto, trent’anni, palermitana, è definita appartenente all’ala cosiddetta “ortodossa“.
“Mi trovo all’interno di una forza politica che avrebbe dovuto cambiare il sistema e, invece, ci si è adagiato sopra, si è conformato a questo” aggiunge. “Mi ritrovo candidata — prosegue la Di Benedetto — con un simbolo che parla da sè. Mi ritrovo un leader, una struttura di partito e accanto a me, in lista, riciclati di altri partiti, o candidati con precedenti esperienze politiche di cui il M5s sembra vantarsi“.
La Di Benedetto è stata ricandidata alle Politiche nel collegio Bagheria-Marsala-Trapani-Monreale, al quarto posto del listino proporzionale e quindi con poche chance di tornare a sedere alla Camera. Capolista, per effetto del successo alle Parlamentarie, è Antonio Lombardo, alcamese, avvocato e ex assistente di una deputara regionale.
A seguire Caterina Licatini, finora presidente dell’Azienda Multiservizi di Bagheria, e un consigliere comunale di Casteldaccia, Davide Aiello.
“Nei prossimi giorni — annuncia Di Benedetto — invierò la richiesta, tramite raccomandata, per uscire dalla nuova associazione del Movimento 5 Stelle”.
La Di Benedetto va anche più a fondo: “In questo movimento i candidati da mettere in lista vengono scelti perchè sono amici di qualcuno, perchè un portavoce ha garantito per loro. Chi può, chi è vicino ai vertici, cerca di garantire l’elezione dei propri fedeli uomini, organizzando cordate per le votazioni online, denigrando e infangando altri candidati, mentendo spudoratamente, dimostrando tutta l’ipocrisia di un partito che inneggia alla trasparenza ma che poi muove le carte sottobanco. Tutte le persone che, in questi anni hanno davvero cercato di contrastare questa deriva sono state messe alla porta, me compresa; altre, si sono adeguate in fretta alla nuova forma, un po’ per furbizia, un po’ per inerzia. Io — osserva la deputata del M5s — sono stata isolata ed emarginata sia all’interno del mio gruppo Parlamentare, sia sul territorio, sia dai vertici della ‘comunicazione’ che mi hanno impedito, anche fisicamente, di partecipare ai lavori e riunioni, ad esempio, sul programma”.
Per la deputata “è evidente che questo nuovo movimento non voglia me, unica portavoce uscente a Palermo, e neanche tanti altri validissimi attivisti che sono stati epurati senza alcuna motivazione. Questo movimento preferisce candidare ex assessori Pd, ex uomini di segreterie politiche, ex qualsiasi cosa, piuttosto che candidare chi, nel bene e nel male, ha sempre cercato di tutelare l’integrità del Movimento stesso”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
IL DIRIGENTE DELLA DIGOS: “SU 2000 PERSONE SENTITE, 1.104 HANNO NEGATO CHE LA FIRMA FOSSE LA LORO”
Sui documenti contenenti le firme raccolte per permettere nel 2012 al M5S di candidarsi alle Amministrative di Palermo, c’erano grafie diverse e non solo nelle firme. E sono stati gli stessi firmatari a confermarlo.
Su circa duemila firmatari sentiti, in 1.104 non hanno riconosciuto la propria firma, solo 668 l’hanno riconosciuta.
Con la deposizione di Giovanni Pampillonia, vicedirigente della Digos di Palermo, entra nel vivo il processo per le cosiddette “firme false” del M5S alle comunali di Palermo del 2012 che vede alla sbarra, davanti alla giudice monocratica di Palermo, Luisanna Cattina, 14 fra attivisti e deputati del Movimento Cinque Stelle.
Tra gli imputati i parlamentari, Riccardo Nuti, Claudia Mannino e Giulia Di Vita, nessuno di loro ricandidato con il M5S, ma anche gli ormai ex deputati regionali Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio, che si erano autosospesi subito dopo l’iscrizione nel registro degli indagati.
I due ex parlamentari Ars, fin dall’inizio, hanno collaborato con i magistrati che hanno coordinato l’inchiesta, raccontando quanto accaduto la notte del 3 aprile 2012, quando vennero falsificate, secondo i pm e il gip che li ha rinviati a giudizio, le firme per partecipare alle amministrative poi vinte da Leoluca Orlando. I deputati nazionali, invece, furono sospesi d’imperio, ma il provvedimento disciplinare è scaduto qualche settimana fa.
Imputati anche Giuseppe Ippolito, Stefano Paradiso, Toni Ferrara e Alice Pantaleone, ma anche l’avvocato Francesco Menallo, ex militante M5S, e il cancelliere del tribunale Giovanni Scarpello, che attestò l’autenticità delle firme.
I reati contestati riguardano la violazione del testo unico regionale in materia elettorale. Come racconta oggi lo stesso Pampillonia, che risponde alle domande della pm Claudia Ferrari, l’inchiesta nacque da un esposto anonimo presentato nel 2016.
Un altro esposto anonimo, che segnalava sempre delle firme false, era stato presentato già nel 2013, ma si concluse con un nulla di fatto. Mentre l’esposto presentato due anni fa ha avuto uno sviluppo diverso, approdando al processo di oggi con i 14 imputati.
“Nei fogli allegati all’esposto anonimo – spiega Pampillonia – c’era un luogo di nascita sbagliato. Da qui l’esigenza di ricopiare le firme. Abbiamo eseguito l’acquisizione dell’intero incarto delle liste presso il comune di Palermo”.
Poi il poliziotto prosegue: “Abbiamo sentito a sommarie informazioni tutti i firmatari, circa duemila – spiega – Già avevamo fatto una serie di campionature dei soggetti escussi. Nel novembre 2016 avevamo escusso oltre trecento persone. Che poi sono diventati quasi duemila. E 1.104 non avevano riconosciuto la propria firma”.
Secondo la procura, alcuni attivisti e deputati del M5S, dopo essersi accorti che per un errore di compilazione le firme raccolte per le Comunali del 2012 erano inutilizzabili, mettendo quindi a rischio la presentazione della lista, avrebbero deciso di ricopiare dalle originali le sottoscrizioni ricevute.
“Ma come si è arrivati a indagare su queste persone?”, lo sollecitano Cattina e Ferrari. E Pampillonia racconta l’inizio dell’inchiesta sulle firme false, fin dal primo esposto del 2013, quando venne ascoltato Vincenzo Pintagro, che era un attivista del M5s, che era già stato sentito nel 2013 per un altro esposto anonimo che denunciava delle irregolarità .
“L’esposto del 2013 riferiva dei vizi di forma per le comunali del 2012 nel corso delle quali si era provveduto a ricopiare le firme – dice Pampillonia – Si faceva riferimento a tre nominativi in particolare: Francesco Vicari, Gabriele Romeo e Luigi Scarpello. Vincenzo Pintagro si era spontaneamente presentato in procura. Ma, come detto, l’esposto finì nel nulla. Andò diversamente nel 2016 con l’altro esposto presentato, finito anche alle ‘Iene’, la trasmissione di Italia 1. A coordinare l’inchiesta era all’epoca l’allora procuratore aggiunto Dino Petralia, oggi procuratore generale a Reggio Calabria”.
A 11 imputati i pm contestano la falsificazione materiale delle firme.
A Nuti, per il quale non c’è la prova della commissione del falso materiale, si imputa, invece, l’avere fatto uso delle sottoscrizioni ricopiate: era lui, infatti, il candidato primo cittadino dei pentastellati nel 2012.
Il falso materiale riguarda Samantha Busalacchi, Di Vita, Mannino, e gli attivisti Alice Pantaleone, Stefano Paradiso, Riccardo Ricciardi, Pietro Salvino, Ferrara, Ippolito e gli ex deputati regionali Ciaccio e La Rocca.
Per il cancelliere del tribunale Scarpello l’accusa è di avere dichiarato il falso affermando che erano state apposte in sua presenza firme che invece gli sarebbero state consegnate dai 5 Stelle. Reato di cui risponde in concorso con Menallo, avvocato ed ex attivista grillino che consegnò materialmente le firme al pubblico ufficiale. In aula sono presenti, tra gli altri, i deputati Nuti e Di Vita.
Poi è stato il turno di Pintagro: “Quando quella sera di aprile del 2012 entrai nella sede del M5S e vidi Busalacchi e Mannino che stavano ricopiando le firme – dice – mi misi a gridare: ‘Ma siete pazzi? E’ una follia, è una grande caz..a. Ma, soprattutto, è un reato penale”.
L’ex attivista M5S di Palermo e insegnante di educazione fisica in pensione è stato tra i primi a denunciare la falsificazione delle firme. “Quella sera – dice Pintagro – venne convocata una riunione nella sede per le ore 21 e io arrivai mezz’ora dopo. All’ingresso vidi Claudia Mannino e Samanta Busalacchi (entrambe imputate ndr) che stavano ricopiando delle firme. E chiesi: “Ma cosa state facendo?’ e la Busalacchi mi rispose: ‘C’è stato un errore formale su un luogo di nascita e quindi stiamo ricopiando le firmè. Mi sono alterato ed entrai nella stanza più grande dove c’erano almeno quaranta persone, molto erano in piedi. E io dissi a voce alta: ‘Vorrei sapere chi ha dato il permesso di fare questa enorme caz..a, è un reato penale. Mi rivolsi in particolare a due avvocati presenti, cioè Francesco Menallo (imputato ndr) e Giampiero Trizzino (deputato Ars M5S ma non coinvolto nel processo ndr). Ma la cosa finì lì. Ricordo che Trizzino in quel periodo lavorava a Milano ma partecipava sempre alle riunioni. Glielo chiesi pure e lui mi rispose: ‘Sapessi quanti soldi spendo per l’aereo…’. Alla riunione erano presenti anche Riccardo Nuti, che partecipava a tutte le riunioni, e altri attivisti”. ù
Pintagro racconta anche che “più volte” aveva chiesto di “potere fare parte del coordinamento, visto che ero tra gli attivisti più anziani, ma non mi è mai stato permesso dai vari Riccardo Nuti, Giulia Di Vita e Claudia Mannino”.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
IL TESORIERE DI FORZA ITALIA CHE SPIEGA COME AGGIRARE IL TETTO DELLE DONAZIONI, IL DEPUTATO DI FDI CHE VUOLE ORGANIZZARE UN INCONTRO CON LA MELONI
Una riunione con Giorgia Meloni per inserire un punto nel programma di Fratelli d’Italia. La
garanzia del tesoriere di Forza Italia che la nostra “iniziativa” sarà portata a conoscenza “di tutti i livelli”, che “sicuramente ci sarà un impegno”.
E poi comunicati e dichiarazioni di appoggio alla causa.
La politica non è poi così sorda alle istanze degli elettori. È sufficiente ventilare un sostanzioso contributo al partito e fioccano promesse d’ogni tipo.
Perchè queste cose contano. In pieno delirio da liste elettorali, coi partiti a secco di finanziamenti pubblici, due giornalisti si spacciano per lobbisti in Parlamento.
E nessuno se ne accorge. Non solo: dopo quattro giorni di incontri riservati con onorevoli di formazioni diverse escono dai Palazzi della politica trascinando una valigia di promesse.
Incontri ravvicinati che racconteremo nei dettagli nel numero di Fq Millennium, in edicola da sabato 3 febbraio, 11 pagine d’inchiesta sotto copertura che svelano come funziona il mercato delle leggi. Un viaggio pornografico nelle viscere della democrazia ridotta a slot machine: tu metti una moneta e le cose girano, come vuoi.
Lobbisti per caso. Bastano una manciata di biglietti da visita, un sito farlocco, un taglio ai capelli e il vestito buono.
Gli appuntamenti presi con le segreterie dei parlamentari entrano in agenda uno dopo l’altro. Nessuno controlla chi siamo davvero, nessuno fa verifiche sulla Mei Consulting, la finta società di consulenza che abbiamo alle spalle e che — spieghiamo a ogni telefonata — cura gli interessi di facoltosi investitori arabi pronti a lanciare un’operazione nel nostro Paese.
È stato sufficiente ventilare l’intenzione di finanziare la campagna elettorale. Allora gli occhi dell’interlocutore di turno s’illuminano, la mano va alla tasca della giacca: “Ecco il mio biglietto da visita. Sentiamoci tra una settimana che vi indico qualche soggetto interessato”.
Le porte si aprono, e più in fretta di quanto immaginassimo.
Per fortuna qualcuno che declina ogni interesse c’è, ma il dato incontrovertibile è che dopo l’abolizione del finanziamento pubblico, partiti e candidati sono affamati di contributi privati.
E mai come oggi i privati hanno gioco facile ad avvicinare eletti, candidati e tesorieri per promettere loro denaro e sollecitare, in cambio, emendamenti e modifiche di leggi favorevoli a interessi di parte. Perfino se sono rappresentati da lobbisti improvvisati e francamente un po’ improbabili.
Nel gran bazar delle leggi il denaro rafforza l’inclinazione all’ascolto degli eletti. Li spinge a ignorare le (poche) regole del gioco democratico.
Un esempio? Dei tanti deputati contattati, alcuni attraverso le loro segreterie altri direttamente, non uno s’è preoccupato di chiederci se i nostri nominativi fossero inseriti nel Registro delle lobby varato in pompa magna dalla Camera due anni fa per regolamentare e contenere l’agibilità dei “portatori di interesse” che sistematicamente tallonano i deputati con istanze d’ogni tipo.
Oggi lo possiamo scrivere con cognizione di causa: quel regolamento è fumo negli occhi dei cittadini. Abbiamo fatto i lobbisti senza stare in alcuna corsia, senza incorrere in alcun controllo.
E veniamo agli incontri: in meno di una settimana ci siamo seduti di fronte a quattro deputati e tre senatori.
Per prepararci avevamo anche studiato il portafoglio di alcuni fondi sovrani degli Emirati Arabi. Giusto per essere pronti a spiegare da dove viene il denaro che offriamo alla politica e dare credibilità all’operazione pianificata dai nostri clienti. È stato tutto inutile. Nessun parlamentare ha fatto domande, nessuno chiede quel dettaglio in più che ci smaschererebbe, non una domanda sulla provenienza dei soldi.
Proventi del riciclaggio? Terrorismo internazionale? Non interessa.
Non lo chiede nemmeno il tesoriere di Fi Alfredo Messina, per anni ai vertici del gruppo Fininvest e di banca Mediolanum. Anzi, opportunamente sollecitato, il senatore s’improvvisa consulente in “erogazioni liberali” al limite: a beneficio del partito, si premura di fornire precise istruzioni su come donare — del tutto legalmente — più dei 100 mila euro consentiti dalla legge. Con anche la certezza di rimanere del tutto anonimi.
Già , perchè mentre i partiti abolivano il finanziamento pubblico, hanno trovato il modo di mettere sotto segreto quello privato, celando i nomi dei loro benefattori dietro il paravento della privacy.
I tesorieri rilasciano l’apposito modulo su cui spuntare la casella “non acconsento”. E non si saprà mai chi ha finanziato chi.
Del resto, diceva il senatore Lucio Malan prima di organizzare l’incontro con Messina, “oggi un partito te lo compri con quello che hai in tasca”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
PAOLO TURATI INVOCA: “SCACCIARLI MANU MILITARI”
Spalleggiava Matteo Salvini contro le squadre di calcio piene di “pippe straniere” e in un altro post annunciava l’arrivo “in massa” degli “immigrati africani clandestini” nella “sua” Bardonecchia, che lui avrebbe dovuto “presidiare” come i militari che scacciarono i Mori. Paolo Turati, candidato M5s nel collegio uninominale di Torino, ha chiuso il suo sito personale ormai da giorni e ha sbianchettato i social qua e là , ma a Marco Grimaldi, capogruppo regionale Sinistra Italiana e suo avversario nel collegio in Piemonte per LeU, non sono sfuggiti alcuni post del grillino con un passato vicino al centrodestra.
Fa parte infatti dell’associazione Magna Carta e con un ex assessore regionale di Forza Italia ha fondato l’associazione Magellano.
Turati, lo scorso 23 settembre, auspicava un ritorno ad un antico passato: “Dovrò tornare presto a presidiare i valichi, e contribuire a rifondare la comunità di Rochemolles, dove nel Medioevo i locali si dovettero asserragliare per decenni, in attesa che i Mori venissero scacciati manu militari dai governanti di allora”.
Grimaldi, che ha sollevato il caso, attacca: “Le casacche si indossano e si tolgono, ma le idee biecamente razziste espresse solo quattro mesi fa dubito siano cambiate. Insomma, iI Movimento liquida in tempo record il candidato più votato alle Parlamentarie torinesi (Mario Ciorfiati ndr) per alcune foto su siti di incontri che costituirebbero un “rischio per l’immagine” dei 5 Stelle, immagine che però la xenofobia di Turati sembra non intaccare affatto. Dimmi chi discrimini e ti dirò chi sei…”.
I post però non finiscono qui.
Il 23 dicembre scorso, allegando la notizia di un arresto per “viole a carnale”, Turati scrive: “Il solito marocchino violentatore testè arrestato ad Asti si dichiarerà probabilmente prigioniero politico contro lo Stato italiano che ha negato lo Ius soli”.
E sempre contro la cittadinanza a chi arriva in Italia, 25 dicembre se la prende con il Papa: “A Natale bisognerebbe essere tutti più buoni e dismettere per un giorno le diatribe politiche. Cosa che Bergoglio, sfruttando la mondovisione, si guarda bene dal fare”. Il riferimento è alla frase del Papa: “Gesù dà a tutti noi cittadinanza”.
Arriva poi, solo il 2 gennaio scorso, l’elogio di Franco Frattini “a cui non posso che continuare a manifestare la mia simpatia innanzitutto perchè è un maestro di sci, oltre che un alto magistrato, un competente ex ministro e un ex parlamentare che ha saputo star fuori dal giro. Con lui crescono le chance del centrodestra”.
Un ultimo omaggio infine al premier austriaco Kurz quando disse che sulla questione accoglienza “siamo pronti a dividere l’Europa”. “Meraviglia”, ha esclamato Paolo Turati sui social.
Fino a questo momento Turati è stato difeso dal Movimento e da Luigi Di Maio che a proposito di chi è stato vicino ad altri partiti ha sempre detto: “Li hanno conosciuti e sono scappati”.
Ma adesso la questione è diversa. Dopo il caso di Emanuele Dessì che su Facebook raccontava di aver “menato per la terza volta un rumeno”, ora si aggiunge un nuovo caso di razzismo.
(da “agenzie)
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Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
ATLANTISTA E LIBERALE, REMA CONTRO L’ASSE SINO-RUSSO
Atlantista, filoamericano, liberale, amante del pensiero conservatore britannico, avversario
dell’espansionismo cinese in Europa e in Italia.
Ecco chi è davvero Francesco Galietti, a capo della società di analisi strategica geopolitica Policy Sonar, che ha organizzato l’incontro tra la comunità di investitori internazionali a Londra con il candidato premier del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio. “Galietti lobbista”, ha scritto il Fatto Quotidiano, giornale dove in passato è comparsa spesso la firma di Galietti.
Classe 1982, studi di diritto ed economia tra Italia e Germania, full immersion “eretica” di innovazione e geotecnologia alla californiana Singularity University, fondatore dell’osservatorio Policy Sonar, ora fa ricerca su sovranità e capitalismo di Stato al centro SovereigNet della Fletcher University di Boston, e scrive su La Verità di Maurizio Belpietro, Limes e Il Foglio, il quotidiano fieramente anti grillino diretto da Claudio Cerasa.
A riprova del trasversalismo di Galietti.
Infatti l’analista vanta rapporti con i vertici dei Cinque Stelle (in particolare con Davide Casaleggio, Luigi Di Maio e Pietro Dettori), è amico del liberale Daniele Capezzone (Galietti è tra i componenti della fondazione New Direction fondata da Capezzone e Raffaele Fitto), in passato — dal 2008 al 2011 — è stato consigliere dell’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, in vena di protezionismo colbertista, e più di recente è stato critico nei suoi scritti con il Giglio Magico renziano.
Negli ambienti del lobbismo e degli analisti di geopolitica si dice che Galietti con la sua Policy Sonar voglia importare in Italia il modello di EurasiaGroup fondata da Ian Bremmer. Ci riuscirà ?
Di sicuro dai contenuti della sua newsletter si notava da tempo un’attenzione sulla crescita e l’evoluzione del movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio da un movimento populista a un movimento popolare senza per questo appartenere alla famiglia del Ppe.
Questo però non ha indotto Galietti ad evitare di bacchettare alcuni esponenti grillini come ad esempio Manlio Di Stefano.
Infatti Galietti non ha esitato a biasimare le passioni putiniane di una parte dei grillini in simbiosi con il partito di Matteo Salvini: ”Gianluca Savoini (Lega Nord) e Manlio Di Stefano (M5S), due tra le principali menti diplomatiche dei partiti italiani che oggi si dichiarano sovranisti non solo non fanno mistero delle proprie preferenze ma pubblicano apertamente on-line selfie e altre evidenze dei propri incontri moscoviti. La loro russofilia non è minimamente interessata ad annettere la Russia al resto dell’Occidente”, ha scritto nel suo libro da poco edito da Guerini ”Sovranità in vendita”.
Galietti da tempo critica le mire di Russia e Cina: ”L’intesa sino-russa — si legge nel suo libro — costituisce infatti l’architrave di un’architettura strategica euro-pacifica in plastica contraddizione rispetto al tradizionale blocco euro-atlantico. Alla tradizionale dottrina putinista dell’energia come leva strategica è affiancata la visione, se possibile ancora più articolata, di Pechino“.
E proprio sulla Cina punta il dito Galietti, sottolineando i pericoli strategici dell’espansione dei colossi cinesi in Europa e in Italia: ”Da qualche anno a questa parte, l’Italia contende a Germania e Inghilterra il podio di principale attrattore di investimenti cinesi.
Tradizionale terra di conquista per stranieri, Roma ha fatto da apripista negli investimenti cinesi in settori considerati universalmente strategici schiudendo ai cinesi di China State Grid le reti elettriche (Terna) e del gas (Snam)“. Non solo: ”Ha poi ammesso il fondo sovrano cinese al gran ballo del capitalismo municipale accogliendolo in F2i, il fondo specializzato in infrastrutture locali partecipato da Cassa depositi e prestiti”.
Per questi motivi, Galietti alla fine del saggio scrive: ”Urge dotare il nostro ordinamento di norme di trasparenza minime, che consentano a un cittadino-elettore di capire davvero a quali condizionamenti esterni potranno soggiacere i partiti politici che accettano denaro straniero”.
C’è chi scommette che tra le prime proposte pentastellate in Parlamento sarà proprio quella invocata da Galietti.
(da “Business Insider”)
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Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
“VA RISPETTATA LA VOLONTA’ DI CHI NON VUOLE RENDERE PUBBLICO IL NOME”… MA CHI GLIEL’HA CHIESTO? QUA SI PARLA DI RISULTATI DA RENDERE PUBBLICI
Si è messa di traverso la privacy.
Per questo il Movimento 5 Stelle non riesce a rendere noi i dati sulle Parlamentarie del 16-17 gennaio scorso. Questa è la versione che il presidente dell’Associazione Rousseau Davide Casaleggio fornisce al Fatto Quotidiano.
“Non temiamo ricorsi perchè tutto il processo delle votazioni è stato fatto seguendo quanto prescritto dallo Statuto M5S. I dati delle parlamentarie saranno pubblicati rispettando la volontà di chi ha chiesto di non rendere pubblici i suoi dati”
Casaleggio, che presta servizio a titolo gratuito nell’Associazione Rousseau, spiega anche il perchè del versamento di 300 euro mensili da parte degli eletti.
“I costi che deve sostenere l’associazione non sono solo di mantenimento della piattaforma. Ci sono persone che vi lavorano a tempo pieno , altre part time, e anche persone che contribuiscono in maniera volontaria […] C’è poi il discorso della sicurezza. Nell’ultimo anno abbiamo fatto molti investimenti in questo senso per garantire il massimo ai nostri iscritti e ne faremo di ulteriori. Abbiamo in mente anche investimenti per lo sviluppo della piattaforma, in particolare l’utilizzo del blockchain per il voto e un nuovo sistema di verifica dei documenti, perchè il nostro obiettivo per il 2018 è raggiungere un milione di iscritti certificati”.
Secondo Casaleggio la legislatura è destinata a durare, “penso che durerà 5 anni”.
Ritiene normale l’apertura di M5S agli esterni, perchè “Il Movimento è sempre stato aperto a tutti gli italiani di buona volontà “.
Beppe Grillo, infine, “è sempre accanto a noi” e il suo nuovo blog “è una marcia in più per la sua attività artistica ed è una risorsa per M5S”.
Morale: dopo due settimane i risultati delle parlamentarie non si possono conoscere “per rispetto della privacy”, roba da ridere.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
NEL PROGRAMMA DEL PD SPICCANO GLI 80 EURO CHE ORA SI MOLTIPLICANO PER OGNI FIGLIO SOTTO I 18 ANNI (COSTO 9 MILIARDI)
Per il futuro, uno dei simboli dei mille giorni che furono. 
“Allargheremo la platea degli 80 euro alle famiglie per tutti i figli al di sotto i 18 anni”.
A Bologna, una volta cuore rosso e ora teatro, a sinistra, di una sfida fratricida, Matteo Renzi presenta il programma e ricomincia da sè.
Per lanciare i cento punti della campagna elettorale del Partito democratico eccolo tornare sulla misura principale dei suoi anni di governo: gli 80 euro. Tra le proposte su cui i Dem batteranno il territorio in cerca di consenso, c’è infatti un deciso allargamento della platea di chi vedrà aumentare il proprio netto in busta paga.
Nelle quarantuno pagine della versione integrale delle proposte del Pd, a pagina 8 l’idea di una “misura fiscale unica che preveda 240 euro di detrazione Irpef mensile per i figli a carico fino a 18 anni e 80 euro per i figli fino a 26 anni. Per tutti i tipi di lavoro e per tutte le fasce di reddito, da zero fino a 100 mila euro all’anno”.
In poche parole, circa 80 euro per ogni figlio minorenne in nuclei familiari che non superino i 100mila euro di reddito all’anno. Una platea molto vasta, per un costo totale che si aggira intorno ai 9 miliardi l’anno.
Il tentativo è chiaro: partire da quanto fatto negli anni di governo per provare a spostare l’asticella più in là .
Ecco così che la versione breve del programma consta di 100 brevi righe divise in due. Da un lato “abbiamo fatto”, dall’altro “vogliamo fare”. Cercando così di creare la narrazione di un partito che, a differenza degli altri, si è già cimentato con l’esperienza di governo e ha incassato risultati oggi da rivendicare.
Non è un caso che proprio dagli 80 euro si riparta. Perchè è sì stata la misura più divisiva tra il Renzi premier e le opposizioni, ma allo stesso tempo è quella che più è entrata nell’immaginario collettivo come un risultato concreto, direttamente percepibile in busta paga.
Davanti allo stato maggiore del Pd bolognese, la corsa di Matteo riparte da dove si era interrotta. Ieri i mille giorni, oggi i cento punti.
Sfidando gli avversari proprio laddove hanno mostrato il fianco. Sia Luigi Di Maio, sia Matteo Salvini, che sul fronte sovranista costituiscono i principali bersagli della propaganda renziana, nelle scorse settimane hanno ammesso: se andremo al governo non aboliremo gli 80 euro.
Colpire il punto debole dell’avversario, valorizzare la propria esperienza come l’unica in grado di cimentarsi concretamente con la gestione della cosa pubblica. La sfida di Renzi sta qui, in una rincorsa che, sondaggi alla mano, lo vede ancora in affanno rispetto al centrodestra e al Movimento 5 stelle.
La narrazione è tutta piegata sulle skill della credibilità contro la cialtroneria. Dietro al segretario campeggiano tre parole: “Credibile, sostenibile, realizzabile”.
Nello slogan il raffronto diventa evidente: “Non promettiamo il paese dei balocchi”.
L’ex premier parla all’inizio e alla fine, lasciando spazio al coordinatore dei 100 punti, Tommaso Nannicini, e a vari candidati che si susseguono nella presentazione delle singole proposte.
Tira frecciate al Movimento 5 stelle (“Il reddito di cittadinanza è un incentivo a licenziare”), a Silvio Berlusconi (“Mi chiedo perchè fare la flat tax, un provvedimento che abbassa le tasse solo ai miliardari”) a chi, dall’interno, lo critica sulle liste (“Il Pd vince se avrà la forza di affrontare questi temi e smetterà di discutere al proprio interno”).
Propone una riduzione di quattro punti del cuneo fiscale — dal 33% al 29% – “uno strumento triennale di 400 euro al mese per ogni figlio fino ai 3 anni”, per nido o baby sitter.
C’è ovviamente lo ius soli, grande obiettivo fallito dell’ultima legislatura, e “la parità di genere, in particolare nelle retribuzioni su cui troppo spesso esiste un divario ingiustificato”.
Parziale marcia indietro sul canone Rai. Scompare l’idea di abolirlo completamente come ventilato nelle scorse settimane, per far posto a un “ulteriore abbassamento”, riservando l’azzeramento alle sole fasce “meno abbienti” della popolazione.
Poi ci sono gli impegni. Ambiziosi. Portare la disoccupazione da portare al 9% (al 20% quella giovanile), riportare il rapporto deficit/Pil al 100% in dieci anni, arrivare a livelli di crescita superiori al 2%.
La politica dei piccoli passi, la definisce Renzi, da contrapporre alle “promesse mirabolanti” dei competitor del Pd. Il paragone che offre il segretario è quello di una celebre pubblicità degli anni Ottanta.
Nello spot – quello di una marca di televisori – un uomo con gli occhiali da sole spiega: “Avremmo potuto stupirvi con effetti speciali e colori ultra vivaci, ma noi siamo scienza non fantascienza”.
Un messaggio calibrato al millimetro: la scienza di chi ha governato, la fantascienza di chi ha solo urlato.
Per capire se sia anche centrato, non resta che aspettare il 5 marzo.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
SPERAVA IN UNA CONTESTAZIONE, INVECE VIENE ACCOLTO CON EDUCAZIONE DAI BAMBINI: “NON AVERE PAURA DI NOI”… E NON GLI RIESCE NEANCHE A FARE UN SELFIE CON IL TOPO
Prima una passeggiata tra le persone che vivono nel campo, con un crescente fastidio. Poi il tentativo di fotografare un topo di grandi dimensioni.
Non è stato un incontro di piacere quello che ha portato ieri Matteo Salvini, leader della Lega, al campo rom di via Germagnano a Torino.“
Il numero 1 del carroccio viene accolto da un gruppo di donne e bambini che vivono nel campo e che rivolgono a Salvini un invito a “non avere paura, noi siamo umani come voi”.
Salvini prima accenna a un “no no, non ho… paura”, poi però infastidito dalla calma alza la voce e chiede di fargli spazio, aiutato da un rappresentante della comunità rom, che gli dice di essere del campo di Padova per il quale la Lega aveva chiesto “ruspa, ruspa”
Successivamente, l’attenzione di Salvini si rivolge a un topo che si aggira tra i rifiuti. “Quelo è grosso come un coniglio, non un topo” e cerca di fotografare il roditore. Ma la calca dei giornalisti intorno a lui fa scappare il topo.
Salvini è poi tornato sulla questione degli sconti al Museo Egizio per i visitatori di lingua araba, vicenda che aveva portato il suo assistente al parlamento europeo a pubblicare un video di protesta su Facebook in cui se la prendeva con il centralino del Museo Egizio. Un video rivelatosi un falso, e su cui pende la denuncia del museo.
“Sono razzisti con gli italiani” chiude il discorso Salvini: sul video tarocco del suo compagno di merende alla guida dei giovani padani e futuro parlamentare non ha nulla da dire.
(da agenzie)
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