Febbraio 9th, 2019 Riccardo Fucile
NEL CENTRODESTRA LA LEGA DATA AL 20%, FORZA ITALIA AL 9%, FDI AL 4%
Domenica in Abruzzo si vota per rinnovare la giunta e il consiglio regionale, attualmente controllati dal centrosinistra.
I sondaggi danno in largo vantaggio il centrodestra guidato dal candidato presidente Marco Marsilio, di Fratelli d’Italia.
Gli altri candidati principali sono Sara Marcozzi del Movimento 5 Stelle e Giovanni Legnini, ex presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, candidato di PD e centrosinistra. Il quarto candidato presidente, a grande distanza dai primi tre, è Stefano Flajani, sostenuto da CasaPound.
L’Abruzzo è una regione di confine tra il Centro Italia, tradizionalmente vicino al centrosinistra, e il Sud, dove di solito è in vantaggio il centrodestra.
Negli ultimi 25 anni, giunte di centrosinistra si sono sempre alternate a giunte guidate dal centrodestra.
Le elezioni di domenica, però, saranno importanti anche per la politica nazionale, come ha dimostrato l’intensa campagna elettorale fatta in regione dal capo della Lega Matteo Salvini e da numerosi esponenti del Movimento 5 Stelle, come il capo politico Luigi Di Maio.
Anche se è un’elezione locale, il risultato del voto sarà usato inevitabilmente per valutare il cambiamento nei rapporti di forza interni alla coalizione di governo.
Dalle elezioni dello scorso 4 marzo, infatti, il Movimento 5 Stelle ha subìto soltanto sconfitte elettorali e cali nei sondaggi, mentre la Lega è passata da una vittoria all’altra. L’ennesimo cattivo risultato domenica sarebbe un pessimo segnale per il Movimento 5 Stelle in vista delle elezioni europee del 26 maggio e per le elezioni locali che si terranno nei mesi precedenti (il 24 febbraio si vota in Sardegna, il 24 marzo in Basilicata).
Centrodestra
La formazione della coalizione di centrodestra è stata lunga e travagliata, ma come spesso accade alla fine Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno trovato un accordo. È stato quest’ultimo partito, particolarmente forte nel centro Italia, a ottenere la candidatura alla presidenza: Marco Marsilio, 51 anni, storico esponente di Alleanza Nazionale, eletto deputato con il Popolo della Libertà nel 2008 e rieletto senatore con Fratelli d’Italia nel 2018.
La famiglia di Marsilio è originaria dell’Abruzzo, ma lui è cresciuto a Roma ed è sempre stato eletto in Lazio. Per questa ragione è stato attaccato dalla candidata del Movimento 5 Stelle, Sara Marcozzi, che lo ha definito un “romano” inviato a “commissariare l’Abruzzo”.
Secondo gli ultimi sondaggi Marsilio e la sua coalizione hanno un vantaggio tra i 5 e i 10 punti percentuali
In tutto il centrodestra dovrebbe raccogliere circa il 40 per cento dei voti, in crescita rispetto al 35 per cento ottenuto alle elezioni politiche del 4 marzo.
Sempre secondo i sondaggi, rispetto al 4 marzo si sono invece invertiti i rapporti di forza all’interno della coalizione. Forza Italia, infatti, dovrebbe passare dal 16 per cento del 4 marzo al 9 per cento. I voti persi sembrano tutti destinati a finire alla Lega, che dovrebbe passare dal 14 al 20 per cento.
Fratelli d’Italia dovrebbe rimanere stabile intorno al 4 per cento.
Centrosinistra
Il centrosinistra candiderà l’ex presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Giovanni Legnini, 60 anni, nato in provincia di Chieti, a lungo senatore e deputato prima dei Democratici di Sinistra e poi del Partito Democratico, sempre eletto in Abruzzo.
Durante il governo Letta è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri (il ruolo che oggi è del leghista Giancarlo Giorgetti). Nel settembre del 2014 è stato eletto vicepresidente del CSM, l’organo di autogoverno della magistratura (che è presieduto dal presidente della Repubblica e di solito ha un vicepresidente che non fa parte della magistratura).
Anche Legnini ha attaccato le origini del suo avversario, Marsilio, sostenendo che è un esponente della destra romana, vicino a Francesco Storace e Gianni Alemanno. «Sarà molto difficile per Marsilio dire “prima gli abruzzesi”», ha detto pochi giorni fa: «Se vogliamo prima gli abruzzesi non bisogna votare Marsilio». Legnini ha poi attaccato Luigi Di Maio e Matteo Salvini per quella che ha definito «l’invasione» della regione da parte «di due vicepremier e ministri che avrebbero certamente cose importanti da fare per il Paese» e che invece continuano a girare per l’Abruzzo per sostenere i loro due candidati.
La sinistra si presenta sostanzialmente unita: Legnini è sostenuto da otto liste differenti, capeggiate dal PD, tra cui ci sono anche LeU, Italia dei Valori e i centristi di Bruno Tabacci.
Secondo i sondaggi l’intera coalizione dovrebbe raccogliere tra il 25 e il 30 per cento: sarebbe un grosso recupero rispetto alle elezioni politiche del 4 marzo 2018, quando raccolse appena il 17 per cento dei voti.
L’obiettivo principale però è riuscire a ottenere almeno il secondo posto, superando il Movimento 5 Stelle. Non sembra impossibile riuscirci per Legnini, che secondo i sondaggi sarebbe soltanto a un paio di punti da Sara Marcozzi, candidata del partito guidato da Luigi Di Maio.
Movimento 5 Stelle
Il Movimento 5 Stelle ha scelto come sua candidata Sara Marcozzi tramite le “regionarie”, le elezioni primarie svolte sulla piattaforma Rousseau.
Marcozzi, 41 anni, avvocata, è stata scelta da poco più di mille iscritti. Attualmente è consigliera regionale del Movimento, eletta nel 2014 quando era già stata candidata presidente una prima volta (all’epoca il Movimento raccolse il 21 per cento dei voti).
Marcozzi ha spesso attaccato quello che sembra considerare il suo principale avversario, il centrodestra.
Di recente lo ha incalzato sul tema delle trivellazioni in mare, a cui il segretario della Lega Matteo Salvini si è dichiarato a favore e contro cui il Movimento si batte da anni, anche in Abruzzo.
«Matteo Salvini si è dichiarato favorevole alle trivellazioni», ha detto Marcozzi. «Adesso è il momento che anche i leghisti d’Abruzzo, il romano Marco Marsilio e tutto il centrodestra ci dicano da che parte stanno: sono pro o contro alle trivellazioni in Abruzzo contro cui i cittadini hanno già combattuto per anni?».
Oggi i sondaggi assegnano a Marcozzi poco più del 30 per cento dei consensi, in crescita rispetto al 2014: potenzialmente un risultato che la metterebbe davanti al candidato del centrosinistra e che potrebbe essere considerato una mezza vittoria.
Ma sarebbero comunque dieci punti in meno rispetto al risultato ottenuto alle politiche del 4 marzo, quando il Movimento 5 Stelle da solo riuscì a ottenere il voto di quasi il 40 per cento degli elettori abruzzesi.
(da “il Post”)
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Febbraio 9th, 2019 Riccardo Fucile
NESSUN PAESE EUROPEO GIUSTIFICA L’INGERENZA ITALIANA, IL MONITO DEL LEADER DEI POPOLARI EUROPEI WEBER: “L’ITALIA LA SMETTA DI LAMENTARSI E SI ASSUMA LE PROPRIE RESPONSABILITA'”
«In Italia c’è un presidente del Consiglio ed è il signor Giuseppe Conte. Io parlo con lui». Già
diverse volte il presidente francese Emmanuel Macron aveva rimarcato questo concetto per tenersi il più possibile a distanza dai populisti grillini e i sovranisti leghisti che governano l’Italia.
Ieri il capo dell’Eliseo lo ha ribadito per snobbare l’invito che Matteo Salvini aveva rivolto a Macron per un incontro.
Niente da fare, da Parigi toni decisi confermano che i rapporti sono deteriorati e servirà ben altro per placare i nostri vicini.
Conte ancora non ha fatto quel gesto che Macron si attende. Alzare il telefono e chiamarlo.
Se in questo momento di grave tensione diplomatici cristallizziamo a ieri le immagini dei protagonisti italiani,queste immortalano un governo spaccato, in cui ognuno fa per sè.
Di certo tutti hanno una gran voglia di scrivere.
Luigi Di Maio scrive al quotidiano francese Le Monde per dire che il M5S flirta con i gilet gialli perchè ce l’ha con Macron non con il popolo francese che è amico, o con la sua «democrazia millenaria» che non è tale perchè la Rivoluzione francese è di 230 anni fa. Salvini manda una lettera al suo omologo, il ministro dell’Interno Chritophe Castaner, invitandolo in Italia per affrontare i dossier che hanno un interesse bilaterale. Ma si ritrova sbattuto in faccia un «no, grazie» e il fastidio per una convocazione al di fuori dalle vie diplomatiche ufficiali.
Su tutti veglia dall’alto del Colle il presidente Sergio Mattarella, ancora gelido nei confronti di Conte. Il fatto che non ci sia stata una telefonata con il presidente del Consiglio dimostra quanto poco abbia apprezzato i suoi tentennamenti sul caso dell’ambasciatore.
Il premier sale e scende dall’aereo, dicono sia anche un po’ provato fisicamente dai viaggi. Intorno a lui c’è un assedio: la Farnesina è sotto choc, i consiglieri sono spiazzati.
L’ultima volta che la Francia ha ritirato l’ambasciatore in Italia c’era il Fascismo e i nazisti avevano già occupato la Polonia. In Libano, per venti minuti, Conte si chiude in una stanza, prima di affrontare le domande dei cronisti.
Cerca di mantenersi in equilibrio e prende tempo. Il giorno dopo, ieri, lo passa al telefono. Sente continuamente il ministero degli Esteri.
Le diplomazie, francesi e italiane, sono al lavoro per preparare il terreno adatto alla telefonata che ci sarà nel giro di 48 ore. Con il ministro Enzo Moavero Milanesi in Sudamerica, è il segretario generale della Farnesina Elisabetta Belloni a tenere i contatti e a mediare.
Conte sa che quella telefonata va fatta e presto. Anche per ristabilire ordine ed equilibrio nei rapporti con i partner europei. E perchè, come gli fanno capire tutti, «se continuiamo così non possiamo alzare la voce sulle cose che ci interessano davvero». Libia, Fincantieri, migranti
Il contraccolpo in Europa è immediato.
Il leader dei popolari europei, il tedesco Manfred Weber ha chiesto all’Italia «di smettere di lamentarsi con Parigi, Berlino e Bruxelles dei propri problemi economici e di prendersi le proprie responsabilità ».
Weber è in lizza per sostituire Jean Claude Juncker alla presidenza della Commissione Ue. Ma proprio da Juncker potrebbe arrivare un altro segnale di isolamento dell’Italia.
Martedì non parteciperà al dibattito con Conte nell’aula del Parlamento europeo.
Dallo staff smentiscono che la assenza sia legata alle tensioni con la Francia e spiegano che Juncker non ci sarà «per motivi di agenda». Dalla sua agenda pubblica, però, non risulta alcun appuntamento per il pomeriggio: certamente il numero uno dell’esecutivo Ue sarà a Strasburgo al mattino per presiedere la riunione dei commissari, ma poi lascerà al suo vicepresidente Jyrki Katainen il compito di “dialogare” con Conte.
L’assenza è abbastanza inusuale. Juncker partecipa quasi sempre ai dibattiti in Parlamento con i capi di Stato e di governo, appuntamento che ritiene estremamente importante.
A gennaio non lo aveva fatto con lo spagnolo Pedro Sanchez, solo perchè era dovuto tornare di corsa a Bruxelles a causa del voto inglese contro il piano sulla Brexit.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 9th, 2019 Riccardo Fucile
FISCHI E URLA DEGLI EX SOCI DELLE BANCHE RIMBORSATI DEL 30% DELLE SOMME PERSE E CON LA SPADA DI DAMOCLE CHE LA PROCEDURA DI INFRAZIONE UE BLOCCHI I RIMBORSI
Non è stata certo una bella accoglienza quella che hanno trovato Matteo Salvini e Luigi Di Maio al loro arrivo al Centro Sport Palladio di Vicenza per l’assemblea nazionale dell’associazione “Noi che credevamo nella Banca Popolare di Vicenza e in Veneto Banca”.
All’ingresso i due vicepremier hanno trovato decine di ex soci: fischi, urla e contestazioni hanno raggiunto soprattutto Luigi Di Maio, che è sfilato tra la folla senza fermarsi, scortato dalle forze dell’ordine.
Nel palazzetto dello sport oltre 1.200 persone. Imponente lo schieramento di agenti, in tenuta antisommossa, all’esterno: la circolazione di auto è stata interdetta in un raggio di 300 metri dal Centro Sport Palladio.
Diverso invece il clima all’interno, con la presidente dell’Associazione vittime salvabanche, Letizia Giorgianni, che ha riconosciuto al governo “una buona dose di coraggio politico” per aver impegnato risorse per i risparmiatori, ma la situazione con l’Ue, con il rischio che la legge incorra nelle procedure di infrazione, richiede “risposte credibili” dal governo.
Il problema è che l’associazione ha appreso “non dall’esecutivo ma dai giornali, che i tecnici del governo hanno scritto che la legge viola in almeno due punti la vigente legislazione europea”.
“’È come”, sottolinea Giorgianni, “andare in giudizio davanti ad un tribunale, col tuo avvocato che all’inizio del processo consegna un promemoria al giudice in cui si dichiara convinto della tua colpevolezza! Difficile poi vincere la causa…”.
“Dunque oggi”, sottolinea, “è il momento della chiarezza. Cosa intende davvero fare questo governo? Se legge venisse contestata, il governo, come dice il vicepremier Luigi Di Maio, erogherà comunque i rimborsi secondo le procedure previste dalla legge di bilancio? Oppure, come dice il sottosegretario all’Economia Massimo Bitonci, saremo costretti a tornare indietro?”.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2019 Riccardo Fucile
NEPPURE GLI ORGANIZZATORI SI ASPETTAVANO UNA PARTECIPAZIONE COSI’ IMPONENTE
“Di Maio incontra chi protesta in Francia, ma non chi protesta in Italia. Non ne capisco il senso
e l’utilità , soprattutto guardando i rapporti commerciali e imprenditoriali tra Roma e Parigi…”. Nella zona palco di una piazza San Giovanni piena fino all’inverosimile, Maurizio Landini ci parla delle tensioni tra Italia e Francia stringendo tra le mani la bandiera europea che l’Associazione ‘Europanow!’ gli ha appena regalato.
Passa da Parigi il senso del messaggio che il neoeletto segretario della Cgil vuole inviare al governo in questa giornata di protesta unitaria insieme a Cisl e Uil a Roma: “Se Conte guarda questa piazza e se ha capito, allora deve aprire le trattative con noi. Se incontrano chi protesta fuori Italia, allora incontrino anche noi: non abbiamo gilet gialli, ma una piattaforma articolata”.
E’ la prima manifestazione unitaria per Landini, fino a pochi anni fa vivace capo della Fiom, l’ala più ‘radical’ della Cgil, ultra-critica con la legge Fornero di Monti e il jobs act di Renzi.
Ora Landini guida il più grande tra i sindacati confederali che, tutti e tre insieme, avevano programmato questa giornata di protesta già a settembre e oggi si ritrovano in piazza proprio al termine di una settimana di dati negativi per l’economica italiana, tecnicamente in recessione. “L’unico dato che schizza in alto è lo spread”, sottolinea Annamaria Furlan della Cisl dal palco a fine manifestazione.
Di primo mattino, in piazza della Repubblica, tra le bandiere rosse, verdi e blu dei sindacati confederali, è difficile farsi largo.
Troppa gente per poter camminare, il corteo straripa per le vie limitrofe al percorso principale, quello che conduce in piazza San Giovanni. “Abbiamo capito che qualcosa stava succedendo – dirà Landini dal palco – Non a caso abbiamo cambiato piazza rispetto alla scelta iniziale di confluire in piazza del Popolo”, che sarebbe stata troppo piccola.
“Numeri non ne diamo – continua il neo-segretario – c’è troppa gente in giro che ne dà … Ma diciamo: contateci. Siamo noi il cambiamento…”.
Questa giornata è il tentativo di riconnettere fili che negli ultimi anni si sono spezzati. I fili della protesta autonoma rispetto alle scelte di governo, da un lato. E i fili dell’interlocuzione con il governo, dall’altro: il vero rebus.
Nel primo caso, l’obiettivo è già raggiunto: i tre sindacati sono tornati insieme, ossa rotte dal dilagare del lavoro precario e dagli errori passati, eppure decisi a rilanciare.
Alla fine più che confortati da una piazza che nemmeno loro si aspettavano così gremita.
Il secondo obiettivo è il cuore di tutta la sfida, la ‘sorpresa’ per un governo che si auto-celebra come esecutivo del ‘cambiamento’ e che ha fatto della disintermediazione una professione di fede. “Ora il governo deve decidere cosa fare perchè se vuole cambiare questo paese deve farlo insieme ai lavoratori”, dice Landini mentre il corteo tenta di avviarsi.
In piazza ci sono pensionati, certo. Ma ci sono anche i ‘riders’, i fattorini che ci portano la pizza a casa in bici, uno degli anelli più deboli della catena infinita di nuovi lavori precari, proprio loro che all’inizio dell’avventura di governo gialloverde furono ricevuti dal neo-ministro Luigi Di Maio per esserne poi abbandonati. “Siamo qui per chiedere un’assicurazione sul lavoro”, ti dicono in piazza. Non hanno nemmeno quella.
Ci sono i poliziotti del Silp-Cgil: “Un governo che fino ad oggi ha vissuto di annunci e promesse, che sulla sicurezza non ha immesso le necessarie risorse per gli operatori e che ha incrementato la paura, pone ai poliziotti democratici la necessità di far sentire con forza la propria voce”, rivendicano in una nota.
C’è uno striscione della Cgil “Riace non si arresta”, in solidarietà al sindaco Mimmo Lucano finito agli arresti per le sue politiche di accoglienza.
Ci sono gli operai dell’Ilva di Taranto: “Con quota cento non ci cambia nulla, sempre a 42 anni e 8 mesi di contributi andremo in pensione e in quella fabbrica non si può lavorare tanto a lungo”.
Ci sono anche i lavoratori delle piattaforme petrolifere di Ravenna, nello spezzone della Confindustria emiliana, preoccupata per i posti di lavoro nel settore trivelle dopo il decreto semplificazioni che sospende i permessi per 18 mesi fino al nuovo ‘piano aree’.
Ma proprio la loro presenza illumina una parte centrale del discorso di Landini dal palco: “la questione ambientale”, presentata come ‘fil rouge’ della linea del nuovo segretario. “Ci rivolgiamo alle imprese e al governo, ci rivolgiamo alle intelligenze perchè è necessario un nuovo modello di sviluppo: la qualità del lavoro e della produzione è punto centrale per noi”.
Dal palco Gerard Djedjemel, originario della Costa d’Avorio, rsu della Uil e lavoratore edile in un cantiere di Legnano, parla di quota cento, “Uno a 67 anni non può continuare a stare sul cantiere!”, e anche del reddito di cittadinanza: “Non è una risposta, serve il lavoro!”.
Ed ecco Landini: “Siamo contenti delle misure contro la povertà , ma il reddito di cittadinanza è un ibrido: mescola la lotta alla povertà con le politiche per il lavoro, il rischio è di non far bene nè l’uno, nè l’altro. E poi prenderanno 6mila ‘navigator’ con contratti precari che darebbero collocamento ad altri precari in cerca di stabilizzazione: sai che capolavoro…”.
Defilati, alla manifestazione ci sono alcuni dirigenti del Pd e della sinistra, Nicola Zingaretti, Maurizio Martina, Nicola Fratoianni, ci sono anche Massimo D’Alema, Sergio Cofferati, Laura Boldrini e altri. Ma il vento di questa piazza non li mette al centro della scena: non ci sono bandiere di partito qui.
C’è invece un sindacato che tenta di rimettersi in piedi, con accanto quello che resta di partiti in cerca di autore e rilancio. Per questi anni complicatissimi, la Cgil ha trovato il suo autore, alle prese col test più difficile.
Per questo Landini allarga i ragionamenti, sfrutta il senso della bandiera europea che ha tra le mani il più possibile. “Abbiamo alle spalle 20 anni di austerity, ci dicevano che il mercato avrebbe risolto tutto e invece sono aumentate disuguaglianze e precarietà …”.
Ora “serve l’unità dei lavoratori in Italia ma anche in Europa contro le delocalizzazioni, altrimenti non si fa nulla”.
E racconta la ‘storiella’ dell’Ungheria, non quella quella del ‘muro’ di Orban, cara a Matteo Salvini. No, quella dei “lavoratori ungheresi che scioperano contro il governo Orban perchè, dopo aver beneficiato delle delocalizzazioni a spese degli altri lavoratori europei, ora in Ungheria viene chiesto ai lavoratori di fare 400 ore di straordinario come condizione per lavorare…”.
Salvini resta sempre nel mirino, con tutto il governo: “Alimentano la paura come se il paese fosse invaso dai migranti. Ma ho visto i dati: i giovani che vanno all’estero in cerca di lavoro sono di più rispetto ai migranti che arrivano qui”.
E ancora: “Siamo contro la chiusura dei centri di accoglienza: indirettamente mette in discussione dei posti di lavoro. Propongo un corso di formazione per chi pensa che siamo invasi e non sa invece quanta forza arriva dalla differenza…”.
La piazza del 9 febbraio a Roma non è una piazza di elettori del M5s o della Lega già delusi del governo gialloverde, almeno non in larga parte, forse non ancora chissà .
Ma è una piazza dove trova sfogo la rabbia o quantomeno gli interrogativi per un’economia che non si rimette in circolo. “Se il governo ha un briciolo di saggezza, dovrebbe aprire un tavolo di trattativa con noi. Altrimenti deve sapere che noi non ci fermeremo: andremo avanti tutti insieme”, insiste Landini.
Nel miscuglio di gente e bandiere, domande e rivendicazioni, si fa largo l’altro filo spezzato di questa fase storica: quello tra sindacato e politica. Sono in tanti a chiederglielo, anche lì nell’area palco. Landini schiva: “Io faccio il sindacato, la politica non sta a me…”.
Ma intanto accetta di mettersi alla testa di una macchina complessa: “Quando le cose sono così complicate e difficili, dobbiamo diffidare di chi le semplifica: se incontrate per strada uno che dice ‘da solo risolvo tutto’, dategli la mano e cambiate strada”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 9th, 2019 Riccardo Fucile
IL BULLO LEGHISTA NEANCHE CONSIDERATO: “NOI PARLIAMO CON IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO ITALIANO”
Il ministro dell’Interno francese Cristophe Castaner, replicando ai microfoni di Bfm Tv all’invito di Matteo Salvini, ha dichiarato: “Non mi faccio convocare da nessuno“.
Un riferimento alla gestione diplomatica dei rapporti, secondo cui non è il collega a doverlo chiamare a Roma:
“Impari ad essere rispettoso” ha detto, sottolineando che le missioni diplomatiche vanno fatte “in maniera ufficiale”.
Il leader del Carroccio ha subito abbassato la cresta: “Ovviamente io non voglio nè posso convocare nessuno: sarò lieto di ospitare in Italia, il prima possibile, il mio collega francese per discutere e risolvere i problemi”.
Ma fin dalla mattina i segnali arrivati da Parigi parlavano tutt’altro che il linguaggio della mediazione: agli inviti per un incontro con Di Maio e Salvini hanno replicato dicendo che “il premier è Giuseppe Conte“, hanno liquidato le tensioni dicendo che “le frasette polemiche non hanno impedito all’Italia di entrare in recessione” e poi ribadito che il Tav va concluso.
E anche oggi la figura di bratta è stata rimediata.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2019 Riccardo Fucile
I PRIMI CITTADINI DI MADRID, BARCELLONA, SARAGOZZA, VALENCIA, PALERMO, SIRACUSA, NAPOLI, MILANO E BOLOGNA RIUNITI A ROMA
Manuela Carmena e Ada Colau, prime cittadine di Madrid e Barcellona, si sono riunite con
diversi sindaci italiani a Roma per lanciare un appello: “Salvare l’Europa da sè stessa” sulla questione dell’accoglienza migranti.
Nella serata di venerdì, le due sono state ricevute da Papa Francesco insieme a Oscar Camps, fondatore di Proactiva Open Arms.
Le città coinvolte sono, per la Spagna Saragozza (Pedro Santisteve Roche) e Valencia (Juan Ribot i Canut), per l’Italia Napoli (Luigi De Magistris), Palermo (Leoluca Orlando), Siracusa (Francesco Italia), Milano (Giuseppe Sala) e Bologna (Virginio Merola): “Il mare Mediterraneo è stato la casa comune per millenarie civilizzazioni, alle quali gli scambi culturali hanno permesso di progredire e prosperare. Oggi è diventato fossa comune per migliaia di giovani” hanno denunciato i sindaci nell’appello, parlando di “naufragio” dell’Europa
“Noi dobbiamo salvare l’Europa da se stessa. Ci rifiutiamo di credere che la risposta europea di fronte a questo orrore sia la negazione dei diritti umani e l’inerzia di fronte al diritto alla vita. Salvare delle vite non è un atto negoziabile e impedire la partenza delle navi di soccorso o rifiutare loro l’ingresso in un porto è un crimine” hanno aggiunto i firmatari dell’appello.
(da Globalist)
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Febbraio 9th, 2019 Riccardo Fucile
CONSIGLIERI DIVISI, RAGGI SILENTE, AMA ALLO SFASCIO
Lei, Virginia Raggi, se ne frega altamente e dopo aver lasciato ieri sera sulla sua pagina Facebook il restyling con potatura dei ligusti di via delle Fornaci, attuato proprio dall’assessorato all’Ambiente, stamattina racconta della sua visita a una Onlus che usa un bene confiscato alla mafia.
Di Pinuccia Montanari e delle sue dimissioni annunciate ieri la sindaca non fa cenno, come se non fosse successo niente.
Come se non fosse stata cacciata quella che fino a ieri veniva dipinta come il genio dietro il Grande Piano per i Materiali Post Consumo che avrebbe dovuto risolvere a babbo morto (cioè nel Duemilaecredici) i problemi di una Capitale che senza impianti per lo smaltimento e senza discariche di servizio crede di poter impiantare una raccolta differenziata al 70% entro due anni dopo averla lasciata crescere di percentuali risibili nei 24 mesi precedenti.
In compenso il M5S Roma si scanna allegramente su Pinuccia.
L’ex-ma-anche-ancora capogruppo del M5S in Campidoglio Paolo Ferrara dice che le dimissioni di Montanari “sono un problema per la nostra città ” (evidentemente la monnezza che straborda dai cassonetti a causa dell’inefficienza della raccolta di cui Pinuccia è responsabile invece non lo è).
“Il suo impegno ha portato comunque i suoi frutti”, dice Ferrara che però per prudenza evidentemente preferisce non citare quali, e sostiene che le sue dimissioni non possano essere per la città e dei cittadini di Roma, il che potrebbe essere anche vero se contiamo tra i cittadini anche i topi.
Dall’altra parte, ovvero in Consiglio Regionale, c’è Devid Porrello che invece su Facebook fa sapere di essere “perplesso per la decisione del socio unico Roma Capitale di non approvare il bilancio, scelta che può determinare conseguenze preoccupanti. Comprendo la decisione dell’assessore Montanari, della quale ho personalmente constatato il grande impegno nell’affrontare la complessa situazione che ha trovato a Roma”.
Tra i like all’intervento di Porrello si ammira quello di Roberta Lombardi.
Nei commenti da Porrello c’è però chi lo accusa di equilibrismo, da Ferrara le battute si sprecano (“Le petunie chi le annaffia adesso?”) e nessuno sembra avere tanta voglia di sprecarsi a difendere la Montanari.
Lei nell’intervista rilasciata al Messaggero cita «giovani come Daniele Diaco, Simona Ficcardi e tanti altri che stanno dando il massimo per Roma. Io spero ancora che qualcun altro possa in futuro realizzare il nostro sogno» (certo, basta trovarne uno capace).
Ma Diaco e Ficcardi su Facebook di Montanari non scrivono niente, così come sulla sua pagina Facebook non ci sono troppi rimpianti per la decisione dell’assessora.
I grillini invece puntano il dito su AMA e sui lavoratori: «Bisogna licenziare i dipendenti, sono dei fannulloni, ho visto con i miei occhi svuotare i cassonetti, e lasciare rifiuti per terra, se non si eliminano i fannulloni non si potrà mai fare nulla, doveva VIRGINIA, appena stata eletta fare un esubero del personale ed eliminava i peggiori subito, anche alla ATAC. Lo so che questi pelandroni hanno l’art 18, ma con un esubero di personale si poteva buttare fuori anche quelli legati alla mafia, che fanno i sabotaggi».
Tutto giusto a parte un dettaglio: il MoVimento 5 Stelle ha ottenuto il voto e il consenso dei dipendenti delle municipalizzate romane dicendo ai sindacalisti che nulla si sarebbe toccato perchè il problema non sono i dipendenti, ma i manager incapaci (il che, tra l’altro, è parzialmente vero).
In cambio della filosofia consolatoria alla ricerca del consenso ha gestito il concordato ATAC e le emergenze rifiuti in AMA senza grandi sconquassi sindacali, che avrebbero peggiorato situazioni già incancrenite.
Come potrebbe oggi usare il pugno di ferro contro quelli che ha coccolato fino all’altroieri?
Oggi intanto spunta il nome di Paola Muraro e quello della dirigente Laura D’Aprile come possibili sostituti della Montanari.
Il problema però è che chiunque venga al posto di Pinuccia i risultati non cambieranno finchè il M5S non decide di cambiare strategia sui rifiuti mollando i piani futuribili per dedicarsi alla normalizzazione dell’esistente. Che però non può accadere senza decisioni forti e impopolari. Quelle che il M5S non ha il coraggio di prendere.
In attesa che quest’agonia finisca tramite i giudici o il voto.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 9th, 2019 Riccardo Fucile
LA MONTANARI E’ DIVENTATA IL CAPRO ESPIATORIO DELL’INEFFICIENZA DELLA GIUNTA GRILLINA
“I cittadini hanno ragione, voglio la città pulita”: con la faccia che soltanto Virginia Raggi
potrebbe avere, la sindaca si sarebbe rivolta così a Pinuccia Montanari durante la riunione di Giunta che ha bocciato il bilancio AMA e portato alle dimissioni l’assessora all’Ambiente che non ha mai visto un topo a Roma (l’ha detto!).
L’argomento della giornata e il motivo delle dimissioni non era certo la sporcizia della città : se la Raggi l’avesse a cuore davvero e avesse individuato il problema nel duo AMA & Montanari, avrebbe dovuto cacciare tutti almeno un anno fa.
Invece le parole che la sindaca fa filtrare ad arte sui giornali servono solo a individuare la storiella di propaganda da raccontare ad usum cretini: vi mando via perchè la città è sporca e ho bisogno di un capro espiatorio e di una versione potabile per i giornali.
Montanari invece ieri se n’è andata perchè la Giunta non ha voluto accettare la soluzione proposta da AMA per i diciotto milioni di crediti per i servizi cimiteriali che vanta con il Comune di Roma ma che il Campidoglio non vuole riconoscere perchè questo costringerebbe all’ennesima variazione di bilancio e a rinunciare a quei soldi nel frattempo impegnati altrove.
Invece Lorenzo Bagnacani non vuole perchè questo costringerebbe AMA a chiudere il bilancio in passivo, con tutte le conseguenze che ciò comporta, comprese quelle sugli emolumenti di dipendenti e management.
A dispetto degli slogan sbandierati dalla sindaca che promette di «fare pulizia sul bilancio e sulle strade», tutto questo comporterà un ennesimo ritardo sull’approvazione della relazione di fine anno facendo slittare la tanto attesa firma almeno di altri due mesi. Si apre così lo scenario che vede nella decisione della giunta una chiara strategia politica legata all’intenzione di rimandare la gestione dell’affaire Ama a dopo le elezioni europee del 26 maggio.
La sindaca ha avvertito l’improvvisa urgenza di fare pulizia dopo quasi un anno dalla prima approvazione in cda del bilancio (era il marzo 2018) e dopo che lo stesso cda aveva modificato il testo del consuntivo per andare incontro alle richieste dell’amministrazione. E neanche le denunce del collegio sindacale erano valse — almeno fino a ieri — a convincere la giunta 5Stelle a far saltare il tavolo delle trattative con il presidente di Ama Bagnacani.
L’assessora Montanari saluta lasciando la municipalizzata sul binario di un futuro incerto dove i bilanci non approvati diventano due (quello del 2017 e quello del 2018, che avrebbe dovuto essere discusso in questi giorni), aprendo così un fronte caldissimo con le banche. Nei giorni scorsi gli istituti di credito, esposti per diverse centinaia di milioni di euro nei confronti di Ama, hanno fatto sapere in via informale che, in caso di incertezza industriale, potrebbero chiudere le linee di credito già dal prossimo 28 febbraio, una decisione che per la società significherebbe ridurre quasi a zero la liquidità disponibile in cassa e quindi paralizzarne l’attività .
La Montanari al Messaggero ha cercato come sempre di scatenare una caccia alle streghe, gridando al complotto senza spiegare in alcun modo le vere ragioni della crisi in Campidoglio:
«Noi abbiamo avviato un grandissimo lavoro per raggiungere gli obiettivi necessari per mettere in sicurezza Roma nei prossimi anni. Avevo da tempo proposto una due diligence su Ama. Qualcuno non vuole che si faccia questo grande cambiamento. Anche per questo rassegno in modo irrevocabile le mie dimissioni da Assessore non essendo per me più possibile condividere le azioni politiche e amministrative di questa giunta».
Per Pinuccia, che ha già dato modo in molte occasioni d essere capace di manipolare la realtà come tutti i politici, e già accusata dalla Raggi di “delirare”, si tratta di nascondere dietro il dito di AMA il totale e completo fallimento del suo piano per la raccolta differenziata, che è stato venduto per anni ai cittadini come la soluzione per l’immondizia di Roma ma che finisce addirittura sospeso in alcune zone e bocciato da minisindaci e assessori grillini.
Virginia e Pinuccia erano una strana coppia che oggi scoppia.
Il loro matrimonio politico era fondato sull’enorme balla di poter garantire l’igiene e la pulizia quotidiana della città facendo piani futuribili di riciclo e riuso di materiale che oggi la Capitale non ha nemmeno gli impianti per trattare.
Nelle cronache di Roma dei quotidiani si parla anche di una relazione inviata alla Corte dei Conti sulla gestione di AMA e di rischi per il Comune in caso di approvazione del bilancio. Tutte balle.
Quello che è contato nell’addio di Montanari sono i cassonetti stracolmi, i topi, le condizioni igieniche e di pulizia generale di una città che erano tragiche negli anni precedenti ma sono riuscite nell’incredibile impresa di peggiorare con i grillini al potere.
A causa di una gestione specializzata in piani futuribili che immaginavano le magnifiche sorti e progressive del materiale post consumo ma non si occupavano del problema del cassonetto pieno oggi.
Nel frattempo la raccolta differenziata che nel 2018 sarebbe dovuta arrivare al 55% si è fermata al 45%. Inchiodata al fallimento di Montanari e all’inefficienza di AMA, inadeguatamente guidata da quel Bagnacani che i grillini hanno voluto a tutti i costi a Roma dopo aver fatto cambiare guida altre due volte all’azienda.
Strano, pare proprio che non si trovi un manager buono per una municipalizzata anche se viene pagato a peso d’oro rispetto ai magri risultati di trasporti e monnezza.
Oppure in troppi tra questi hanno capito che la strategia giusta è promettere ai grillini mari e monti senza un piano concreto — tanto loro credono ai miracoli — per farsi nominare e poi navigare a vista fino a quando non ti cacciano.
(da “NextQuotidiano“)
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Febbraio 9th, 2019 Riccardo Fucile
AL PRIMO TURNO EN MARCHE PASSEREBBE DAL 24% AL 30%, SEGUITO DAL PARTITO DELLA LE PEN AL 27%, MELENCHON AL 12%, REPUBBLICANI ALL’8%
Emmanuel Macron arriverebbe in testa al secondo turno delle presidenziali, con il 56% dei voti, davanti a Marine Le Pen (44%) se lo scrutinio si svolgesse domenica: questi i risultati di un sondaggio Ifop per il settimanale Marianne.
Al primo turno di ipotetiche elezioni, il capo dello stato otterrebbe ben più del 24% del 23 aprile 2017: voterebbero per lui il 30% dei francesi, contro il 27% che sceglierebbe Le Pen, il 12% Melenchon (La France Insoumise, gauche radicale) e l’8% Laurent Wauquiez (destra dei Republicains).
Continua la straordinaria rimonta del leader europeista che fino a un paio di mesi fa era staccato di 4 punti dalla Le Pen e ora sta consolidando il sorpasso.
Va anche considerato che non sono ancora chiari gli intendimenti dei Gilet gialli nin merito alle elezioni europee, essendo divisi sul da farsi.
I sondaggisti ritengono che qualora si presentassero andrebbero a togliere voti sia a Marine Le Pen che a Melenchon, aumentando quindi il vantaggio di Macron.
(da agenzie)
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