Novembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
IL REPORT DI MERCATO SULLA RISTORAZIONE EVIDENZIA CHE IL SETTORE VALE 5 MILIARDI DI EURO E DA’ LAVORO A 200 AZIENDE
Sono oltre la metà gli italiani che consumano stabilmente piatti etnici (52%) con un 42%, che
mangiando fuori casa, lo ha fatto almeno una volta in ristoranti etnici.
I dati, rilevati su elaborazioni Nielsen, sono emersi in occasione dell’apertura a Fiera di Rimini delle esposizioni “Gluten Free Expo” e “Lactose Free Expo” (eventi in programma fino al 20 novembre) e della presentazione di Foodnova, network dedicato alle nuove esigenze alimentari che debutterà il 16-19 novembre 2019 e che racchiuderà le manifestazioni “Gluten Free Expo”, “Lactose Free Expo” e le nuove rassegne “Expo Veg” e “Ethnic Food Expo”.
Nell’ambito del report di mercato sul settore ristorativo etnico è stimato inoltre che il mercato del cibo italiano halal valga attualmente circa 5 miliardi di euro con possibilità di aumentare – spiegano gli esperti- il business non solo grazie alla popolazione residente, ma anche al turismo.
Attualmente – si segnala – sono 500 le aziende italiane certificate dalla World Halal Authority, operanti, nella maggior parte dei casi, nel settore carni.
La crescita del mercato kosher, secondo l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (Ucei) ha un tasso di crescita medio del 12% annuo.
(da Globalist)
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Novembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
LA LETTERA AL CAPOGRUPPO D’UVA… INTANTO SARA’ BOCCIATO DALLA CORTE COSTITUZIONALE E I RAZZISTELLI AL GOVERNO NE RISPONDERANNO
Il decreto sicurezza e immigrazione targato Matteo Salvini rischia di spaccare il Movimento 5 Stelle anche alla Camera.
A quanto apprende l’Adnkronos da fonti parlamentari, una ventina di deputati M5S ha inviato una mail al capogruppo pentastellato Francesco D’Uva per rivendicare la possibilità di apportare modifiche al testo del dl licenziato dal Senato lo scorso 7 novembre.
La missiva, racconta una fonte, sarebbe stata sottoscritta da 19 parlamentari, per lo più alla prima legislatura.
“Nella mail – spiega all’Adnkronos un deputato – si chiede di presentare emendamenti al dl sicurezza” ma soprattutto “di aprire un tavolo di confronto interno”. Una richiesta di attenzione e considerazione da parte del direttivo, quella che arriva dai 19 deputati grillini.
Alla Camera – dove sono in corso le audizioni, in Commissione Affari Costituzionali, sul decreto sicurezza – rischia dunque di aprirsi un nuovo fronte dopo le tensioni al Senato che hanno visto protagonisti 5 esponenti M5S (Gregorio De Falco, Paola Nugnes, Elena Fattori, Virginia La Mura, Matteo Mantero), i quali si sono rifiutati di partecipare al voto di fiducia al governo sul provvedimento e per questo motivo sono finiti sotto la lente di ingrandimento del collegio dei probiviri.
Il decreto rappresenta una priorità per il governo e in particolare per il ministro dell’Interno Salvini.
Anche per questo motivo, il testo viene considerato ‘chiuso’. Non ci sarebbero i tempi per rimandarlo a Palazzo Madama, in caso di modifiche. E la questione di fiducia viene considerata quasi scontata.
(da agenzie)
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Novembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
COSI’ FA SALTARE IL PROCESSO DI APPELLO, NONOSTANTE LE CONDANNE IN PRIMO GRADO…ECCO L’UOMO DELLA LEGALITA’ (CONTRO I POVERI)
“Io riesco a pensare a una o due cose alla volta. Chiederò agli avvocati cosa fare”. Matteo
Salvini non risponde. Il leader della Lega ha undici giorni per presentare una querela nei confronti di Umberto Bossi e Francesco Belsito.
Se quella denuncia non dovesse arrivare, il processo d’appello al senatur e all’ex tesoriere si estinguerà nonostante le condanne in primo grado per appropriazione indebita.
Salvini, dunque, dovrebbe denunciare il fondatore del Carroccio, per dare sostanza a quello che sostiene da tempo: lui è il suo partito con quella brutta storia dei 49 milioni di euro di fondi pubblici scomparsi non hanno niente a che fare.
Incalzato sul punto, però, il vicepremier glissa: “Io riesco a pensare a una o due cose alla volta. In questi giorni ho la testa piena di altro, quindi chiederò agli avvocati cosa fare”.
Il processo, però, rischia l’estinzione tra meno di due settimane. “Chiederò agli avvocati cosa fare“, ripete Salvini.
A chi lo accusa di essere costantemente in campagna elettorale, tra comizi, sagre e dirette facebook, risponde: “Per me parlano i fatti”.
Pari a zero, infatti.
(da agenzie)
L’estinzione del processo di Bossi e Belsito, in caso di mancata denuncia, è legata alla riforma del processo penale ideata dal governo di Matteo Renzi e introdotta da quello di Paolo Gentiloni il 21 marzo, due giorni prima dell’insediamento del nuovo Parlamento. In precedenza, infatti, per quel tipo di reato si procedeva d’ufficio. Oggi non è più così: ci vuole una querela della parte offesa. Come ha raccontato Ilfattoquotidiano.it, però, la storia della querela di Salvini nei confronti di Bossi non è solo una questione giudiziaria. È soprattutto una vicenda politica: ha attraversato e continua ad attraversare le lotte di potere intestine del Carroccio, prima destabilizzato dall’estromissione di Bossi, poi dilaniato dalla scalata di Roberto Maroni, quindi ricostruito dall’avvento del’attuale ministro dell’Interno. Nel 2014, tra l’altro, in una scrittura privata siglata dagli stessi Bossi e Salvini, dall’avvocato Matteo Brigandì e dall’ex segretario amministrativo del Carroccio Stefano Stefani al punto 7 si leggeva: “Il procedimento penale pendente avanti il tribunale di Milano ove Bossi è difeso da Brigandì, non avrà , da questo momento, alcuna interferenza da parte della Lega che non intende proporre azione risarcitoria nei confronti di alcuno dei membri della famiglia Bossi”. Con una querela di parte, Salvini interferirebbe senza dubbio nel procedimento milanese.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
CORTEO DI DISOCCUPATI A NAPOLI… A CASERTA ALTRE CONTESTAZIONI DAVANTI ALLA PREFETTURA BLINDATA
Lunga giornata in Campania per il vicepremier dei Cinque Stelle Luigi Di Maio, tra disoccupati e studenti, che bloccano le strade e organizzano cortei tra Pomigliano e Napoli e migranti in protesta a Caserta.
Ma il fronte caldo sono i rifiuti e il tema degli inceneritori, che sta spaccando il governo
A Pomigliano, al grido ‘Di Maio fuori dalle scuole’, i manifestanti, appartenenti a movimenti studenteschi, hanno scandito slogan contro il ministro al Lavoro mentre entrava, in auto, all’interno del parcheggio della scuola superiore.
Subito dopo gli studenti hanno bloccato il traffico veicolare. I manifestanti hanno esposto alcuni striscioni in cui chiedono “fatti, basta promesse”, e si sono riversati in strada bloccando la circolazione veicolare.
A Napoli, intanto, manifestanti in marcia verso il Centro Direzionale vogliono incontrare il vicepremier-ministro Luigi Di Maio per chiedergli un impegno nella lotta al lavoro nero.
La giornata di Di Maio in Campania si chiude in una Caserta blindata
Nella città campana in cui sono attesi il premier Conte e i ministri Costa, Di Maio e Salvini, è stata organizzata una manifestazione di protesta contro la cancellazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari e le modifiche al progetto Sprar.
I manifestanti si sono radunati davanti alla Prefettura
(da agenzie)
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Novembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
UN PALESE CASO DI CONFLITTO DI INTERESSI SOLLEVATO DAL’EX GOVERNATORE CALDORO… NON SAREBBE IL CASO CHE SALVINI INFORMASSE GLI ITALIANI DEI SUOI INVESTIMENTI?
C’è A2A dietro Salvini e gli inceneritori? 
Vincenzo Iurillo sul Fatto Quotidiano accusa il leader leghista di conflitto d’interessi per la polemica sui termovalorizzatori che da qualche giorno sta movimentando le giornate della maggioranza.
Dietro l’accusa non c’è il possesso da parte di Salvini di azioni della municipalizzata milanese (ne detiene 3200, ai valori di oggi il pacchetto vale poco più di cinquemila euro) ma le mire di A2A su un ipotetico impianto a Napoli:
Lo ricorda l’ex governatore azzurro della Campania Stefano Caldoro in un lungo post con il quale risponde alle critiche di Salvini sull’immobilismo degli amministratori locali.
E spiega, dal suo punto di vista, perchè durante la sua presidenza, dal 2010 al 2015, a Napoli e Salerno i progetti si sono bloccati (“per l’opposizione dei due sindaci, Luigi de Magistris e Vincenzo De Luca”), e quindi a Napoli non si è andati oltre la fase “di dialogo competitivo con la disponibilità a realizzazione l’impianto da parte dell’impresa A2a”.
Le preoccupazioni di Salvini sullo scoppio di una nuova emergenza rifiuti — a gennaio si fermerà una linea di Acerra -potrebbero esplodere a settembre 2019, quando l’impianto che brucia 800mila tonnellate annue di materiale potrebbe fermarsi interamente per una manutenzione straordinaria. DIVISI sugli inceneritori non previsti nel contratto di governo (“Ormai c’è un sistema di termovalorizzatori sicuri”, insiste il ministro dell’Interno), Salvini e Di Maio si lanciano segnali di pace su un altro tema che spesso viene confuso con il primo, quello della “Terra dei Fuochi”, i roghi tossici.
Oggi il premier Conte e sette ministri si raduneranno a Caserta per firmare un protocollo di intesa per azioni urgenti contro i roghi.
“Il Governo del cambiamento —attacca Conte su Facebook — dichiara guerra a mala gestione e traffici illeciti che per troppi anni hanno devastato un territorio meraviglioso”. Conte sta pensando di utilizzare l’esercito per presidiare i territori dove sono più frequenti gli incendi velenosi. Luoghi che tutti sanno ma che vanno in fumo periodicamente lo stesso.
Repubblica intanto ci spiega che il MoVimento 5 Stelle è contrario all’impianto di compostaggio che dovrebbe sorgere per i rifiuti di Napoli:
«Il centro compostaggio rifiuti non s’ha da fare» è il messaggio rilanciato dal plenipopotenziario del capo M5S a Pomigliano.
Erano i primi di novembre, quando il sindaco della cittadina, Raffaele Russo, di Fi, ha dato il via alla gara internazionale e chiuso i primi lavori preliminari, con la messa in sicurezza dei terreni individuati, compresi alcuni cavi dell’alta tensione trattati dal gruppo Terna. Costo complessivo 11 milioni di euro già impegnati dalla Regione, tipologia di trattamento: aerobico.
Secondo il sindaco Russo, «sarà un impianto a totale garanzia della salute pubblica: andremo anche nelle scuole a fare incontri con grandi e piccoli per diffondere una corretta educazione alla gestione dei rifiuti».
Ma i pentastellati non sentono ragioni. «Faccio una solenne promessa — ha tuonato De Falco, anche su Fb — Tra 17 mesi ci prenderemo il Comune e non se ne farà nulla, avranno sperperato altro denaro pubblico. Non permetteremo che si faccia questa megadiscarica», è l’impegno.
Posizione che è riuscita a fare infuriare non solo i berlusconiani, ma anche esponenti storici della sinistra.
(da “NextQuotidiano“)
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Novembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
TROPPO CONSUMO, QUALITA’SCARSA, RICICLO SCADENTE: IL SISTEMA DI SMALTIMENTO E’ AL CAPOLINEA… COSI’ LA CRIMINALITA’ SI ARRICCHISCE, INCENDIANDO TUTTO, DALLA LOMBARDIA ALLA CAMPANIA
Dietro gli incendi nei depositi di rifiuti non ci sono soltanto la criminalità , la camorra o i boss della Terra dei Fuochi. Sarebbe fin troppo facile pensarlo.
C’è invece un sistema di smaltimento al capolinea perchè costruito, in gran parte d’Italia, sulla sistematica elusione delle direttive dell’Unione europea.
Con tutte le inevitabili conseguenze: troppa plastica da riciclare e di cattiva qualità , tanto che le imprese legali non la possono riutilizzare.
Alla fine diventa una questione di domanda e offerta: un eccesso di produzione scadente riempie i centri di smistamento che nessuno al momento è in grado di svuotare.
La settimana scorsa, la prima sezione penale del Tribunale di Roma ha assolto l’ex monopolista delle discariche della Capitale, Manlio Cerroni, respingendo le accuse del pubblico ministero che aveva chiesto la condanna a sei anni di reclusione. Assolti anche gli altri imputati.
Secondo i giudici non è mai esistita un’associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti solidi e urbani nel Lazio.
Il perchè verrà spiegato nelle motivazioni quando saranno depositate. È comunque evidente che quello di Roma era e resta un modello alla luce del sole: un sistema di elusione delle norme europee, autorizzato dalle politiche regionali e comunali di ogni colore, passate e presenti, e ovviamente condiviso dai cittadini-elettori.
Il risultato lo vediamo nelle periodiche crisi che riempiono i cassonetti e sommergono i quartieri. Fino a quando non si trova qualche altra regione italiana in grado di smaltire l’eccesso di immondizia. Lo stesso accade in Campania.
Dai depositi delle province di Napoli e Caserta veniva gran parte delle sedicimila tonnellate di rifiuti infiammabili, soprattutto plastica, accatastate senza autorizzazione nell’impianto di smistamento della Ipb Italia srl in via Chiasserini 21 alla periferia di Milano e completamente bruciate a metà ottobre.
La nube di fumi irritanti ha coperto per giorni la città . E ancora oggi gli abitanti dei quartieri tra Quarto Oggiaro, Bovisa e Affori si lamentano per l’odore, le esalazioni e i vapori che ancora salgono dagli ammassi inceneriti.
Le indagini, coordinate dal pubblico ministero Donata Costa, stanno cercando di ricostruire la filiera a monte dell’incendio, quasi sicuramente doloso.
Un dato è già calcolabile: le sedicimila tonnellate andate a fuoco in pochi giorni hanno disperso nell’aria una quantità di polveri inquinanti paragonabile a quella che tutti gli inceneritori italiani produrrebbero in oltre duemilacinquecento anni di attività .
E dopo Milano, il primo novembre le fiamme hanno distrutto un altro deposito a Santa Maria Capua Vetere in provincia di Caserta.
Dal 2014 Il Sole 24 Ore ha censito oltre 340 incendi a impianti per la lavorazione dei rifiuti: tra questi, i roghi hanno distrutto 136 centri di trattamento, 103 discariche abusive, 31 discariche autorizzate, 45 piattaforme di selezione, 14 inceneritori. Piemonte, Lombardia, Veneto, Lazio e Campania le regioni più colpite.
Se c’è un eccesso di offerta di plastica, basterebbe ridurre la produzione.
Dovremmo però cambiare le nostre abitudini commerciali: perchè i produttori siamo noi. Quarant’anni fa i fruttivendoli confezionavano frutta e verdura al momento della vendita dentro piccoli sacchetti di carta. I macellai avvolgevano la carne nella carta per alimenti e in un secondo foglio di carta velina. L’acqua veniva venduta dentro bottiglie di vetro riutilizzabili attraverso il sistema di raccolta su cauzione.
Ma al piccolo negozio oggi preferiamo le grandi catene. E questo è l’elenco di quanta plastica può produrre ogni giorno l’alimentazione di una coppia senza figli che fa la spesa in un centro commerciale: confezione di biscotti 10 grammi, pancarrè 10, mezzo litro di latte 40, pesto 20, due hamburger da cuocere 10, pomodori 15, formaggio 30, yogurt 10, biscotti artigianali 10, petti di pollo 35, verdure da cuocere 15, uva 30, un litro d’acqua naturale 20.
L’abbiamo calcolato in un supermercato di Milano: fanno 255 grammi di splendida plastica trasparente al giorno. Sette chili e seicentocinquanta al mese. Novantadue chili l’anno soltanto per l’alimentazione.
§Senza calcolare i flaconi di shampoo e detersivi, gli imballaggi e la merce varia sigillata dentro spessi strati di cellophane.
Il conto annuale lo tiene l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), ente sottoposto alla vigilanza del ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. Nonostante l’impegno assunto dagli Stati per la riduzione dei rifiuti urbani e dalle imprese per modificare la composizione e il peso delle confezioni, l’Italia viaggia nella direzione opposta: si è passati da 487 chili di immondizia a persona del 2015 ai 497 del 2016, anche se a questo incremento può avere influito la modifica dei parametri di rilevamento e, come spiega il rapporto pubblicato all’inizio di quest’anno da Ispra, il relativo incremento dei consumi.
Il record è dell’Emilia Romagna, con una produzione di 653 chili di rifiuti urbani pro capite. Seguono la Toscana (616) e la Valle d’Aosta (573). Il Lazio è stabile a 513 chili. La Lombardia in crescita da 462 a 477. Ultimi il Molise e la Basilicata con 388 e 354 chili per persona.
In valori assoluti, nel 2016 gli italiani hanno prodotto 30,1 milioni di tonnellate di rifiuti urbani. Un peggioramento rispetto ai cinque anni precedenti che avevano portato la produzione a 29 milioni e mezzo, dopo i record negativi registrati tra il 2006 e il 2010 costantemente sopra i 32 milioni di tonnellate.
Sempre nel 2016, ultimo dato disponibile, la plastica recuperata attraverso la raccolta differenziata ha raggiunto un milione e 233 mila tonnellate. Ma viene tutta riciclata?
Il Corepla è il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica.
Fa parte del Consorzio nazionale imballaggi e rappresenta un sistema di eccellenza per garantire l’economia circolare secondo le ultime direttive europee: prevenire la creazione di rifiuti, privilegiarne la riparazione e il riciclo, recuperare l’energia termica ed elettrica dagli scarti attraverso la combustione nei termovalorizzatori e soltanto alla fine del processo, smaltire il residuo in discarica.
Su 1.233 milioni di tonnellate di plastica recuperata nel 2016, però, le aziende consorziate al Corepla hanno avviato a riciclo 550 mila tonnellate di prodotti suddivisi per polimeri: dalle bottiglie trasparenti a quelle colorate ai film di imballaggio.
Le balle di plastica sono state battute all’asta e vendute a imprese di riciclaggio autorizzate.
Il resto, poco più della metà , è rimasto in attesa nei depositi, oppure è stato scartato per la cattiva qualità nella raccolta oppure, magari proprio per questo, è partito per l’Oriente.
Fino a fine 2017 gli Stati dell’Unione europea hanno spedito in Cina l’87 per cento della propria produzione di rifiuti in plastica. La sindrome cinese comincia all’inizio di quest’anno, quando Pechino decide di bloccare le importazioni.
«Si arrivava già da un periodo di prezzi del petrolio ai minimi», racconta un ex broker di rifiuti che chiede l’anonimato: «Significa che anche il prezzo dei polimeri vergini si abbassa, diventando più conveniente della plastica riciclata. Questa circostanza ha riempito i depositi sia in Europa sia negli Stati Uniti.
La via cinese si è aperta così: come via d’uscita per un mercato saturo. Se c’è domanda, la plastica riciclabile di buona qualità acquista valore e chi se la prende paga. Ma se resta invenduta o è di scarsa qualità per una pessima raccolta differenziata, diventa rifiuto.
Così chi se la prende, viene pagato. È stato un affare per molti di noi: smaltire a costi cinesi, trasporto compreso, ed essere pagati a prezzi europei, comunque scontati rispetto alle tariffe ufficiali. C’erano migliaia di mercantili destinati a tornare in Cina vuoti dopo aver scaricato le merci in Europa. Li abbiamo riempiti di balle di plastica».
Ma il bando all’importazione deciso da Pechino ha spezzato la catena: «Chi aveva garantito il trasferimento in Cina a prezzi scontati, oggi si ritrova con i depositi pieni e tariffe di smaltimento europee inavvicinabili», spiega l’ex broker: «Allora hanno cominciato ad apparire nell’ambiente strani personaggi senza scrupoli: gli stessi che magari hanno contribuito al bando cinese, nascondendo nella plastica in partenza scarti pericolosi non dichiarati. Si fanno pagare per svuotare i depositi intasati. Riempiono capannoni abbandonati. E danno fuoco».
Pochi giorni fa anche la Malesia, destinataria dell’immondizia britannica, ha annunciato un imminente divieto permanente sulle importazioni di rifiuti di plastica.
Paradossalmente il polietilene tereftalato (Pet), riciclato dalle bottiglie di plastica, proprio in questi mesi viene pagato a prezzi record: oltre i 900 euro a tonnellata per quello trasparente in fiocchi, oltre 600 per la variante colorata, contro 1.350 euro a tonnellata per la materia prima vergine.
Ma per partecipare all’affare bisogna garantire un’ottima raccolta differenziata. E in Italia soltanto quattro regioni rispettano gli obiettivi del 65 per cento stabilito dalle norme europee già per il 2012: sono Lombardia (68.1), Veneto (72,9), Trentino Alto Adige (70,5) e Friuli Venezia Giulia (67,1).
Il Lazio è fermo al 42,4 per cento. La Puglia al 34,3, la Sicilia al 15,4 mentre la Sardegna è un esempio virtuoso con il 60,2 per cento, quasi come l’Emilia Romagna (60,7). La media nazionale (52,5 per cento) è comunque cresciuta di cinque punti rispetto al 2015.
Roma è molto più indietro: 42,8 di differenziata secondo l’Ispra, 44,3 secondo il Comune.
La Capitale produce 570 chili di rifiuti per abitante e 2,362 milioni di tonnellate all’anno, tanto quanto la produzione dell’intera Toscana o del Veneto.
Sottratta la raccolta differenziata, l’azzardo romano consiste nello smaltire oltre un milione di tonnellate di immondizia indifferenziata rimanente e fare a meno delle regole dell’economia circolare.
Da un lato, i rifiuti urbani non possono essere buttati in discarica. Dall’altro per anni la politica di ogni colore ha conquistato consenso rinunciando alla costruzione di nuovi impianti di incenerimento o al potenziamento dei pochi esistenti.
Lo stratagemma è il Tmb, il trattamento meccanico biologico: una selezione, dopo la raccolta porta a porta, che dovrebbe separare i rifiuti. Non ci sono soltanto Roma, il Lazio, la Campania: dieci milioni di tonnellate in tutta Italia, un terzo della produzione nazionale, è ancora trattato attraverso il metodo dei Tmb.
Il risultato lo riassumono i ricercatori dell’Ispra: «Il 54,7 per cento, corrispondente a 5,5 milioni di tonnellate del totale dei rifiuti prodotti, viene smaltito in discarica». Ma non era vietato? Sì, ma il trucco è proprio questo: dopo il trattamento, l’immondizia da urbana diventa speciale. E quindi si può.
Le infrazioni alle regole europee però si pagano. Un nuovo procedimento è stato avviato nel 2017 dalla Commissione per 44 discariche in Friuli, Abruzzo, Campania, Puglia e Basilicata.
Dal 2008 gli italiani hanno già versato 285 milioni di multe all’Unione europea: 107 milioni per la Campania e 178 per un’altra rete di discariche irregolari. E il salasso continua: alla media di 120 mila euro per ogni giorno di illegalità .
(da “L’Espresso”)
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Novembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
IL GOVERNO HA STANZIATO 1,5 MILIARDI MA NE SERVONO 9
Gianfranco Ursino sul Sole 24 Ore oggi spiega che i conti del governo sui soldi alle “vittime”
dei fallimenti bancari non sono accurati: mancano soldi per soddisfare tutti. Entro il 30 novembre l’Acf dovrà pronunciarsi su tutti i ricorsi presentati dai risparmiatori che avevano investito in azioni delle due ex banche venete e delle quattro banche risolte a fine 2015.
Un termine previsto nel Milleproroghe 2018 per riconoscere un indennizzo ai risparmiatori che avranno ottenuto un pronunciamento a loro favorevole.
E dopo le ultime 13 decisioni prese dall’Acf la settimana scorsa, resta ormai qualche decina di istanze da evadere.
Secondo quanto ricostruito dal Sole 24 Ore, sono circa 750 le decisioni dell’Acf favorevoli ai risparmiatori vittime dei sei crack bancari.
La gran parte delle domande accolte riguardano azionisti di Veneto Banca e Popolare Vicenza, circa 50 di Banca Marche e il resto le altre tre banche risolte.
Ognuno dei 750 ricorrenti incasserà subito il 30% dell’importo riconosciuto dall’Acf, entro il limite di 100mila euro, per un monte-ristoro intorno ai 24 milioni di euro: in media circa 30mila euro.
Il governo ha previsto uno stanziamento di 1,5 miliardi per i rimborsi di altri 300mila azionisti delle sei banche.
Ma i soldi, spiega il quotidiano, non bastano anche se venissero stanziati altri 2,5 miliardi dai conti dormienti: considerando, infatti, i 30mila euro riconosciuti in media ai primi 750 rimborsati e moltiplicando questa cifra per i 300mila potenziali aventi diritto, sarebbero 9 i miliardi di euro necessari.
Naturalmente non tutti arriveranno a fare ricorso e a ottenere un esito favorevole.
E non tutti avranno diritto di incassare l’intero 30% che sarà loro riconosciuto, in quanto dovrà essere decurtato dell’eventuale cifra incassata accettando la transazione proposta a inizio 2017 da Bpvi e Veneto Banca.
Ma da 1,5 o 2,5 miliardi che saranno previsti in Manovra, ai 9 miliardi che potrebbero servire la distanza è enorme.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
LA SINDACA MINACCIA LE DIMISSIONI, I CONSIGLIERI COMUNALI M5S LA SFIDUCIA… E’ BASTATA UNA MANIFESTAZIONE PER FAR CAMBIARE IDEA ALLA SINDACA
Chiara Appendino non sfila più. La sindaca di Torino, che sulla TAV ha mantenuto una posizione moderata all’epoca della sua elezione sostenendo che non avrebbe fatto alcunchè visto che il Comune non ha competenze sull’alta velocità , ma il consiglio qualche giorno fa ha comunque votato un ordine del giorno in cui si diceva tartufescamente contrario all’opera, ha sparigliato vietando i simboli del Comune al corteo No TAV al quale vuole partecipare la sua maggioranza.
Il risultato è lo scontro all’arma bianca con i consiglieri che la reggono:
Alla fine di una domenica tesissima — in cui, come già accaduto, ha minacciato di dimettersi ed è stata a sua volta minacciata di sfiducia — Appendino decide di scoperchiare il caso: «Non ritengo di coinvolgere nella manifestazione simboli istituzionali che, per loro stessa natura, rappresentano le sensibilità di una intera comunità ».
È furiosa perchè al mattino — a freddo, senza averlo concordato con nessuno — Damiano Carretto, consigliere comunale che guida l’ala vicina ai movimenti, ha annunciato la presenza della Città «in veste ufficiale come in tutte le manifestazioni No Tav da quanto Appendino è sindaca».
È una mossa spregiudicata ma abile.
I consiglieri comunali hanno capito che Appendino vuole dare un segnale dopo piazza Castello e sta cercando di ricucire il rapporto — fortemente incrinato — con le associazioni di categoria.
Dunque vuole adottare un profilo bassissimo in vista della manifestazione No Tav convocata l’8 dicembre a Torino. Non ci sarà — ed era scontato — e vuole tenere fuori il Comune.
Esattamente il contrario di quel che hanno in mente i suoi consiglieri: la Città di Torino da metà 2016 sfila con i No Tav (ai cortei è sempre andato Montanari) e non si capisce perchè non debba farlo anche stavolta.
Appendino decide di replicare subito ma la capogruppo del Movimento 5 Stelle Sganga la frena: viene convocata una riunione per questa sera.
Stavolta però è la sindaca a rompere i patti: non aspetta il vertice e annuncia la decisione. «Sono stupito e non condivido», replica a caldo il presidente del Consiglio comunale Fabio Versaci, un fedelissimo. «Io ci sarò». «Ha perso la testa», si sfoga una consigliera.
È il preludio a un nuovo scontro. Quel che è in gioco stavolta vale più delle Olimpiadi mancate. Appendino è sinceramente No Tav ma non può permetterselo in questo momento: perderebbe la Città .
I suoi consiglieri, invece, non possono (e non vogliono) perdere la faccia sulla madre di tutte le battaglie. «Non possiamo cambiare posizione perchè c’è stata la manifestazione di piazza Castello».
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
LA DIREZIONE NON VUOLE RENDERE PUBBLICO L’AMMONTARE DEL COMPENSO PER GLI ARTICOLI DALL’AMERICA DEL GRILLINO… SI SCOPRE CHE NON E’ UNA SEMPLICE COLLABORAZIONE, MA C’E’ UN CONTRATTO SPECIFICO
C’è maretta al Fatto Quotidiano a causa di Alessandro Di Battista: mentre volge al termine la
vacanza di studio e lavoro in America dell’ex deputato del MoVimento 5 Stelle i redattori del giornale vogliono conoscere il compenso offerto al prestigioso collaboratore per i “reportage” inviati e pubblicati sul sistema di media che fa riferimento a Marco Travaglio e Antonio Padellaro.
Di Battista non ha mai risposto alle domande di chi gli chiedeva quanto avesse incassato dal Fatto per i reportage dall’America, ma il maldipancia della redazione è scoppiato dopo l’uscita sui giornalisti come puttane dell’ex parlamentare.
Il Comitato di Redazione ha chiesto quanto prende all’azienda, che ha risposto picche visto che il compenso è riservato.
Si sa solo che il grillino non è nella lista dei collaboratori a borderò, cioè il compenso non è in base al numero degli articoli che manda, come fanno tutti quelli alle prime armi che si sudano uno spazio per prendersi quattro lire, ma è un fisso«onnicomprensivo» che riguarda sia la parte cartacea sia i contenuti del Loft, la tv del Fatto.
In sintesi: un contratto.
Brunella Bolloli ha scritto ieri che la richiesta e la replica al comitato di redazione ha almeno permesso di farci sapere che c’è un accordo preciso tra Il Fatto e Di Battista e un contratto di quelli che vorrebbero anche gli altri collaboratori, che aspettano magari da anni un contrattino, oppure gli aumenti che stentano ad arrivare, i bonus, gli agognati benefit e invece, guarda tu, arriva questo che oltre a insultare la categoria si prende pure un bel gruzzolo:
Il “collettivo”del Fatto, insomma, sarebbe arrivato a minacciare addirittura lo sciopero delle firme contro la permanenza del grillino su quelle colonne, circostanza però smentita dal Cdr con un comunicato inviato ieri sera sempre a Dago.
In verità , la maretta nella redazione romana è tanta.
E non solo a causa di Di Battista. C’è pure l’ingaggio di Fabrizio Corona ad agitare l’assemblea. L’ex re dei paparazzi, neofidanzato di Asia Argento, è stato preso per un progetto tv con “Loft”.
I colleghi del Fatto non hanno gradito. Pare che Corona si sia presentato in redazione in bicicletta,improvvisando uno show dei suoi: «Questo sì che è un giornale libero…».
(da “NextQuotidiano”)
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