Destra di Popolo.net

EMERGENZA BREXIT: TRE MESI IN PIU’ PER LONDRA, L’ACCORDO SUL TAVOLO DELLA COMMISSIONE UE

Gennaio 15th, 2019 Riccardo Fucile

IPOTESI REFERENDUM DOPO LE EUROPEE: SI DOVRA’ SCEGLIERE TRA L’ACCORDO BOCCIATO E RESTARE IN EUROPA

“Ci sono cose su cui non possiamo pianificare…”. Pierre Moscovici allarga le braccia quando gli si chiede di Brexit alla fine della rituale conferenza stampa della Commissione al Parlamento europeo riunito in sessione plenaria.
E’ pomeriggio, ma l’ombra serale della annunciata bocciatura dell’accordo su Brexit tra Londra e Bruxelles da parte del parlamento britannico si è già  allungata qui a Strasburgo.
E l’Ue annaspa nel buio, proprio come Theresa May bocciata a sera dal voto della Camera dei comuni: (432 contrari, 202 a favore).
Ma la premier, coriacea, non si dimette: se i laburisti presentano una mozione di sfiducia, domani il Parlamento la discuterà , annuncia.
Sullo sfondo, apprende Huffpost, c’è almeno una bozza di accordo con la Commissione per cercare una luce in fondo al tunnel.
Il guado è fitto. E superarlo è un’incognita per tutti.
Per prepararsi al peggio, Jean Claude Juncker oggi se n’è tornato a Bruxelles da Strasburgo. Domani si perderà  la plenaria che ospita il premier spagnolo Pedro Sanchez proprio per seguire la cosa più cogente, il caos Brexit, da Bruxelles: per comunicazioni con la May.
A quanto apprende Huffpost, la Commissione europea avrebbe già  imbastito una sorta di accordo con May per tentare di superare il guado. Le possibilità  di riuscita sono appese a tante variabili, ma ci provano.
Sul tavolo della Commissione c’è l’ipotesi di dare alla Brexit altri tre mesi di tempo. Alla luce della bocciatura di stasera, la Gran Bretagna non uscirebbe dall’Unione a fine marzo, come previsto inizialmente.
La data verrebbe posticipata a luglio, cioè entro l’insediamento del nuovo Parlamento europeo che verrà  eletto il prossimo 26 maggio.
Per fare cosa? L’ipotesi concordata da Bruxelles con la premier britannica sarebbe di tenere un nuovo referendum entro luglio.
Che esporrebbe gli elettori del Regno Unito di fronte alla seguente scelta: o l’accordo raggiunto dal governo May con la Commissione, quello bocciato stasera, oppure – shock – restare nell’Ue. Il no deal verrebbe così escluso.
E questa è una delle incognite, una delle tante di questa storia che è iniziata nel 2016 con la scelta Brexit da parte degli elettori britannici e che sembra non avere mai fine
Ma andiamo con ordine.
Secondo questo schema, gli elettori britannici non voterebbero per eleggere i loro eurodeputati il 26 maggio. Tutto verrebbe congelato fino al nuovo referendum.
Se vincesse l’accordo strenuamente difeso dalla May ma bocciato dal parlamento di Londra, la Brexit si compirebbe così.
Se vincesse il ‘remain’, la Gran Bretagna indicherebbe una propria data di voto per le europee per eleggere i propri rappresentanti a Strasburgo.
E’ chiaro che però questo schema di massima viene disturbato da mille variabili. Primo: la forza di chi in Gran Bretagna sostiene il ‘no deal’. Cioè lasciare l’Ue senza aver raggiunto un accordo con Bruxelles, con conseguenze imprevedibili, non contemplate dai trattati, imperscrutabili se non con una sfera di cristallo di quelle buone.
E infatti sul tavolo della Commissione europea c’è anche la carta ‘no deal’, per forza di cose. Del resto, a differenza del governo di Londra, in questa storia la Commissione ha il coltello dalla parte del manico.
Nell’ipotesi di nuovo referendum, la squadra Juncker si espone ad un’ipotesi ‘win win’. Se vincesse l’accordo raggiunto dal mediatore europeo Michel Barnier, bene. Benissimo se alla fine gli elettori britannici decidessero di restare nell’Unione. Dall’altro lato c’è May e i conservatori britannici.
Anche loro avrebbero da guadagnare dallo schema dei ‘tre mesi in più’. Riuscirebbero a mantenere il governo, non andrebbero a nuove elezioni, insomma non rischierebbero di lasciare il timone al Labour di Jeremy Corbyn che infatti stasera sentenzia: “Una sconfitta catastrofica per il governo”.
Nelle intenzioni della May e dei suoi sostenitori (non tantissimi) l’ipotesi di nuovo referendum entro luglio dovrebbe bastare per convincere i supporter del ‘no deal’ a mollare.
E la sfiducia presentata dal Labour non dovrebbe passare domani. Il Brexiter Nigel Farage auspica: “Se May ha il senso dell’onore si dimetterà “. Ma questo non è all’orizzonte.
Chissà . Dopo l’annunciata bocciatura dell’accordo, il presidente della Commissione Ue Juncker avverte sul rischio di una “uscita disordinata” del Regno Unito dall’Ue. E allo stesso modo, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk cerca di stanare i sostenitori del ‘no deal’:
Da domani parte il dibattito che sarà  la prova del nove degli schemi abbozzati tra Londra e Bruxelles. La storia ‘Brexit’ ha intanto provato che le trattative tra leader non sono scolpite sulla pietra. Possono saltare per aria. In un gioco di imprevedibilità  che sta facendo tremare le istituzioni in quanto tali.

(da “Huffingtonpost”)

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BREXIT, NO DELLA CAMERA AL PIANO MAY: 432 VOTI CONTRO

Gennaio 15th, 2019 Riccardo Fucile

CORBYN ANNUNCIA UNA MOZIONE DI SFIDUCIA CHE VERRA’ DISCUSSA DOMANI

Il Parlamento britannico affonda il piano di Theresa May sulla Brexit. Con 432 no e 202 a favore, i Comuni come previsto non hanno dato il via libera all’accordo con l’Unione europea per l’uscita dalla Ue.
Il leader laburista Jeremy Corbyn ha annunciato una mozione di sfiducia, che si dovrebbe votare domani.
E’   stato il giorno più atteso e la notte più lunga per la Brexit, Theresa May e tutto il Regno Unito. Dopo tanti rinvii e polemiche, l’accordo della premier britannica con l’Europa per l’uscita dall’Ue è andato ai voti alla Camera dei Comuni britannica, senza molte speranze di passare.
Quando qualche settimana fa ha superato la sfiducia del suo partito, oltre cento conservatori ribelli le votarono contro
“Stasera decideremo se andare avanti con l’accordo negoziato con i partner europei e porre le condizioni per un futuro migliore. E’ una responsabilità  profonda per ciascuno di noi, è una decisione storica – aveva detto Theresa May nel suo ultimo intervento ai Comuni, ricordando come nel 2016 sia andato al voto il 72% dei cittadini britannici, maggiore affluenza di sempre per qualsiasi referendum, e il popolo ha scelto di uscire dall’unione.
“Ben 246 deputati presenti in questa Camera hanno votato per attivare l’articolo 50 – ha detto la May – e solo 85 si sono opposti. E quale alternative abbiamo? O andare a un secondo referendum che poterebbe a ulteriori divisioni e direbbe al popolo che noi siamo stati eletti per servirlo e attuare la sua volontà  ma non abbiamo voluto farlo, oppure possiamo uscire senza accordo ma non credo che questo sia quello che vuole il popolo. Il popolo ha deciso di uscire dalla Ue ma di mantenere rapporti commerciali con l’unione ma senza accordo non ci sono intese commerciali e l’incertezza danneggerà  le nostre imprese”.
Duro l’intervento del leader laburista Jeremy Corbyn: l’accordo di ritiro è “uno sconsiderato salto nel buio”, è “cattivo per economia, democrazia e per il Paese”. Corbyn ha aggiunto che era stato promesso un documento “preciso” e “dettagliato”, mentre il “governo ha spettacolarmaente fallito” in questo senso, perciò il Labour si oppone all’intesa raggiunta con Bruxelles.
Le “rassicurazioni”   arrivate ieri da Bruxelles sul cosiddetto “backstop temporaneo” (cioè il regime temporaneo dell’Irlanda del Nord in una sorta di mercato comune europeo e la Gran Bretagna nell’unione doganale Ue fino a quando non verrà  trovata una soluzione definitiva sul confine irlandese) serviranno a poco. Tutti sanno che non avranno valore legale.

(da agenzie)

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OPERAZIONE SCIACALLAGGIO SUI CORPI DI RIGOPIANO PER ALIMENTARE IL CORTOCIRCUITO DEL DOLORE

Gennaio 15th, 2019 Riccardo Fucile

ALTRO SHOW ELETTORALE: SALVINI E DI MAIO IN VISITA PER L’ANNIVERSARIO CON LA PROMESSA DI SOLDI CHE NON SONO SICURI DI POTER DARE

Neanche la tragedia di Rigopiano resta fuori dalla campagna elettorale abruzzese.
E, più in generale da questa campagna elettorale permanente, del governo e nel governo, nell’era in cui la comunicazione è l’unico Dio, a prescindere da risultati e fattibilità  degli annunci.
Salvini, come ha dichiarato qualche giorno fa, andrà  il 18 gennaio a Rigopiano, a due anni da quella tragedia in cui 29 persone persero la vita.
E ci andrà  anche Luigi Di Maio, come anticipato oggi dal Centro, nel primo dei tre giorni che dedicherà  all’Abruzzo, dove si vota il prossimo 10 febbraio.
Entrambi sventolando emendamenti in cui si promettono dieci milioni di euro per le vittime, già  annunciati nei giorni della presentazione delle liste elettorali, in questa macabra rincorsa al consenso. Anche in questo caso, lo stesso giorno.
Proprio l’11 gennaio i Cinque Stelle hanno depositato un emendamento al Decreto semplificazione, a firma dei senatori Primo De Nicola e altri per “stanziare risorse per aiutare i familiari delle vittime e i superstiti di quel tragico evento”.
Poche ore dopo, Matteo Salvini, ha annunciato “dieci milioni per i familiari delle vittime”, dando per fatto, nell’euforia elettoralistica, il tutto, provvedimento, stanziamento e risarcimento.
Ecco la sua dichiarazione: “Come promesso abbiamo fatto in una settimana quello che altri non hanno fatto in due anni. Un intervento di legge a favore dei familiari delle 29 vittime e, soprattutto, 10 milioni stanziati dal ministero dell’Interno per aiutare chi ha perso tutto in quelle drammatiche ore”.
Fonti del Viminale, interpellate dall’HuffPost, chiariscono che, anche in questo caso, si tratta di un emendamento della Lega, speculare a quello dei Cinque stelle, al decreto Semplificazione, che si discuterà  nelle prossime settimane, sul “modello della Legge Viareggio”.
Dunque, non una posizione comune del governo, ma due leader, ognuno in Abruzzo impegnato a sostenere i propri candidati, due emendamenti di partito, con l’interesse per la questione che si accende a 20 giorni da un voto politico.
È la cronaca di una cinica propaganda politica e di un azzardo morale, che intreccia la bandiera del dolore con i vessilli dei partiti.
Al di là  dei tempi di approvazione, l’azzardo sta nell’incrocio tra lacrime e norme, emozioni collettive e giurisprudenza.
È nella gestione di questo intreccio il confine tra la responsabilità  e il “populismo dei sentimenti”, o semplicemente lo sciacallaggio.
Legge Viareggio, si dice. La legge Viareggio varata dopo il disastro ferroviario del 29 giugno 2009, prevedeva uno stanziamento di 10 milioni per vittime e coloro che hanno riportato ferite o lesioni gravi. Lo Stato, come è ovvio che sia, risarcisce una tragedia del genere — calamità , incidente, fatto traumatico – che riguarda un bene pubblico, su cui ci sono responsabilità  acclarate.
Purtroppo Rigopiano è questione complessa, che riguarda anche un bene privato, e dunque, inevitabilmente, si deve attendere che la magistratura definisca le responsabilità  dello Stato.
È un discorso che può apparire brutale, e per questo andrebbe legato ai tempi della giustizia e del buon senso e non a quelli elettorali, proprio nel rispetto del dolore. Senza speculazioni. E con la responsabilità  che una promessa, in questi casi, non può rimanere tale, come uno dei tanti impegni elettorali che vengono disattesi a urne chiuse.
Per carità : è legittimo che passi il principio secondo cui lo Stato può e deve risarcire sempre e comunque, però occorre fare un discorso di verità , anch’esso brutale, altrimenti si rischia un aberrante “cortocircuito del dolore”.
Perchè a quel punto il principio, e la conseguente innovazione giurisprudenziale, andrebbe esteso a tutte le vittime di tragedie.
Non ci vuole una Cassandra a prevedere che qualcuno si alzi e dica: “E le vittime del terremoto dell’Aquila, perchè a loro no? E quelle di Amatrice? E quelle delle tante tragedie di questi anni?”.
Un mese fa, in piena discussione sulla manovra la maggioranza bocciò un emendamento a firma di Stefania Pezzopane e altri che chiedeva “l’accesso al Fondo solidale per i familiari delle vittime di catastrofi naturali” per i parenti delle vittime del terremoto dell’Aquila e di Amatrice.
Voleva essere una “provocazione” per costringere il governo a farsi carico della questione dell’Aquila dove, a dieci anni del terremoto, contro i familiari delle vittime c’è una causa aperta dalla presidenza del Consiglio, per riavere la somma di denaro data alle famiglie dopo la condanna in primo grado dei membri della commissione grandi rischi, sentenza poi ribaltata in appello.
Proprio così: l’assoluzione dei sei esponenti della commissione in secondo grado comporterebbe, secondo l’avvocatura dello Stato, l’onere per i familiari delle vittime di restituire la provvisionale ricevuta a causa della morte dei loro cari.
Voi capite quanto rischiosa sia la promessa su Rigopiano, che materializza uno scenario in cui lo Stato da una parte chiede i soldi ai familiari delle vittime di una tragedia, dall’altra annuncia di darli.
Da una parte ancora non trova una soluzione che contempli una forma di “pietas”, dall’altra dà  per fatto un provvedimento, mentre è ancora in corso l’accertamento della responsabilità  da parte della magistratura.
Oppure le promesse resteranno tali, incassati e i dividendi elettorale. Quando resteranno solo le bandiere del dolore.

(da “Huffingtonpost”)

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L’UNIONE CAMERE PENALI SUL CASO BATTISTI: “LO SHOW DI SALVINI E BONAFEDE UNA PAGINA VERGOGNOSA E GROTTESCA”

Gennaio 15th, 2019 Riccardo Fucile

“ESIBIZIONE CINICA E SGUAIATA DI PROPAGANDA”… FOTO RICORDO CON IL DETENUTO DA PARTE DI AGENTI DELLA POLIZIA PENITENZIARIA IN SPREGIO DEL REGOLAMENTO

L’arresto di Cesare Battisti e lo «show» di due ministri all’aeroporto con le divise della Polizia e della Polizia Penitenziaria, alimenta anche polemiche: «Quanto accaduto ieri in occasione dell’arrivo a Ciampino del detenuto Battisti è una pagina tra le più vergognose e grottesche della nostra storia repubblicana. È semplicemente inconcepibile che due Ministri del Governo di un Paese civile abbiano ritenuto di poter fare dell’arrivo in aeroporto di un detenuto, pur latitante da 37 anni e finalmente assicurato alla giustizia del suo Paese, una occasione, cinica e sguaiata, di autopromozione propagandistica».
A esprimere «sdegno e riprovazione per questa imbarazzante manifestazione di cinismo politico» è l’Unione delle camere penali, che ritiene anche «sconcertante» che «il Ministro della Giustizia abbia diffuso un video, con sinistro commento musicale, titolando di “una giornata indimenticabile”».
«I ministri Bonafede e Salvini hanno ritenuto di doversi presentare in aeroporto, dove erano stati zelantemente predisposti palchetti, per esibirsi in favore di telecamera, evidentemente al fine di acquisire nell’immaginario collettivo il merito di un evento frutto, come è ben noto, del lavoro ultratrentennale dei vari governi che si sono succeduti nel tempo, al pari delle forze di polizia e dei servizi di sicurezza e di intelligence», lamenta la giunta dell’Ucpi, notando che «non ci sono state risparmiate foto ricordo del detenuto, con due agenti della polizia penitenziaria al fianco, in spregio di espliciti divieti normativi».
«Altro è esprimere legittima soddisfazione per la conclusione di una lunga latitanza di un cittadino raggiunto da plurime sentenze definitive di condanna per gravissimi fatti di sangue, altro è esporre il detenuto, chiunque egli sia, qualunque sia la sua colpa, come un trofeo di caccia, con foto ricordo al seguito- osservano ancora i penalisti- Una pagina umiliante e buia di malgoverno, che rappresenta nel modo più plastico e drammatico un’idea arcaica di giustizia ed un concetto primitivo della dignità  umana, estranei alla cultura del nostro Paese».

(da agenzie)

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CONDANNATO IL SINDACO LEGHISTA CHE AVEVA DIFFAMATO LA BOLDRINI

Gennaio 15th, 2019 Riccardo Fucile

IL PRIMO CITTADINO DI PONTINVREA DOVRA’ PAGARE IN TUTTO 33.000 EURO ENTRO 30 GIORNI… NESSUNA RATEAZIONE IN 87 ANNI, QUESTA VOLTA

II tribunale di Savona ha condannato il sindaco di Pontinvrea (Savona) Matteo Camiciottoli (Lega), accusato di diffamazione ai danni dell’allora presidente della Camera Laura Boldrini, al pagamento di 20 mila euro di multa con pena sospesa subordinata al risarcimento dei danni entro un mese.
I danni sono quantificati in 20 mila euro per Laura Boldrini e 100 euro per ognuna delle associazioni costituitesi parti civili: Unione Donne Italiane, Differenza Donna, Se non ora quando, Donne in rete e Centro per non subire violenza.
Boldrini aveva querelato Camiciottoli che commentando sui social gli stupri avvenuti in spiaggia a Rimini nell’estate 2017 aveva scritto che gli arrestati “dovevano essere mandati ai domiciliari a casa della Boldrini, magari le mettono il sorriso”.
Oltre a questo, Camiciottoli dovrà  pagare le spese processuali (3.500 euro per Boldrini, 1.980 euro per ognuna delle cinque associazioni).
Un totale   di 33.500 euro.

(da agenzie)

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LA STORIA DEI MOLTO SEDICENTI NEOFASCISTI TORINESI CHE PRODUCEVANO ARMI CHIMICHE IN CASA

Gennaio 15th, 2019 Riccardo Fucile

OBIETTIVO ATTACCO AL SISTEMA? NO, SPEDIZIONE PUNITIVA CONTRO UN ALTRO MILITANTE DI CASAPOUND COLPEVOLE DI ESSERSI FIDANZATO CON L’EX FIDANZATA DI UNO DI LORO… URGE RICOVERO A PSICHIATRIA

Quattro ragazzi tra i 19 e i 24 anni risultano indagati dalla Procura di Torino dopo che durante una perquisizione è stato scoperto che si erano prodigati a produrre artigianalmente una potente tossina.
La vicenda, racconta il Corriere, parte da lontano.
Aprile 2018, durante una manifestazione di Casa Pound davanti alle palazzine ex MOI un militante tira un pugno a Matteo Rossino, leader torinese di CP. La Digos nel fare alcuni accertamenti ha incidentalmente scoperto che i quattro avevano messo in piedi un’operazione per la produzione di ricina, una potente tossina che si estrae dai semi del Ricino.
Si tratta di una sostanza molto popolare nella cultura di massa visto che compare in numerosi telefilm (tra cui Breaking Bad) e che già  ha ispirato piani criminali negli USA.
Il tutto finalizzato ad un blitz punitivo nei confronti di un militante di CasaPound “colpevole” di essersi fidanzato con l’ex fidanzata di uno dei quattro.
E così poco prima di Natale gli investigatori dell’antiterrorismo hanno arrestato — con l’accusa di detenzione di armi chimiche —   il “chimico” del gruppo ritrovando, durante la perquisizione, un barattolo di ricina conservato in frigorifero.
Assieme agli altri tre è indagato anche per tentata fabbricazione di pistola clandestina. I quattro sono stati allontanati da CasaPound e non fanno più parte del Blocco Studentesco ma non avrebbero detto addio ai propositi di vendetta.
Tra manuali trovati su Internet per la sintesi della ricina e tentativi di acquisto — tramite Dark Web — di una Colt 1911 calibro .45 (la storica pistola in dotazione dell’esercito USA) i quattro hanno coltivato i loro propositi di vendetta.
Piani saltati propri grazie all’intervento delle forze dell’ordine che arrestando il “chimico” e indagando i tre neonazisti hanno molto probabilmente salvato la vita ai camerati ignari.

(da “NextQuotidiano”)

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LA RAGGI FERMA LA RAGGI: DIETROFRONT SULLE MONETINE DELLA FONTANA DI TREVI, RESTERANNO AI POVERI

Gennaio 15th, 2019 Riccardo Fucile

DOPO LA FIGURA DI BRATTA PLANETARIA, IL COMUNE NON POTEVA CHE RITORNARE SUI SUOI PASSI

Stavolta l’abbiamo scampata bella, ma per fortuna ci ha pensato Virginia Raggi a fermare Virginia Raggi, che voleva togliere i soldi delle fontane alla Caritas.
L’iniquo progetto della sindaca di Roma è stato per fortuna bloccato dalla sindaca di Roma appena in tempo: e la prima cittadina della Capitale ha anche detto che se becca la prima cittadina della Capitale gliele canterà  chiare in un’intervista all’Osservatore Romano nella quale ha mostrato la sua abilità  nella disciplina olimpica del Mirror Climbing: «La memoria di giunta che abbiamo votato è stata male interpretata, nessuno ha mai pensato di privare la Caritas di questi fondi».
Per fortuna che c’è Virginia Raggi a fornire interpretazioni autentiche di quello che pensa Virginia Raggi, perchè altrimenti chissà  cosa ci verrebbe in mente alla prima cittadina della Capitale con la complicità  della sindaca.
E pazienza se chi non ha la memoria storica di un mollusco ricorda sia che è la sua amministrazione che ha preso la decisione, sia che il progetto risale all’ottobre 2017 e l’anno scorso, a marzo, c’è stata la stessa identica sceneggiata: proposta di togliere i soldi alla Caritas e successiva marcia indietro dopo le proteste.
Mannaggia, questi che capiscono male a un anno di distanza non si reggono proprio più.
Intanto il Messaggero ci fa sapere oggi che non tutti, nella giunta grillina, sono soddisfatti per la piega che ha preso la vicenda.
A partire dalla responsabile del Sociale, Baldassarre, ex manager Unicef, che si è appena vista dimezzare le deleghe (ha perso la Scuola).
«Avremmo solo voluto rompere un monopolio — ha ragionato in questi giorni con i suoi — per finanziare sempre progetti sociali, ma gestiti anche da enti laici e non solo confessionali…».
Ma come, la Raggi non aveva detto che avevamo capito tutti male? Ha capito male pure l’assessora?

(da “NextQuotidiano”)

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CROTONE, 400 LICENZIAMENTI AL CALL CENTER, LAVORATORI INFEROCITI: “COLPA DEL DECRETO DIGNITA'”

Gennaio 15th, 2019 Riccardo Fucile

COME ERA PREVEDIBILE: ALLA SCADENZA DEI 24 MESI I LAVORATORI PRECARI NON VENGONO STABILIZZATI MA LICENZIATI

L’accusa viene direttamente dai lavoratori: le 400 persone alle quali non è stato rinnovato il contratto a tempo determinato puntano il dito su uno dei cardini della politica del governo gialloverde, il decreto Dignità .
“Meglio precari che disoccupati”. Questa è la protesta degli ex dipendenti della Abramo Customer Care di Crotone che questa mattina hanno tenuto un sit-in nel piazzale dell’azienda per protestare proprio contro il mancato rinnovo dei contratti da parte del call center.
Una decisione che l’azienda del gruppo Abramo ha motivato con le norme previste dal decreto Dignità  in base alle quali i lavoratori assunti con contratti a tempo determinato dopo un periodo di 24 mesi devono essere stabilizzati.
Per Fabio Tomaino, segretario provinciale della Uil, “questa norma ha portato un prezzo troppo caro per il sito di Crotone, dove sono previsti 400 esuberi. Senza polemica adesso ci aspettiamo dai rappresentanti istituzionali del territorio, dai parlamentari ai politici locali, l’istituzione di un tavolo di crisi a livello nazionale alla presenza di azienda e sindacato per trovare una soluzione che deve impegnare tutti: il governo e, se ci sono i margini economici, anche l’azienda stessa”.
“Il decreto che si prefiggeva di dare più dignità  ai precari invece li ha resi solo disoccupati – ha affermato Rita Lorenzano, segretario provinciale Cisl donne – tutto questo avviene nel silenzio generale della politica. Non si può parlare di mancanze dell’azienda, perchè come tutte le aziende, sta facendo quello che la legge consente di fare: dall’utilizzo degli stagisti alle agenzie interinali”.
“Il problema – prosegue Lorenzano – è a monte: il decreto doveva essere collegato a incentivi che permettessero alle aziende di trasformare i contratti a tempo determinato in indeterminato. Vorremmo che Di Maio, che gira tutta Italia, vedesse l’effetto devastante che il suo decreto sta facendo nel mondo dei call center e qui a Crotone dove non ci sono altre opportunità  di lavoro”.

(da agenzie)

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ALTRO CLOCHARD MORTO PER IL FREDDO A ROMA: E’ LA DECIMA VITTIMA

Gennaio 15th, 2019 Riccardo Fucile

AVANTI COSI’ IL GOVERNO HA RISOLTO IL PROBLEMA DEI POVERI… L’ALLARME DELLA CROCE ROSSA DI FRONTE ALL’IGNAVIA DELLE ISTITUZIONI

Il corpo di un senza fissa dimora è stato trovato stamattina nel Parco della resistenza a Roma. Era riverso a terra nei pressi del suo giaciglio di fortuna.
L’uomo sarebbe morto verosimilmente nella notte per il freddo. Non sono stati riscontrati segni di violenza.
Sul posto i carabinieri della stazione Aventino e del Nucleo Operativo per della Roma Centro.
È il decimo senzatetto morto a Roma da quando è iniziato l’inverno.
Ieri mattina un altro clochard è stato trovato senza vita in un’area verde alle spalle di una edicola nella Capitale. Anche in quel caso si ipotizza un decesso per cause naturali legato al freddo.
Lo scorso due gennaio invece aveva perso la vita a causa del freddo Beniamino, un polacco di 50 anni, il corpo era su una panchina di piazza Lotto, a Tor Marancia. Mentre risale al 30 dicembre il decesso di Davide, “il clochard colto” trovato morto, molto probabilmente anche lui stroncato dal freddo, in via Peano, in zona Marconi
Il 4 gennaio un senzatetto è stato trovato morto, sempre sulle sponde del Tevere, anche in questo caso si ipotizza che sia stato stroncato dall’ondata di gelo che in quei giorni aveva colpito la Capitale.
Nella notte del 7 gennaio in corso d’Italia, in pieno centro un’auto pirata ha falciato e ucciso Nereo, un senzatetto che viveva in zona. La sua morte ha suscitato una forte ondata di commozione e una gara di solidarietà  per adottare Lilla, il suo inseparabile cane.   L’8 gennaio, un’altra persona senza fissa dimora è stata trovata cadavere sotto ponte Sublicio, a Testaccio, col suo giaciglio andato in fiamme.
“È urgente trovare soluzioni a partire da quella che la nostra città  si doti di altre strutture di ricovero permanenti. In assenza di quelle soluzioni strutturali che sono necessarie e che continuiamo a sollecitare da tempo, in queste ore va affrontata quella che appare una vera e propria emergenza. La situazione che troviamo nelle strade, monitorata anche dai volontari della Croce Rossa che cercano di fare il possibile per portare aiuto, è drammatica.O si prende atto che quella delle persone senza dimora è una situazione da risolvere e gli si dà  priorità  cercando le risorse e le soluzioni o rischiamo di fare, soprattutto quando fa freddo di notte una tragica conta delle vittime, nonostante gli sforzi fatti per affrontare l’emergenza freddo”, ha commentato Debora Diodati, Presidente della Croce Rossa di Roma
Lo scorso giovedì ha suscitato polemiche lo sgombero di un piccolo accampamento di clochard a San Lorenzo, con i residenti che hanno raccontato che i vigili e operatori Ama hanno buttato via anche le coperte dei senzatetto.

(da agenzie)

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