Febbraio 1st, 2019 Riccardo Fucile
CAOS SULLE ASSUNZIONI DOPO LA LEGGE DELLA LEGA, CAMBIATI I REQUISITI IN CORSA, CENTINAIA DI RICORSI, SUL WEB COMMENTI DI RABBIA E DELUSIONE, MANIFESTAZIONE A ROMA
“Più sicurezza per tutti. Più agenti per le nostre città !”. Nel caso della Polizia di Stato, il cavallo di battaglia della Lega di Matteo Salvini ha prodotto un clamoroso pasticcio, e per mezzo della sua stessa mano.
Un guaio per una serie di aspiranti agenti che nel giro di una manciata di giorni hanno visto sbiadire la graduatoria in cui erano inseriti legittimamente da due anni, insieme a ogni speranza di vestire la divisa.
Un cortocircuito che nessuno, tra parlamento e governo, è riuscito a risolvere e prelude a un’ondata di ricorsi da parte degli esclusi.
Molti sfileranno il prossimo 5 febbraio davanti a Montecitorio contro chi li ha “traditi”, compreso il “Capitano” cui avevano rivolto appelli pubblici e privati. La storia parte da lontano, e precipita in una manciata di giorni.
Due anni fa, il 18 maggio del 2017, la Polizia di Stato ha bandito un “concorso per 1.148 allievi agenti” per sopperire alla carenza di organico.
La prova scritta ha portato a una prima graduatoria tra gli oltre 40mila che si erano presentati. Una volta avviato lo scorrimento, sarebbe rimasta valida per tre anni, fino ad ottobre del 2020.
I requisiti erano quelli di sempre: età inferiore ai 30 anni e licenza media.
Ed è con questi che i primi 3.422 candidati sono già stati valutati per l’ammissione alla scuola allievi e dunque per l’immissione in ruolo. Mancano le prove fisiche di idoneità . L’amministrazione della Polizia ha finalmente avuto i fondi e il benestare alle assunzioni da parte del governo ma nel frattempo è successo qualcosa: dieci giorni dopo il bando, il 29 maggio 2017, era stata approvata la legge sul riordino delle carriere che ha introdotto requisiti assunzionali di età non superiore ai 25 anni e il possesso del diploma d’istruzione secondaria superiore.
Il combinato disposto delle due circostanze, ha creato una zona grigia per i partecipanti al concorso in graduatoria ormai più di 700 giorni.
Il caso emerge con il ddl semplificazioni. In Commissione Affari Costituzionali e Lavoro al Senato arriva un emendamento a firma di sei senatori leghisti (Augussori, Saponara, Campari, Faggi, Pepe, Pergreffi) che impegna la Polizia a dar seguito a quella graduatoria anzichè indire nuovi concorsi per il reclutamento di 1.851 futuri allievi.
Nel testo precisa però che dovrà tenere conto dei requisiti sopraggiunti in fatto di anzianità e titolo di studio, lasciando così all’amministrazione la sola via dell’epurazione della graduatoria già formata, con espulsione di tutti i candidati di età compresa tra i 26 e 30 anni e senza diploma superiore, con scorrimento in favore di chi ha avuto punteggi inferiori (ma è allineato ai “nuovi” requisiti).
Per molti, ovviamente, quel testo che riaccendeva la speranza è diventato motivo di rabbia e disperazione.
Probabilmente l’antipasto a una raffica di ricorsi. In Parlamento è stato oggetto di polemica. Matteo Richetti del Pd ha twittato: “Il governo fa perdere i requisiti ai ragazzi del concorso in Polizia”.
E in aula rincara la dose. I leghisti replicano dicendo che la legge sul riordino è del Pd. L’emendamento sarà sospeso, bocciato poi riformulato e infine approvato al Senato e alla Camera difficile che ci siano margini di modifica: il ddl non tornerà in Senato per questa modifica. Si capisce dunque lo sconcerto degli interessati.
I post sul sito mininterno.net sui concorsi in Polizia sono arrivati ovviamente commenti densi di rabbia e delusione. “Vengo escluso perchè ho l’età giusta indicata dal bando, ma troppo elevata per la selezione che interviene ora, in corso d’opera. Minimo della vita faccio ricorso”, scrive un candidato. Qualcuno lancia l’idea di una manifestazione contro l’emendamento “discriminatorio”.
“Io ho un attestato di qualifica professionale di commis di cucina. livello di qualificazione 1 livello”. C’è chi non si dà per vinto: “Mettiamoci i gilet gialli, è ora di reagire”.
Alcuni non nascondono la propria delusione verso i leghisti nei quali avevano riposto le migliori speranze. “Da Matteo Salvini, il nostro capo e leader. Non me lo sarei mai aspettato”, recita un messaggio inviato al capo del Viminale.
E un altro raggiunge la bacheca facebook di Gianluigi Paragone, senatore del M5s: “Ero uno dei 40mila ragazzi che da due anni attendeva di sostenere la prova di efficienza fisica. Sarei stato anche tra i primi blocchi avendo totalizzato 9.5/10 al test. Però ho 26 anni e mi devo sentire già vecchio dopo aver sprecato soldi e tempo per la preparazione. So che non ve ne frega più di tanto, ma volevo raccontarvi questa storia piena di delusione”.
I sindacati sollevano dubbi di incostituzionalità . “Abbiamo chiesto con fermezza il pieno rispetto delle disposizioni del bando di concorso” spiega Innocente Carbone del Siulp, “senza quindi che i requisiti richiesti ai partecipanti siano allineati alle più restrittive disposizioni introdotte con il dl 95/2017. Se non c’è un intervento su questo è chiaro che si percorreranno tutte le strade per tutelare chi da due anni attende in una graduatoria valida e ufficiale. Non si possono modificare i requisiti a bando aperto. È illegittimo e incostituzionale”.
Il caso ovviamente è all’attenzione dei piani alti della Polizia. Nella fase concitata di discussione al Senato, era stato oggetto di confronto tra sindacati e il vicecapo preposto all’attività di coordinamento e pianificazione delle Forze di polizia, la prefetta Alessandra Guidi. Anche l’amministrazione, del resto, si ritrova in difficoltà .
Se indicesse un altro bando con i nuovi requisiti di legge lo farebbe a scapito di tutta la graduatoria, andando incontro a una marea di ricorsi per veder affermato il principio “tempus regit actum”: l’atto è soggetto alla disciplina vigente al momento in cui viene compiuto, sebbene successiva all’introduzione del giudizio.
Lo stesso potrebbe avvenire se decidesse di utilizzare quella esistente, ma epurata. Per questo, forse, il prefetto Guidi non ha risposto alla richiesta del fatto.it sulle intenzioni: attende che il Parlamento trovi una via d’uscita onorevole. Che non si vede.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 1st, 2019 Riccardo Fucile
“ANNI DI PROMESSE NON MANTENUTE E CHE NON INTENDE MANTENERE”
Marco Travaglio torna a parlare delle percezioni e delle reazioni per Matteo Salvini in divisa
Per il direttore del Fatto non si tratta di una prova di forza, ma di debolezza
Giacche, giubotti e felpe servono per coprire anni di promesse mai mantenute, e che non vogliono essere mantenute
Una divisa per unire e nascondere il poco o nulla fatto nei primi sette mesi di governo. È questa la sintesi del Travaglio pensiero su Il Fatto Quotidiano di venerdì 1 febbraio.
Nel suo editoriale dal titolo «Sotto il giubbotto niente», il direttore torna a parlare dell’episodio che ha visto Matteo Salvini passeggiare nel Transatlantico di Montecitorio con una giacca della polizia di Stato.
Un gesto che ha fatto inalberare le opposizioni e creato un precedente mai avvenuto finora.
Ma quell’atteggiamento, sicuramente provocatorio, è sintomo di una grave insicurezza. «È stato l’ennesimo attestato di debolezza, tipico della sua concezione carnevalesca della funzione ministeriale — scrive Travaglio -. Siccome Salvini non riesce a fare quasi nulla di ciò che aveva promesso agli elettori, cioè non sa governare e neppure ci prova, getta fumo, annunci, proclami, dirette Facebook, felpe, ruspe e uniformi negli occhi di chi ci casca».
Ma le opposizioni, come spesso capita, hanno sbagliato l’approccio critico contro Salvini in divisa, gettando l’attenzione sull’aspetto sbagliato e non sull’inconsistenza politica (e fattiva) del ministro dell’Interno.
«Il Pd e la sinistra hanno subito abboccato all’amo, strillando all’attacco alle istituzioni, cioè spacciando quella visione tragicomica per una prova di forza». Reazioni che tendono a fortificare ancora di più il ‘fascino’ elettorale del leghista sul popolo italiano.
I cittadini, infatti, vedono nel Salvini in divisa un loro salvatore, soprattutto per quello che dice dato che quello che fa e promette non sta avendo i riverberi aspettati.
«La sicurezza richiede faticosi compromessi, noiose scelte politiche e un quotidiano lavoro diplomatico lontano dai riflettori — sottolinea Marco Travaglio -. Ma questa, volgarmente detta ‘amministrazione’, non fa per lui. Così come la sicurezza a cui preferisce la ‘rassicurazione’. Anche perchè, se risolvesse almeno qualcun dei problemi legati all’immigrazione e alla sicurezza (che solo in parte coincidono), poi di cosa parlerebbe?».
Nel suo editoriale, il direttore del Fatto sottolinea come le promesse dei 600mila rimpatri sono ancora lontane dall’essere mantenute, ma la percezione che Salvini dà di sè fa svanire questo dato, che è quasi fermo a zero. E se le previsioni parlavano di almeno 80 anni per completare quel proclama elettorale, ora si è passati a quasi cento anni.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 1st, 2019 Riccardo Fucile
IN SARDEGNA STAVOLTA SI E’ FREGATO DA SOLO, ESIBENDO I GRADI DI CAPITANO
“Con il suo ingresso in divisa alla Camera dei Deputati, Matteo Salvini ha letteralmente profanato le istituzioni”. Andrea Maestri, avvocato penalista e membro della segreteria di nazionale di Possibile, avverte il ministro dell’Interno.
C’è un luogo, infatti in cui nessun corpo armato può entrare: è il Parlamento. “Per questo siamo pronti a presentare una denuncia. I regolamenti di Camera e Senato vietano l’ingresso proprio per preservare le più alte sedi istituzionali e la libera espressione della vita democratica al loro interno” dichiara Andrea Maestri, tornando sul caso della divisa indossata dal ministro dell’Interno a Montecitorio.
“In uno Stato di diritto i rappresentanti delle istituzioni” aggiunge Maestri “dovrebbero essere i primi a rispettare le leggi, se non lo fanno ed ostentano con sfrontatezza da Marchese del Grillo, bisogna denunciarli perchè rispondano, davanti alla legge appunto, delle loro azioni. E noi ci accingiamo a denunciarlo”.
Una denuncia che, stavolta, potrebbe costare cara a Matteo Salvini.
Se in passato le divise indossate potevano essere giustificate dall’azione politica e dalla palese “non usurpazione” dei titoli di agente di pubblica sicurezza, stavolta entrando alla Camera “travisato” da poliziotto avrebbe varcato i limiti della legge.
Ma non è solo la divisa da poliziotto ad aver tenuto banco, nelle ultime ore, tra gli scranni di Montecitorio.
In Parlamento è finito anche il caso della divisa dei barracelli indossata da Matteo Salvini durante il comizio del 16 gennaio scorso ad Alghero.
Il Partito democratico ha infatti presentato un’interrogazione al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per chiedere “quali misure intenda adottare per porre fine alle condotte del ministro dell’Interno, che appaiono illegittime, oltre che inopportune”.
Nel caso di Alghero, infatti, Salvini non si è limitato a indossare la divisa dei barracelli ma, sul palco della città sarda, il ministro ha “addirittura” esibito i gradi (come si vede dalla foto), addirittura quelli di capitano, “della Compagnia barracellare della Regione autonoma della Sardegna”.
“Un comportamento in palese violazione del diritto”, si legge nell’interrogazione che ha come prime firmatarie la senatrice Nadia Ginetti e la collega Monica Cirinnà , in quanto “la divisa e ogni altro segno distintivo di forza di pubblica sicurezza hanno la funzione di rendere immediatamente riconoscibile ai cittadini il soggetto titolare dei poteri, anche coercitivi, che la legge attribuisce alle medesime forze.
Tra gli articoli del codice penale che il ministro avrebbe violato spicca il numero 498, che “individua — nel titolo dedicato i delitti contro la pubblica fede — la fattispecie contravvenzionale di usurpazione di titoli e onori”.
(da “TPI“)
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Febbraio 1st, 2019 Riccardo Fucile
ORA LA GUARDIA COSTIERA DOVRA’ SPIEGARE CHI HA RITARDATO L’ORDINE DI INTERVENIRE
L’ipotesi di reato è l’omissione di atti d’ufficio. I magistrati della Procura di Roma dovranno
stabilire se il 18 gennaio si sono verificate omissioni e ritardi nei soccorsi nel naufragio che costò la vita, secondo quanto raccontato dai superstiti, a 117 migranti.
Il fascicolo, per ora a carico di ignoti, è stato aperto alla luce delle carte giunte per competenza dalla Procura di Agrigento.
I magistrati siciliani tirano in ballo il Centro di coordinamento di ricerca e soccorso (Imrcc) della Guardia costiera italiana, che ha sede nella Capitale.
Gli inquirenti agrigentini sono arrivati ad ipotizzare l’omissione di soccorso per quanto avvenuto la sera del 18 gennaio a 50 km a nord-est di Tripoli.
Ipotesi di ritardi nella macchina dei soccorsi dopo l’avvistamento, nel pomeriggio di quel giorno, da parte di un aereo da pattugliamento marittimo P72 del 41/o stormo di Sigonella dell’Aeronautica, di un gommone in fase di affondamento con circa 20 persone a bordo.
Sono le 13.40, ricostruisce La Repubblica.
L’equipaggio dell’aereo, dopo avere allertato l’Imrcc di Roma, alla luce delle pessime condizioni del mare, lancia in prossimità del gommone due zattere di salvataggio, che aprono regolarmente.
Negli stessi minuti l’aereo della ong che collabora con Sea Watch avvistando dall’alto i barconi in difficoltà capta la conversazione tra la nave militare e la sala operativa di Roma, vede transitare nell’area il mercantile liberiano Cordula Jacob e allerta la ong tedesca, che a sua volta chiama Roma e si offre per soccorrere il gommone.
Roma, prosegue il quotidiano capitolino, risponde che il coordinamento dei soccorsi spetta a Tripoli in quanto l’evento Sar sta avendo luogo nell’area Search and Rescue della Libia e non dà informazioni alla ong.
Sono le 14.00: sia Roma che Sea Watch chiamano i numeri della Guardia costiera libica, che non risponde.
Soltanto alle 15.02 l’Imrcc dirama l’avviso Navitex e allerta tutte le navi nei paraggi spiegando che c’è un gommone che sta affondando e fornendo i numeri di telefono cui contattare i guardacoste di Tripoli.
A quel punto Sea Watch viene a conoscenza delle coordinate del’incidente e fa rotta verso il punto del naufragio ma è a una decina di ore di navigazione.
Alle 16,40 la Guardia costiera libica assume il coordinamento dei soccorsi: sono passate tre ore dalla prima segnalazione e il gommone è completamente affondato. Tripoli chiede a Roma di chiamare il cargo liberiano, ma non invia motovedette spiegando di non averne a disposizione.
Il Cordula Jacob arriva sul luogo del disastro alle 21, ma non trova superstiti nè cadaveri. All’una di notte arriva anche la Sea Watch 3, ma a quel punto il disastro si è consumato.
I magistrati capitolini sono chiamati ad accertare eventuali responsabilità penali nella gestione degli interventi di soccorso e in particolare su quando è arrivato dal Centro di coordinamento l’allarme al cacciatorpediniere della Marina Caio Duilio (che si trovava a oltre 200 chilometri di distanza) che ha poi disposto il decollo del proprio elicottero SH 90 per inviarlo sul luogo del naufragio.
Il mezzo ha recuperato, con due diverse missioni, tre naufraghi in ipotermia: uno dall’acqua e due da una delle zattere di salvataggio precedentemente lanciate dal velivolo dell’Aeronautica. L’altra zattera ispezionata è risultata vuota.
Dal racconto dei sopravvissuti è emerso che a bordo del gommone c’erano in totale 120 persone.
Sempre a Roma, intanto, rischiano di finire sotto processo due ufficiali della Marina per il naufragio di una imbarcazione di siriani avvenuto l’11 ottobre 2013 al largo di Lampedusa, in acque maltesi, nel quale morirono circa 300 tra adulti e bambini.
La procura di Roma — come già noto — ne ha chiesto il rinvio a giudizio in quanto ritiene gli ufficiali responsabili di aver colpevolmente ritardato l’intervento della nave militare italiana Libra.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 1st, 2019 Riccardo Fucile
LA GUARDIA COSTIERA SU IMPUT DI CHI SAPPIAMO IMPEDISCE LA PARTENZA DELLA ONG DA CATANIA FINCHE’ I “PROBLEMI TECNICI” NON SARANNO RISOLTI… SICURAMENTE FARANNO GLI STESSI RILIEVI DI 10 ORE A TUTTE LE IMBARCAZIONI
È ancora ormeggiata al porto di Catania la Sea Watch.
La nave ha già caricato viveri, carburante e quanto necessario per riprendere la navigazione, è arrivato anche il nuovo equipaggio, ma non può lasciare il porto etneo, proprio quel porto sicuro che sembrava non dovesse mai raggiungere.
Ieri il capo missione e il comandante sono stati sentiti per ore, a bordo della nave, sull’operazione di salvataggio dei 47 migranti sbarcati a Catania e sui successivi movimenti dell’imbarcazione da personale della squadra mobile della Questura e da militari della Guardia di finanza.
Sulla Sea Watch 3, rende noto la Guardia Costiera, sono state rilevate “una serie di non conformità ” che riguardano sia “la sicurezza della navigazione”, sia “il rispetto della normativa in materia di tutela dell’ambiente marino”.
Fino a quando non verranno risolti i problemi sollevati, sottolinea ancora la Guardia Costiera, la nave non potrà lasciare il porto di Catania.
Gli ispettori della Guardia Costiera di Catania sono saliti a bordo della Sea Watch 3 per eseguire una verifica tecnica sulle condizioni della nave, in applicazione della Unclos ,la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare.
Dell’attività è stata informata l’Olanda, quale Amministrazione di bandiera dell’unità .
Le non conformità rilevate “dovranno essere risolte anche con l’intervento dell’Amministrazione di bandiera, in cooperazione con gli ispettori specializzati della Guardia Costiera e il 6° Reparto – Sicurezza della Navigazione del Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera”.
Da fonti legali della Ong si apprende che nessun passaporto è stato ritirato, che non esiste una comunicazione di divieto di ripartenza e che nessuna convocazione è stata diramata dalla Procura di Catania.
(da agenzie)
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