Maggio 22nd, 2018 Riccardo Fucile
“ASTALDI QUELL’APPALTO NON LO VINCE NEANCHE MORTO !”
«O è Paolo Savona o salta tutto». Così, raccontano le cronache, Matteo Salvini si sarebbe impuntato ieri sul nome del ministro dell’Economia cercando di imporre il nome dell’economista già ministro con Ciampi e nel frattempo diventato critico dell’Europa e dell’euro.
Ma già ieri il dibattito intorno al suo nome era infuocato, tanto che si diceva che in “ambienti politici” (chissà quali…) circolasse con insistenza la voce di una sua intercettazione del 2005 in cui Savona, allora presidente della società di costruzioni Impregilo, parlava con l’economista Carlo Pelanda del Ponte di Messina, per la cui costruzione Impregilo era in corsa.
E Pelanda gli riferiva: “La gara per il ponte sullo Stretto la vincerà Impregilo, me lo ha detto Marcello Dell’Utri”.
Oggi, puntuale come la morte, sul Fatto Quotidiano il sempre informatissimo Marco Lillo chiudeva il cerchio:
Vale la pena rileggere la richiesta di archiviazione di quel caso firmata dal procuratore Walter Mapelli il 2 aprile 2007. […] DALLE TELEFONATE emerge va che i politici vicini a Berlusconi, intesta il ministro Pietro Lunardi e Marcello Dell’Utri, si sarebbero schierati con Impregilo ma il pm chiese e ottenne l’archiviazione perchè “la manipolazione della gara (…) non ha trovato decisivi riscontri”.
LE MOTIVAZIONI però non sono un buon viatico per entrare nelle grazie del M5S. “Certamente — spiegavano i pm — le conversazioni intercettate tra gli indagati Paolo Savona e Carlo Pelanda sono inquietanti (…) perno di una possibile accusa è la conversazione in data primo giugno 2004, nella quale Pelanda riferisce a Savona di aver parlato con ‘il senatore mio amico’(Dell’Utri, ndr ) di un possibile accordo tra Impregilo e Vinci per costituirsi in consorzio nella gara per l’appalto del ponte, e di aver ricevuto una tranquillizzante risposta’ non esiste che Astaldi possa vincere quel tipo di cosa, vince Impregilo’, tanto da spendere questa rassicurazione con Landau (Patrick Landau, un consulente dell’impresa franco-canadese Vinci, ndr) rappresentandogli che ‘Astaldi può fare tutti i consorzi che vuole però quella gara non la vince neanche morto e quindi è inutile che metta in piedi tutto sto casino’”.
L’articolo conclude dicendo che a inquietare la base M5S potrebbe essere quindi la biografia del professore “gradito al mondo berlusconiano”.
Non pare credibile che nasca qualche levata di scudi interna al MoVimento 5 Stelle per stoppare il nome di Savona vista la generale inconsistenza di senso critico degli attivisti grillini, che negli anni e in questi ultimi giorni hanno ingoiato ben di peggio. D’altro canto ieri quando il senatore Elio Lannutti ha provato a esprimere perplessità su altri nomi in circolazione per il governo («Governo M5S-Lega: cambiamento o restaurazione. Leggo di nomi legati a cricche e grembiulini. Massolo, ma cosa c’entra questo signore, che guida Fincantieri svenduta a Macron, coi valori del M5S?»”) è stato seppellito da un tale uragano di kittipaga che in confronto uno tsunami al massimo poteva pettinarlo.
La stessa cosa è successa qualche giorno fa a Paola Nugnes.
Più rilevanti le obiezioni sulla sua posizione politica riguardo l’euro che hanno avuto e hanno tuttora grande popolarità nella Lega e in alcune frange del grillismo. L’impressione è che se alla fine arriverà davvero un veto sul suo nome, questo servirà a spianare la strada di via XX Settembre a Giancarlo Giorgetti.
E vissero tutti felici e contenti. Fino alla prossima volta.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 22nd, 2018 Riccardo Fucile
FU TRA I FONDATORI DI VOA VOA, PRIMA BENEFICIARIA LA FONDAZIONE STAMINA DI VANNONI, CONDANNATO DAI TRIBUNALI
Giuseppe Conte, il premier non eletto dal popolo indicato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, sarà
anche uno “sconosciuto” per il mondo della politica ma è abbastanza noto alle cronache.
Conte infatti è stato il legale della famiglia della piccola Sofia, la bambina diventata un caso mediatico grazie all’interessamento di Giulio Golia e delle Iene.
Sofia era (purtroppo è morta lo scorso anno) la bambina affetta da leucodistrofia metacromatica che era “in cura” con il metodo Stamina, la truffa messa appunto da Davide Vannoni.
Dobbiamo fare un salto indietro al 2013 quando Conte, lungi dall’essere considerato un possibile candidato premier era l’avvocato della famiglia della bambina.
In veste di legale Conte ha difeso la tesi secondo la quale era nel diritto di Sofia di essere curata con Stamina, anche quando ormai era ben chiaro che la cura non poteva funzionare.
Sulla questione era intervenuto il Ministero della Sanità che aveva bloccato le “infusioni” e per poter ottenere di proseguire con il “trattamento” i genitori di Sofia e Conte iniziarono una dura battaglia legale.
E quel Giuseppe Conte — ordinario di diritto privato presso l’Università di Firenze — è proprio il nostro futuro Presidente del Consiglio che ottenne l’importante vittoria a Livorno che concesse a Sofia di proseguire con le cure.
Fu proprio lui infatti a convincere i genitori della bambina malata a spostare la residenza da Firenze a Livorno. Si potrebbe anche pensare che Conte in fondo stava facendo il suo lavoro.
Ma alcuni fatti relativi alla vicenda sembrano far pensare il contrario, ovvero che Conte a Stamina ci credesse davvero.
Come del resto hanno fatto anche quelli del MoVimento 5 Stelle, alla loro prima esperienza parlamentare. E non sorprende che a sponsorizzare Conte sia stato proprio un altro avvocato fiorentino, quell’Alfonso Bonafede a sua volta molto amico di un’associazione free-vax
Giuseppe Conte e l’onlus Voa Voa che finanziava Stamina Foundation
Nel marzo del 2013 Conte spiegava qual era il senso dell’azione legale: «non invochiamo genericamente il diritto alla salute o a cure compassionevoli ma chiediamo che Sofia completi un protocollo di cure che è stato già concordato, approvato ed eseguito con una prima infusione di cellule staminali. Un principio di civiltà giuridica secondo cui, al di là di provvedimenti amministrativi ed indagini di rilievo penale, il paziente deve completare il trattamento concordato con i sanitari che hanno responsabilità della cura».
Poco importa che quelle “cure” non solo non fossero compassionevoli ma che fossero completamente inutili.
Qualche giorno dopo, quando venne stabilito che Sofia non avrebbe potuto continuare a “curarsi” con il metodo Stamina Conte ribadiva il concetto: «È impensabile che a Sofia sia nuovamente sottratta la speranza, alimentata in seguito alla prima infusione, di una migliore qualità della vita».
Ed evidentemente l’avvocato Conte aveva preso a cuore la battaglia visto che nel luglio dello stesso anno, quando ancora la vicenda non si era conclusa, è tra i fondatori di Voa Voa, la Onlus voluta dai genitori di Sofia per il sostegno di opere umanitarie e altruistiche.
La prima beneficiaria di Voa Voa è stata proprio la Stamina Foundation Onlus, quella presieduta e fondata da Davide Vannoni.
E così il cerchio si chiude, e anche oggi il metodo antiscientifico trionfa.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 22nd, 2018 Riccardo Fucile
OGGI IN ITALIA NON SE NE TROVA NEMMENO UNO
Oggi, per sapere cosa accade nel proprio Bel Paese quando si vive all’estero, si ricorre in modo massiccio ai quotidiani, ovviamente in versione digitale e ciò permette di notare cose che altrimenti andrebbero perdute.
Per esempio l’uso costante e ripetuto di alcune parole di cui viene condivisa la denominazione, ma non il contenuto.
In cima alla classifica delle ultime settimane c’è il termine “leader”, parola inglese che deriva dal verbo to lead — guidare ed è cosa buona e giusta preoccuparsi quando vengono usati termini stranieri dalla traduzione e significato dubbi.
Recita la Treccani: “Leader: capo di un partito, di un movimento d’idee, di un’organizzazione, di un gruppo”.
Dunque, si tratta di qualcuno che, con molta energia, in modo quasi ossessivo, ha condiviso i valori delle persone in comando, ha seguito la loro scia, ha sgomitato quelli accanto e sotto di lui, ha giocato le giuste carte e al momento giusto ha preso il posto del capo, magari pugnalandolo alla schiena.
Non per nulla nell’ippica — si ringrazia la Treccani di cui sopra — “si chiama leader il cavallo che in ogni circostanza corre davanti agli altri, li conduce e serve loro da guida; in particolare è un cavallo anziano bene ammaestrato che si colloca alla testa di una fila di puledri, allo scopo di addestrarli al galoppo e di regolarne l’andatura”.
Non importa se si stia o meno dirigendo al bordo del precipizio: la mandria, il gregge lo segue.
Per quello che mi riguarda essere leader ha ben altro significato.
Una volta voleva dire avere onore, coraggio, carattere, gentilezza, altruismo.
Valori oggi considerati, non senza velato disgusto, “aristocratici” mentre sono le caratteristiche di qualcuno/a che ha costruito e interpreta un sistema etico.
Essere leader significava avere, difendere e perseguire ideali frutto di processi di astrazione logica; essere al servizio delle istituzioni, impegnandosi per la loro conduzione e crescita; avere il senso dello Stato.
Responsabilità dei leader era avere cura del bene, privato o pubblico, che veniva loro affidato e ci si aspettava, a fine mandato, di vederselo riconsegnato migliore di come lo avessero ricevuto.
Nulla di tutto questo è il significato di leader oggi, salvo le solite, rare eccezione.
Le solite macchie di leopardo. Peccato che i leopardi siano in via di estinzione.
Di certo la scuola e la famiglia hanno una forte responsabilità per questo stato di cose. Non insegnano cosa sia l’etica, i suoi valori e caratteristiche, non insegnano diritti e doveri, impegno e responsabilità .
Non insegnano a gestire scontento, frustrazione e infelicità , elementi normali ed essenziali dell’essere giovani, indispensabili per crescere, imparare, cambiare, pensare, per diventare cittadini.
Perchè non si diventa leader se prima non si impara a essere cittadini capaci di pensare. I leader sanno pensare. Sono in grado di riflettere in modo critico sulle organizzazioni, sulla società cui appartengono.
Hanno sviluppato il coraggio (o la follia) di volere tradurre in azioni le loro critiche. Formulano domande invece di dare risposte canoniche ai quesiti alla moda che fanno fare bella figura e sono del tutto sterili.
Sono in grado di trovare il modo per ottenere i risultati desiderati, ma anche e soprattutto di valutare se sia opportuno conseguirli.
Sono capaci di individuare nuove direzioni per un’organizzazione, un’impresa, un settore industriale, o un Paese.
Sanno percorrere terreni non battuti, inventare un nuovo percorso, quando vedono il ciglio del burrone avvicinarsi.
Pensano in modo originale e perciò sono disposti a essere impopolari perchè pensare in modo originale non sempre è gradito. Hanno coraggio e immaginazione.
Guardo da dove sono il Bel Paese, la distanza aiuta.
Sottopongo il tutto a scansione ordinata: sinistra, centro, destra e poi destra, centro, sinistra… cerco i leader.
Non ne trovo nemmeno uno.
Ho voglia di scendere.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 22nd, 2018 Riccardo Fucile
TASSO AI MINIMI DAL 2012, AL 2,7%… 41.000 POSTI IN ECCEDENZA
In Svizzera si sta registrando un tasso di disoccupazione talmente basso che equivale al pieno impiego. 
Con il risultato che ci sono più offerte di lavoro che persone disponibili a soddisfarle, stando a X28 AG, una società di Thalwil, nei pressi di Zurigo, specializzata nell’analisi del mercato del lavoro elvetico.
La società in questione ha recensito, a fine 2017, un tasso di disoccupazione pari al 2,7% della popolazione attiva.
Bisogna tornare indietro di 5 anni, quindi al 2012, per trovare un dato analogo.
Fatto sta che, nella Confederazione, le aziende si ritrovano con 178 mila impieghi disponibili, mentre i disoccupati sono 137 mila. A conti fatti i posti da coprire sono 41 mila.
“Queste cifre riflettono lo sviluppo positivo dell’economia e la grande fiducia nel futuro delle nostre imprese”, ha commentato, al quotidiano Tages Anzeiger di Zurigo, Cornel Mà¼ller, presidente del CDA di X28 AG.
“Siamo in una fase congiunturale in cui tutto sta andando a meraviglia”, ha dichiarato, dal canto suo, Jan-Egbert Sturm, direttore del KOF, il centro di ricerche congiunturali del Politecnico di Zurigo.
Va tutto bene, in primo luogo, per l’industria svizzera d’esportazione, non più penalizzata dal franco forte.
La valuta elvetica, infatti, si è progressivamente indebolita, prima nei confronti dell’euro e, poi, pure nei confronti del dollaro. Che la situazione sia rosea, per l’economia svizzera , lo dimostrano le previsioni di una crescita vigorosa del PIL che, quest’anno, dovrebbe toccare il 2,8%.
Tornando alla crescita dell’occupazione c’è un dato singolare da tener presente: tra le professioni più ricercate non figurano quelle che presuppongono una formazione accademica ma, piuttosto, quelle che prevedono, unicamente, un apprendistato. Ovvero idraulici, carpentieri e operai metallurgici.
Una conferma del successo della “formazione duale” svizzera, con la formazione di base in azienda e presso la scuola professionale.
Un sistema che offre, ai giovani motivati e ai giovani adulti, una preparazione di alto livello qualitativo e un accesso diretto al mercato del lavoro.
Da rilevare, infine, che la tendenza registratasi a fine 2017 si è confermata, anche, nei primi mesi del 2018. Disoccupazione ferma al 2,7%. con l’eccezione di Neuchà¢tel, dove il tasso è al 4,9%. Ma a Berna è sotto l’1,9 %.
(da agenzie)
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Maggio 22nd, 2018 Riccardo Fucile
IL NEW YORK TIMES LO SMENTISCE, FIGURA DI M… INTERNAZIONALE… A VIENNA HA CITATO UNA UNIVERSITA’ CHE NON ESISTE…E SPUNTANO ACCUSE DI AVER SOSTENUTO IL METODO STAMINA DI VANNONI DICHIARATO ILLEGALE
Le prime grane per Giuseppe Conte, premier indicato da Luigi Di Maio per il governo M5s-Lega, arrivano dalla verifica del suo curriculum e del suo passato, sui quali si sono scatenati media e social.
“Professore in diritto civile, che tra l’altro ha perfezionato gli studi anche alla New York University”.
Questo si legge nel curriculum di dodici pagine di Conte, pubblicato sul sito della Camera dei Deputati.
Ma il corrispondente dall’Italia del New York Times, Jason Horowitz, ha iniziato a fare le sue verifiche per accertarsi che tutte le informazioni relative al futuro primo ministro italiano siano vere. E a quanto pare c’è già un dubbio non da poco.
“Giuseppe Conte, potenzialmente il prossimo leader italiano, ha scritto che ‘perfezionò e aggiornò i suoi studi’ alla New York University, ma, quando abbiamo chiesto, ci è stato risposto: “Una persona con questo nome non compare nei nostri archivi come studente o membro di facoltà “, si legge in un tweet, in cui il giornalista posta il lungo articolo pubblicato sul Nyt
Nel suo curriculum ufficiale, inviato alla Camera dei Deputati in occasione delle elezioni a componente del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (incarico poi ottenuto) a pagina 2, Conte dichiara di aver trascorso, ogni estate, dal 2008 al 2012, almeno un mese nell’Università americana.
La portavoce della New York University, Michelle Tsai, smentisce però l’informazione: “Una persona con questo nome non compare nei nostri archivi come studente o membro di facoltà “, aggiungendo che è possibile che Conte abbia seguito qualche programma di due giorni per i quali la scuola non tiene registri.
La questione degli studi si arricchisce di altri dettagli.
“Il prof. #GiuseppeConte ha perfezionato gli studi giuridici a Vienna, all’International Kulturinstitute. Che non esiste. Esiste, invece l’Internationales Kulturinstitute , che è una scuola di lingue”, si legge in un tweet della giornalista Jeanne Perego.
Il dubbio sulla veridicità del curriculum suscita immediate reazioni. “Se fosse confermato quanto scrive il New York Times saremmo di fronte ad un caso gravissimo di taroccamento. Se gli studi di conte alla Nyu non ci sono mai stati, che garanzie ci sono sulle altre voci del suo curriculum? Iniziare con una bugia non è certamente il miglior viatico per chi è stato presentato al capo dello Stato come possibile premier”, è il commento del deputato del Pd Michele Anzaldi. Che aggiunge: “E pensare che il suo nome era già stato portato al Colle nella sceneggiata elettorale del fantagoverno presentato da Di Maio prima del voto, un fantagoverno ora scomparso definitivamente dai radar. Sarebbe bene che Conte e M5s chiarissero subito anche su conflitto d’ interessi (essendo un avvocato amministrativo) e sul tetto stipendi (compreso il suo) per rispetto del Quirinale e degli italiani”.
A lui fa eco la deputata Pd Alessia Morani, che su Twitter scrive: “Iniziamo bene”.
Dai social arriva però un’altra accusa a Conte, e stavolta non riguarda il curriculum, ma la posizione espressa dal professore in merito alla vicenda Stamina.
Nel 2013, Conte ha rappresentato una famiglia che si batteva in tribunale perchè la figlia, affetta da una grave malattia, potesse essere ‘curata’ con il metodo Stamina, il protocollo a base di staminali ideato da Davide Vannoni ma bocciato prima dall’intera comunità scientifica mondiale e poi dalle inchieste della magistratura italiana.
Ma il ruolo di Conte in quella vicenda non sarebbe puramente professionale, visto che il premier in pectore è stato tra i promotori, assieme all’attrice Gina Lollobrigida, di una fondazione che finanzia l’accesso alle cure compassionevoli in casi di malattie non curabili: Fondazione Stamina fu scelta come prima beneficiaria del sostegno finanziario di quella fondazione.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 21st, 2018 Riccardo Fucile
IL PREMIER NON PUO’ ESSERE UN RE TRAVICELLO CHE REGNA MA NON GOVERNA E UN ESECUTORE DI UN CONTRATTO EXTRAPARLAMENTARE FONDATO SU DEFICIT E VIOLAZIONE DELLE NORME EUROPEE… SUL NO A SAVONA MINISTRO DELL’ECONOMIA PUO’ SALTARE TUTTO
Andando al punto: è evidente che se non ci fossero stati ancora problemi o nodi da sciogliere, Sergio
Mattarella avrebbe convocato, già per la giornata di domani, il professor Giuseppe Conte per il conferimento dell’incarico.
E invece il capo dello Stato, prima di dare l’incarico, ha deciso di ascoltare i presidenti di Camera e Senato, per una “riflessione” sul passaggio finale di questa lunga e delicata crisi.
Una mossa, in controtendenza rispetto ai toni trionfalistici dei due partner del governo carioca che già alla Vetrata hanno dato per scontato ciò che scontato non è e spingendosi, come nel caso di Di Maio, ad incoronare il nuovo premier in una conferenza stampa on the road all’uscita dal Quirinale.
È una frenata quella di Mattarella perchè, appunto, ci sono ancora nodi sostanziali da sciogliere.
Detta in modo un po’ tranchant: può anche non esserci un veto sul professor Conte, come effettivamente non c’è, ma la questione non è riducibile a un nome, presentato come un esecutore di una linea e di un programma stabilito dai due leader di partito.
Il tema di fondo è il governo: la sua credibilità , la sua forza, la sua collocazione internazionale.
E c’è un motivo se, nel corso dei colloqui, il capo dello Stato ha fatto presenti alle delegazioni le sue preoccupazioni per i conti pubblici, ora che è ripresa l’effervescenza dei mercati.
E se ha ricordato ai due ruggenti leader l’articolo 95 della Costituzione: “Il presidente del consiglio dei ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”.
Non un esecutore di un contratto extraparlamentare ma il responsabile, sulla base di un programma votato dal Parlamento, del governo, della sua maggioranza, della collegialità dei ministri.
Ha cioè un ruolo di direzione politica, non di obbedienza ai leader che lo hanno scelto.
Non è un mistero che, per una figura del genere, fosse auspicata una soluzione politica, che avrebbe avuto la forza della legittimazione, in mancanza di una “credibilità ” e di uno “standing internazionale” già acquisiti.
In assenza di entrambi i requisiti — standing e legittimazione — si rischia dare al mondo l’impressione ricavata a caldo da Financial Times, che così ha bollato il nome del nuovo possibile premier italiano: “Un principiante”.
E si rischia di darla se un premier debole non è affiancato da una squadra che abbia un profilo autorevole e definito, in relazione agli asset fondamentali, dalla collocazione internazionale alle garanzie sulla gestione dei conti pubblici.
E si capisce cosa ci sia dietro quell’invito di Mattarella alla responsabilità sul tema dell’Economia.
Perchè qualche danno è stato già prodotto.
I mercati, che non sono uno strumento nelle mani di quattro complottardi, hanno già cominciato a “prezzare il rischio Italia”, perchè — come avvenuto nella Grecia di Tsipras – non occorre aspettare i provvedimenti, ma bastano l’euforia degli annunci a incrinare il rapporto di fiducia: un contratto di governo che, a fronte di ingenti parametri di spesi certi offre coperture incerte, un nome del premier che, appena circolato, non ha contribuito a rasserenare mercati e investitori, da ultimo indiscrezioni di nomi di ministri che annunciano tensione con l’Europa proprio sul tema della tenuta dei conti pubblici.
Ecco il punto.
Di ministri se ne parlerà ufficialmente col presidente incaricato, ma è già ipotizzabile che se in quella lista dovesse comparire il nome di Paolo Savona, che in queste ore circola con sempre maggiore insistenza, è inevitabile che qualche problema si potrebbe porre, perchè l’economista, una volta di provata fede ciampiana, è diventato un alfiere delle posizioni anti-europeiste e delle teorie dello sforamento del deficit.
È questo il vero punto di tensione che si registra, parlando con fonti dei partiti se, ancora prima di salire al Colle, Matteo Salvini affidava ai suoi questo ragionamento: se Mattarella non fa passare Paolo Savona, si può anche far saltare tutto e tornare al voto, perchè non possiamo farci imporre il ministro dell’Economia.
Ecco il punto politicamente rilevante, in un governo in cui il premier assomiglia a un “re travicello”, che regna ma non governa.
E dove governano i due leader di partito, nelle vesti di due ingombranti sub-premier. L’uno, Salvini a capo di quel ministero dell’Interno che, come accaduto con Minniti, è diventato, nei fatti e nella percezione, un super-ministero che sulla sicurezza e sui migranti condiziona anche Esteri e Giustizia.
L’altro, Di Maio, a capo di un super-ministero formato da Welfare e Sviluppo che si configura come un grande polo di spesa da cui passano i principali punti del contratto che ha fatto impennare lo spread.
Il ministero dell’Economia è il vero cuore pulsante, da cui dipende l’intera operazione, perchè è chiaro che un rigorista attento al tema delle coperture renderebbe esangue sia la retorica antieuropeista di Salvini sia il programma di spesa di Di Maio.
E più in generale definisce il profilo del governo lì dove la sbiadita figura del titolare dell’azione del governo non aiuta a farlo, nel rapporto con l’Europa e sul tema delle coperture.
La “riflessione”, e con essa la frenata impressa da Mattarella, è tutta qui.
Siamo al dunque. Al tema dell’interesse nazionale, che il custode della Costituzione deve garantire.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 21st, 2018 Riccardo Fucile
L’HOT SPOT ALLO ZEN NON LO VUOLE NESSUNO, MA LE MOTIVAZIONI SONO DIVERSE
Entrambi sono contrari all’apertura di un hotspot per migranti nel quartiere popolare dello Zen. Ma lo sono in modo concettualmente diverso.
La posizione sull’immigrazione del Movimento 5 stelle divide i consiglieri comunale di Palermo.
Da una parte c’è l’ex candidato sindaco alle amministrative dello scorso anno, Ugo Forello, dall’altra Igor Gelarda, suo sfidante alle primarie.
Il primo è il fondatore di Addiopizzo, l’associazione antiracket che nei primi anni duemila guidò la ribellione contro le estorsioni ai commercianti in città .
Il secondo, invece, è un poliziotto e si era avvicinato al Movimento quando Beppe Grillo aveva rilanciato sul blog la denuncia del sindacato Consap, da lui guidato: le forze di polizia — diceva il sindacalista- non avrebbero avuto gli strumenti essenziali per far fronte al rischio contagio da tubercolosi mentre svolgevano il servizio di accoglienza per i migranti.
A far deflagrare la polemica adesso è appunto il centro per migranti che il governo nazionale vorrebbe costruire allo Zen, il quartiere popolare a nord della città .
Sia Gelarda che Forello si sono schierati contro l’hotspot allo Zen ma si sono spaccati sulle politiche da adottare per fronteggiare il fenomeno migratorio.
“La tutela dei diritti umani per noi viene prima di tutto. Per questo non crediamo che l’hotspot sia lo strumento adatto per accogliere e aiutare i migranti. Palermo non ha bisogno di luoghi in cui vengono violati i diritti fondamentali e che offrono poche garanzie a chi vi è ospitato”, era la linea indicata da Forello, capogruppo del M5s al consiglio comunale del capoluogo. Posizione condivisa da quattro consiglieri: Giulia Argiroffi, Concetta Amella, Viviana Lo Monaco e Antonino Randazzo.
Diversa l’opinione di Gelarda, che ha attaccato gli apparteneneti al suo stesso partito. “Apprendo con stupore e mio malgrado, che sull’immigrazione la posizione del gruppo consiliare del Movimento 5 Stelle di Palermo è diversa rispetto a quella del Movimento nazionale. Lascerei al nuovo governo, che sembra avere le idee ben chiare su come affrontare la vicenda immigrazione, stabilire di cosa ha bisogno la nostra nazione in tema di politica dell’accoglienza”, dice il poliziotto.
Gelarda in pratica ha confermato il suo parere contrario all’apertura di un hotspot a Palermo, ma citando la “chiara volontà ” del nuovo governo targato M5s-Lega (che per la verità ancora non c’è) di “dare una stretta al fenomeno migratorio, con una vera politica di rimpatri”
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 21st, 2018 Riccardo Fucile
DOVE POTEVA ACCADERE SE NON A GENOVA DOVE IL DELIRIO SOVRANISTA SI STA COPRENDO DI RIDICOLO? … L’AGENZIA DEI SERVIZIO CONDANNATA A PAGARE 3000 EURO E A MODIFICARE IL BANDO
Il bando dell’Agenzia servizi Territoriali che cerca giardinieri, purchè italiani, è discriminatorio. 
Lo ha stabilito una sentenza del tribunale civile di Torino che ha condannato l’agenzia a modificare il bando.
L’offerta di lavoro viene pubblicata a metà ottobre dall’agenzia servizi territoriali di Genova: l’Aster cerca operai da assumere con un contratto di apprendistato per 30 mesi dopo un periodo di prova di tre mesi e un percorso formativo di 120 ore.
Ci sono alcuni paletti: per accedere al bando occorre essere maggiorenni ma under 30, avere un diploma di scuola secondaria a indirizzo agrario o un titolo di studio di scuola professionale; e poi essere cittadini italiani non esclusi dall’elettorato politico attivo.
Al massimo il bando accetta candidati con cittadinanza di uno dei paesi dell’Unione europea.
Sono questi ultimi due i punti che hanno fatto saltare sulla sedia gli avvocati dell’Asgi, Associazione studi giuridici sull’immigrazione, che hanno fatto ricorso contro il bando.
L’associazione ha sede legale a Torino e per questo il tribunale competente è quello del capoluogo piemontese, anche se la genovese Aster ha provato a sollevare un difetto di giurisdizione.
Gli avvocati Alberto Guariso, Livio Neri e Marta Lavanna hanno sostenuto che la formula con cui è stato concepito il bando sia stata discriminatoria e il giudice ha dato loro ragione, condannando l’azienda genovese a pagare all’Asgi circa tremila euro.
Spesso i migranti e i richiedenti asilo vengono impiegati con la formula dei “lavori socialmente utili” in lavori molto simili a quelli proposti dal bando dell’azienda territoriale genovese, ed è anche per questo che la formula scelta nel bando – che esclude i cittadini extracomunitari anche in possesso di un permesso di soggiorno e di lavoro – ha fatto suonare i campanelli d’allarme dell’associazione torinese.
“E’ un atto discriminante da parte del datore di lavoro – scrive il giudice Ludovico Sburlati – ogni comportamento che produce un effetto di pregiudizio sui lavoratori in ragione della loro appartenenza ad una cittadinanza”.
Il giudice ha condannato l’azienda a cambiare i termini del bando “indicando che è consentita la partecipazione anche a tutti i cittadini di paesi terzi in possesso di un titolo di soggiorno che consenta l’accesso al lavoro, e fissando un nuovo termine per la presentazione delle domande”.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 21st, 2018 Riccardo Fucile
NON ESISTE NEANCHE L’AIUTO AGLI ENTI LOCALI PER FINANZIARE POLITICHE DI WELFARE FAMILIARE
Diritti civili dimenticati e politiche sociali ancora troppo timide.
Per i primi neppure un cenno tra i punti del contratto di governo tra 5 Stelle e Lega, che riesce a tenere ancora sepolte le leggi sull’eutanasia e quella sullo ius soli.
È prevista, invece, una spesa fino a 17 miliardi di euro per le politiche della famiglia. È l’unica cifra messa nera su bianco, perchè non vengono in alcun modo indicate le risorse con cui, ad esempio, verrebbero stanziati rimborsi per asili nido e baby sitter, fiscalità di vantaggio, ma anche l’aiuto agli enti locali per finanziare politiche di welfare familiare.
Fa discutere, in questa direzione, la previsione del sostegno per servizi di asilo nido in forma gratuita a favore però solo delle famiglie italiane. Un provvedimento che rischia di essere incostituzionale.
NON CI SONO I DIRITTI
Grandi assenti dal contratto di governo sono i diritti civili. Lo aveva previsto e dichiarato in un’intervista a LaPresse l’onorevole Monica Cirinnà , prima firmataria della legge che ha introdotto le unioni civili in Italia e promotrice del ddl ‘Contrasto all’omofobia e alla transfobia’.
“Con un governo M5S-Lega non ci sarà alcun progresso a riguardo” ha detto solo un paio di settimane fa parlando proprio del ddl approvato alla Camera il 19 settembre 2013, approdato in Senato pochi giorni dopo e lì dimenticato. Nel contratto manca anche la legge sull’eutanasia, che avrebbe dovuto seguire quella sul biotestamento approvata a dicembre scorso, dopo 11 anni di battaglie. La legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia è stata depositata il 13 settembre 2013 e, dopo quattro anni e mezzo, giace ancora in Parlamento senza che sia stata mai discussa. E resta tuttora, stando al contratto, fuori dalle priorità di un eventuale governo formato da Movimento 5 Stelle e Lega.
LO IUS SOLI MORTO E SEPOLTO
Stessa sorte toccata anche ad altre leggi, come quelle sull’apologia al fascismo e sullo Ius Soli. Sostenuto da Pd, Mdp e Sinistra italiana, il provvedimento è stato approvato alla Camera nel 2015, ma al Senato la discussione non è mai iniziata, soprattutto a causa dell’opposizione di Lega Nord che ha presentato decine di emendamenti, Forza Italia e Alternativa Popolare.
Morto e sepolto, senza speranza di essere ripescato dopo che a dicembre scorso Palazzo Madama non ha fatto neppure finta di discutere la legge. È mancato il numero legale: hanno esultato dai banchi della destra, sono rimasti in silenzio quelli di sinistra.
Poi la polemica con Liberi e uguali che ha dato la colpa al Pd e l’attacco dei dem al Movimento 5 stelle, mentre l’Unicef chiedeva scusa “agli 800mila compagni di classe dei nostri figli”.
POLITICHE SOCIALI
Accanto alla misura del reddito di cittadinanza, nel contratto si fa riferimento anche alle ‘Politiche per la famiglia e la natalità ‘ per sostenere le quali, invece, si prevede una spesa fino a 17 miliardi di euro.
Partiamo dal testo. “È necessario rifinanziare gli enti locali — c’è scritto nel contratto — dando priorità al welfare familiare (come ad esempio il sostegno per servizi di asilo nido in forma gratuita a favore delle famiglie italiane, le politiche per le donne, per gli anziani e la terza età , il sostegno alle periferie), in un’ottica di sinergia tra tutte le componenti dello Stato per raggiungere gli obiettivi di sviluppo economico di qualità e per far uscire il Paese dalla crisi economica”.
ESCLUSE LE FAMIGLIE STRANIERE
Intanto sta già suscitando polemiche la correzione apportata durante le ultime ore della trattativa e con la quale si escludono le famiglie straniere da ogni tipo di aiuto. Nelle prime bozze, invece, tutte le misure previste che avevano come obiettivo l’incremento della natalità erano destinate anche le famiglie straniere residenti in Italia da almeno 5 anni.
Anche se la linea di Salvini finora ha prevalso, potrebbe sollevare dubbi di incostituzionalità , dato che i cittadini stranieri pagano le tasse comunali e quelle sul reddito.
Oggi negli asili nido comunali si entra in base a una graduatoria aperta a tutti i bambini, mentre l’ammontare della retta viene calcolato in base alla dichiarazione dei redditi.
IL SOSTEGNO ALLE MADRI
Un’altra riflessione riguarda il riferimento alle donne. Intanto perchè quello sulle Politiche per la famiglia è l’unico punto del contratto (fatta eccezione per la proroga della misura sperimentale ‘opzione donna’) dove le donne vengono menzionate, mentre questo aspetto è strettamente connesso con la questione dell’occupazione femminile.
“Occorre introdurre politiche efficaci per la famiglia — si legge — per consentire alle donne di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro, anche attraverso servizi e sostegni reddituali adeguati”.
Da un lato si mette a fuoco il problema, dall’altro si dà per scontato che spetti alla donna conciliare la professione con le esigenze familiari.
D’altro canto in Italia, stando ai dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro, sale il numero delle mamme lavoratrici che si dimettono per motivi legati alla cura della famiglia. Tra le cause padri che non sfruttano il congedo parentale, nessuna parità nello svolgimento delle faccende domestiche, pochi (e troppo cari) asili nido.
Tra le priorità indicate nel contratto “l’innalzamento dell’indennità di maternità , un premio economico a maternità conclusa per le donne che rientrano al lavoro e sgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli”.
Passi timidi per tamponare il macigno di un’occupazione femminile ferma al 52,5%. Nel contratto, ad esempio, non c’è alcun obbligo per le aziende a mantenere al lavoro le donne che hanno partorito, nè sono previste sanzioni per chi le licenzia.
(da agenzie)
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