Novembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile
CATANIA E’ DIVENTATA IL PORTO SICURO DEL MINISTRO, MA NON DEL DIRITTO… ZUCCARO SI PRESENTI ALLE ELEZIONI SE VUOLE FARE POLITICA
Carlo Bonini su Repubblica oggi spiega perchè la richiesta di archiviazione nei confronti di Matteo Salvini fatta da Carmelo Zuccaro, il procuratore che ha ipotizzato reati poi considerati inesistenti dai giudici nei confronti delle ONG, dimostra che Catania è il porto sicuro del ministro, ma non del diritto:
Zuccaro chiede ora infatti al Tribunale dei ministri che l’accusa di sequestro di persona nei confronti del ministro dell’Interno venga archiviata perchè il trattenimento illegale sulla Diciotti è stato «giustificato dalla scelta politica, non sindacabile dal giudice penale per la separazione dei poteri, di chiedere in sede Europea la distribuzione dei migranti in un caso in cui, secondo la convenzione Sar, sarebbe toccato a Malta indicare il porto sicuro».
È un argomento stupefacente.
E che, tuttavia, ha il pregio di non dissimulare l’enormità del principio che afferma, oltre a tradirne la natura politica.
Il procuratore di Catania dovrebbe infatti limitarsi – lo dice la lettera della legge che trova nell’articolo 96 della Costituzione il suo presupposto – a valutare, senza compiere nessun tipo di indagine, la sussistenza degli elementi cosiddetti soggettivi ed oggettivi del reato.
Detta altrimenti, e nel caso specifico, l’esistenza di un trattenimento illegittimo a bordo di una nave e la volontarietà e consapevolezza (il cosiddetto dolo) dell’atto con cui quell’abuso si è consumato.
Quindi, una volta ravvisatane l’esistenza, rimettere gli atti al Tribunale dei ministri perchè il collegio compia gli atti istruttori nel merito e valuti l’eventuale responsabilità dell’indagato chiedendo alla Camera di appartenenza che lo liberi dall’immunità .
Zuccaro infatti non nega l’accaduto (nè potrebbe, essendo il fatto avvenuto ed essendo stato qualificato come sequestro di persona da due magistrati prima di lui).
Ma, sostituendosi alla valutazione che spetta al Tribunale dei ministri in prima istanza e, in caso di richiesta di giudizio, alla Camera di appartenenza dell’indagato, anticipa una valutazione squisitamente politica che non gli compete.
E lo fa individuando una “ragion di Stato” (il braccio di ferro con Bruxelles e Malta) che, per giunta, si trasforma, prima ancora che un processo abbia inizio, in scriminante “oggettiva” ignota al codice penale.
Con un esito a ben vedere paradossale, se portato alle estreme conseguenze. Invocando genericamente il principio della separazione dei poteri e della «insindacabilità » di una scelta politica da parte della giurisdizione, il procuratore di Catania nega infatti la ragion d’essere stessa di una legge che disciplina un procedimento di accusa nei confronti di esponenti del governo accusati di un reato commesso in ragione e per fini politici.
Infatti, intanto esiste una procedura speciale per i reati ministeriali, in quanto è data la possibilità che un membro del governo o un presidente del Consiglio, nel suo agire politico, commetta un reato che ritiene giustificato dalla “ragione di Stato”.
Zuccaro consegna insomma l’agire politico all’agognata condizione del legibus solutus, allo stato di eccezione rispetto al principio di uguaglianza di fronte alla legge.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA A UN POST DELL’EX SOCIALE… IL NOSTRO PENSIERO: PINO ANDREBBE RICORDATO DA CHI NON NE HA TRADITO IL MESSAGGIO POLITICO
Botta e risposta al vetriolo fra Gianni Alemanno e la sua ex moglie, Isabella Rauti. 
A innescare la tensione tra i due è stato un post in cui l’ex sindaco di Roma ricorda il suocero, Pino Rauti, storico leader del Movimento Sociale Italiano.
“2 novembre 2012-2018. Onore a Pino Rauti, maestro del pensiero nazional-popolare. Questa martellata al Muro di Berlino è il simbolo di una vita dedicata a ricostruire l’Europa dei popoli, delle identità e dei valori”, scrive Alemanno postando una fotografia di Rauti che, martello e scalpello alla mano, si appresta a colpire il muro. Pronta la risposta di Isabella Rauti, oggi senatrice di Fratelli d’Italia: “Non sei degno di ricordarlo!”.
A entrambi preferiamo rispondere che Pino andrebbe ricordato da quei militanti che non ne hanno mai tradito il messaggio politico.
Ed è meglio che non aggiungiamo altro, per carità di patria.
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Novembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile
IL M5S E’ IN CADUTA LIBERA, HA BISOGNO DI DISTRIBUIRE PRIMA DELLE EUROPEE QUALCHE BRICIOLA O CROLLA… SALVINI REGGE MEGLIO PERCHE’ ANCHE SENZA RIDURRE LE TASSE CONTA SUL VOTO DEGLI PSICOPATICI RAZZISTI
«Siamo stati sempre chiari. Il reddito sarà operativo nei primi tre mesi del 2019. Se vedo un problema non è nelle risorse o nelle norme ma quando qualcuno non crede in quello che stiamo facendo. Se qualche membro del governo non crede in quello che stiamo facendo allora è un rischio per i cittadini prima di tutto».
Luigi Di Maio manda il suo primo penultimatum democristiano al governo Lega-M5S in un’intervista rilasciata oggi e l’obiettivo è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, “simbolo” delle perplessità del Carroccio sulla nuova fase economica e sulle sue ripercussioni.
Da giorni Giorgetti e l’ala trattativista del governo stanno infatti spingendo per rimandare le riforme più costose della Manovra del Popolo a metà del 2019, per costruire una legge di bilancio con meno spese e più digeribile in sede europea. Dall’altra parte i grillini vogliono tenere il punto un po’ perchè l’obiettivo del 2019 sono le elezioni europee e presentarsi a mani vuote metterebbe a rischio il progetto M5S, un po’ perchè anche questo è un modo per tenere alto lo scontro con Bruxelles in attesa di nuove occasioni di contrasto.
La figura da caciottari fatta dal M5S Europa con il video di Djisselbloem manipolato è la cartina di tornasole dell’atteggiamento ostile dei grillini nei confronti dell’Europa, che spesso va al di là della semplice ottusità percepita: nella replica in cui i grillini sostengono di aver ragione loro dimostrano di non aver nemmeno capito di cosa stesse parlando davvero l’ex presidente dell’Eurogruppo.
Dall’altra parte c’è la Lega. «Il reddito di cittadinanza ha complicazioni attuative non indifferenti — ammette il potente sottosegretario leghista — Se riuscirà a produrre posti di lavoro, bene. Altrimenti resterà un provvedimento fine a se stesso».
Quello che Giorgetti non esplicita è che il ritardo per organizzare i centri per l’impiego — necessari per dare il via libera al reddito — è talmente accentuato che ogni ipotesi di rendere operativa la riforma «al massimo entro fine marzo», come sostiene Di Maio, rischia di rivelarsi una pia illusione.
La controffensiva grillina prevede come prima mossa il rifiuto dello strumento del disegno di legge come veicolo della riforma. «Faremo un decreto», promette Di Maio perchè ha capito che alle brutte potrà mettere la fiducia e chiudere la discussione nel primo momento utile.
Tommaso Ciriaco su Repubblica dice poi che c’è da lavorare sulle perplessità del ministero dell’Economia:
Giovanni Tria sostiene ormai con ogni interlocutore che la manovra presentata all’Europa indica un deficit sovrastimato, al 2,4%. In realtà , prevede in privato, si rivelerà più basso, probabilmente al 2%.
La ragione? Parte delle risorse stanziate non saranno realmente spese proprio a causa dei ritardi sul reddito di cittadinanza e sulla Fornero.
Il ministro dell’Economia vorrebbe addirittura mettere nero su bianco questa proiezione al ribasso, per rasserenare mercati e Commissione europea. Ma il divieto del Movimento è categorico.
A Palazzo Chigi intanto si affaccia un altro dato allarmante: l’indice per le attività del settore manifatturiero di ottobre arretra come mai negli ultimi quattro anni. Un nuovo segnale che la battaglia contro l’Europa e la tensione sui mercati fiaccano la crescita e rischiano di far debordare ulteriormente i conti pubblici.
Lo strumento del decreto per il reddito di cittadinanza poi continua a destare perplessità tecniche oggettive: sono stati stanziati 9 miliardi all’anno, di cui 6,8 freschi e il resto ereditato dal REI di Gentiloni.
Ingenti, ma insufficienti per dare 780 euro ai 6 milioni e mezzo di poveri che Di Maio vuole raggiungere.
A questo punto, spiega Valentina Conte su Repubblica, si aprono alcune prospettive di compromesso che però potrebbero portare i grillini ad avere difficoltà elettorali significative nel momento dell’attuazione:
Ecco dunque il primo nodo: erogare meno soldi di quanto promesso o limitare la platea? Al momento si sa che reddito e pensione saranno vincolati all’Isee della famiglia, l’indicatore di reddito e patrimonio. E che questo non supererà i 9.360 euro. L’assegno poi dovrebbe essere di soli 500 euro per un single. I restanti 280 euro verrebbero erogati per pagare l’affitto o semplicemente non assegnati, se si abita in una casa di proprietà (come il 20% dei potenziali beneficiari, soprattutto al Sud). Troppi i punti interrogativi.
A partire dalle modalità di distribuzione del denaro. Serve una domanda all’Inps o tocca allo Stato avvertire il cittadino povero, come ripete la viceministra all’Economia Laura Castelli?
Bisogna avere un conto corrente o arriva a casa una social card? Ci sono vincoli “etici” di spesa, tipo sigarette no e pane sì, come pure sosteneva Di Maio? Se non si spende tutto, il resto si perde?
E poi il nodo dei nodi: i centri per l’impiego. C’è un miliardo all’anno per riformarli (in partenza erano due). Ma occorre tempo. Come assicurare allora le tre offerte di lavoro “congrue” — adatte cioè al curriculum e non lontane da casa — che, se rifiutate, fanno perdere l’assegno?
Il rischio che qualcosa o molto vada storto è palese. Restringere la platea potrebbe portare molti che magari hanno votato il M5S pensando di avere diritto a rimanere cocentemente delusi, con evidenti ripercussioni nel segreto delle prossime urne. Ampliarla potrebbe voler dire finire nella polemica delle maglie larghe sui giornali a partire dal primo giorno del provvedimento, scatenando così una tortura della goccia elettorale con ripercussioni più lente ma più catastrofiche nel medio periodo. Comunque vada, rischia di essere un insuccesso.
O di bloccarsi tutto prima per una crisi dello spread.
(da “NextQuotidiano“)
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Novembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile
DI MAIO: “IL REDDITO DI CITTADINANZA E’ NEL CONTRATTO”
Parole da separati in casa. Noi e Loro. 
Il Movimento 5 Stelle e la Lega, chi vuole il reddito di cittadinanza e chi non manca di esprimere molti dubbi sui costi e sull’efficacia della proposta chiave del programma pentastellato, confluita nel Contratto di Governo.
Luigi Di Maio parla al Corriere della Sera e avverte Matteo Salvini che il reddito di cittadinanza s’ha da fare, o la coalizione non ha più senso.
“Siamo stati sempre chiari, Il reddito sarà operativo nei primi tre mesi del 2019. Se vedo un problema non è nelle risorse o nelle norme, ma quando qualcuno non crede in quello che stiamo facendo. Se qualche membro del governo non crede in quello che stiamo facendo allora è un rischio per i cittadini prima di tutto”.
Il riferimento è ai dubbi espressi da Giancarlo Giorgetti sul reddito di cittadinanza. Secondo il sottosegretario alla Presidenza con la flat tax l’atteggiamento Ue e dei mercati sarebbe stato diverso.
Hanno fatto loro una scelta politica. Sono le loro scelte per la legge di bilancio. Io sono soddisfatto delle mie, se loro non sono soddisfatti delle loro non dipende da noi
Di Maio prende il Contratto come riferimento per portare avanti l’esperienza di Governo. Anche dinanzi alle resistenze e alle minacce europee.
“Non arretriamo di un millimetro sia per quello che c’è nel testo, sia per quello che ancora non c’è ma verrà aggiunto in Aula e mi riferisco a più soldi per la scuola, alla misura sulle pensioni d’oro e sui tagli all’editoria” […] “Se il tema è mettere in discussione il reddito di cittadinanza o il superamento della Fornero non c’è rilievo che tenga. Specifico che ci sono ulteriori tagli agli sprechi da fare e andremo fino in fondo”.
Di Maio esclude che servano i voti di Fratelli d’Italia, non teme i sondaggi che lo vedono in calo e sminuisce anche le tensioni interne al Movimento 5 Stelle.
Parole da separati in casa, a cui i vice premier devono porre rimedio.
“Nessuna polemica, con il Movimento 5 Stelle stiamo lavorando bene” dice il vice premier Matteo Salvini.
“Andiamo avanti uniti per il cambiamento del paese” aggiunge il leghista, che sottolinea nella sua frase come il reddito di cittadinanza debba servire per il reinserimento nel mondo del lavoro.
A stretto giro sui social si pronuncia Di Maio: “Andiamo avanti, c’è un contratto di governo firmato e da realizzare”.
E il contratto parla di reddito di cittadinanza.
(da agenzie)
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Novembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile
“CI AVEVANO PROMESSO LA RESTITUZIONE TOTALE, INVECE E’ SOLO IL 30% COME AVEVA FATTO IL PD”
“Niente di diverso da quello che ha fatto e che ha detto il Pd”. Così l’Associazione Vittime del Salvabanche attacca il governo Conte sulla questione dei rimborsi agli azionisti.
“Hanno preso un sacco di voti promettendo che avrebbero ridato a tutti, indistintamente, l’intero ammontare del loro investimento perduto, e finalmente, dopo mesi di chiacchiere e slogan, arriva la norma di legge del governo M5S-Lega, sui rimborsi. Un rimborso parziale (solo nella misura del 30%) che verrà dato agli azionisti che ‘hanno subito un danno ingiusto, riconosciuto con sentenza del giudice o con pronuncia dell’Arbitro’”, spiega l’associazione.
Giuseppe Conte in uno dei suoi primi impegni pubblici come presidente del Consiglio incontrò proprio una delegazione delle “vittime” delle banche promettendo risarcimenti totali e completi.
L’impegno di questo nuovo esecutivo, scrive ancora l’associazione, “che tanto si proclama come governo del cambiamento sarebbe dovuto essere quello di mettere in discussione i decreti incostituzionali di risoluzione delle 4 banche e delle 2 venete emanati dal Pd alla Corte Costituzionale, costringere le banche che hanno acquistato ad 1 euro a metterci i soldi per rimborsare tutti, sarebbe dovuto essere quello di punire i responsabili compreso Banca Italia e Consob, invece alla fine, al netto della propaganda si seguono le orme del Pd. Non solo: lasciare ancora gente a zero a fronte ai tanti soldi stanziati e strombazzati a favore dei media è deleterio e sconfortante al pari dell’azzeramento stesso”.
Nella nota l’Associazione Vittime del Salvabanche mostra “nel concreto” cosa è cambiato per le tre categorie di risparmiatori delle 4 banche e delle banche venete: per gli obbligazionisti (con rapporto negoziale diretto) sia delle 4 banche che delle banche venete “praticamente non si è fatto nulla di nuovo, perchè si applicano semplicemente gli strumenti che aveva messo in piedi il vecchio governo; quindi rimborso forfait o arbitrato da liquidare tramite il Fitd, ma sempre vincolati dai medesimi paletti (reddito Irpef e data di acquisto). Inoltre, nonostante le cose promesse in campagna elettorale, chi aveva ricevuto il suo 80% non potrà certo aspirare di recuperare il restante 20“.
Quanto a quelli con rapporto negoziale indiretto, scrive ancora l’associazione, “in generale potremo dire che gli obbligazionisti esclusi dai rimborsi dal precedente governo, rimangono esclusi anche dal nuovo: coloro infatti che avevano comprato da intermediario non sono stati presi in considerazione, quindi non avevano ottenuto niente prima, e neppure adesso. Ma occorre ribadire — continua la nota dell’associazione — che la discriminazione tra truffati in questa vicenda non ha senso in quanto, anche a seguito delle audizioni in Commissione d’Inchiesta, è apparso con evidenza a tutti che la truffa è stata di sistema e non allo sportello.
Sul fronte degli azionisti, “i ristori sono parziali del 30% nella misura massima di 100mila euro, a cui poi andranno decurtati tutti i dividendi storicamente percepiti, e questo contribuirà ad abbassare sensibilmente il valore del rimborso, ma non solo: accettando queste cifre rinunceranno automaticamente a qualunque altra pretesa di rimborso di quanto perso in seguito ai crack.
Quindi riassumendo: al di là delle rassicurazioni del governo viene confermato ‘l’onere della prova’, ovvero la necessità di disporre di una sentenza o una pronuncia favorevole riconosciuta ufficialmente per poter accedere al fondo di ristoro. Ma soprattutto cade il mantra delle ‘restituzioni totali’: il ristoro arriverà solo fino al 30% di quanto perso, e comunque fino a un massimale di 100mila euro”.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile
TUTTE LE PROMESSE TRADITE…AVANTI FINO A ESAURIMENTO FIGURACCE
Le prossime vittime sacrificali saranno i No MUOS: anche loro si sono affidati alle promesse del
MoVimento 5 Stelle per le antenne di Niscemi che fanno parte del sistema di comunicazioni satellitari USA.
E anche loro finiranno per essere sacrificati sull’altare della real politik, esattamente come i NO TAP, i NO ILVA e forse, magari con un piano apposito che già comincia a circolare, i NO TAV.
Repubblica oggi riepiloga in un’infografica tutti problemi del MoVimento 5 Stelle con la realtà , ovvero tutti i dossier a cui hanno promesso risoluzioni più o meno immediate e semplici che però non sono fattibili.
Una caratteristica che è precipua del M5S sin dagli inizi: “Per fare l’inceneritore a Parma dovrete passare sul cadavere di Pizzarotti”, diceva Grillo nei comizi che hanno preceduto la prima vittoria significativa alle elezioni del movimento suo e di Casaleggio.
Sei anni dopo Pizzarotti è ancora sindaco anche se ha lasciato i 5 Stelle e l’inceneritore è ancora lì, senza che nessuno sia arrossito per questo.
Adesso tocca agli altri. L’ILVA e il TAP sono andati, Ischia avrà il suo bel condono e il M5S continuerà a raccontare bufale per mettere insieme improbabili operazioni verità , quelli del MUOS hanno già capito l’aria che tira e sotto esame ci sono adesso le infrastrutture al Nord: Gronda, Terzo Valico, Pedemontana e naturalmente TAV. L’alleato di governo vuole le opere, il M5S deve fare l’analisi costi-benefici per farsi dire che magari c’era il modo per risparmiare asfaltando una mulattiera e percorrendola a dorso di un mulo e via, avanti con la sceneggiata.
Fino a esaurimento figuracce.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE DEL FATTO DIFENDE LO STOP ALLA PRESCRIZIONE
Marco Travaglio va all’attacco di Matteo Salvini. E stavolta, il motivo del contendere sta nell’atteggiamento della Lega riguardo ai due emendamenti al ddl spazzacorrotti proposti dal ministro Bonafede – “prescrizione dei reati bloccata con la sentenza di primo grado e carcere vero per chi evade o froda il fisco” – che in queste ore hanno scatenato i malumori del Carroccio.
Provvedimenti che, nel suo “Ladrometro”, il direttore del Fatto Quotidiano ritiene carte fondamentali nella “partita decisiva, anzi mortale, che si sta giocando in queste ore: quella per la rivoluzione delle uguale per tutti, che aiuterebbe l’Italia a ridurre l’unico vero spread davvero preoccupante”.
A opporsi a questo “circolo virtuoso”, per Travaglio, sono “la lobby dei colpevoli e dei loro avvocati. Una potentissima legione, che trova nei giornaloni la sua cassa di risonanza e, – per l’appunto – in Salvini il suo santo patrono e protettore”.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile
I SOLDI PROMESSI DA TONINELLI NON ESISTONO, LA RAGGI VITTIMA DELLA SUA INCOMPETENZA (IL BANDO RIMOZIONI BOCCIATO PER LA SESTA VOLTA)
I soldi non ci sono. 
Dal ministero dell’Economia arriva una risposta tutt’altro che in codice alle richieste di Virginia Raggi e del Comune di Roma per la manutenzione straordinaria delle strade e per tappare le buche della Capitale.
I soldi che Danilo Toninelli aveva promesso, è il ragionamento di via XX Settembre, vanno trovati e stanziati, quindi coperti.
Ci vuole tempo, spiega oggi il Messaggero, ovvero la stessa cosa che la Giunta Raggi, dopo aver dormito per due anni e mezzo e lavorato male quando era sveglia (il bando rimozioni è stato annullato per la sesta volta: è record), ormai non ha più.
L’unica speranza della sindaca è che ci sia un forte intervento politico del Movimento 5 Stelle: per questo Raggi chiederà l’intervento del vicepremier Luigi Di Maio e, indirettamente, del vice ministro dell’Economia Laura Castelli.
A quel punto i fondi per le buche romane — 180 milioni o meno potrebbero essere recuperato con un emendamento ad hoc, da presentare in Parlamento a cura dei grillini
L’idea che circola in ambienti pentastellati è che nulla avverrà fino a sabato prossimo, quando è prevista la sentenza sul processo di primo grado che vede Raggi imputata per falso nella vicenda relativa all’assunzione di Renato Marra a capo della direzione turismo del Campidoglio.
Se la sindaca supererà indenne lo scoglio, i vertici M5S valuteranno se e come portare avanti alla Camere questo (ulteriore) fronte di scontro con il Mef e quante risorse destinare alla «svolta».
Il Campidoglio chiede inoltre lo sblocco del turnover del personale, che garantirebbe in particolare l’assunzione di duemila vigili urbani, e più risorse da parte dello Stato (personale e soldi) per alcuni compiti particolari, come la salvaguardia dei monumenti e la lotta al degrado.
Tutti soldi che sarebbero potuti arrivare dal taglio del miliardo di sprechi che Daniele Frongia aveva promesso entro il primo anno di consiliatura (dovevano essere reinvestiti addirittura “nel giro di un anno”). Di Maio aveva ribadito la promessa.
Si trattava di una fregnaccia uguale e identica alle coperture per il reddito di cittadinanza. L’ennesima.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile
LO CHIAMANO “BINARIO PARALLELO”, ECCO COME L’ASSOCIAZIONE ROUSSEAU CORRE PIU’ AVANTI DEL M5S
«Avanti, alziamo le mani e ripetiamo: il cambiamento parte da me! Il cambiamento parte da me! Il cambiamento parte da me!». Sembra un incontro motivazionale per smettere di fumare, il credo laico di una qualche setta, un video per risvegliare le energie sullo stile dell’americana Donna Eden (molto apprezzata dalla ex fidanzata di Di Maio Silvia Virgulti).
Invece ad arringare la platea è Giancarlo Cancelleri, già candidato governatore in Sicilia per M5S, referente della funzione Call to action sulla piattaforma Rousseau. Decine di braccia si alzano al suo grido, c’è anche quella di Manlio Di Stefano, di Nunzia Catalfo (funzione Lex, entrambi), dei soci Max Bugani e Enrica Sabatini, anche quella del presidente e dominus, Davide Casaleggio.
«Il cambiamento parte da me!». Accade anche questo, all’ombra dei Cinque Stelle. È accaduto pure il 20 e 21 ottobre, al Circo Massimo: in piena festa M5S, la consacrazione di Rousseau. Spiegazioni, selfie, sorrisi. Il cambiamento parte da me.
Come l’ombra che Peter Pan è costretto a inseguire per i tetti di Londra, così l’Associazione Rousseau corre più avanti del Movimento dal quale in teoria origina. Più avanti, ma discreta. M5S ha il palco principale, il governo, la scena.
Ma nonostante tutto, è come rimasto indietro: sta ancora in Parlamento, sugli striscioni.
Mentre l’Associazione si estende online, lavora verso la democrazia diretta, adesso persino via sms. Sembra un format per il mercato internazionale. Più discreta, ma con un programma preciso.
Lo si intravede ormai quasi sciorinato per punti. Gli eletti, il Parlamento, il capo dello Stato, il premier, i giornalisti, i partiti, e persino M5S alla fine: tutta roba da superare, di cui preferibilmente fare a meno. Alla fine della storia, quando come dice Davide Casaleggio «la partecipazione dei cittadini sarà intrinseca allo Stato», farà tutto ciascuno per sè, via telefono.
Sembrano boutade, invece sono ragionamenti seri.
S’è fatto giusto ora un passo avanti. «Presentiamo una nuova funzione di Rousseau. Abbiamo avviato un nuovo sistema di iscrizione che passa direttamente dall’sms», ha annunciato Casaleggio a Italia 5 Stelle: «Non ci sono più scuse, la partecipazione è necessaria».
Cittadini come consumatori: «Se un diritto viene utilizzato esiste, se trascurato muore». Mandate un messaggio e sarete iscritti. A cosa? All’Associazione, il cuore del Movimento – quindi anche al M5S. Del resto, ombra e luce sono ritagliati sugli stessi contorni, hanno la uguale forma ma non uguale sostanza. In luce, così, sta ciò che fa chiasso: i proclami di Grillo (in ultimo, quello che riguarda i poteri di Mattarella), i bisticci con la Lega sui confini del condono fiscale, le bocciature di Bruxelles alla manovra, insomma M5S. In ombra, ciò che è previsto per il dopo e che si costruisce in contemporanea, giorno per giorno.
Un «binario parallelo», secondo la felice sintesi di Bugani. I pulsanti da spingere, la disintermediazione, l’idea che l’informazione sia a consumo, i diritti siano a richiesta, la politica sia qualcosa che al massimo può somigliare a una associazione di consumatori, una class action in servizio permanente effettivo.
I due piani – luce e ombra – convivono in piena armonia.
Anche Luigi Di Maio, il più compiuto rappresentante dell’M5S che abbiamo davanti agli occhi, quello che conosce l’odore dei Palazzi e il sapore dei compromessi, l’ha spiegato benissimo, quando si è trattato di misurare la differenza tra ieri e oggi: il Movimento potrà anche essere cambiato, ma l’anima no.
E l’anima – attenzione – è l’Associazione Rousseau: qualcosa che fino al 2016 nemmeno esisteva, ma che adesso la narrazione colloca in una dimensione eterna, precedente e quindi indiscutibile.
Qualcosa che infatti ci sarà anche dopo. «Governeremo fino al 2023», assicura Giuseppe Conte parlando ai grillini. «Futuro 2050», c’è scritto in ogni manifesto della Associazione Rousseau.
Ecco, già , la gittata differente. «Il Movimento è cresciuto talmente tanto che quasi non lo riconoscete più. Un po’ come quando mostrate la vostra foto da piccoli. Però, se guardate bene, c’è sempre quell’espressione che è rimasta la stessa», sdolcina Di Maio: «Perchè c’è qualcosa che non cambia mai. La nostra anima è rappresentata dalla partecipazione, dalla condivisione, dall’orizzontalità . In una parola da Rousseau (…) La nostra anima non cambierà mai! Il nostro cuore continuerà a battere». Magari al ritmo dell’ultima suoneria scaricata dalla rete. «Prendete i vostri cellulari non solo per fotografare. Mandate un sms al 43030 con la parola stelle».
Lo dice Davide Casaleggio, Valerio Tacchini, Gianluigi Paragone, Bugani. A ritmo martellante, ogni mezz’ora, al Circo Massimo, un piccolo happening ricorda la cosa agli attivisti, e invita tutti non soltanto a iscriversi ma a far iscrivere «amici e parenti»: consegnando così il proprio numero di telefono, associato a nome e cognome, e poi anche gli altri dati personali, al sistema ripetutamente bucato dagli hacker e sotto lente del Garante della privacy. È la democrazia diretta, bellezza. È il telefono che permetterà di saltare tutto, contribuendo non poco a realizzare il programma ombra già in azione.
A partire da una delle vocazioni originarie, sin dai tempi del Vaffa day del 2007: sciò i giornalisti, astiosi e critici, e i giornali, che oltretutto costano. Il punto è in piena realizzazione.
Importa poco che il sistema di contributi diretti all’editoria sia stato ridotto nel 2008 e abolito nel 2014 (le slide grilline riportano come riferimento «4 miliardi in 15 anni», cioè cominciano a contare dal 2003, cosicchè la cifra è più corposa).
O che, adesso, a poter accedere ai contributi siano solo cooperative giornalistiche, enti senza fini di lucro, periodici delle minoranze linguistiche, imprese che editano periodici diffusi all’estero, pubblicazioni per ipovedenti e associazioni di consumatori (esclusi, invece giornali organi di partito e tutti quelli partecipati da società quotate). In pratica, tra le 50 e le 60 testate, tra cui le maggiori sono Avvenire, Manifesto, Foglio, Libero, per un totale di circa 60 milioni di euro l’anno – ai quali si aggiungono agevolazioni come quelle per la telefonia che invece riguardano tutti i giornali (32 milioni di euro l’anno).
È uguale. Su e giù dai palchi, in ogni sede, i giornali sono indicati come il nemico numero uno: ben oltre i soldi, più ancora delle varie opposizioni. L’ha fatto, anche sul palco di Italia Cinque stelle, la vice presidente del Senato Paola Taverna, come sempre efficace nelle sue sintesi: «Tante volte abbiamo visto criticare questo governo: tutti hanno avuto qualcosa da dire. Ma io vi racconto che ci sono solo due soggetti deputati a giudicare l’opera di un governo. Uno è il Parlamento. L’altro è l’opinione pubblica». In mezzo, niente: semplice no? Si chiama populismo.
«Ebbene voi oggi siete l’opinione pubblica, l’unica che può dire quello che un governo fa, e se lo fa bene. Siete voi l’ultimo tassello che permette di portarci fuori dal pantano, facendo sentire la vostra voce ogni giorno che ci criticano, ci insultano, mentono su quello che stiamo facendo».
È l’opinione pubblica che deve difendere il governo dai giornalisti, spiega la Taverna: «Avete lo strumento di internet, che può spazzare via questa carta stampata che fino ad oggi ha raccontato solo quello che loro volevano, e non quello che volevate voi». Ecco, dunque, spazzare via i media: il governo si mette nelle mani dell’opinione pubblica. E viceversa, è il suggerimento: l’opinione pubblica si affidi direttamente al governo. Senza credere ad altri.
Quindi, spiega sempre dal palco Vito Crimi, sottosegretario con delega all’Editoria, è «con grande orgoglio che vi comunico questa notizia: con la prossima legge di bilancio partirà la progressiva abolizione del finanziamento pubblico ai giornali: nel 2019 li dimezzeremo e nel 2020 spariranno del tutto».
Perfettamente in tempo, peraltro, per l’inizio della terza guerra mondiale, profetizzata da Gianroberto Casalggio nel video Gaia. Nell’attesa, esulta via Facebook Taverna: «Non sono parole, lo stiamo facendo. Adesso capite perchè li abbiamo tutti contro?» Ed ecco, magistralmente, la profezia che si autoavvera. I giornali sono critici perchè li stiamo togliendo i soldi: mica per altro.
Altro giro, altra corsa. «Dovete essere attori protagonisti delle vostre vite e partecipare», ammonisce il giornalista, oggi senatore, Gianluigi Paragone.
E come si diventa protagonisti? «Prendete lo smartphone e inviate un sms al 43030». La faccenda potrebbe rasentare la televendita di materassi, ma invece è una perfetta operazione di marketing, nessuno la prende a ridere, nulla è fuori posto. Tra una «orecchietta monograno» e un «panino 6 cereali», Casaleggio, calato tra gli attivisti 5S più degli stessi ministri spiega che «la democrazia partecipativa non è pericolosa» e «la rete non impoverisce la democrazia, ma la consolida, mettendo il cittadino al centro della società ».
Ecco: il cittadino al centro della società , ma con niente intorno. Il cittadino Stato, in mezzo al deserto. «Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile», aveva detto Casaleggio in una intervista alla Verità all’inizio dell’estate.
Sempre grazie alla rete, naturalmente: tutte le forme di intermediazione diverranno via via non necessarie, è la profezia.
Già adesso, c’è la piattaforma Rousseau, dove «ciascun cittadino può scegliere i propri candidati e proporre leggi». Via gli intermediari dunque, anche in politica: gli attuali eletti M5S, del resto, sono stati scelti proprio in virtù della loro capacià a rappresentare l’intercambiabilità del ruolo.
Da «uno vale uno», a «uno coincide con tutto». Una evoluzione, secondo Casaleggio: «Non mettere una croce ogni cinque anni, ma partecipare, durante tutta la propria vita, a quella della comunità ».
Come accade in Thailandia, dove «già oggi c’è la possibilità per qualsiasi persona di fare una domanda a un ministro e ricevere obbligatoriamente una risposta: semplicemente facendo sottoscrivere una petizione a 5 mila cittadini». Ecco trovato lo strumento da mettere al posto delle attuali interpellanze e interrrogazioni, che oggi occupano una mezza giornata di lavori parlamentari. Si farà il Question time versione Thai.
Ed ecco spiegato perchè, al di là dell’apparente casualità , nell’ultima sua uscita Grillo abbia parlato di «riformare» o addirittura «togliere i poteri» al presidente della Repubblica, argomentando l’ipotesi con il fatto che «un capo dello Stato che presiede il Csm ed è capo delle Forze armate non è più in sintonia con il nostro modo di pensare».
L’apparente bizzarria è spiegabile dentro un universo nel quale è proprio il «modo di pensare», e non cose come la Costituzione, a fare da punto di riferimento. Cioè si inserisce in un sistema di pensiero dove – lo dice alla perfezione Casaleggio – i diritti sono qualcosa di fungibile, che compare a seconda della richiesta del pubblico, come accade per un comico richiamato sul palco dagli applausi. «Pensiamo ai diritti che abbiamo: sono diritti che nascono, o muoiono.
A causa della società che li richiede, o non li richiede», predica Casaleggio. È così anche per le persone. Non c’è nulla di ultroneo: è tutto immanente, orizzontale. Così come – esempio fatto davvero, dal capo di Rousseau – il confine degli Stati è stato esteso dalla terraferma alle tre miglia marine soltanto quando è stata inventata la palla di cannone (la cui gittata era appunto a tre miglia), altrettanto la democrazia rappresentativa è figlia del suo tempo, sarà superata. Sembra una boutade? Non lo è.
Nel frattempo, dopo aver trasformato il parlamentare in un mero «portavoce», il sistema Casaleggio è riuscito a far «evolvere» la figura del presidente del Consiglio in «mero esecutore».
Riluce, in questo senso, la figura di Conte. Evidentemente più a suo agio nelle università , ma ormai avvezzo anche a presentarsi alle piazze. Magari per annunciare, come ha fatto, che il suo stipendio è ancora più basso: ora supera di poco i 90 mila euro, cioè abbiamo un premier che percepisce come stipendio poco più della metà del suo portavoce Casalino (169 mila euro).
Servirà ancora un presidente del Consiglio nel futuro? Forse Casaleggio lo farà chiedere agli iscritti alla piattaforma Rousseau, via sms. Nel frattempo, si dice certo che tra dieci anni nemmeno M5S servirà più, perchè «la partecipazione dei cittadini sarà intrinseca nello Stato». Cioè le due cose si saranno fatta una, in un modo o nell’altro.
(da “L’Espresso”)
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