Destra di Popolo.net

INTERVISTA A BREMMER, POLITOLOGO DELLA NEW YORK UNIVERSITY (UNO CHE LA FREQUENTA DAVVERO)

Maggio 25th, 2018 Riccardo Fucile

“LE CONTRADDIZIONI DEL POPULISMO MINANO IL GOVERNO, LE PRIME VITTIME DELLA SUA POLITICA ECONOMICA SARANNO I SUOI ELETTORI”

«Il nuovo governo italiano non durerà  a lungo, per due motivi: primo, gli elettorati di M5S e Lega hanno interessi divergenti, e queste contraddizioni diventeranno ingestibili; secondo, gli obiettivi economici non sono realizzabili, perchè mancano le risorse».
È il giudizio di Ian Bremmer, politologo della New York University e fondatore di Eurasia.
In una recente nota ai suoi clienti, lei ha scritto che la comune avversione per l’establishment non basterà  a tenere insieme M5S e Lega. Quali sono le contraddizioni più gravi?
«Il loro approccio all’economia è la differenza più significativa. Entrambi favoriscono l’espansione fiscale, la Lega tagliando le tasse, e M5S spendendo nel welfare. Ovviamente sono politiche che aiutano elettorati diversi. M5S, almeno in privato, è più pragmatico e conscio dei limiti della politica fiscale; la Lega è più bellicosa nella sfida all’Unione europea, che impone disciplina».
Le diverse demografie dei due partiti non potrebbero far nascere una nuova coalizione populista, capace di governare l’Italia e diffondersi in altri Paesi europei?
«È difficile, viste non solo le differenti strutture dei due partiti, ma anche i gruppi specifici e le persone che si aspettano benefici dalle loro politiche divergenti. Nel tempo, potrebbe accadere che uno dei due si adatterà , e avrà  più successo. Ma è più probabile che questi due elettorati finiscano per litigare sulle risorse sempre più scarse, piuttosto che inventare un nuovo paradigma socioeconomico. L’espansione fiscale non è sostenibile, non per le regole dell’Ue o i limiti istituzionali, ma per la fragili previsioni fiscali sull’Italia. L’elettorato della Lega resta nel Nord industriale, anche se grazie al tema dell’immigrazione ha guadagnato voti al Sud per la prima volta. Il M5S ha una base più nazionale, ma il suo supporto è radicato nel Meridione».
L’Italia può provocare la spaccatura dell’Ue?
«No. La fase attuale di crescita aiuta, perchè non vi trovate nella depressione come la Grecia. I due partiti diventeranno più pragmatici, una volta al governo. Nessuno dei due ha fatto apertamente campagna per uscire dall’euro, e l’esecutivo non ha il mandato per farlo. Capiranno che ricattare l’Ue sarebbe una strategia completamente controproducente».
Il programma economico è sostenibile, o spingerà  l’Italia verso l’insolvenza?  
«Aumenterà  il carico già  pesante del debito. Le suggestioni che l’espansione fiscale si pagherà  da sola alimentando la domanda interna sono ampiamente irrealistiche. Un deficit più alto, specialmente se unito all’abbassamento dell’età  pensionabile, processi politici erratici, e retorica anti euro, aumenterà  la pressione dei mercati. Qualunque beneficio in termini di domanda interna verrà  annullato dalla crisi del credito, risultante dal prevedibile incremento dei “sovereign yields” e lo “spillover” nel sistema bancario. Soprattutto se le previsioni economiche generali peggioreranno: ci sono segnali che la ripresa europea sta rallentando, i prezzi dell’energia salgono, e la Bce stringerà  la cinghia nel medio termine».
Gli elettori di M5S e Lega saranno le prime vittime delle loro politiche economiche?  
«Sì, con tutta probabilità ».
Entrambi i partiti vogliono togliere le sanzioni alla Russia e ritirarsi dall’Afghanistan. Come reagirà  l’amministrazione Trump?  
«Non mi aspetto grandi reazioni. In questo momento gli europei non sono esattamente i favoriti di Trump, su qualunque tema. In principio, lui concorda con M5S e Lega su entrambi questi punti, ma è bloccato dal Congresso e dalla sua amministrazione. Un po’ come il nuovo governo italiano con l’Ue. E poi ci sono i problemi logistici. L’Italia non può revocare unilateralmente le sanzioni contro la Russia. Il rinnovo avviene ogni sei mesi: finora è stato consensuale, ma non richiede l’unanimità . È improbabile che l’Italia riesca a costruire una coalizione di Stati abbastanza grande da cancellare le sanzioni».
Nella sua nota ai clienti ha previsto che il nuovo governo non durerà  oltre un anno. Poi non vinceranno ancora i populisti?  
«Senza dubbio c’è questo rischio. Ma quali populisti? Non è detto che un’altra elezione riproduca lo stesso esecutivo. In verità  è logico aspettarsi che questi due partiti domineranno la scena politica italiana per un certo periodo, anche se perderanno un po’ di sostegno. È difficile prevedere che un governo favorevole all’Europa e alle riforme possa prevalere nel prossimo futuro».
(da “La Stampa”)

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“DA ONESTI A OMERTOSI”: LE MAIL COI GIUDIZI DELLA GRILLINA LAURA CASTELLI SU DI MAIO E DIBBA

Maggio 25th, 2018 Riccardo Fucile

LA PAPABILE MINISTRA E’ UNA DELLE FONTI DEL LIBRO “SUPERNOVA” DOVE VENGONO SVELATI GLI INTRALLAZZI DEL GRUPPO DI POTERE DEL M5S… ORA E’ DIVENTATA DIMAIANA DI FERRO

Nicola Biondo e Marco Canestrari, i due ex collaboratori della comunicazione grillina in Parlamento e della Casaleggio Associati, hanno rivelato a Carmelo Lopapa di Repubblica che la deputata piemontese Laura Castelli è una delle fonti che hanno utilizzato per il libro Supernova, che racconta i retroscena della gestione del MoVimento 5 Stelle e il “tradimento” degli ideali grillini con la parlamentarizzazione del M5S.
La rivelazione “a orologeria” arriva proprio mentre la Castelli è ripetutamente nominata nel totoministri come possibile responsabile delle Infrastrutture, nonostante nei giorni scorsi si parlasse ripetutamente di un veto nei suoi confronti da parte della Lega e di Confindustria a causa delle sue posizioni NO-TAV.
Scrivono a Repubblica i due autori: «Ci siamo chiesti se continuare a coprire una delle tante fonti che ci hanno permesso di scrivere il libro e che sapevamo stesse mentendo, pur essendo un parlamentare della Repubblica. Pare che occuperà  ruoli di governo. Prima che accada, riteniamo giusto fornire le informazioni in nostro possesso utili a giudicare i comportamenti di un possibile ministro: comportamenti pubblici opposti a quelli privati per fini che, evidentemente, attenevano alla sua personale carriera»
I due decidono di rendere pubbliche quelle mail “top secret” dell’ex dissidente divenuta “dimaiana” di ferro.
C’è un intero capitolo del libro Supernova che porta il titolo “Le parole dell’insider” sull’ascesa del capo politico, dalla pagine 287 in poi rivelano gli autori, scritto grazie alle mail inviate dall’attuale deputata.
E i giudizi della Castelli sono impietosi sia nei confronti di Di Maio — «La sua arma vincente è stata quella di escludere dall’assemblea la discussione» — che dei colleghi, descritti come «Lobotomizzati, che non sanno e non vogliono capire bene le dinamiche».
La rivelazione è stata fatta proprio per avere ripercussioni mentre il totoministri impazza. E non è difficile pronosticare che potrebbe avere ripercussioni sulla ascesa di Castelli al ministero che fu di Delrio o alla Pubblica Amministrazione, come si pronosticava in questi giorni
La più esplosiva — consegnata dagli autori assieme ad altre a Repubblica — è datata 2 settembre 2015.
Si racconta del duo Dibba-Luigi che si affranca da Grillo, «finalmente autonomi e ormai cresciuti rispetto a Papà  Beppe». Di Maio che diventa «ricettore di tutti i gossip e i malumori: racconta una storia interna (al M5S, ndr) e raggiungerai il paradiso per sempre, entrando nelle sue grazie».
Il ragazzo di Pomigliano d’Arco che «spinge emendamenti o proposte di legge da rivendere nelle piazze e in apparizioni tv». Il leader «invitato d’oro nelle grandi feste del M5S in tutta Italia: gli attivisti non possono fare a meno della star».
Col tempo, «Gianroberto Casaleggio prende a comunicare solo con Di Maio, qualunque informazione viene filtrata da lui: non parla più con i deputati, cosa molto grave, non parla con i deputati che ricoprono ruoli per statuto, come capigruppo vice, presidente, tesoriere».
Scrive di non meglio specificate «richieste deliranti di Milano» (cioè della Casaleggio Associati).
Ma la battuta più significativa è quella che conclude tutto, giocando con una parola che è ritenuta molto importante per il MoVimento 5 Stelle: «Tutto resta negli spifferi delle finestre di Montecitorio, in questo brutto alone di omertà , che poco ha a che fare con l’onestà ».

(da “NextQuotidiano”)

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LE INTERCETTAZIONI TRA SPADAFORA, UOMO OMBRA DI DI MAIO, E BALDUCCI DELLA CRICCA

Maggio 25th, 2018 Riccardo Fucile

LE PRESSANTI RICHIESTE PERCHE’ GLI TROVI UNA SISTEMAZIONE DOPO CHE RUTELLI AVEVA PERSO LE ELEZIONI… TIPICO ESEMPIO DI PERSONA COERENTE, DEGNO MINISTRO DEL GOVERNO DEI CIALTRONI

Tanto per movimentare un po’ la seconda giornata delle consultazioni, in un articolo a firma di Marco Lillo oggi il Fatto pubblica le telefonate e sms scambiati dal 2008 al 2010 da Vincenzo Spadafora, fedelissimo di Di Maio, con l’ex presidente del consiglio dei lavori pubblici Balducci, sintetizzati nei brogliacci del Ros che indagava sulla Cricca. Per queste vicende non è stato mai indagato.
Balducci, condannato in primo grado nel 2018 a 6 anni e mezzo per lo scandalo degli appalti della Cricca, era molto amico di Spadafora.
Proprio a lui l’attuale esponente M5S chiese più volte un lavoro nel 2008.
All’inizio dell’anno Spadafora è nella segreteria di Francesco Rutelli, vicepresidente del Consiglio di Prodi e ministro dei Beni Culturali. Balducci gestisce i grandi eventi. Il centrodestra vince le elezioni e Rutelli perde con Alemanno a Roma.
Spadafora vede nero. Il 1° maggio chiama Balducci e gli racconta che“ieri sera l’ha chiamato Rutelli e gli ha detto che ha sentito Figliolia (Ettore, capo gabinetto di Rutelli, ndr) per cercare di sistemare gli amici più cari tra i quali lui Vincenzo”.
A 34 anni, rischia di restare a spasso.
Il 9 maggio scrive a Balducci: “Se da te contratto ci può essere parliamone molto concretamente. Altrimenti in queste ore faccio in tempo a parlarne con Rut e Donato (Mosella, capo della segreteria politica di Rutelli appena eletto deputatoPd, ndr)per altre situazioni (…). Ti prego. V”
Sono giorni di fibrillazione per tutti. Barbara Palombelli, moglie di Rutelli, scrive a Spadafora: “Il famoso contratto di Luca Imperiali non è stato ancora mai firmato. Ci dobbiamo preocc?”.
Il 14 maggio 2008 Spadafora gira l’sms a Balducci. Ma anche Balducci è in ansia per la sua poltrona. Il 20 maggio scrive a Spadafora che sta parlando con Mauro Masi, segretario generale di Palazzo Chigi. E Spadafora: “Digli che se non ti tratta bene, organizzo un presidio di balduccini sotto Palazzo Chigi in forma di protesta. Spiegagli che siamo tanti, ma proprio tanti!!”
Il termine ‘balduccino’ è usato anche in altri sms con tono ironico.
Per esempio un anno dopo, quando esplode il caso Noemi, ironicamente Spadafora scrive a Balducci: “Ciao Papi, incontreresti un tuo giovane balduccino?”. Successivamente Spadafora viene nominato all’UNICEF, ma non per intercessione di Balducci. Poi arriva un altro messaggio: “Giov devo vedere Rut che torna dagli Stati Uniti. Devo sapere se devo chiedergli un aiuto su altri fronti o se si chiude la cosa con te. Mentre tu giochi con me, IO NON POSSO PIU PERMETTERMI DI NON LAVORARE. V”.
Poi, scrive Lillo, nel suo curriculum Spadafora riporterà  una collaborazione con la struttura di missione per i 150 anni dell’Unità  d’Italia, mentre il figlio di Balducci avrà  una collaborazione con l’UNICEF.
Spadafora sostenne di non aver mai avuto favori da Balducci.

(da “NextQuotidiano”)

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“ECONOMIST”: CONTE COME ARLECCHINO, SERVITORE DI DUE PADRONI

Maggio 25th, 2018 Riccardo Fucile

PESANTI CRITICHE CONTRO UN GOVERNO A TRAZIONE ANTI-EUROPEA

Rappresentato come l’Arlecchino servitore di due padroni della commedia di Carlo Goldoni, Giuseppe Conte oggi è finito nelle grinfie dell’Economist, che già  in tante occasioni ha giustiziato presidenti del Consiglio italiani (il più celebre è Berlusconi unfit to lead Italy) e che oggi se la prende con Matteo Salvini e Luigi Di Maio, azionisti del “governo del cambiamento” che al settimanale britannico non pare molto ben fondato: l’unica qualifica di Conte è il fatto che sia stato accettato come soluzione di compromesso dalla Lega, scrive l’Economist, e oggi pare un dead man walking anche se ha confessato di aver sempre votato a sinistra e Salvini è un amicone di Marine Le Pen.
Ciò nonostante quello che preoccupa l’Economist è la reazione dei mercati finanziari alla candidatura di Paolo Savona per il ministero dell’Economia, viste le frasi sulla gabbia dell’euro e la Germania nazista appena uscite nella sua autobiografia.
L’Economist ricorda che Conte ha dichiarato al Quirinale di voler confermare il posizionamento europeo dell’Italia e i partner della coalizione hanno escluso di lavorare a un piano per esplorare le modalità  di uscita dall’euro.
Ma poi riporta le critiche di Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, che ha chiesto al nuovo governo di attenersi a una politica di bilancio responsabile, mentre i mercati hanno reagito con ansia alla prospettiva dell’approdo al potere di una coalizione populista e lo spread ha avuto l’impennata che lo ha portato vicino a quota 200.
Anche a causa del progetto di Mini-bot, unico a sopravvivere (anche senza essere nominato) della prima versione del contratto di governo tra M5S e Lega.
I minibot dovrebbero servire a ripagare i debiti della pubblica amministrazione e potrebbero essere utilizzati successivamente per pagare le tasse o per effettuare pagamenti tra privati.
L’effetto, paventato qualche giorno fa anche dal Financial Times, sarebbe quello di creare una valuta parallela al di fuori del controllo della BCE, con conseguente indebolimento dell’euro.

(da “NextQuotidiano”)

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PADOAN AL SOLE24ORE: “CON L’UE SI PUO’ TRATTARE, CON I MERCATI NON SI SCHERZA”

Maggio 25th, 2018 Riccardo Fucile

“FARE PIU’ DEBITI NON E’ NELL’INTERESSE DELL’ITALIA, I MERCATI REAGIREBBERO IN POCHI SECONDI”… “SCEGLIERE SAVONA E’ UN MESSAGGIO”

La dialettica in Europa è sempre possibile, anche lo scontro se necessario. Chi non vuole sentire ragioni sono i mercati finanziari, che se annusano sfiducia reagiscono.
Si potrebbe riassumere così il ragionamento che Pier Carlo Padoan consegna al Sole 24 Ore alla fine del suo mandato da ministro dell’Economia.
“L’aspetto più preoccupante nel Contratto alla base del Governo in costruzione è la sottovalutazione delle conseguenze di certe scelte – afferma il titolare di Via XX Settembre – Ci si preoccupa dell’Europa, ma le eventuali procedure di infrazione impiegano mesi a svilupparsi, mentre la risposta dei mercati arriva in pochi secondi”.
I segnali non sono incoraggianti, a partire dallo spread, che mostra un riposizionamento degli investitori. Padoan non si pronuncia direttamente sulle ipotesi in campo sulla sua successione, tema centrale in queste ore in cui si discute se sia o meno Paolo Savona l’uomo più adatto. Spiega che non è tuttavia una scelta di poco conto
“Anche dal nome che sarà  scelto arriverà  un segnale ai mercati, perchè dietro al nome ci sono delle idee”.
E dietro il nome di Savona ci sono le idee di un economista stimato ed esperto, ma fortemente critico con l’euro e l’intera costruzione europea. Preoccupa Padoan anche l’idea di M5S e Lega di finanziare a deficit parte del loro programma.
“L’aumento di deficit e debito in questo momento non è nell’interesse degli italiani” […] “Per le trattative (con l’Ue) lo spazio c’è sempre, ma le chance di successo dipendono dagli obiettivi a cui si legano gli spazi di bilancio: un conto è chiederla per continuare le riforme, un altro è pretenderla per avviare promesse elettorali insostenibili o per smontare le riforme già  fatte”.
Il programma di governo, inoltre, fissa nella pace fiscale e nell’Irpef a due aliquote – definita Flat tax in modo improprio. Padoan boccia entrambe:
“La pace fiscale si raggiunge con gli incentivi all’adempimento e non con i condoni, e tagli fiscali concentrati sui redditi dei ricchi vanno in direzione opposta rispetto alla crescita inclusiva che deve essere l’obiettivo del Paese. Piuttosto sarebbe utile potenziare il reddito di inclusione, mentre il reddito di cittadinanza proposto dal Contratto è una misura assistenziale insostenibile. E con misure insostenibili si va a sbattere”.
Idee chiare nella testa di Padoan, ma le elezioni hanno respinto le politiche del Governo uscente. Il ministro se lo spiega così.
“Abbiamo perso perchè abbiamo attuato solo la prima parte del programma; abbiamo riportato il Paese fuori dalla recessione e gestito difficilissime crisi bancarie, ma sul sostegno ai cittadini abbiamo fatto soltanto i primi passi”.

(da “Huffingtonpost”)

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IL PIANO DI SAVONA: ARRIVARE A QUOTA 600 CON LO SPREAD PER FARCI CACCIARE DALL’EUROPA

Maggio 25th, 2018 Riccardo Fucile

LA CONFIDENZA A TREMONTI HA FONDAMENTO IN UNA STRATEGIA AL MASSACRO CHE VUOLE PORTARE GLI ITALIANI ALLA FAME PER INCOLPARE POI L’EUROPA : E’ IN MASO-NAZIONALISMO DEI SERVI DI MOSCA

Mentre lo spread sfonda quota 200 e l’Economist si preoccupa per i minibot, s’avanza un presunto piano di Paolo Savona per lo spread che ha caratteristiche tutto sommato molto “particolari”: ieri Repubblica ha scritto che l’economista e professore vicino a Salvini avrebbe incontrato Giulio Tremonti qualche giorno fa confidandogli il suo piano: «Portare lo spread italiano a quota 600 in modo che l’Europa capisca che si fa sul serio e si cambiano i vincoli».
Oggi Paolo Savona ha scritto una lettera al Sole 24 Ore, ma per smentire (in realtà  confermando) che le sue dimissioni da Euklid siano legate al suo approdo al ministero dell’Economia, mentre Andrea Bassi sul Messaggero riporta la stessa indiscrezione:
Secondo chi al Colle in questi anni ha seguito il ragionamento di Savona, il professore avrebbe in testa un piano preciso: far salire lo spread fino a 700 per costringere l’Europa a far uscire l’Italia dall’euro. La sola nomina di Savona, ragionano, potrebbe costare fino a 200 punti di spread
La vicenda dell’indiscrezione riportata a partire dalla voce dal sen fuggita di Giulio Tremonti e che invece sul Messaggero viene attribuita addirittura a un ragionamento partito dal Quirinale avrebbe una sua logica all’interno di un ragionamento noeuro che ha molti fans (non solo sui social network): in questo modo sarebbe la UE a voler salutare l’Italia, non l’Italia a voler salutare la UE: strategicamente e politicamente la vicenda potrebbe essere “venduta” all’opinione pubblica in un modo differente rispetto a quello, più rischioso, di disegnare un’uscita unilaterale dall’euro.

(da “NextQuotidiano”)

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LO SPREAD SFONDA QUOTA 200, IL GOVERNO DEI CIALTRONI FA I CONTI CON LA REALTA’

Maggio 25th, 2018 Riccardo Fucile

PIAZZA AFFARI PIATTA A DIFFERENZA DELLE ALTRE BORSE EUROPEE, SETTORE BANCARIO COLPITO DA PESANTI PERDITE

Lo spread Btp-Bund sfonda quota 200 punti base.
Nei primi scambi il differenziale raggiunge un massimo intraday di 202,1 punti, poi rallenta e torna a 198,5 punti.
Il tasso del decennale italiano sul mercato secondario si è attestato al 2,46%.
Avvio positivo per le Borse europee nell’ultima seduta di scambi della settimana, ma fa eccezione Milano che rimane piatta, sulle incertezze legate alla formazione del Governo.
Il presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte dovrà  presentare, forse già  domani mattina, al presidente della Repubblica Sergio Mattarella la lista dei possibili ministri, ma i nodi su alcuni dicasteri chiave, a partire da quello del Tesoro, sono tutt’altro che sciolti.
In Italia il primo test dei mercati all’incarico formale al governo Cinque Stelle-Lega, dopo settimane di negoziati, vede uno spread a 200, una fiammata del differenziale su Spagna e Portogallo a livelli che non si vedevano da anni (100 e 50 punti base rispettivamente), una Borsa che fatica e il settore bancario colpito da pesanti perdite.

(da agenzie)

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MATTARELLA E’ STATO CHIARO, PER DI MAIO DOMANI E’ L’ULTIMA CHIAMATA, CONTE FACCIA IL PREMIER E NON IL POSTINO

Maggio 24th, 2018 Riccardo Fucile

IN SINTESI: DI MAIO VUOLE CONSEGNARE IL M5S A MASSA DI MANOVRA DI SALVINI O ACQUISIRE CREDIBILITA’ IN EUROPA?… SUL NOME DI SAVONA PUO’ SALTARE TUTTO

Certo, al Colle, deve essere bastata la fotografia di giornata.
Il professor Giuseppe Conte, appena incaricato, che al primo piano di Montecitorio incontra le delegazioni dei partiti, come in un rituale già  stanco che si consuma.
Al palazzo accanto Salvini e Di Maio, con i loro ambasciatori e uomini di fiducia, che compongono la lista del futuro governo, per poi consegnarla a Conte, nelle vesti del fidato esecutore più che del premier incaricato.
E, nella lista, alla casella dell’Economia compare ancora il nome di Paolo Savona.
L’immagine spiega le parole un po’ irritate, sempre nei limiti, che trapelano dal Quirinale dopo l’ennesima, sgrammaticata, esternazione del leader leghista sui veti di Mattarella: il tema all’ordine del giorno “non è quello di presunti veti (del Colle, ndr) ma, al contrario, quello dell’inammissibilità  di diktat nei confronti del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica nell’esercizio delle funzioni che la Costituzione attribuisce a tutti due”.
Parole accompagnate dall’ennesimo — davvero – l’ennesimo — memorandum della Costituzione che prevede “scelte condivise tra presidente della Repubblica e presidente del Consiglio sulla scelta dei ministri” perchè è il primo ad avere il potere di nomina su indicazione del secondo.
Tradotto: il professor Conte farebbe bene a comportarsi da premier incaricato e non da postino di una lista spedita al Quirinale dai due veri titolari dell’azione di governo. C’è, nella lezione costituzionale, il messaggio, anche abbastanza chiaro.
Per evitare imbarazzi sui nomi domani quando sarà  discussa la lista dei ministri, occorre che oggi il premier incaricato si muova nella consapevolezza del suo ruolo, di responsabile dell’azione del governo, nell’ambito di un perimetro di fedeltà  internazionale su cui ha dato pubbliche assicurazioni.
E dunque evitare la tensione che, inevitabilmente, si creerà  se nella lista dovesse esserci il nome di Paolo Savona.
Per parafrasare il poeta, qui si parrà  la sua nobilitate.
Intanto, a prescindere da come finirà  la “contesa” su Savona, Conte si è premurato di annunciare per venerdì mattina l’incontro col Governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. Un segnale chiaro di rassicurazione al Colle sull’attenzione ai conti pubblici.
Immaginate la scena, nella giornata di domani: Conte e Mattarella seduti di fronte, col primo che si alza per chiamare Salvini e Di Maio al telefono, non sapendo cosa fare sul nome più delicato.
Sarebbe l’ultimo atto di una crisi sottolineata da diverse sgrammaticature.
Però, parliamoci chiaro: davvero pensa il capo dello Stato che il professor Conte possa avere la forza politica, agli occhi dei suoi due leader di riferimento, per cambiare un equilibrio che hanno raggiunto?
La verità  è che questo messaggio, come si dice in gergo, parla a suocera (Conte) perchè nuora intenda (ovvero Di Maio). È, per il leader pentastellato, l’ultima chiamata.
Che cosa vuole fare Di Maio, che attorno al rapporto col Quirinale ha costruito un pezzo rilevante del suo percorso di credibilità  e affidabilità  agli occhi delle istituzioni internazionali?
Mantenere una sua autonomia e, al tempo stesso, una sponda istituzionale, o cedere al vitalismo anti-europeista di Salvini e consegnare i Cinque stelle al ruolo di massa di manovra di Salvini?
Cosa farà  Mattarella di fronte a un eventuale muro granitico attorno al nome di Savona non è dato saperlo.
Potrebbe far valere fino in fondo le sue prerogative, anche al punto di mettere a rischio l’accordo. Oppure no.
I più critici, sull’operato del Colle, già  pensano a un “ulteriore cedimento”, in questo negoziato in cui — in nome della necessità  di evitare il ritorno al voto — il Quirinale sembra aver allentato il rigore sulle sue prerogative costituzionali, accettando un contratto di governo che ha risvegliato i mercati, una trattativa extra-istituzionale di due leader che ne hanno dettato modi e tempi e un nome, il Professor Conte, sotto pressione delle minacce di un ritorno al voto.
Anche l’esame su Conte, severo e scrupoloso, annunciato alla vigilia, densa di imbarazzi sul curriculum professionale e di dubbi su quello politico, si è risolto senza tanti problemi con l’incarico pieno.
Sia come sia, anche in questo caso, sono inevitabili le conseguenze, perchè sarà  scontata una tensione quotidiana, nell’attività  legislativa e nel rapporto con l’Europa, tra il capo dello Stato e un governo a trazione leghista.
E comunque un mutamento radicale di rapporti con quei Cinque Stelle a cui, in questi mesi, il Quirinale ha dato una grande patente di presentabilità , anche agli occhi delle istituzioni europee.

(da “Huffingtonpost”)

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UN PREMIER CHE USA UN “FACCIARIO” PER CAPIRE CON CHI PARLA

Maggio 24th, 2018 Riccardo Fucile

UNA GIORNATA SURREALE A MONTECITORIO

Giuseppe Conte accoglie le delegazioni di tutti i partiti nella sala dei Busti, una stanza della Camera prospiciente alla presidenza. Un lungo tavolone di legno.
Da un lato il premier incaricato, affiancato da Tommaso Donati, capo dell’ufficio legislativo del Movimento 5 stelle a Montecitorio, e Alessio Festa, funzionario del palazzo da tempo distaccato con Luigi Di Maio. Sul tavolo fogli e appunti. E un facciario. Uno di quei fascicoli preparati dagli uffici di entrambi i rami del Parlamento che associa nomi e volti per permettere ai commessi e agli stessi onorevoli di riconoscere i novizi, e ai novizi di orientarsi in un mondo nuovo.
Totalmente nuovo, nel caso del presidente del Consiglio incaricato, che lo ha consultato soprattutto per dare identità  precisa agli esponenti dei gruppi più piccoli che si sono susseguiti al suo cospetto.
Anche lo stesso calendario è stato preparato con l’ausilio del cerimoniale della Camera. Essendo da un lato Conte del tutto inesperto, dall’altro la stessa struttura 5 stelle impreparata a funzioni e meccanismi mai gestiti prima.
Il premier in pectore è arrivato di buon mattino, e si è chiuso negli uffici del governo, a una porta di distanza dal Transatlantico.
Vano il tentativo di un cronista che era riuscito ad avvicinarsi e a scambiare due parole di cortesia, respinto senza tanti complimenti dai commessi. Al contrario, ottiene il via libera senza problemi la comunicazione del Movimento, che lo raggiunge per realizzare foto e video di rito.
Conte inizia la lunghissima giornata di consultazioni. Otto ore quasi non stop, se non per il pranzo e per alzarsi una o due volte per brevi confronti con il presidente Roberto Fico.
Si alza per accogliere tutte le delegazioni, offre a tutti il caffè, ascolta più che parlare. La formula con la quale rompe il ghiaccio, con varie sfumature, suona sempre più o meno così: “Se fossimo nel vecchio sistema dei partiti farei enunciazioni di principio. Invece ora al primo posto c’è il programma, che conoscete: ditemi voi cosa ne pensate”.
Da lui e dal suo staff non trapela una parola. Sembra lo stile stesso del personaggio. Una casa in zona di via del Governo vecchio, che condivide con molti esponenti del Pd (dal capogruppo al Senato Marcucci al senatore Del Barba, fino a Lorenzo Guerini, trasferitosi da poco), l’abitudine di fermarsi a volte la sera in una pizzeria della zona, la spesa fatta spesso in prima persona in un piccolo supermercato a due passi di piazza Navona. Ma scarsi rapporti con il vicinato, che lo descrive come riservato e di poche parole.
Nel corso della giornata batte continuamente sul tasto: c’è il programma, su tutto il resto ci sono due forze politiche di maggioranza, e le risposte su altri temi saranno nella mediazione tra le rispettive istanze.
Non nasconde di essere stato scelto dal Movimento 5 stelle, e solo a chi insiste di più si spinge a dire che la vera priorità  della sua azione di governo sarà  il reddito di cittadinanza.
In sala stampa la giornata è interminabile. A metà  pomeriggio iconica l’immagine di una cronista assorta nella lettura di Sciascia: “Qui non succede nulla”. Erano i minuti d’attesa di un Silvio Berlusconi che tardava. Quando si sparge la notizia che l’ex Cavaliere si è già  allontanato da Montecitorio dopo aver disertato i microfoni e aver affrontato faccia a faccia Matteo Salvini, scoppia il caso di giornata. Presto rientrato. L’incontro, fanno sapere da ambo le parti, è stato cordiale, e il leader azzurro non si è presentato davanti ai microfoni per non stressare ulteriormente le distanze di un centrodestra sfilacciato. Ma la linea viene confermata poco dopo: niente fiducia e opposizione.
Lui ascolta, parla poco. Forse una dote mutuata dallo zio, il fratello del papà , entrato nel convento di padre Pio a San Giovanni Rotondo e oggi per tutti frate Fedele. Quando entra il Pd chiede a tutti e quattro gli esponenti del partito di esprimere la loro opinione. Gli piovono addosso critiche dure, fino all’incostituzionalità  di molti passaggi del programma. Lui ringrazia per il contributo. Fine.
A Fratelli d’Italia risponde sul Tav: “Voglio studiare bene le penali di un’eventuale uscita dal progetto. Qualora fossero affrontabili la linea sarà  quella di uscirne”. Ricevendo una ramanzina indiretta di Salvini, uscito dall’incontro scravattato e con un block notes A4 sottobraccio: “Dobbiamo partire con le opere da fare, non da disfare”.
Ma sono pillole, spunti strappati dietro insistenza.
Chi ci ha parlato è diviso tra coloro che lo ritengono un portavoce di interessi altrui (“Non ha alcuna autonomia”, dice il destrorso Fabio Rampelli, qualcuno è più duro: “Un pupazzo”) e chi ne è rimasto colpito almeno per il garbo e la capacità  di mettere a suo agio gli interlocutori.
Il venerdì si preannuncia campale. Un’intera giornata chiuso negli uffici del governo della Camera, a limare il governo che con tutta probabilità  verrà  presentata al Quirinale sabato mattina.
“Domani la giornata sarà  passata a limare il contratto… ehm, la squadra dei ministri”, ha detto a fine serata rilasciando una breve dichiarazione.
Se il buongiorno si vede dal mattino…

(da “Huffingtonpost”)

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