Maggio 21st, 2018 Riccardo Fucile
IL TWEET DI MARINE LE PEN E L’INCONTRO PREVISTO DI SALVINI CON LO XENOFOBO BANNON, CACCIATO PERSINO DA TRUMP
Esulta Marine Le Pen per le notizie sull’imminente governo Lega-M5S provenienti da Roma: “Dopo il
Fpoe in Austria – si legge in un tweet della presidente del Front National – la Lega in Italia. I nostri alleati arrivano al potere e aprono prospettive strabilianti, innanzitutto con il grande ritorno delle Nazioni!”.
Steve Bannon, l’ex stratega di Donald Trump, sarà in Italia in settimana per incontrare il leader della Lega Nord, Matteo Salvini.
Lo riporta l’agenzia Bloomberg, nell’ambito di un’intervista all’ex consigliere della Casa Bianca.
Bannon è stato allontanato persino da Trump perchè considerato troppo estremista e xenofobo, è detto tutto.
(da agenzie)
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Maggio 21st, 2018 Riccardo Fucile
IL GIORNALE HA SOTTOLINEATO COME UN’ONDATA DI VENDITE SI E’ ABBATTUTA SUI TITOLI DI STATO ITALIANO DOPO L’IPOTESI DEL CONTRATTO TRA I DUE CAZZARI
Un principiante della politica proposto come premier italiano (Political novice Giuseppe Conte proposed as Italy’s Pm).
Questo il titolo del Financial Times che apre l’edizione online su Giuseppe Conte, il candidato presentato da M5s e Lega come presidente del Consiglio al Quirinale.
Ora, scrive ancora il quotidiano finanziario londinese, sarà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a decidere se affidargli il mandato di formare il governo. Il giornale ricorda ancora che da quando i due partiti, definiti “populisti”, hanno trovato l’intesa sul contratto di governo un’ondata di vendite si è abbattuta sui titoli di stato italiani facendo impennare lo spread.
(da agenzie)
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Maggio 21st, 2018 Riccardo Fucile
L’AVVISO AGLI INVESTITORI: LA SOCIETA’ DI CONSULENZA FINANZIARIA ANALIZZA LA RISPOSTA DEI MERCATI
Diversificare “il più possibile” i propri investimenti, non legando anche il proprio risparmio alla sorte
delle vicende politiche italiane.
Nel giorno in cui Piazza Affari affonda a -1,5% e lo spread schizza a quota 187 punti, con i rendimenti dei Btp decennali ai massimi da tre anni e mezzo, arriva un avvertimento chiaro agli investitori.
Lo manda la società di consulenza finanziaria Moneyfarm, che avverte sul rischio Italia.
Perchè esiste il rischio Italia? “Non si può fare a meno di notare che il differenziale con i bund tedeschi è rimasto costantemente, negli ultimi anni, il più alto dell’area Eurozona (a parte quello greco). In termini di valutazione del rischio sovrano, quando e si è parte di un sistema interconnesso, come è il caso dell’Italia nei confronti dell’Unione Europea, trovarsi nelle posizione di essere percepiti come la componente più problematica del gruppo di riferimento non è mai positivo”, spiega Moneyfarm. “Questo perchè automaticamente si diventa l’elemento più esposto in caso di crisi esogene e si è sottoposti a un livello di attenzione superiore”, aggiunge la società di consulenza.
“L’Italia si trova al momento in questa scomoda posizione. Ora che si avvicina la fine del Quantitative Easing, ciò che tutti guarderanno è il livello di disciplina fiscale che il governo saprà garantire e i rapporti con l’Unione Europea”, si legge ancora nel report.
A pesare, secondo Moneyfarm, sono le coperture del contratto di governo messo a punto da Lega e 5 Stelle.
“Qualsiasi agenda politica deve porsi il problema delle risorse: se legittimamente si sceglie di adottare il debito come strada per attuare il proprio programma, bisogna allora tenere in grande considerazione la percezione di coloro a cui si intende chiedere i soldi a prestito. Questo vuol dire che la percezione dei creditori sia necessariamente corretta e accurata? No, anzi spesso è piuttosto approssimativa, ma ciò non vuol dire che sia irrilevante e che sia saggio ignorarla”.
Il programma, secondo Moneyfarm, prevede un gran numero di misure fiscali che si preannunciano piuttosto costose.
Flat tax con creazione di due aliquote Irpef per lavoratori e imprese (15% e 21%), questa misura dovrebbe accompagnarsi all’eliminazione delle varie detrazioni fiscali (in realtà questa intenzione, che era stata annunciata nel programma, appare in maniera piuttosto generica all’interno del contratto, come un’indicazione alla semplificazione del sistema fiscale).
Il reddito di cittadinanza per sostenere i cittadini in condizione di povertà , limitato a due anni a cui si dovrebbe accompagnare il rafforzamento dei centri dell’impiego.
Lo scardinamento delle clausole di salvaguardia (12,5 miliardi per quest’anno) e il superamento della legge Fornero sulle pensioni.
A queste misure si accompagnerebbe l’eliminazione delle accise benzina anacronistiche, il rimpatrio dei migranti tramite aereo, l’assunzione di nuove forze dell’ordine, investimenti pubblici per 6 miliardi, la riforma del Jobs act, investimenti alle famiglie.
“Insomma – sottolinea la società di consulenza – il conto di tutte queste misure è piuttosto salato. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani presso l’Università Cattolica stima una spesa a regime dai 105 ai 125 miliardi, intorno al 5% del Pil ogni anno (a cui dovrebbe essere aggiunta la spesa di rimpatrio dei migranti). Anche considerando solo le misure più care ai partiti (flat tax, reddito di cittadinanza, legge Fornero e clausole Iva) la spesa prevista si aggira intorno ai 90 miliardi. Al contrario le coperture indicate nel programma – come il taglio dei costi della politica e delle pensioni d’oro — oltre all’abolizione delle misure che i nuovi provvedimenti dovrebbero sostituire (le detrazioni “aggredibili” ammontano a 26 miliardi di euro), ammonta venti e i trenta miliardi. Visto che il programma non specifica delle tempistiche sicure, si presume che si opterà per una sua attuazione graduale e selettiva. Certamente la crescita del Pil potrebbe alleggerire l’effetto di queste misure sui conti pubblici. Tuttavia queste misure, così come sono state presentate, non sembrano compatibili con la traiettoria di controllo e di riduzione del debito.
“Questo scetticismo può generare due tipi di interpretazione da parte degli investitori, si legge nel report. Il primo è quello di chi non crede che questo programma possa essere realistico e che quindi in fase di implementazione verranno posti dei paletti, individuate delle priorità con un’azione selettiva che diluisca l’effetto sui conti pubblici. Il secondo è di chi crede che questo programma porterà il Paese verso il dissesto finanziario”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 21st, 2018 Riccardo Fucile
PER L’AGENZIA DI RATING CON IL GOVERNO DEI DUE CAZZARI AUMENTERANNO DEFICIT E DEBITO… MILANO PEGGIORE LISTINO IN EUROPA
Nel giorno in cui prende quota il nome di Giuseppe Conte come possibile presidente del Consiglio e arriva l’allarme dell’agenzia di rating Fitch, i mercati mostrano ancora segnali di forte nervosismo: Piazza Affari chiude a -1,52 per cento.
Lo spread schizza a quota 187 e soprattutto il rendimento del Btp decennale sale fino al 2,41%, ai massimi da tre anni e mezzo.
Il ‘contratto’ di governo alla base di un governo Lega-M5S “aumenta i rischi per il profilo di credito sovrano, in particolare attraverso un allentamento di bilancio e un potenziale danno alla fiducia”, scrive Fitch, secondo cui “è incerto in che misura questi rischi si tradurranno in una valutazione creditizia più debole, dipenderà dalla capacità del governo di realizzare il suo programma”.
L’agenzia di rating spiega che il rischio politico era stato un fattore cruciale nella bocciatura dell’Italia decisa nell’aprile 2017, quando il rating fu portato a BBB con outlook stabile (confermato il 16 marzo scorso).
Fitch fa notare che il reddito di cittadinanza, la flat tax e cambiamenti all’età pensionabile “aumenterebbero significativamente il deficit dal 2,3% del pil dello scorso anno”.
Secondo l’agenzia, le misure proposte per aumentare le entrate fiscali “non controbilancerebbero questi impegni e il programma non è in linea con l’obiettivo di riduzione del debito pubblico del governo in arrivo”.
Fitch si aspetta di conseguenza che l’anno prossimo il deficit superi il 2% del pil previsto in primavera.
Il debito pubblico “estremamente alto”, al 131,8% del pil a fine 2017, è considerato un fattore cruciale che tiene a freno il rating sul nostro paese.
Fitch sostiene che un’uscita dall’eurozona sia “altamente improbabile” vista l’attenuazione delle politiche anti-euro nella versione finale del programma.
“Tuttavia, la loro presenza in una bozza iniziale sottolinea l’antipatia che M5S e lega nutrono per l’euro e la loro disponibilità a fare marcia indietro rispetto alle regole fiscali Ue”.
Alcuni dati mostrano l’incremento del rischio Italia. Il mercato appare preoccupato per i piani di spesa del nuovo governo e vede una maggiore possibilità di default, rendendo la protezione più costosa.
Sebbene il livello di 130 punti base dell’Italia sia ancora lontano dal massimo da 10 anni di quasi 600 registrati durante la crisi della zona euro nel 2011 e nel 2012, il ritmo dell’aumento dei cds è spia del clima di crescente preoccupazione degli investitori.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 21st, 2018 Riccardo Fucile
“SARA’ BATTAGLIA IN PIAZZA”… COMINCIA LO SPETTACOLO, SALVINI FARA’ MANGANELLARE GLI OPERAI?
«Sant’Ilario è una bella zona, siamo pronti ad andarci in massa qualora il contratto di programma tra
Lega e M5s dovesse confermare la volontà di chiudere l’Ilva».
Lo afferma Armando Palombo, delegato Fiom Cgil, dopo che Lorenzo Fioramonti, consulente economico di Luigi Di Maio, indicato quale ministro dell’Economia in pectore, ha annunciato che i 5S sono per una chiusura programmata dell’Ilva con riconversione economica.
A Sant’Ilario vive Beppe Grillo, padre del M5s.
«Sono sconcertato – prosegue Palombo – qui parlano persone che non conoscono le reali situazioni. A Genova abbiamo fatto un accordo di programma, non ci fidavamo della politica allora, figuriamoci ora. Siamo pronti a manifestare con tutte le nostre forze».
Palombo è stato contattato dalla tv Primocanale che ha sentito anche altri sindacalisti. Antonio Apa, segretario generale Uilm, dice: «Dell’ipotesi chiusura c’è scritto testualmente nel contratto, non solo nel blog del M5s. Bisogna vedere qual è l’idea di green economy che hanno in mente».
Per Alessandro Vella, segretario generale Fim Cisl spiega: «È possibile ambientalizzare e allo stesso tempo mantenere la sidurergia in Italia. Ma se il programma del nuovo governo sarà quello prospettato della chiusura, sarà battaglia in piazza».
All’Ilva di Cornigliano lavorano circa 110 persone, mentre altri 370 sono impegnati in lavori socialmente utili in base a un accordo sulla cassa integrazione.
(da “il Secolo XIX”)
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Maggio 21st, 2018 Riccardo Fucile
“TARDIVA” L’OFFERTA DI SALVINI DI FAR PARTE DELLA COMPAGLIA DI (PRESA IN) GIRO
Fumata nera con Fdi. Sia Di Maio che Salvini hanno trascorso la mattinata di attesa a Montecitorio. E proprio nel Palazzo si è svolto un incontro che avrebbe potuto cambiare i confini della maggioranza, ma che non ha avuto esito positivo: Matteo Salvini ha visto Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, nel tentativo di coinvolgere l’alleato del centrodestra nell’operazione del governo.
Ma Meloni non ha ceduto alle lusinghe, valutando come ‘tardiva’ l’offerta di fare parte del nuovo esecutivo. L’allargamento della maggioranza sarebbe risultata particolarmente utile al Senato, dove la compagine giallo-verde può contare solo su sei voti di margine.
L’agenzia di stampa AdnKronos, inoltre, ha ricostruito il faccia a faccia. “Che volete fare?” avrebbe detto Salvini a Meloni. La risposta, per quanto cordiale, è stata ferma: niente da fare. Questo a causa del programma, che ignora troppi punti che FdI considera centrali. Secondo quanto si apprende, il partito per quanto abbia apprezzato il tentativo di Salvini, ha giudicato il passo “tardivo”, fuori tempo massimo. Il governo Lega-M5s, dunque, non potrà contare sui voti della Meloni.
(da agenzie)
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Maggio 21st, 2018 Riccardo Fucile
GRAZIE A UNA GIUNGLA DI NORME CHE VIOLANO LA PROGRESSIVITA’, I BENESTANTI SONO GIA’ SUPERFAVORITI RISPETTO A LAVORATORI E PENSIONATI
La favola della goccia. E la realtà della pagnotta. 
La prima è la fortunata immagine utilizzata dai teorici del neoliberismo, dai tempi di Reagan e Thatcher, per giustificare i tagli delle tasse per i più ricchi: dai ceti privilegiati, i benefici sarebbero destinati a scendere verso il basso, come una goccia, premiando anche le classi medie e i più poveri.
Dagli anni Ottanta ad oggi quelle politiche fiscali hanno contagiato il mondo, Italia compresa, nonostante le critiche sempre più forti di molti autorevoli economisti.
Oggi, dopo la crisi esplosa nel 2008, anche l’Ocse, l’organizzazione economica delle nazioni più sviluppate, pubblica poderosi studi pieni di statistiche che smentiscono le profezie neoliberiste: anni di dati mostrano che i miliardari diventano sempre più ricchi, la classe media continua a impoverirsi, i nullatenenti restano in miseria.
Alla prova dei fatti, la favola della goccia è servita solo ad aumentare le disuguaglianze.
I padri della nostra Costituzione, nel 1948, avevano disegnato un sistema fiscale opposto: il principio base, fissato dall’articolo 53 della legge fondamentale, è la progressività .
Significa che i ricchi devono pagare più tasse dei poveri. E il fisco deve seguire questa via maestra per raggiungere obiettivi di equità , giustizia sociale e crescita economica duratura.
Per capirlo basta cambiare esempio e sostituire all’evanescenza della goccia la concretezza del cibo.
Se una famiglia ricca ha mille pagnotte e lo Stato gliene preleva metà , con le altre cinquecento può continuare a ingrassare, far festa e magari lasciarne ammuffire gran parte in dispensa.
Ma se in casa c’è solo una misera pagnotta e le tasse se ne portano via mezza, la famiglia povera la consuma tutta e soffre comunque la fame.
Nella storia dell’economia, questo concetto si chiama “utilità marginale”: il valore del primo pezzo di ricchezza è altissimo, mentre per ogni aumento successivo continua a scendere.
Per capirlo non c’è bisogno di lauree: basta il buon senso. Al mercato la millesima pagnotta si vende allo stesso prezzo, ma vale infinitamente meno della prima, quella che ci fa sopravvivere.
Per questo, in un’Italia uscita distrutta dalla Seconda guerra mondiale, la Costituzione aveva imposto a tutti i governanti, presenti e futuri, un sistema progressivo: chi ha di più, deve versare di più.
Giusto ed efficiente, hanno scritto e ripetuto generazioni di studiosi. Il quadro previsto dai politici migliori della nostra storia, però, è diventato realtà con un quarto di secolo di ritardo, nel 1974.
E da allora è stato modificato e distorto da più di 200 leggine. Al punto che oggi il professor Franco Gallo, ex presidente della Corte Costituzionale, parla di «un sistema fiscale incrostato, al collasso, che favorisce chi più ha e ormai non è più nè generale nè progressivo».
La storica riforma del 1974, intitolata al compianto ministro repubblicano Bruno Visentini, è quella che ha creato l’Irpef: un’unica imposta generale, cioè applicabile a tutte le persone, e fortemente progressiva, con tasse che salgono all’aumentare dei redditi.
L’Irpef è tuttora basata su quel sistema a gradini, chiamati scaglioni: per i più poveri, niente tasse. Poi, per ogni fetta aggiuntiva di reddito, la percentuale di prelievo (l’aliquota) sale.
La scala originaria aveva ben 32 gradini e per i più ricchi l’aliquota arrivava al 72 per cento. Rispetto alla precedente stratificazione disordinata di imposte statali e locali, il sistema originario era molto semplificato: la tassa è unica, conta solo il livello di reddito, con poche detrazioni e deduzioni (cioè tagli di imposte applicabili solo ad alcune categorie).
Oggi l’Irpef continua ad essere la tassa più pagata dagli italiani, ma la sua struttura è stata stravolta.
La differenza più vistosa è che in cima alla piramide, per i più ricchi, le imposte sono scese al 43 per cento. Mentre le aliquote si sono ridotte a cinque in tutto: per subire i livelli di tassazione più alti del mondo (dal 38 per cento in su) in Italia basta superare il gradino dei 28 mila euro lordi all’anno, tredicesima compresa. Il risultato è che la classe media è stritolata.
Ad aggravare il problema è l’evasione fiscale, che in Italia è enorme: il 13,5 per cento del Pil, secondo un famoso studio della Banca d’Italia, che ha confrontato i consumi effettivi registrati dall’Istat con i redditi dichiarati al fisco.
Questo significa che gli italiani onesti pagano anche per gli evasori: circa cento miliardi in più. E che il grosso dell’Irpef (82 per cento) si scarica sul popolo dei lavoratori dipendenti (52 per cento) e pensionati (30), che non possono evadere.
«Di fronte alla crisi economica che stiamo vivendo», commenta Gallo, il massimo esperto di Costituzione e fisco, «bisognerebbe ridisegnare, anzi ricostruire la curva della progressività , per rimediare all’eccesso di pressione fiscale sui redditi di una classe media sempre più impoverita. Invece si continua a sottrarre tassazione all’Irpef con aliquote fisse e imposte sostitutive, che sono il contrario della progressività , dell’equità fiscale e della giustizia sociale».
Tranne l’Irpef, che nel 2016 ha portato nelle casse dello Stato 166 miliardi di euro, tutte le altre tasse sono regressive.
Cioè non distinguono tra ricchi e poveri: si paga sempre la stessa percentuale.
E senza regole generali: decine di categorie hanno ottenuto privilegi e sconti dai governi amici. Il nostro sistema fiscale è diventato la giungla delle aliquote. Da sempre i meno tassati sono i redditi da capitale: rendite finanziarie, utili societari, guadagni di Borsa. L’aliquota più diffusa è del 26 per cento.
Quindi il ricchissimo investitore che incassa dividendi milionari paga meno tasse della sua impiegata, che sopra uno stipendio di 2.153 euro al mese (lordi) deve sborsare il 27 per cento. Il miliardario americano Warren Buffett, nel 2011, scrisse al New York Times che gli sembrava ingiusto versare metà dell’aliquota dei suoi impiegati (17 per cento contro 33).
L’iniquità fiscale però non spaventa i politici italiani, che invece di aumentare hanno tagliato l’aliquota ai capitalisti (era al 27,5).
Sui titoli di Stato si scende al 12,5 per cento, anche qui senza differenziare tra il possidente che accumula decine di milioni e il pensionato con poche migliaia di euro. Anche i premi di produttività sono usciti dall’Irpef, con un’aliquota unica del 10 per cento che vale sia per i super-bonus dei manager sia per i miseri incentivi concessi, se la fabbrica va bene, all’operaio siderurgico.
Al padrone di una società che vende la sua quota va ancora meglio: può pagare un’imposta sostitutiva dell’8 per cento.
Senza distinzioni tra chi incassa plusvalenze stratosferiche e il piccolo imprenditore che cede l’aziendina di famiglia. I guadagni di una vita di lavoro pesano come un clic al computer di uno speculatore di Borsa.
Agli studiosi non resta che misurare l’aumento dei privilegi e delle disuguaglianze. «La riduzione o azzeramento delle tasse sui redditi da capitale è una tendenza che si è estesa a tutto il mondo dagli anni Novanta ed è collegata alla globalizzazione», spiega Luciano Greco, docente di scienza delle finanze e direttore del centro di ricerca sull’economia pubblica delle università di Padova, Venezia e Verona.
«Di fronte alla mobilità dei capitali finanziari, gli Stati reagiscono con una concorrenza fiscale al ribasso. Nel 1990 si contavano 12 paesi dell’Ocse con un’imposta generale sulla ricchezza netta, oggi ne restano solo quattro».
Le tasse sui patrimoni, cioè sulla ricchezza totale anzichè sui redditi annui, in Italia passano per un’idea vetero-comunista, anche se tra i fautori spicca Luigi Einaudi, capo dello Stato negli anni della ricostruzione, che proponeva di tassare i capitali improduttivi e i latifondi agrari, per spingere i possidenti a creare imprese e lavoro. «Il dibattito sulla tassazione dei capitali segna la storia dell’economia moderna, il primo scontro oppose David Ricardo, che era favorevole, a Malthus, contrario», fa notare il professor Greco. «I paesi dove è nato il capitalismo hanno tuttora imposte rilevanti sulle proprietà immobiliari e sulle successioni».
Rispetto all’Italia, negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e Francia si paga il doppio o il triplo di tasse sulla casa, con aliquote fino a otto volte superiori per eredità o donazioni.
E queste imposte pagate dai figli di papà , ovviamente, riducono i carichi fiscali su lavoro e imprese.
Il tradimento della giustizia fiscale promessa dalla nostra Costituzione si completa con altre grandi imposte regressive.
L’Iva ha tre aliquote fisse, dal 4 al 22 per cento, che variano secondo il prodotto, non in base alla quantità acquistata o al reddito, come le accise sulla benzina: due entrate da 130 miliardi, quasi come l’Irpef. I contributi che servono a pagare le pensioni e gli assegni sociali valgono oltre 220 miliardi, si sommano alle tasse sul lavoro e sulle imprese (formando l’insostenibile cuneo fiscale), ma non sono progressivi: c’è un’altra giungla di aliquote proporzionali fisse, che dipendono solo dal tipo di attività . Indifferenti alla ricchezza dei contribuenti sono anche le addizionali Irpef regionali e comunali (16 miliardi) e la cedolare secca sugli affitti, ferma al 21 per cento sia per il mono-proprietario che per il palazzinaro con decine di immobili.
E in agricoltura i redditi non vanno neppure dichiarati: le tasse si calcolano su astratti valori catastali (estimi), bassissimi, varati nell’Italia dei mezzadri e dei pastori, ma applicabili anche ai moderni viticoltori doc con auto di lusso, camerieri, villa e piscina.
In questa giungla di tartassati e di privilegiati, l’avvocato Sebastiano Stufano, uno dei migliori tributaristi italiani, vede una sola via d’uscita, rivoluzionare il sistema: «Sarebbe giusto e più efficiente ridurre le imposte sul lavoro e sulle imprese, senza cedolari o imposte sostitutive, per aumentare la tassazione sui grandi patrimoni, sulle ricchezze improduttive, possedute da chi non ha fatto nulla per generarle. Un sistema progressivo generale favorirebbe la crescita economica e risponderebbe ai principi di equità e redistribuzione dei redditi codificati dalla Costituzione».
(da “L’Espresso”)
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Maggio 21st, 2018 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE EMERITO DELLA CORTE COSTITUZIONALE: “UMILIAZIONE DEL PARLAMENTO E DEL PRESIDENTE, UNA PARTITOCRAZIA MAI VISTA”
Da una parte c’è il voto del 4 marzo che “ha detto una cosa semplice e una difficile. Quella semplice è un desiderio di rottura; quella difficile è il compito ricostruttivo“. Dall’altra ci sono i poteri di Sergio Marttarella che “teoricamente potrebbe respingere le proposte fattegli. Ma, se lo immagina il caos che ne deriverebbe?”.
Sono gli scenari disegnati da Gustavo Zagrebelsky in un’intervista al quotidiano Repubblica.
Il capo dello Stato riceverà nel pomeriggio le delegazioni di Lega e Movimento 5 stelle per le consultazioni che potrebbero essere decisive per il governo.
Ma non è scontato che dal presidente della Repubblica arrivi un avallo totale alle proposte di Matteo Salvini e Luigi Di Maio.
“Sembra si stia configurando un governo a composizione e contenuti predeterminati, totalmente estranei al Parlamento e al presidente della Repubblica. Il quale rischia di trovarsi con le spalle al muro per effetto di un contratto firmato davanti al notaio. Eppure, la nomina del governo spetta a lui. Lui non è un notaio che asseconda muto”, ha detto il presidente emerito della Corte costituzionale.
“Se egli accettasse a scatola chiusa ciò che gli viene messo davanti, si creerebbe un precedente verso il potere diretto e immediato dei partiti, un’umiliazione di Parlamento e presidente della Repubblica, una partitocrazia finora mai vista”.
Quindi, come si comporterà il capo dello Stato?
“Il presidente, ricordando vicende del passato, ha detto con chiarezza ch’egli intende far valere le sue prerogative. Potrebbe procedere a nuove consultazioni, e poi conferire un incarico corredato da condizioni che spetta a lui dettare, come rappresentante dell’ unità nazionale e primo garante della Costituzione“.
Zagrebelsky ha qualche perplessità anche sui contenuti del contratto di governo siglato da Lega e M5s.
“Questo — spiega — non è un contratto ma un accordo per andare insieme al governo. Insomma, un patto di potere, sia pure per fare cose insieme. Niente di male. Ma chiamarlo contratto è cosa vana e serve solo a dare l’idea di un vincolo giuridico che non può esistere”.
A focalizzare la preoccupazione del costituzionalista sono soprattutto “i vincoli generali di bilancio. Mi pare che, sulle proposte che implicano spese o riduzioni di entrate, si discuta come se non ci fosse l’ articolo 81 della Costituzione che impone il principio di equilibrio nei conti dello Stato e limiti rigorosi all’ indebitamento. Ciò non deriva (soltanto) dai vincoli europei esterni, ma prima di tutto da un vincolo costituzionale interno che non riguarda singoli provvedimenti controllabili uno per uno, ma politiche complessive”.
L’ex presidente della Consulta si dice poi “colpito dalla superficialità con la quale si trattano i problemi della sicurezza. Dall’insieme, emerge uno Stato dal volto spietato verso i deboli e i diversi”, dall’autodifesa all’uso del Taser”, fino alle misure contro l’immigrazione clandestina: il presidente della Repubblica avrebbe motivo di intervenire, “contro involuzioni che travolgono traguardi di civiltà faticosamente raggiunti”.
Quanto al “comitato di conciliazione“, osserva, è “cosa piuttosto innocua se rimane nella dinamica dei rapporti politici tra i contraenti. Cosa pericolosissima, anzi anticostituzionale, se dalle decisioni di tale comitato si volessero far derivare obblighi di comportamento nelle sedi istituzionali, del presidente del Consiglio, dei ministri, dei parlamentari”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 21st, 2018 Riccardo Fucile
NON SI PARLA PIU’ DI CONCORRENZA E MERITO, MISURE ASSISTENZIALI FINE A SE STESSE E FAVORI ALLE BANCHE E A PARTECIPATE
I commenti apparsi sulla stampa dopo la pubblicazione della versione finale del «contratto per il
governo del cambiamento» si sono focalizzati sulla genericità e talvolta contraddittorietà del documento, nato dalla fusione di due anime, quella dei 5 stelle e quella leghista.
Insomma, il contratto non sarebbe caratterizzato da una sua identità , se non da un generico desiderio di cambiamento.
Che il contratto rifletta un compromesso tra due anime è evidente. Ma esiste secondo me un chiaro elemento unificatore e riguarda il ruolo che lo Stato dovrebbe avere nella nuova Italia «pentalegata».
Il contratto prevede un chiaro rafforzamento del ruolo dello Stato nell’economia, in aperta rottura con gli sviluppi degli ultimi due-tre decenni in cui nei principali Paesi avanzati lo stato era arretrato rispetto al mercato.
Beh, non è che nel nostro Paese il mercato abbia poi fatto mai tanta strada. Se da un lato si privatizzavano molte imprese a livello nazionale, dall’altro il «capitalismo degli enti locali» cresceva a dismisura (con le sue oltre 10.000 società partecipate).
Anche a livello nazionale, la Cassa Depositi e Prestiti ha pian piano ampliato il proprio ruolo come gestore di imprese.
E la prescrizione, introdotta nel 2009, di approvare ogni anno una legge sulla concorrenza ha prodotto una singola legge, quella del 2017, legge peraltro annacquata dal Parlamento rispetto alla versione iniziale. Insomma, non proprio un trionfo del liberismo.
Ma la novità è che il contratto pentalegato si muove decisamente in senso opposto, verso un allargamento del ruolo dello Stato nell’economia e una deresponsabilizzazione dell’individuo.
Facciamo qualche esempio. Quello più evidente è l’accettazione del principio del deficit pubblico come motore della crescita attraverso più «investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostegno al potere d’acquisto delle famiglie».
Il contratto comporta aumenti di spesa pubblica di oltre cinquanta miliardi.
Poi però, visto che lo Stato, oltre ad essere presente, deve anche essere generoso viene pure previsto un taglio massiccio della tassazione attraverso la flat tax, la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva e tagli alle accise, con un potenziale effetto complessivo sul deficit tra i 110 e i 125 miliardi di euro a regime.
Il contratto non dice quasi nulla sulle coperture: si prevede una copertura attraverso tagli degli sprechi (quali?), una miglior gestione del debito pubblico (come?) e un aumento, e questo è il punto, del deficit, anche se «appropriato e limitato» (che significa?) come dice la versione finale del contratto.
Ma questo è solo l’inizio.
Troviamo nel contratto tante altre cose che ampliano il ruolo dello Stato nell’economia.
C’è la banca per gli investimenti, che dovrebbe fra l’altro effettuare finanziamenti all’innovazione «con il fine di perseguire le politiche di indirizzo del ministero dell’Economia e delle finanze».
Sempre nel settore finanziario, c’e l’intenzione di mantenere il Monte dei Paschi di Siena nell’area pubblica («lo Stato azionista deve provvedere alla ridefinizione della mission… in un’ottica di servizio»).
C’è lo Stato che interviene in soccorso di chi sembrerebbe penalizzato dalle logiche di mercato, compresi i piccoli azionisti delle banche (che verrebbero esclusi da un eventuale bail-in), e, naturalmente chi non ha un reddito superiore ai 780 euro e che quindi riceverebbe il reddito di cittadinanza (fra l’altro, al contrario di quanto scritto da alcuni giornali, il contratto non prevede che il diritto al reddito di cittadinanza duri solo due anni; la formulazione è poco chiara ma sembrerebbe che i due anni si riferiscano al periodo di tempo entro il quale tre offerte di lavoro possono essere rifiutate prima che il diritto al reddito venga meno; dopo due anni si riprenderebbe quindi a contare il numero dei rifiuti).
Il contratto promette anche di ridurre al minimo la compartecipazione dei cittadini alla sanità , anche di quelli che magari potrebbero permettersi di pagare qualcosa.
È anche interessante notare quello che non c’è.
Non si parla di concorrenza come elemento essenziale per migliorare l’efficienza economica.
Anzi si considera necessario superare gli «effetti pregiudizievoli per gli interessi nazionali derivanti dalla direttiva Bolkenstein» (sulla liberalizzazione del mercato dei servizi).
Il contratto non parla quasi mai di merito: dove è andata a finire la proposta dei Cinque stelle di creare un ministero della meritocrazia?
Ora, non sarò certo io a sostenere la sacralità del mercato. Il mercato va regolato per evitarne gli eccessi. Ma qualche domanda me la pongo. P
ossibile che l’Italia non possa crescere più rapidamente se non facendo più deficit pubblico? Non è pericoloso riporre troppa fiducia nella capacità dello Stato di risolvere tutti i problemi?
Non si finisce per proteggere posizioni di rendita se non si aumenta la concorrenza? E’ una buona idea tornare alle banche pubbliche?
Cosa eviterà il loro uso come strumento di interessi politici particolari, come accaduto in passato?
Perchè quelli che fino a pochi mesi fa avevano ripetutamente criticato la mala gestione delle oltre 10.000 società partecipate dagli enti locali, ora intendono estendere la partecipazione pubblica a livello nazionale?
Un reddito di cittadinanza a vita è appropriato? Non scarica sullo Stato l’onere che gli individui dovrebbero avere di cercarsi un lavoro?
E, perchè se una banca va bene i piccoli azionisti dovrebbero incassarne i profitti, ma se la banca va male deve essere lo Stato e quindi tutti i contribuenti a pagarne le conseguenze?
Carlo Cottarelli
(da “La Stampa”)
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