Destra di Popolo.net

SI E’ FREGATO I SOLDI DEI TERREMOTATI: INDAGATO PER PECULATO IL SENATORE DELLA LEGA SINDACO DI VISSO

Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile

SPARITI I SOLDI DELLE DONAZIONI, COINVOLTO ANCHE IL SUO ASSISTENTE PARLAMENTARE… PRIMA RUBIAMO AGLI ITALIANI

Si chiama Giuliano Pazzaglini, è il sindaco di Visso in provincia di Macerata e grazie alle denunce sulla ricostruzione lenta e lacunosa è diventato senatore della Repubblica a furor di popolo.
«Per prima cosa cercherò di rispondere alla richiesta d’aiuto di un territorio martoriato dal sisma e dalle inefficienze burocratiche», diceva appena eletto.
E infatti, fa sapere oggi Sandra Amurri sul Fatto, Pazzaglini è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Macerata per vari reati contro la Pubblica amministrazione legati a donazioni post sisma 2016 per un ammontare di decine di migliaia di euro che mancherebbero all’appello.
Mancherebbero all’appello anche due consistenti donazioni di Emil Banca di Bologna.
In questo primo filone gli viene contestato il reato di peculato. Riguarda la somma di 11.800 euro di una iniziativa di beneficenza organizzata da Moto Nardi “In moto per ricostruire”a favore dei commercianti, di cui non vi è traccia.
Soldi in contanti consegnati al sindaco in Comune dal titolare, Vincenzo Cittadini.
Il senatore, alcuni mesi fa, ha reso dichiarazioni spontanee in presenza dell’avvocato Giuseppe Villa che lo difende con l’avvocato Giancarlo Giulianelli di Macerata, legale anche di Luca Traini, il simpatizzante di CasaPound e di Forza Nuova, candidato della Lega alle Amministrative 2017, condannato a dodici anni per strage con l’aggravante razzista per aver sparato a Macerata ferendo sei immigrati per “vendicare l’omicidio di Pamela Mastropietro”, del quale sono accusati alcuni spacciatori nigeriani.
Ma entrambi gli avvocati, da noi sentiti, negano di difendere il senatore Pazzaglini a cui, dopo le dichiarazioni spontanee ritenute evidentemente non credibili, il 14 gennaio scorso è stato notificato l’atto di sequestro preventivo del conto corrente.
“Non ho percepito la somma in qualità  di sindaco, di pubblico ufficiale, bensì come privato cittadino, come custode della somma — si è difeso Pazzaglini — e l’ho utilizzata alla bisogna per lavori in economia alle casette nell’area Laghetto di Visso”.
E la rendicontazione? “È in un file che al momento non trovo”.
Al senatore è stata anche notificata la proroga delle indagini riguardanti gli altri reati contestati, i cui termini scadranno fra un mese.
Indagato anche Giovanni Casoni che Pazzaglini ha portato con sè in Senato come assistente dopo che era stato costretto a dimettersi da presidente della Croce Rossa locale a seguito dell’inchiesta del Fatto che aveva rivelato che Pazzaglini era socio di Casoni nella Sibyl Project per il confezionamento di cesti con prodotti tipici acquistati dai produttori locali da rivendere sul mercato conla scritta “Ripartiamo daqui… Pacco solidaleSisma”.
Una normale attività  commerciale, finalizzata al profitto, certamente, se non fosse che la scritta sui pacchi lasciava intendere che acquistarli equivalesse ad aiutare i terremotati oltre al fatto che i soggetti interessati all’affare erano il sindaco e il presidente della Croce Rossa.
Il Fatto aveva anche rivelato la storia di sei casette di legno donate a Visso dai Comuni di Meolo (Venezia) e Taino (Varese) transitate nelle società  del senatore e di Casoni attraverso operazioni opache a cui si è aggiunto un corposo esposto di cittadini sulle donazioni.

(da “NextQuotidiano”)

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QUOTIDIANA FIGURA DI MERDA DI SALVINI: L’EX PENICILLINA RIOCCUPATA

Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile

LA RAGGI DENUNCIA: “DOVEVA FARLA SORVEGLIARE DOPO LO SGOMBERO”

Quaranta giorni come da calendario è durata la quaresima, ora è tornato il carnevale. Nessuna confusione di date e di scadenze. Alla Leo-Icar sono rientrati i buttati fuori. Lo sgombero? Una sceneggiata, come gli avveduti cronisti sottolinearono. A beneficio dello stuolo di telecamere di servizio. Privato e pubblico.
A rafforzare la tesi, una conferma, un lancio di agenzia di ieri mattina: la retata dei carabinieri a San Basilio, proprio di fronte alla Leo Icar (o «penicillina» che dir si voglia).
Il ministro Matteo Salvini, non agghindato da buttafuori, quando si presentò da queste parti disse «è tornata la legalità ». Sapendo come sarebbe andata a finire, c’è chi titolò «panico tra gli spacciatori».
Difatti… i venditori di droga continuano a percorrere le solite strade, a occupare le solite piazze (ieri ne sono stati arrestati 10).
Contemporaneamente, i senzatetto sono rientrati alla Leo Icar. Una quarantina. Al numero 1040 della via Tiburtina, periferia est di Roma, in quella che una volta era la porta di ingresso alla Tiburtina Valley. Della quale la Leo era capofila.
Come scrivono le agenzie, non è bastata 40 giorni fa la presenza del ministro dell’Interno, Matteo Salvini in persona. Nè, aggiungono le stesse fonti, l’ordinanza della sindaca Virginia Raggi
Non si parli di mancato rispetto. Questione lontana mille miglia dalla condizione di chi non ha un tetto per ripararsi, un alloggio nel quale vivere.
Condizione difficile di per sè che diventa drammatica quando investe una famiglia. Che non ha un rubinetto con l’acqua per potersi lavare il viso o un giaciglio dove dormire. E la sorte dei minori, dei bambini… Molto più che sgradevole doversi sistemare in un luogo come la Leo
Secondo una guardia giurata, «il presidio — un’auto delle forze dell’ordine —, davanti al principale cancello della fabbrica, è durato fino a Natale poi non si è visto più nessuno», così come, secondo un uomo in attesa del bus, «non ci sono più poliziotti da un pezzo»
Ma gli occupanti, molti di origine nordafricana, non usano solo la facciata principale per entrare e uscire nella ex fabbrica. La recinzione che delimita il perimetro è di fatto un colabrodo e basta fare pochi passi e costeggiare il lato sinistro del perimetro per arrivare in un nuovo punto di accesso. Dove il muro è poco più alto di 2 metri, alcune aste in ferro sono state piantate tra i mattoni per formare una comoda scaletta dalla quale si può entrare e uscire indisturbati.
La quarantina di senzatetto   di ieri potrebbe lievitare rapidamente a causa degli sgomberi di via Raffaele Costi e via Cesare Tallone nel limitrofo quartiere di Tor Sapienza. Che si andranno ad aggiungere alla graduatoria degli sgomberi stilata in prefettura. A Roma sono 88 edifici da «liberare».
Ne è consapevole Virginia Raggi, che ha pubblicato su Twitter (il media più frequentato dai senzatetto) un «inaccettabile ex Penicillina di nuovo occupata. Sono stati spesi soldi pubblici, impegnati uomini e risorse. E ora c’è il rischio di dover ricominciare da capo. Dopo sgomberi occorre sorveglianza».
Chissà  con chi ce l’aveva.

(da Globalist)

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I 144 PROFUGHI SALVATI DOMENICA PORTATI IN UN CENTRO DI DETENZIONE LIBICO, ITALIA COMPLICE DI UNA ASSOCIAZIONE A DELINQUERE

Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DELL’OIM: “VIOLATE LE NORME INTERNAZIONALI, LA LIBIA NON E’ UN PORTO SICURO E IL NAUFRAGIO E’ AVVENUTO IN ACQUE INTERNAZIONALI”

Il portavoce dellʼOrganizzazione internazionale per le migrazioni ribadisce che “la Libia non è un porto sicuro dove dovrebbero essere condotte persone soccorse in acque internazionali”
“I 144 migrati, comprese donne incinte e bambini, che erano stati salvati domenica pomeriggio nel Mediterraneo dal cargo Lady Sham, sono stati trasferiti in un centro di detenzione in Libia”.
Lo scrive su Twitter il portavoce dell’Oim in Italia, Flavio di Giacomo, ricordando che molti di loro “erano in cattive condizioni fisiche” e ribadendo che “la Libia non è un porto sicuro dove dovrebbero essere portate persone salvate in acque internazionali”.
L’Italia ha violato le norme internazionali sul soccorso rifiutandosi di intervenire.

(da Globalist)

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IL GIORNALISTA DEL “FATTO”: “SALVINI, DENUNCERO’ ALLA POLIZIA POSTALE CHI TRA I SUOI FANS MI MINACCIA”

Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile

“SONO CERTO CHE SALVINI FARA’ ALTRETTANTO E INDICHERA’ PUBBLICAMENTE I LORO NOMI” … IL SOLITO SISTEMA DA VIGLIACCHI, GETTARE IL SASSO E NASCONDERE LA MANO

“Se questo è un ‘educatore’ io sono Batman”. Sono bastate queste otto parole al ministro dell’Interno Matteo Salvini per scatenare il suo esercito contro di me “colpevole” di aver criticato una parte dell’elettorato del leader della Lega in un post sul Fatto Quotidiano.it.
Sinceramente da un ministro intelligente e perspicace qual è Salvini mi sarei aspettato qualcosa in più sul mio post.
Avrebbe potuto sprecare qualche parola sulla “sostanza” di ciò che ho scritto mettendo in discussione la mia analisi.
Invece no, ha preferito mettermi all’indice con tanto di fotografia e lasciare il trofeo quotidiano in pasto ai suoi.
Una tecnica ben studiata dal suo staff che ogni giorno mette in scena una sorta di “shitstorm” causando una vera e propria tempesta di insulti e minacce.
Eccone un campionario delle centinaia che ho ricevuto (errori grammaticali compresi):
“Stai attento perchè stiamo tornando” (Juri)
“Sei una merda e nella fogna soffocherai” (Dino)
“Tu sei solo un deficiente. Stai zitto”. “Secondo me la rovina dell’Italia è proprio gente come te che non hai mai lavorato veramente in vita sua e va a fare il filosofo sui social” (Mauro)-
“Infame, quindi sarei povero ignorante senza cultura etc etc perchè voto Salvini? Ma vuoi che vengo a farti un saluto? No dimmi perchè se te le cerchi poi le trovi” (Francesco)
“Analfabeta di merda. Ammazzati che fai un favore a tutti noi italiani” (Andrea)
“Idiota” (Caterina)
“Mavaacagà ” (Claudia)
“Bastardo, tu sei povero senz’altro ma di animo. Il 40% degli italiani è con Salvini. Fallito morto di fame, cane” (Moreno)
“Un colpetto di lanciafiamme anche a te” (Pier)
“Vergogna zecca” (Giancarlo)
“Hai avuto successo comunista pezzo di merda. Bastardo, muori” (Moreno)
“Coglione pippa di meno” (Mauro)
“Che uomo di merda. Pezzente!” (Alessandro
)
Peccato che a parte qualche raro caso, nessuno sia entrato nel merito di ciò che ho scritto. Ma, forse, Batman voleva proprio questo.
Gli insulti me li prendo ma, d’accordo con il direttore Peter Gomez, denuncerò alla Polizia postale chi con le minacce ha messo a repentaglio la mia incolumità , certo che il ministro dell’Interno Matteo Salvini chiederà  alle autorità  competenti di individuare coloro che hanno commesso un reato nei miei confronti, postando i loro nomi sulla sua pagina Facebook.

Alex Corlazzoli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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CHE GUEVARA ADDIO, ORA DI BATTISTA E’ LA CHIARA FERRAGNI DEL M5S

Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile

SI ATTEGGIAVA A RIVOLUZIONARIO, E’ DIVENTATO UN BRAND… LUI E I SUOI VIAGGI, LUI E LA SUA COMPAGNA, LUI E SUO FIGLIO…NON E’ PIU’ PAGATO DAGLI ITALIANI , MA SPONSORIZZATO

L’evoluzione ha qualcosa di sorprendente, eppure in fondo era nelle cose.
Alessandro Di Battista, 40 anni, trascinatore di piazze, ex animatore di villaggi vacanze (a San Vito lo Capo i detrattori lo chiamavano «cuore di panna»), ex deputato (a Montecitorio i detrattori lo chiamavano l’«anguilla») il frontman e incarnazione del movimentismo grillino si è impercettibilmente, ma visibilmente, mutato di asse.
Da Che Guevara di Vigna Stelluti, ribellista chic in stile Roma Nord, è diventato, nel volgere di pochi mesi, una specie di Chiara Ferragni della politica a Cinque stelle. Non più eletto, ma influencer.
Non più pagato dagli italiani: piuttosto, sponsorizzato.
La politica invece che la moda. Marketing a spron battuto, comunque.
Anche M5S, in fondo, è un brand: e lui è il suo profeta. O, al limite, rischia di diventarlo il Dibba stesso, un marchio.
Dal viaggio per l’Italia in motorino per il No al referendum 2016 al «Viaggia con Alessandro Di Battista» che è lo spot sul Loft, la web tv del Fatto che gli ha pagato (non s’è saputo quanto) i reportage dal Sudamerica. Il passo in fondo è breve, come s’è visto col repentino passaggio dall’uno all’altro.
Lui e i suoi viaggi. Lui e la sua compagna. Lui e il piccolo Dibba. Lui e la potenza di non essersi ricandidato. Lui e Luigi. Il suo amico, il suo fraterno amico, il suo-sempre-più-amico. Un pacchetto unico, una tribù, una comunità  come ce ne sono varie nella terra d’origine dei Casaleggio.
È stato proprio Di Maio, ospite l’altra sera in tv da Floris, a svelare il mistero su quale sia, al momento, il mestiere di Di Battista, inseguito dalle polemiche dacchè dopo aver propagandato il mito della trasparenza è passato a posizioni tipo «come campo con la mia famiglia sono cazzi miei» (cit.).
«Lo pagano gli italiani? No, vive del suo lavoro», ha spiegato paziente il vicepremier Di Maio. Quale lavoro? «È il primo attivista d’Italia». Ah ecco.
In effetti, specie da quando è tornato dal Sudamerica, Di Battista sta svolgendo appieno il suo lavoro.
A fianco a Di Maio, come il 14 gennaio nel Van grigio per sei ore da Milano a Strasburgo, con telecamera fissa e dirette Facebook variabili, per il battesimo antieuropeista della campagna per le elezioni di maggio.
Obiettivo: togliere almeno un po’ la patina di grigio burocrate dalle spalle del vicepremier grillino, che peraltro tragicamente era quello prescelto a guidare – come Jean-Louis Trintignant a fianco di Vittorio Gassman ne Il sorpasso.
Aiutarlo a brillare, a non appassire, e, nel frattempo, presentarsi in naturale contiguità  con lui. Una comunità , un blocco.
Modello damanhuriani nella val Chiusella, ha mormorato qualcuno nei corridoi del Senato. Il messaggio del resto è liscio come un blocco di alabastro.
Basta estrarre a caso alcune delle più recenti affermazioni del vicepremier grillino per capire che rivalità  non può essercene. «Alessandro è un fratello», «sono contento di averlo al mio fianco», «insieme io lui siamo sempre stati una forza perchè abbiamo due personalità  diverse ma ci capiamo al volo», «siamo sempre stati amici, di questa grande esperienza e di questa grande battaglia».
Amici e più amici: possibile anche questo, nell’M5S. «Con Alessandro di Battista si è rafforzato il rapporto. Quando due amici si rivedono dopo tanto tempo sono più amici», ha detto Di Maio dopo capodanno, ad Alleghe.
Prima spiegava: «Non vedo l’ora di rivederlo» · «Non vedo l’ora che torni. Passeremo le vacanze insieme».
Proprio le vacanze di Natale, i giorni a sciare a Moena, in Val di Fassa, hanno rappresentato l’apoteosi di quella narrazione. Con Di Maio che si fa fotografare esibendo il piccolo Dibba in piedi sul tavolo, come in un trionfo. Una contiguità  assoluta, anche qui.
Del resto a fronte delle grandi sbracciate dimaiane, anche Di Battista ricambia, con una posizione molto precisa e ancora più eloquente.
Dice che loro due hanno un legame «indissolubile». Lo testimonia, fra l’altro, una foto sulla pagina Facebook di Dibba.
Lui seduto a terra, Di Maio in piedi alle sue spalle: si guardano. Una foto che l’ex deputato non ha mai tolto, negli anni. «Se dovessi tornare in prima linea sarei legato indissolubilmente a Luigi perchè la pensiamo allo stesso modo», ha detto Di Battista a settembre in un collegamento dal Guatemala.
«La forza del M5S sta anche in questo legame indissolubile che abbiamo io e lui», spiegava a maggio a Otto e Mezzo, prima della formazione del governo.
La forza sta qui: la pensano in modi diversi, ma anche nello stesso modo. «Siamo diversi eppure inseparabili. Non so se capita anche a voi con i vostri amici, ma a volte ci scriviamo in chat nello stesso momento un’idea o una soluzione che ci era venuta in mente», aveva raccontato Di Battista in primavera, alla presentazione a Ostuni del suo secondo libro con Rizzoli (50 mila euro per i due volumi, ha raccontato lui).
«Io e Luigi siamo uniti in maniera fraterna, lo considero il miglior portavoce del M5S», ha aggiunto. Curioso: portavoce l’uno, attivista l’altro, niente insomma che faccia presagire un qualche legame col potere e col governo, no? Per Di Maio, Di Battista tira fuori anche l’ingombrante figura del padre, come ha fatto in una diretta facebook dal Guatemala, nel momento delle polemiche sui rispettivi genitori: «Mio padre l’ho sempre preso come modello di onestà , è stato un grande esempio, come è un esempio Di Maio».
È Di Battista del resto che può maneggiare il concetto di famiglia con naturalezza, dagli ascendenti ai discendenti, dai genitori ai figli.
A differenza, anche in questo, del trentaduenne Di Maio che una sua propria, almeno per ora, non ce l’ha. L’aveva vagheggiata ai tempi della sua convivenza con Silvia Virgulti, ex fidanzata che questa estate voci davano per ritornante (lei del resto non ha mai abbandonato il gruppo comunicazione, segue da vicino anche i ministri, stava al tavolo del gruppo di lavoro per le europee): sia lei che lui, peraltro hanno esibito proprio negli ultimi mesi una foto col piccolo Andrea.
Di Maio come si è detto tra i legni del Trentino, mentre Virgulti tra i legni messicani, su un molo della laguna di Bacalar, questa estate.
La famiglia è invece per Dibba il veicolo sempre più potente della comunicazione. La cifra del suo presentarsi in pubblico.
In astratto, sin da quando dopo aver accompagnato in ospedale la compagna che stava per partorire, sentì la necessità  di diffondere un video in cui leggeva il discorso che aveva preparato per l’Italia a Cinque stelle di Rimini e proclamava: «Tra poche ore diventerò papà . La politica viene dopo la famiglia» (e la comunicazione, evidentemente, le precede entrambe).
Poi, dopo la nascita e soprattutto col viaggio, con post da decine di migliaia di like e video da centinaia di migliaia di visualizzazioni. Una vera potenza mediatica: stile Ferragnez, con le dovute proporzioni.
All’interno del percorso, una evoluzione precisa. Prima c’è lui. Dibba. Poi lui e lei. La Fedez della situazione. Colei che non c’entrava nulla coi cinque stelle prima di diventare l’unica possibile first lady grillina.
Sahra Lahouasnia, giovane e bella francese, piombata a Roma con l’Erasmus, poi per un master in «economia e gestione della comunicazione e dei media» , infine per l’impiego alla Renault Italia, dove è stata assunta a tempo indeterminato nel 2014 (l’ultimo incarico risulta «variable expenses executive», qualsiasi cosa voglia dire). «Vedere il sole tramontare dalla finestra dell’ufficio anche di venerdì è… Un’esperienza!», scriveva appunto all’epoca lei, sospirosa.
Tutt’altra cosa è diventata la sua vita dacchè, a fine 2016, ha conosciuto Dibba.
Tre mesi dopo incinta, un anno e mezzo dopo girava tra Usa, Messico, Guatemala, Nicaragua. Anzitutto loro due, dunque,molto coppia. Infine, l’apoteosi: Andrea.
Un bambino pubblico. Un figlio sempre più pubblico, col passare dei mesi.
Turbo esposto, come il figlio della Ferragni e di Fedez, Leone.
Nato nei giorni della festa riminese Cinque stelle, annunciato via social con un piedino, di Andrea nel tempo abbiamo visto parecchio. Con una evidente evoluzione. Prudentemente nascosto finchè era in passeggino, o in braccio ai genitori che lo riprendevano sempre di spalle – o comunque lo rendevano poco riconoscibile – alla fine si è messo proprio al centro della scena.
Ne sono prova palmare le foto dei vari account pubblici. Di lui, di lei, dell’Orizzonte lontano (il nome dell’impresa ispirato a Jack Kerouac). Andrea mostrato sempre di più. E sempre più al centro.
Un esempio. A luglio, in uno dei primi video, ci sono soltanto i genitori. Di Battista che parla di quanto si spende («dieci euro a testa negli ostelli») e definisce Tap e Tav «opere stupide», Sahra racconta di come Andrea mangi pappe e omogeneizzati.
Il pupo cattura l’attenzione, ma resta fuori scena.
Nell’ultimo video prima del ritorno in Italia, a dicembre, lui parla di quanto hanno speso («19 mila euro»), Sahra porge una banana al figlio, inquadrato pure lui, che mangia e dice cose. Alla fine salutano tutti. Ciao ciao.
Una specie di Reality, nel quale il terzetto sembra una sacra famiglia in pellegrinaggio. Pronta a riapprodare tra le braccia di Di Maio: e il vicepremier ancor di più che «non vede l’ora».
E con il piccolo esibito come se fosse la più forte garanzia di un futuro pentastellato. Come in quello scatto, assai criticato all’epoca dalla rete, in cui il piccolo Dibba sembrava addirittura emanare luce, finendo per illuminare (modello schermo di computer) le cinque stelle del logo M5S impresse sulla candida felpa di Dibba che lo teneva in braccio. Quasi messianico.

(da “L’Espresso”)

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TONINELLI E L’ENNESIMA FIGURACCIA SULLA SIERRA LEONE

Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile

IN UN TWEET SBAGLIA IL NOME DELLA NAVE E IL PORTO DI SBARCO

Dopo l’appello della nave al largo delle coste libiche che aveva inviato una richiesta di soccorso senza che nessuno rispondesse a Tripoli, ieri il ministro delle Infrastrutture, dei Trasporti e soprattutto dei porti Danilo Toninelli, che secondo Di Battista è il migliore di questo governo ma è diffamato dai Benetton, ha voluto dimostrare a tutti di stare sempre sul pezzo pubblicando un tweet in cui ci assicurava che erano iniziate le operazioni di soccorso: “La nave Sierra Leone, sotto coordinamento libico, sta iniziando a prendere a bordo i 100 migranti dal gommone. Tutto si svolge secondo le convenzioni internazionali, i naufraghi andranno a Tripoli. Seguo con attenzione, nella speranza che l’operazione si concluda senza problemi”.
Siccome lo dice Di Battista — e Di Battista è uomo d’onore, direbbe Antonio nell’orazione funebre per Cesare — non possiamo dubitare che Toninelli sia il miglior ministro di questo governo.
Solo ad onor del vero, però, pare giusto segnalare che quello che ha tirato su i migranti era un cargo (e non una nave), che si chiamava Lady Sham (che sui giornali è stata “soprannominata” Lady Sharm) e solo la sua provenienza risalisse alla Sierra Leone, e infine che i naufraghi sono stati portati a Misurata e non a Tripoli.
Non parliamo poi delle “convenzioni internazionali”, rispettate a pene di segugio soprattutto per quanto concerne i porti chiusi.
Ma a parte queste lievi imprecisioni, è evidente che Toninelli sia uno dei migliori ministri di questo governo.
Solo che a questo punto tocca preoccuparsi: se lui è il migliore, figuriamoci gli altri.

(da “NextQuotidiano”)

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INGANNATI: TENSIONE A BORDO DEL MERCATILE CHE RIPORTA I PROFUGHI IN LIBIA, IN VIOLAZIONE DELLE NORME INTERNAZIONALI

Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile

QUEL CAPITANO AL PRIMO PORTO CIVILE VA ARRESTATO E PROCESSATO: LA LIBIA NON E’ UN PORTO SICURO … I PROFUGHI ERANO IN ACQUE INTERNAZIONALI, L’ITALIA DOVEVA E POTEVA INTERVENIRE

Gli hanno detto che sarebbero sbarcati in Italia e quando hanno scoperto che invece Lady Sharm, il cargo battente bandiera della Sierra Leone, li stava riportando a Misurata in Libia, sono iniziate le tensioni a bordo.
Secondo Alarm Phone i 100 migranti, che ieri avevano lanciato l’allarme a 50 miglia dalle coste libiche, dicendo che stavano congelando, sono “sotto choc” e si rifiutano di sbarcare.
Le comunicazioni però sono molto difficoltose: non ci sono giornalisti sul posto e mancano conferme ufficiali.
L’episodio ricorda quello della nave Nivin, quando a novembre scorso un gruppo di migranti si rifiutò per giorni di scendere e l’esercito libico decise di fare irruzione sull’imbarcazione.
Poco dopo la mezzanotte era terminato il trasbordo sul mercantile inviato da Tripoli in loro soccorso.
Le persone — tra cui venti donne e dodici bambini, uno dei quali potrebbe essere morto di stenti — sono state in balia del mare e del freddo per ore.
Ore di angoscia che sono terminate con l’invio dei soccorsi: in serata il mercantile dirottato sul posto dalla Guardia costiera libica ha raggiunto la carretta, cominciando ad imbarcare i migranti.
Parallelamente altri 47 migranti, salvati dalla ong Sea Watch, attendono di avere notizie sulla loro destinazione finale: “Sono terrorizzati” dal possibile ritorno in Libia. “Le loro condizioni di salute sono buone e stazionarie”, ha detto all’agenzia Ansa l’equipaggio, “ma ora a preoccupare sono le condizioni meteo in peggioramento“.

(da agenzie)

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“E’ FALSO CHE I MIGRANTI PORTINO MALATTIE”

Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile

ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITA’: “SEMMAI E’ L’OPPOSTO, MOLTI SI AMMALANO PER LA CATTIVE CONDIZIONI IN CUI VIVONO IN EUROPA”

Quello che ‘i migranti portano le malattiè è un falso mito, mentre è forte il rischio che la loro salute peggiori una volta arrivati nei Paesi di destinazione a causa delle cattive condizioni in cui vivono.
Altro falso mito è che siano sempre più numerosi, mentre nei 54 paesi compresi nell’area dell’Oms-Europa sono appena il 10% della popolazione.
E’ quanto evidenzia il primo rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità  (Oms) sulla salute dei migranti e dei rifugiati in Europa presentato oggi a Ginevra.
Il documento, realizzato in collaborazione con l’Istituto Nazionale salute, Migrazioni e Povertà  (INMP) italiano, si basa sui dati di oltre 13mila documenti raccolti nei 54 paesi che fanno parte della regione Europa dell’Oms.
Il primo falso mito, si legge, è nel numero dei migranti, che oggi in tutta la regione sono appena il 10% della popolazione, mentre in alcuni paesi europei la popolazione pensa che siano 3 o 4 volte di più.
Dal punto di vista sanitario poi, la salute delle persone che arrivano è buona. Il rischio di malattie non trasmissibili, come tumori o problemi cardiaci, è più basso che nella popolazione generale, ma aumenta all’aumentare del periodo di permanenza a causa del mancato accesso ai servizi sanitari e delle condizioni igieniche spesso insufficienti.
“Anche per le malattie infettive l’aneddotica non corrisponde alla realtà  – sottolinea Santino Severoni, coordinatore del programma Oms Europa sulla migrazione e la salute -. E’ vero che lo spostamento delle popolazioni viene considerato una fonte di rischio, e per questo c’è un monitoraggio, ma riguarda tutti gli spostamenti. Si pensi ai 400mila che sono arrivati via mare in Italia nel 2016 e ai 20 milioni di passeggeri dell’aeroporto di Fiumicino. La verità  è che anche quando arrivano persone con infezioni l’evento è così sporadico che non costituisce un problema per la salute pubblica, come dimostra il fatto che non abbiamo mai registrato un contagio alla popolazione residente”.

(da agenzie)

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“LIBIA, UN INFERNO SENZA USCITA”: IL DOSSIER DI HUMAN RIGHTS WATCH

Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile

“ABUSI E TERRORE CHE LE POLITICHE DI ITALIA ED EUROPA HANNO CONTRIBUITO A CREARE”

“Un inferno senza uscita”. Questa è la condizione dei migranti in Libia. La stessa che si troveranno a vivere di nuovo anche i cento salvati la scorsa notte, dopo un soccorso lanciato solo per le pressioni di Palazzo Chigi, ora diretti a Misurata.
Ma un dossier di Human Rights Watch ricorda a tutti la grande ipocrisia dell’Europa: fingere che la Libia offra condizioni dignitose ai migranti.
No, in quel Paese c’è “un ciclo estremo di abuso che proprio le politiche dell’Italia e dell’Ue hanno contribuito a creare”.
Human Rights Watch documenta i gironi di questo inferno.
Una grave sovrappopolazione carceraria, mancanza di igiene, malnutrizione, assenza di cure sanitarie adeguate.
“Gravi violenze sono state registrate in quattro centri di detenzione nell’ovest del Paese, incluse percosse e frustate”.
Non sono deduzioni, non sono notizie di seconda mano ma il risultato delle ispezioni condotte sul campo. Che hanno messo in luce la situazione disperata in cui sopravvivono decine di bambini, compresi alcuni neonati, “costretti in locali spartani e inadeguati in tre dei quattro centri visitati”.
Quelle piccole vittime non sono un’eccezione: il 20 per cento degli arrivi totali in Europa dalla Libia è rappresentato da bambini.
“Migranti e richiedenti asilo detenuti in Libia, anche bambini, sono intrappolati in un incubo – afferma Judith Sunderland, condirettrice per l’Europa di Hrw – e i governi dell’Ue non fanno che perpetuare questo stato di cose, invece di sottrarre i migranti agli abusi”.
“Mettere toppe per migliorare le condizioni in cui si trovano – aggiunge – non assolvono l’Ue dalla responsabilità  di aver consentito in prima battuta un sistema barbaro di detenzione”.
Parlare di autorità  libiche è un eufemismo. Tutta la Cirenaica, da dove partono i barconi verso l’Europa, è nel caos.
Persino a Tripoli si è combattuto per l’intera scorsa settimana, con lanci di razzi e cannonate che hanno ucciso tredici persone e lasciato a terra 52 feriti. Il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite appare sempre più fragile, sgretolato dalle faide interne.
E nel Paese c’è un solo potere: quello delle milizie. Le stesse che spesso si arricchiscono con il doppiogioco: gestiscono il traffico di migranti e poi incassano gli aiuti europei per fermarlo.
Aprono e chiudono il rubinetto degli imbarchi secondo il loro tornaconto, trattando gli esseri umani come merce da sfruttare al massimo. “Le milizie hanno terrorizzato sia i libici che i migranti mentre nessuna autorità  osa tenergli testa ed assicurare giustizia”, ha detto Hanan Salah, ricercatrice esperta sulla Libia a Human Rights Watch.

(da agenzie)

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