Gennaio 31st, 2019 Riccardo Fucile
TASSO DISOCCUPAZIONE IN LIEVE CALO, MA SALE PER I GIOVANI AL 31,9%
Il mercato del lavoro in Italia registra progressi sul fronte degli occupati, in un trend che vede
però crescere solo il lavoro precario e calare quello stabile.
Il tasso di disoccupazione scende a dicembre 2018, ma aumenta per i giovani. Questo in estrema sintesi il quadro dei dati forniti dall’Istat per l’ultimo mese dello scorso anno.
OCCUPATI
A dicembre 2018 la stima degli occupati risulta in lieve crescita rispetto a novembre (+0,1%, pari a +23 mila unità ); anche il tasso di occupazione sale al 58,8% (+0,1 punti percentuali), dato migliore da aprile 2008, vale a dire dall’inizio della crisi, quando era pari al 58,9%.
L’andamento degli occupati è sintesi di un aumento dei dipendenti a termine (+47 mila) e degli autonomi (+11 mila), mentre risultano in diminuzione i permanenti (-35 mila).
Nel confronto per genere cresce l’occupazione femminile e cala quella maschile.
Nel quarto trimestre 2018 l’occupazione registra una lieve crescita rispetto al trimestre precedente (+0,1%, pari a +12 mila unità ). L’aumento riguarda gli uomini e le classi d’età estreme. Nel trimestre crescono i dipendenti sia a termine sia permanenti, mentre calano gli indipendenti.
Su base annua, l’occupazione cresce dello 0,9%, pari a +202 mila unità . L’espansione interessa entrambe le componenti di genere, i lavoratori a termine (+257 mila) e gli indipendenti (+34 mila), mentre continua il calo dei dipendenti permanenti (-88 mila). Nell’arco di un anno aumentano gli occupati tra i 15-24enni (+36 mila) e gli ultracinquantenni (+300 mila), mentre si registra una flessione tra i 25-49enni (-135 mila).
DISOCCUPATI
A dicembre si conferma il calo già registrato a novembre della stima delle persone in cerca di occupazione (-1,6%, pari a -44 mila unità ).
Il tasso di disoccupazione si attesta al 10,3% (-0,2 punti percentuali), quello giovanile sale leggermente al 31,9% (+0,1 punti).
Nel quarto trimestre alla crescita degli occupati si associa quella delle persone in cerca di occupazione (+2,4%, pari a +63 mila).
INATTIVI
La stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni a dicembre è in lieve calo (-0,1%, pari a -16 mila unità ). Il tasso di inattività resta stabile al 34,3%.
(da agenzie)
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Gennaio 31st, 2019 Riccardo Fucile
DATI PREOCCUPANO INPS E CONFINDUSTRIA: “ANDRA’ ANCHE PEGGIO”
Mentre il governo si affretta a puntare il dito contro gli esecutivi precedenti per le cifre, diffuse dall’Istat, sulla recessione tecnica dell’Italia, i vertici Confindustria e Inps non nascondono le loro preoccupazioni per i dati negativi del pil.
Il primo a lanciare le accuse è Luigi Di Maio: “I dati Istat di oggi testimoniano che chi stava al governo non ci ha portato fuori dalla crisi”
Non sono della stessa idea gli esponenti del Partito democratico che respingono l’accusa al mittente e chiedono al ministro dell’Economia di riferire in Aula: “Sono stati diffusi i dati Istat sul Pil e chiediamo formalmente che il ministro Tria venga immediatamente a riferire in Aula”, ha detto Enrico Borghi alla Camera.
“Con le nostre scelte, quattordici trimestri di crescita, con le loro scelte subito recessione. Stanno portando il Paese a sbattere: cambiamo strada prima che sia troppo tardi”, ha scritto Matteo Renzi su Facebook.
Dal mondo dell’impresa arriva l’allarme: se non si agisce subito il futuro sarà più tetro. Lo dice chiaramente Vincenzo Boccia, il presidente di Confindustria: “A gennaio avremo un rallentamento ancora superiore rispetto al quarto trimestre dato al rallentamento della Germania. Speriamo che il Governo faccia propria l’idea di aprire subito i cantieri”.
Priorità , dunque, a investimenti privati e pubblici: “Bisogna reagire quanto prima”, insiste Boccia. Preoccupato anche Tito Boeri, presidente dell’Inps: “Il rallentamento del pil preoccupa anche per le ricadute che potrà avere sui bilanci Inps. Una frenata ha effetti anche sulla contribuzione previdenziale”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 31st, 2019 Riccardo Fucile
NEL 2019 LA CRESCITA ACQUISITA PREVISTA A – 0,2%
L’Italia è in recessione tecnica. 
L’Istat, nelle sue stime preliminiari, ha certificato che il Pil nel quarto trimestre è sceso dello 0,2%, mettendo a segno il secondo calo consecutivo dopo quello del terzo trimestre.
Si tratta del peggiore calo trimestrale da cinque anni a questa parte e per trovare un dato simile bisogna tornare al quarto trimestre del 2013, quando il Pil segnò appunto un equivalente -0,2% mentre l’ultima volta in cui il Paese si è trovato in recessione è stato il primo trimestre del 2013.
Nella sua comunicazione l’Istituto di statistica evidenzia che nel 2018 il Pil italiano ha registrato un aumento dell’1% in base ai dati trimestrali grezzi, in netta frenata rispetto all’1,6% del 2017, mentre il dato corretto per gli effetti di calendario mostra una crescita dello 0,8% (nel 2018 ci sono state 3 giornate lavorative in più rispetto al 2017).Le previsioni del governo per il 2018 si attestano all’1%.
Il dato pienamente confrontabile sarà però quello che l’Istat renderà noto il primo marzo, calcolato in modo più approfondito e con una diversa metodologia.
Nel confronto con il quarto trimestre 2017 il Pil è aumentato dello 0,1%. Si tratta di “un ulteriore abbassamento del tasso di crescita tendenziale” che nel terzo trimestre era pari a +0,6% e nel secondo a +1,2%. Il quarto trimestre del 2018 ha avuto una giornata lavorativa in meno rispetto al trimestre precedente e due giornate lavorative in più rispetto al quarto trimestre del 2017.
Una doccia fredda per l’Italia, visto che l’Istat evidenzia anche che il 2018 lascia un’ereidta pesante per l’anno che verrà . La crescita acquisita per l’anno in corso, quella cioè che si realizzerebbe se tutti i trimestri del 2019 registrassero una variazione del Pil pari a zero, è infatti pari a -0,2%.
Un fardello che rende ancora più difficile, se non quasi impossibile, centrare l’obiettivo del +1% di crescita fissato dal governo in occasione dle varo della Manovra.
(da agenzie)
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Gennaio 31st, 2019 Riccardo Fucile
IL PM DI SIRACUSA CHIARISCE: “IL COMANDANTE NON HA COMMESSO ALCUN REATO”
Nella storia della Sea Watch 3 (la nave di una ong tedesca, battente bandiera olandese, che il 19 gennaio ha soccorso nel Mediterraneo 47 naufraghi, e ha dovuto attendere 12 giorni prima di ottenere, oggi, di farli sbarcare a Catania) un punto è stato oggetto di polemiche.
Fin dall’alba di venerdì 25 gennaio, quando la nave è entrata ufficialmente in acque italiane, i ministri Matteo Salvini prima, Danilo Toninelli poi hanno gettato ombre sull’operato della ong, sostenendo che ci fossero “elementi concreti” per sostenere che la ong dirigendosi verso l’Italia avesse disubbidito a indicazioni precise mettendo a rischio la vita delle persone. Anche Luigi Di Maio aveva auspicato il sequestro della nave.
Il pm: “Nessun reato”
A smentire questa ipotesi è stato per primo il pm di Siracusa Fabio Scavone, che dopo aver aperto un fascicolo senza indagati nè ipotesi di reato ha chiarito che Petersen, il comandante, nel decidere di far rotta sull’Italia anzichè sulla Tunisia “non ha commesso alcun reato” e ha detto di non aver “ravvisato elementi” per ipotizzare il reato di immigrazione clandestina.
La ricostruzione della on
È stata la stessa ong, tramite la portavoce italiana Giorgia Linardi, a rendere note le comunicazioni in quei giorni per chiarire la vicenda “in tutta trasparenza”.
E dunque: il 23 gennaio alle 14.35 Sea Watch contatta il ministero delle Infrastrutture olandese, competente per la guardia costiera, e chiede un Pos, un ‘porto rifugiò in Italia o a Malta dove riparare a causa del maltempo in arrivo. E in una seconda comunicazione indica Lampedusa come porto rifugio più vicino. La conferma che la richiesta è stata inviata all’Italia arriva dall’Olanda alla nave alle 16.11.
“Sea Watch – spiega Linardi – ha contattato autonomamente l’Olanda che, a sua volta, ha chiesto a Mrcc Italia e a Mrcc Malta di fornire un porto. Le autorità olandesi hanno poi ricevuto una risposta da Roma in cui si diceva che Lampedusa, che era lo scalo più vicino rispetto alla nave, non era un porto sicuro per ripararsi proprio a causa del ciclone che si stava per abbattere sul Mediterraneo”.
La risposta giunta dall’Italia viene inviata dall’Olanda alla nave alle 19:05.
E in quella stessa mail si aggiunge: “considerata la distanza, la Tunisia sembrerebbe essere una buona alternativa. Manderemo un messaggio alla guardia Costiera tunisina”. Un passaggio, questo, confermato anche dal pm. “Era un suggerimento che era stato dato al comandante della nave – dice Scavone – Non una prescrizione. C’erano condizioni meteorologiche avverse, il comandante per motivi di sicurezza ha poi deciso di approdare a Siracusa”.
Fa sapere ancora Linardi che la mail inviata a Tunisi dall’Olanda “non ha mai ricevuto risposta” nè “Sea Watch ha ricevuto più risposta dall’Olanda”. A questo punto il comandante ha deciso di puntare verso nord “in quanto era la rotta meno vessatoria per le persone a bordo, visto il peggioramento delle condizioni meteo”.
L’invito del pm a Lampedusa
Ma non c’è solo questo nella ricostruzione di Sea Watch. La Ong sostiene che la nave si era avvicinata a Lampedusa anche perchè “è stata invitata da un procuratore della Repubblica” a dirigersi verso Lampedusa per consentire al capitano e al capomissione di testimoniare sul naufragio del 18 gennaio in cui sarebbero morte 117 persone e sul quale ora la procura di Roma ha aperto un fascicolo per omissione di soccorso per valutare l’operato della Guardia costiera italiana.
Un passaggio, quest’ultimo, che “Repubblica” è stata in grado di verificare nei dettagli. Come spiegato oggi da Alessandra Ziniti sulle pagine del quotidiano, nel fascicolo che sarà presto aperto a Catania “finirà un atto firmato dalla Procura di Agrigento, diretta da Luigi Patronaggio, che spiega perchè, il 23 gennaio, il comandante della Sea Watch abbia fatto rotta verso Lampedusa. Proprio sull’isola, il giorno precedente, il comandante Jerome Petersen era stato convocato dal pm di Agrigento Salvatore Vella, che si trovava lì per interrogare i tre superstiti del naufragio del 18 gennaio, per il quale la Sea Watch aveva offerto il proprio aiuto (rifiutato) prima di soccorrere i 47”.
Quell’interrogatorio, scrive Ziniti, fu bloccato dalla Capitaneria di porto e dalla polizia. Fu ritenuto impossibile far entrare a Lampedusa la nave con i migranti a bordo, perchè i profughi avrebbero potuto buttarsi in acqua.
E si preferì organizzare un incontro in alto mare, con “il magistrato accompagnato all’appuntamento con il comandante a bordo di una motovedetta con computer e stampante, per prendere a verbale le dichiarazioni di Petersen e del capomissione della Sea Watch”.
Quando la tempesta imminente fece saltare anche questa soluzione, la convocazione fu rinviata a data da destinarsi. A quel punto, come già ricostruito da Linardi, la Sea Watch chiese all’Olanda dove riparare, Lampedusa le negò l’ingresso e Tunisi non rispose. Di qui la scelta del capitano di cercare copertura dietro le coste della Sicilia orientale.
Ecco perchè è priva di fondamento la linea di Toninelli e Salvini
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 31st, 2019 Riccardo Fucile
SALVINI E TONINELLI DANNO ORDINI A ZUCCARO, MA PER ORA LA NAVE NON VIENE SEQUESTRATA … SOLO IN ITALIA UN SEQUESTRATORE DI PERSONE PUO’ ORDINARE IL SEQUESTRO DI UNA NAVE E DIROTTARLA DA SIRACUSA A CATANIA
È arrivata nel porto di Catania la Sea Watch 3 e lo sbarco dei migranti è iniziato fra gli applausi
dell’equipaggio, con la ong che twitta: “Siamo contenti, è finito il calvario”. Erano le 5.30 del mattino quando la nave è finalmente riuscita a partire dalla rada di contrada Targia a Siracusa dove era all’ancora da cinque giorni in attesa di sapere dove sbarcare i 47migranti soccorsi nel Mediterraneo il 19 gennaio.
La nave, che aveva ricevuto l’indicazione del porto ieri pomeriggio, era stata bloccata da un guasto al verricello dell’ancora che è stato riparato nella notte.
Il comandante aveva chiesto di posticipare la partenza di qualche ora per far riposare l’equipaggio ma la Capitaneria di porto di Siracusa ha dato ordine di salpare immediatamente, con la scorta di due motovedette della Finanza.
La Sea Watch ha attraccato nel molo di Levante. Appena le manovre sono finite i migranti a bordo hanno festeggiato l’arrivo a Catania abbracciandosi tra di loro e abbracciando anche i componenti dell’equipaggio della nave della Ong tedesca battente bandiera olandese
Sbarcati a Catania, i 15 minorenni a bordo, per i quali verrà subito nominato un tutore legale, verranno portati in una comunità a Siracusa, i maggiorenni subito trasferiti nell’hotspot di Messina dove resteranno in attesa di essere redistribuiti negli altri Paesi europei che hanno accettato di accoglierne una quota.
Ma la vicenda della Sea Watch potrebbe non finire qua. Non è passata inosservata la scelta del Viminale di dirottare la nave a Catania dopo che, per tutto il giorno, la Prefettura di Siracusa aveva organizzato lo sbarco previsto nel porto rifugio per poi trasferire i migranti in bus.
Lo sbarco a Catania sposta la competenza giudiziaria e ieri sera Matteo Salvini ha ribadito di augurarsi che “ad attendere a Catania la nave ci sia un procuratore che voglia indagare sul comportamento di questa Ong”.
Una strategia che non è passata inosservata neppure alla stessa ong che commenta su Twitter: “Dobbiamo andare a Catania. Ciò significa che dobbiamo allontanarci da un porto sicuro, verso un porto dove c’è un procuratore noto per la sua agenda sulle ong che salvano in mare. Se questa non è una mossa politica non sappiamo cosa sia. Speriamo per il meglio ma ci aspettiamo il peggio”.
Dunque la aperta e irrituale sollecitazione di un’inchiesta che adesso finisce nelle mani di un magistrato, il procuratore Carmelo Zuccaro che, oltre ad essere colui che aveva chiesto l’archiviazione delle accuse per Salvini relative al caso Diciotti, non ha mai fatto mistero delle sue posizioni anti Ong, essendo stato il primo ad aprire un’inchiesta (che in due anni non ha mai portato a nulla) sulle presunte complicità tra Ong e trafficanti.
Il suo collega di Siracusa Fabio Scavone, che all’arrivo della Sea Watch 3 in rada a Siracusa aveva aperto un fascicolo, non aveva rilevato la sussistenza di alcun reato a carico del comandante.
Adesso la valutazione passa a Zuccaro che, dopo lo sbarco, farà certamente salire la polizia giudiziaria a bordo. Il Comandante Jerome Petersen e l’intero equipaggio saranno sentiti nelle prossime ore dalla Procura di Catania ma al momento sembra escluso il sequestro dell’imbarcazione, deciso invece in passato per la Aquarius e la Open Arms.
Mentre la procura di Siracusa è stata invitata a esplorare le ipotesi di attentato alla costituzione, abuso in atti di ufficio, sequestro di persona, violenza privata, tortura a carico del ministro dell’Interno Matteo Salvini sul caso della motonave Sea Watch: a chiederlo è un esposto, partito formalmente da Torino, dell’associazione ‘Lasciateci entrare’ e di un gruppo di avvocati del Legal Team italia. Tra i firmatari compare anche l’europarlamentare Eleonora Forenza.
(da agenzie)
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Gennaio 31st, 2019 Riccardo Fucile
PIETRO GALLO (OGGI PENTITO PERCHE’ NON HA RICEVUTO IL POSTO DI LAVORO PROMESSO DA SALVINI) E GLI ALTRI DELLA IMI SECURITY SALITI A BORDO CON IL PRECISO SCOPO DI INFANGARE LA ONG
“Questi farabutti sono saliti a bordo già dal primissimo soccorso di Save The Children con la preterintenzione di raccogliere prove e quant’altro fosse necessario a infangare il nome delle Ong. Sono saliti a bordo e per loro interesse personale hanno cominciato a contattare diversi partiti politici tra cui Lega, offrendosi per fare il lavoro sporco”.
A parlare a TPI è una fonte che ha chiesto di rimanere anonima, ma che è stata parte dello staff impegnato a bordo della nave Vos Hestia (l’imbarcazione di Save the Children impegnata nelle operazioni di soccorso ai migranti nel Mediterraneo centrale), lavorando per mesi al fianco di Pietro Gallo — la talpa infiltrata sulle navi delle Ong per conto della Lega e di Salvini.
Pietro Gallo ha raccontato di essersi offerto volontariamente a Salvini per fornirgli prove contro le Ong, di aver chiesto protezione in caso di perdita del lavoro e di aver ricevuto rassicurazioni, ma di essere poi stato abbandonato da tutti. Oggi l’infiltrato si dice “pentito”.
Gallo faceva parte della Imi Security Service, azienda diretta da Christian Ricci dove lavorava con Floriana Ballestra e Lucio Montanino.
Sia Ricci che Montanino sono stati a bordo della Vos Hestia con Gallo.
La stessa azienda era stata ingaggiata da Vroon, l’armatore olandese della ong tedesca Jugend Rettet, per verificare l’operato della nave tedesca Juventa, imbarcazione al centro di un’inchiesta che si è conclusa a giugno 2018 con l’archiviazione.
Christian Ricci, all’epoca del grande polverone sollevato sulla Juventa, dichiarava: “La Juventa che è una imbarcazione piccola e vetusta, fungeva da piattaforma ed era sempre necessario l’intervento di una nave più grande sulla quale trasbordare i migranti soccorsi dal piccolo natante. La stranezza la vedevamo nel fatto che il personale della Juventa, dopo aver fatto salire i migranti a bordo restituiva i gommoni ad altri soggetti che stazionavano nella zona dei soccorsi su piccole imbarcazioni in vetroresina o legno (trafficanti o scafisti). Non si restituiscono i gommoni, ma questi devono essere tagliati o affondati dopo aver prelevato i migranti, per evitare che vengano riutilizzati dai trafficanti”.
L’indagine era stata aperta contro ignoti e prevedeva il reato di associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina: un’accusa molto grave — da cui la dozzina di ong coinvolte si è sempre difesa — e incentrata in particolare su una operazione di soccorso avvenuta il 15 maggio 2017 al largo delle coste della Libia.
Nelle carte con cui la procura di Palermo ha chiesto l’archiviazione, però, non emerge nessuna prova: nè contro Jugend Rettet nè contro Proactiva Open Arms che sostenga l’accusa.
A settembre 2017 il nome di Marco Amato, comandante della nave Vos Hestia, finisce sul registro degli indagati. L’accusa nei suoi confronti è la stessa ipotizzata per il personale della Juventa: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. A fare il nome del comandante è proprio Pietro Gallo che con le sue dichiarazioni fa partire l’inchiesta.
A ottobre 2017, la polizia esegue una serie di perquisizioni a bordo della nave Vos Hestia. Lucio Montanino e Pietro Gallo della Imi security service imbarcati sulla Vos Hestia come personale di sicurezza sono i primi a denunciare le collusioni con i trafficanti.
La nostra fonte è stata a bordo della Vos Hestia fin dai primissimi soccorsi operati a settembre 2016, ossia quando queste persone tra cui Gallo, salirono a bordo.
“Save the Children decide di lavorare in mare e contatta un armatore dal quale viene noleggiata la nave più equipaggio. L’Ong ci mette tutto l’equipaggio umanitario (quindi medici e avvocati), mentre mancano i soccorritori e i responsabili della sicurezza, una condizione che l’armatore aveva posto”, racconta la fonte.
Viene così contattata e scelta l’agenzia Imi di Christian Ricci, Pietro Gallo e altri, i quali vengono assunti e fanno parte del team a bordo e hanno come incarico la sicurezza. “Tra le loro mansioni c’era quella di verificare che non ci fossero elementi pericolosi. Gli agenti erano anche incaricati di espletare il soccorso in mare sul gommone”.
Come spiega la fonte, quando c’era da effettuare un’operazione, il capitano faceva mettere giù il gommone con i responsabili dell’equipaggio accompagnati sempre da Pietro, Lucio, Alberto (che facevano i sommozzatori), i quali andavano fisicamente a recuperare i migranti per portarli sulla Vos Hestia.
“Con Pietro e gli altri ho lavorato gomito a gomito per mesi”, racconta la fonte, “a luglio 2017 Save The Children decise di interrompere la collaborazione con Ricci per divergenza di vedute, pochi giorni dopo che Ricci scese dall’imbarcazione, iniziò ad alzarsi il polverone mediatico che ci coinvolse. La sensazione è che si ‘vendette’ presunte informazioni per dare il via alla diffamazione”.
“All’epoca”, racconta la fonte, “Pietro Gallo era ancora a bordo, stavamo rientrando, eravamo a largo della Sicilia. Alle 4 del mattino, ormai prossimi allo sbarco, lui venne da me e dalla mia collega mostrando sul cellulare gli articoli di giornale che parlavano di noi. Ovviamente lui ancora non era citato. Ricordo che fece la parte di quello sconvolto che non sapeva nulla, tanto che noi mai avremmo dubitato di lui”.
Il racconto della fonte sui quei giorni concitati continua: “arrivammo nel porto e la risonanza mediatica fu colossale, nel frattempo scoprimmo di essere stati intercettati, che avevano messo cimici e spie ovunque. Pietro si blindò nella sua cabina e per un giorno intero non lo vedemmo. Solo dopo scoprimmo che era letteralmente scappato nottetempo. Pietro era sparito. E lì cominciammo a pensare che fosse in qualche modo coinvolto in quella macchina del fango”.
Una macchina del fango che a quanto si evince dalle dichiarazioni dello stesso Gallo fornite al Fatto Quotidiano interessavano parecchio alla Lega e a Salvini, tanto da accettare l’offerta di Gallo di fungere da spia.
“Gallo e gli altri hanno fatto un patto col diavolo, e il diavolo non lo ha rispettato. È una cosa che fa sorridere. Il problema sono i mezzi che un partito politico decide di utilizzare pur di infangare le Ong”.
Negli anni delle inchieste a carico delle ong, sollevate e poi archiviate, Gallo ha rilasciato diverse dichiarazioni con accuse pesanti. Eppure, finora, nulla di concreto è stato trovato.
La nostra fonte infatti specifica: “Va detto che di tutti gli elementi che loro avrebbero collezionato fino a oggi non c’è nulla di provato. Le indagini sono ancora in corso, ma sono convinta che non arriveranno mai in un’aula di tribunale perchè hanno solo da perderci”.
“È un gioco che gli è sfuggito di mano. Hanno fatto il passo più lungo della gamba pensando di crearsi chissà quale percorso professionale. Mentre credo che sia stato un errore madornale da parte di Save The Children non aver verificato il profilo di queste persone. I controlli avvengono per tutte le persone interne, perchè non lo hanno fatto anche su queste persone?”.
“Se le foto e i video da loro collezionati”, conclude la fonte, “fossero stati così schiaccianti, ci sarebbero già degli atti di accusa ben precisi. Non è mai stata dimostrata nessuna collusione diretta. Si sta guadagnando tempo per raggiungere lo scopo di infamare le Ong, creare grossi ostacoli nell’essere operativi. Nel frattempo queste spie sono sparite, hanno cambiato i numeri di telefono e il resto. Si può immaginare la rabbia immensa che proviamo, ma siamo disposti a vederli in un’aula di tribunale per affrontarli”.
(da “TPI”)
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