Febbraio 13th, 2019 Riccardo Fucile
SONO GLI STRANIERI CHE PIACCIONO AI SOVRANISTI, PORTANO CIVILTA’… BALLANO E SCATTANO SELFIE NELLA FONTANA DI PIAZZA DI SPAGNA, POI AGGREDISCONO I VIGILI URBANI
Arroganza e mancanza di rispetto. Così si potrebbero definire gli atteggiamenti di due turiste russe di domenica 10 febbraio in Piazza di Spagna, a Roma.
Come riporta Il Messaggero, le due donne, arrivate nella capitale da Mosca la scorsa settimana, hanno scavalcato la recinzione di protezione della fontana e hanno iniziato a ballare sulle colonne dell’opera del Bernini. Le turiste, Olga di 40 anni e Anna di 34 anni, hanno anche immortalato la scena con alcuni selfie.
Tempestivo l’intervento dei vigili urbani che sono stati poi aggrediti verbalmente dalle due turiste, che hanno affermato: “Voi non potete niente, noi ricche, noi facciamo quello che vogliamo”.
Il loro “show” è andato avanti per circa 20 minuti e sono state allontanate un attimo prima di entrare fisicamente nella fontana.
L’aggressione delle turiste ai danni degli agenti della municipale non si è limitata alle parole. Una agente, la prima a essersi avvicinata per fermare le donne, è stata anche spintonata e graffiata in volto.
I medici dell’ospedale San Giovanni di Roma hanno prescritto alla vigilessa una prognosi di 10 giorni. Anche il secondo agente è stato aggredito, ma senza gravi conseguenze.
Le protagoniste dell’accaduto sono poi state portate in negli uffici della Polizia Municipale dove, sprovviste di documenti, si sono rifiutate di fornire le proprie generalità .
Processate per direttissima, le due donne sono state rilasciate a piede libero in attesa del processo che avverrà ad aprile.
Quando non saranno più in Italia.
(da agenzie)
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Febbraio 13th, 2019 Riccardo Fucile
IL SOLITO CLAN CHE MONOPOLIZZA GLI AMBULANTI A ROMA CON CUI DI MAIO SI ERA FATTO FOTOGRAFARE QUANDO PROTESTAVANO CONTRO LA DIRETTIVA BOLKESTEIN
Ci sono anche Dino e Mario Tredicine tra i 16 indagati coinvolti nell’inchiesta della procura
di Roma sugli illeciti legati ai permessi amministrativi concessi per le attività di commercio per ambulanti. Tra gli indagati figurano Alberto Bellucci, responsabile dell’Ufficio Rotazione del Dipartimento VIII del Comune di Roma e l’addetto allo stesso ufficio Fabio Magozzi.
Ci sono poi il presidente della Federazione italiana venditori ambulanti e giornalai Cisl Vittorio Baglioni, l’esponente di spicco della stessa Fivag Dino Tredicine e poi Mario Tredicine, presidente dell’Unione provinciale venditori al dettaglio Upvad.
Dino Tredicine, padre dell’ex consigliere comunale Giordano, è il rappresentante degli ambulanti ritratto in foto da un membro della sua famiglia con Luigi Di Maio durante una manifestazione contro la Direttiva Bolkestein.
Giordano Tredicine, oggi a processo per Mafia Capitale, è il rampollo della famiglia che detiene il monopolio sul commercio degli ambulanti a Roma.
Un’inchiesta di Repubblica di qualche anno fa rivelava che nel 2012 dei 68 posti disponibili per i venditori ambulanti nel centro di Roma 42 erano di proprietà dei Tredicine.
Nel corso delle perquisizioni sono stati sequestrati materiale documentale e oltre 250mila euro, di cui 12mila in contanti riconducibili a un dipendente comunale e somme di denaro appartenente a un esponente di un’associazione di categoria che aveva nascosto i soldi in una cassetta di sicurezza, all’interno di un pianoforte, nella cappa della cucina e persino nella sella di una cyclette.
L’attività istruttoria di oggi, che ha riguardato anche le abitazioni di due funzionari comunali, è stata svolta dal Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza e al decimo gruppo Ostia della Polizia Locale.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 13th, 2019 Riccardo Fucile
L’AUTONOMIA DIVENTERA’ LA SECESSIONE DELLE REGIONI PIU’ RICCHE
«Io, da autonomista, non posso dirvi di fare l’autonomia. Spetta a voi decidere», così Matteo Salvini agli abruzzesi dopo la vittoria del centro destra alle regionali. §
Più o meno nelle stesse ore il Presidente del Veneto Luca Zaia lanciava un appello affinchè «tutte le regioni, soprattutto dal Sud, chiedano l’Autonomia » e raccontava ai giornalisti che «c’è qualche Ministero che ha un po’ di ritrosie» sulla questione dell’Autonomia di Veneto e Lombardia.
Anche il Presidente dell’Emilia-Romagna — l’altra regione del Nord che ha chiesto l’autonomia — Stefano Bonaccini, ha parlato «di forti resistenze in alcuni ministeri. Con alcuni è stato impossibile il confronto perchè non si sono neanche presentati agli incontri». La scadenza del 15 febbraio, quando il governo dovrà presentare le sue proposte alle richieste delle Regioni è dietro l’angolo ma mancano ancora i pareri del Ministero dell’Economia.
Un dettaglio non di poco conto visto che tra le richieste delle Regioni c’è proprio quella di poter trattenere più risorse sui territori limitando i trasferimenti allo Stato centrale. L’intesa, assicurano tutte le parti interessate dalla trattativa, ci sarà e così arriverà la tanto attesa e promessa autonomia regionale.
Una promessa fatta in primis dalla Lega ma sostenuta — nel momento del referendum del 2017 — anche da MoVimento 5 Stelle e Partito Democratico.
L’Autonomia è in un certo senso la contropartita che la Lega chiede in cambio del Reddito di Cittadinanza, un provvedimento che i leghisti da sempre considerano di stampo assistenzialista e destinato per lo più alle regioni del Sud Italia.
Se nel Mezzogiorno i soldi arriveranno con il RdC al Nord invece arriveranno (o meglio: rimarranno) grazie all’autonomia.
Cosa significa però Autonomia? Cosa chiedono le Regioni?
La lista è lunga, Veneto e Lombardia hanno chiesto più poteri su tutte le 23 materie (entro i limiti esatti dell’articolo 117 della Costituzione) e delle risorse per gestirle che possono essere tecnicamente trasferite dallo Stato alle Regioni; l’Emilia-Romagna solo per 15 di queste.
Quanto vale il pacchetto in termini di soldi? Ventuno miliardi di euro. Roba da far impallidire lo stanziamento per il Reddito di Cittadinanza.
Tra le richieste di Lombardia e Veneto ci sono — ad esempio — il trasferimento dallo Stato alle Regioni della gestione delle infrastrutture autostradali e stradali in capo all’ANAS ma anche di aeroporti come Malpensa o il Marco Polo di Venezia.
In questo modo sarebbero loro e non lo Stato gli enti concedenti. Non male per il governo del ministro Danilo Toninelli, quello che vuole “nazionalizzare” le autostrade (che sono già nazionalizzate ma date in concessioni ad enti concessionari appunto).
Le competenze trasferite alle Regioni verranno ovviamente tolte proprio al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti di Toninelli.
Le Regioni del Nord però si vogliono prendere tutto. Stiamo parlando di patrimoni che sono sì all’interno di quelle Regioni ma che — al pari delle strade — sono stati pagati e mantenuti con i soldi di tutti i cittadini italiani che vi hanno contribuito con le tasse.
Nella lista della spesa ci sono le opere d’arte: tesori come il Cenacolo di Leonardo a Milano, i palazzi sul Canal Grande a Venezia e tutti quei gioielli museali che attualmente fanno capo al governo statale e che con l’autonomia potrebbero passare a quelli regionali. Il Messaggero — che ha avuto modo di prendere visione delle bozze riservate dell’intesa — parla di passaggi in cui viene richiesto il trasferimento delle competenze per la «valorizzazione dei beni culturali e ambientali, promozione e organizzazione di attività culturali».
Va da sè che maggiore è il numero di competenze trasferite maggiore sarà il numero di decimi di Irpef che le Regioni potranno chiedere allo Stato di mantenere sul territorio per poter finanziare la spesa derivante dalla gestione delle materie diventate oggetto di governo regionale.
Non a caso, sempre nella bozza riservata, si legge che le Regioni chiedono «l’attribuzione delle relative risorse umane, finanziarie, e strumentali».
Sempre sul Messaggero Gianfranco Viesti parla di una secessione dei ricchi che sancirà la fine del Servizio Sanitario Nazionale e la regionalizzazione della scuola pubblica.
Perchè tra le competenze richieste ci sono anche quelle.
E se maggiori risorse rimarranno al Nord, ricco, sarà più difficile al Sud, povero, sostenerne i costi visto che dipenderanno in misura crescente dal gettito fiscale regionale. Ma la colpa della spaccatura dell’Italia non è certo solo di Lega e M5S, perchè anche l’Emilia-Romagna a guida PD si è assestata sempre di più sulle posizioni autonomiste delle due regioni a trazione leghista.
La questione è davvero geopolitica e territoriale e va oltre gli schieramenti. Rimane un unico ostacolo: la definizione dei costi.
Qualche tempo fa il ministro per gli Affari regionali Erika Stefani ha dichiarato che «il trasferimento di ciascuna competenza alla Regione avverrà sulla base del suo costo storico e cioè di quanto ha speso finora lo Stato per gestirla in proprio, secondo una sorta di clausola di invarianza di bilancio».
Ma la vera autonomia, quella sognata da Zaia, si avrebbe solo se ci si basasse sul costo standard che premia le regioni più virtuose in grado di risparmiare risorse e non sprecare. Non a caso Zaia ha fatto subito sapere che «siamo disponibili a ragionare solo sui costi standard», ma per il momento il governo non sembra intenzionato a cedere, si vedrà in futuro, tra cinque anni.
Potrebbe essere questo piccolo cavillo l’unico intoppo in grado di bloccare l’ingranaggio dello spacca-Italia.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 13th, 2019 Riccardo Fucile
I NUMERI REALI NEL CANTIERE ITALIANO: OGGI SONO 10, SE PARTISSE L’OPERA SAREBBERO 470 PER DIECI ANNI… SULLA RICADUTA NELLA OCCUPAZIONE DELL’INDOTTO IMPOSSIBILE FARE PREVISIONI CERTE
“I numeri degli occupati nei cantieri della Tav già ora e di quelli che saranno impegnati a
regime, dicono chiaramente qual è l’impatto positivo sull’occupazione della realizzazione della Tav e le sue importanti ricadute sul Pil nazionale”.
Lo dice Sergio Chiamparino al fattoquotidiano.it mettendosi sulla scia dei politici, degli industriali e dei sindacalisti impegnati a salvare l’Alta Velocità sulla tratta Torino-Lione, dopo la bocciatura annunciata dell’opera da parte del team scelto dal governo guidato dal professor Marco Ponti.
L’anticipazione ha incendiato il clima politico tra manifestazioni di piazza, mozioni urgenti, ipotesi referendarie e tentativi di formare maggioranze alternative in Parlamento. L’esecutivo giallo-verde viene accusato di essere “irresponsabile” perchè, insieme ai treni merci, getterebbe al vento “migliaia di posti di lavoro”: 4mila solo per il “cantiere”, almeno altrettanto per gli indiretti.
Addirittura 50mila per il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia.
La questione occupazionale però resta controversa, al di là delle cifre annunciate, sbandierate e citate sui giornali: per sapere quanti siano gli occupati diretti, impiegati cioè nella realizzazione, bisogna sentire l’azienda che costruisce l’opera mentre su quelli indiretti (il famoso “indotto”) ogni prefigurazione è invece teorica e scivolosa, al punto da essere stata accantonata nell’ultima analisi.
Proviamo a fare ordine.
La società italo-francese Telt incaricata di realizzare l’opera spiega che attualmente “sul cantiere italiano si contano una decina di lavoratori, operai perlopiù”. E gli ottocento posti? E i futuri quattromila?
“A Chiomonte è tutto bloccato, l’effetto Toninelli è stato questo”, dice al fattoquotidiano.it il presidente dell’Osservatorio sulla Tav Paolo Foietta. “Proprio quando dovevano partire le gare per il lotto grosso — spiega — è arrivata la sospensione e 150 persone che stavano lavorando sono rimaste ferme per sei mesi. Una parte di questo personale è stata spostata sull’altro lato, al cantiere di Saint-Martin-La-Porte in Francia, un’altra è in cassa integrazione”.
Quanti ne beneficino non si sa, il dettaglio non è noto a Telt, la società italo francese incaricata di realizzare l’opera perchè ad attivarla sono le sue aziende fornitrici.
Gli 800 “nel cantiere”? 530 in Francia, altri 280 in ufficio
Vediamo di capire però quali posti. Telt spiega che dei circa 800 lavoratori attualmente impiegati 530 sono all’opera nel cantiere francese, dove la fresa ha scavato 26 km. Una decina, come detto, sono al cantiere di Chiomonte, dove “lo scavo deve ancora partire e al momento sono impiegati operai per la manutenzione e transizione del cantiere a quello del cunicolo esplorativo, nell’opera di studio del terreno della zona e lo scavo vero e proprio del tunnel di base”.
Altre 280 persone sono impiegate tra società di servizi e di ingegneria nella stessa società pubblica che si occupa della realizzazione della Torino-Lione.
“A pieno regime i cantieri daranno però impiego diretto a 4.761 lavoratori e altrettanti nell’indotto”. Da dove viene fuori questo dato? La società spiega che è la risultante di studi-parametro effettuati sui dati relativi a cinque opere geognostiche terminate in Francia da Ltf, che l’ha preceduta
I “4mila posti di lavoro”? Sono 476 in media per 10 anni (poi si chiude)
Va precisato però, giacchè quasi nessuno lo fa, che i 4mila posti sono in realtà spalmati in dieci anni con un picco nel 2022-2023 rispettivamente di 756 e 722 addetti e poi il calo fino ai 104 del 2029 (scarica la tabella con andamento occupazionale).
La media per anno è di 476 posti e questo dato — più correttamente rappresentato che nelle semplificazioni da titolo di giornale o nelle dichiarazioni dei politici — rende meglio il peso reale della “questione occupazionale” diretta: vista così, la Tav è l’equivalente di una media azienda di riguardo, importante sicuramente, ma analoga alle 3.787 con più di 250 addetti attive in Italia (dato Istat estratto il 19 gennaio 2019).
Semmai con una differenza importante che non depone a favore: la “azienda Tav”, come tutte quelle di cantiere, vive solo per dieci anni.
Alla fine lavori, prevista per il 2029, chiude e il 99% delle maestranze mobilitate torna a casa. “Certo — dicono dagli uffici Telt di Torino — alla fine resteranno essenzialmente i responsabili di esercizio e manutenzione dell’opera”.
L’indotto dei “50mila posti”…
Per ammissione degli stessi promotori l’effetto occupazionale della messa in esercizio della linea “non è mai stato incentrato sull’obiettivo di creare qualche centinaio di posti di lavoro”.
E’ scritto nelle contro-deduzioni del governo alla Comunità montata ormai sette anni fa: quei posti di lavoro — si legge nel documento datato 2012 — sono “un importante effetto indiretto della messa in esercizio, ma sono solo una piccola parte dei benefici attesi per l’intero sistema economico Piemontese, a seguito della realizzazione della nuova linea”.
Per le associazioni datoriali, a partire da Confindustria, la Tav è diventata essenziale alla crescita del Paese: è il simbolo stesso del braccio di ferro con il governo sul destino delle grandi opere in Italia, quella che idealmente spegne o accende ogni speranza di rimettere in moto l’edilizia e smuovere il Pil (“Infrastrutture: Boccia, governo apra cantieri a partire da Tav”, “La Tav porterebbe a regime 50mila posti di lavoro, l’analisi d’impatto deve tenerne conto”).
La Cisl è dello stesso parere e parla di “indubbie ricadute occupazionali” a rischio.
Per l’opposizione la Tav oggi è anche il cantiere dove scavare tra le divisioni all’interno del governo, tra la Lega pro Tav e i Cinque Stelle da sempre contrari.
Il 15 gennaio scorso, il Pd ha presentato in Senato la mozione di Mauro Laus che cerca di unire tutte le forze attorno al “sì Tav” isolando i Cinque Stelle e spaccando il governo. Non mancano accuse esplicite al governo, come quella del deputato piemontese Giacomo Portas che ribadisce: “Con la Tav fa perdere migliaia di posti di lavoro” (28 dicembre 2018). Gli effetti reali, su contratti da attivare, sono quelli visti poco sopra.
C’è poi un effetto indiretto e indotto sul lungo periodo da considerare.
Su questo terreno però la previsione occupazionale si fa più sfuggente che mai, prestandosi a semplificazioni e usi impropri da parte di sostenitori e detrattori dell’opera.
I numeri fanno per lo più riferimento a stime, la cui incertezza è dovuta alla difficoltà di calcolare con precisione i settori produttivi che beneficeranno della nuova linea ferroviaria. Iniziamo col dire che è noto come l’analisi costi-benefici sul tavolo del governo realizzata dal team del professor Ponti non si avventuri per scelta in questo campo.
La ragione è teorica e metodologica, spiega lo stesso Ponti al fattoquotidiano.it: “Analisi e modelli economici sul valore aggiunto applicati alle grandi opere assumono come sempre nullo il costo/opportunità sia del capitale che del lavoro e quindi danno sempre valore positivo. Hanno senso solo nella comparazione tra opzioni diverse per capire la più favorevole, non in assoluto. E dunque non sono un criterio utile per una decisione politica basata su numeri”.
Proprio su questo punto si prepara una delle dispute tra economisti più accese di sempre, appena il “dossier” che ha bocciato la Tav diverrà pubblico.
…ma l’effetto indiretto non è definibile (ci hanno provato 7 studi in 22 anni)
Del resto, non meno controversi sono gli studi che presentano scenari formidabili per l’occupazione. Le analisi sugli impatti economici dell’opera, ha ricordato lo stesso Chiamparino, sono state ben sette in 22 anni. Nessuna però, evidentemente, ha fornito risposte decisive anche perchè si tratta per definizione di studi teorici, basati su calcoli e modelli astratti applicati di volta in volta a scenari specifici.
Nel 2011 la Commissione Europea doveva decidere se finanziare l’opera e ne ha commissionato uno che resta forse il più corposo di tutti. Per ammissione dello stesso commissario Foietta, però, “le analisi costi benefici invecchiano come lo yogurt. Nel caso specifico, lo studio era durato un anno e mezzo e aveva dato risultati più che positivi sui vantaggi del Tav. Purtroppo era basato su dati pre-crisi, uno scenario di riferimento totalmente diverso dall’attuale e da rivedere”.
Nel 2015 la Commissione Ue ha poi commissionato un rapporto al prestigioso Fraunhofer Institut fà¼r System und Innovationsforschung. L’analisi (scarica il documento) non stima i posti di lavoro creati ma quelli che si andrebbero a perdere in caso di mancato completamento del programma.
Alla base del calcolo, un’equazione per cui — nel settore dei progetti transfrontalieri — ogni miliardo di euro non investito causerebbe la perdita di 44.500 potenziali posti di lavoro.
Tra gli studi più recenti spicca poi quello realizzato sempre su dati Telt in collaborazione tra Osservatorio Tav e il gruppo Clas, con la supervisione del professore della Bocconi Roberto Zucchetti.
Applicando modelli predittivi su catene di valore indiretto lo studio ipotizza negli 11anni di lavoro previsti l’impiego di 125mila “unità di lavoro” tra Italia e Francia, cioè addetti a tempo pieno”, così divisi: 30mila diretti, 53.144 indiretti, 42mila per indotto. Da questa stima molti dei sostenitori dell’effetto occupazionale, con Vincenzo Boccia in prima fila, hanno tratto la semplificazione sui “50mila posti a rischio”.
Il derby tra analisi e cantiere
“Non dico che le analisi lasciano il tempo che trovano”, conclude il commissario Foietta, “ma qui siamo a un bivio: o scegliamo la logica perversa del gioco dell’oca, per cui il contesto cambia in continuazione e tutte le volte che ho finito un’analisi costi benefici non faccio l’opera ma un’altra analisi, con avvitamento sugli studi, oppure in questo momento uso l’analisi che ho nel momento in cui assumo la decisione; e poi uso altri strumenti che esistono per monitorare le situazioni di contesto, ma senza rimettere in discussione tutto, al limite aggiustandola perchè io sennò non farò mai un’opera ma una nuova analisi costi e benefici. Non si può dire che non esiste nulla, esistono tante cose ma non piacciono a Toninelli“.
Naturalmente su queste previsioni non sono mancate le contestazioni di metodo e di merito, non ultima sull’imparzialità del dato che proviene pur sempre dal soggetto promotore e dall’esecutore, dunque meno attendibile sul piano della terzietà e indipendenza.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 13th, 2019 Riccardo Fucile
OTTIMA INIZIATIVA DI INTEGRAZIONE: SI OCCUPERANNO DELL’ARCHIVIO E DARANNO UNA MANO A SISTEMARE FALDONI COLLABORANDO CON LA CANCELLERIA … IL PROCURATORE PATRONAGGIO FIRMERA’ IL PROTOCOLLO
La Procura di Agrigento apre le porte ai migranti. Una Procura già sotto i riflettori visto che a guidarla è Luigi Patronaggio, il magistrato che, per primo, alla fine di agosto, ha indagato formalmente il ministro dell’interno, Matteo Salvini, per l’inchiesta sui migranti bloccati per giorni a bordo della nave Diciotti.
Sarà proprio Patronaggio a firmare, il 19 febbraio, il protocollo che consentirà a sei giovani richiedenti asilo di cominciare a frequentare gli uffici del Palazzo di giustizia per svolgervi “attività di collaborazione volontaria”.
Firmeranno anche Valerio Landri, direttore della Caritas diocesana di Agrigento, e Lorenzo Airò, presidente dell’associazione “La mano di Francesco”, che gestisce il centro nel quale sono ospitati i migranti coinvolti nell’iniziativa.
Si chiamano Saeny, Musa, Demba, Salifu, Balamin e Mustafà , quasi tutti diciannovenni sbarcati in Italia quando non ne avevano ancora diciotto, in gran parte gambiani, ieri hanno conosciuto i funzionari del Palazzo di giustizia con i quali collaboreranno.
Un incontro informale nel corso del quale sono state illustrate le attività che dovranno svolgere. “Si occuperanno dell’archivio, dello spostamento dei faldoni, collaboreranno in particolare con le cancellerie”, spiega ad HuffPost, Landri.
Per il direttore della Caritas girgentina si tratta di “un esperimento interculturale interessante e il merito è soprattutto dalla Procura, di Patronaggio e dei suoi sostituti”.
Da lì è partito tutto.
“Ci hanno contattato – puntualizza Landri – per chiederci se ci fossero nelle nostre strutture giovani migranti disponibili ad espletare attività di collaborazione volontaria presso il Palazzo di giustizia, ma noi non gestiamo centri di accoglienza”.
Di qui la decisione di rivolgersi all’associazione onlus “La mano di Francesco”, che gestisce diverse strutture sul territorio “e con la quale avevamo collaborato in passato”, aggiunge il direttore della Caritas.
Sei, come detto, i giovani migranti selezionati sulla base dei requisiti indicati. “Ovviamente, dovendo essere inseriti nel contesto della Procura, i candidati dovevano essere in regola con i documenti, possedere una discreta conoscenza dell’italiano e avere attitudine, oltre che disponibilità e motivazione, a vivere in un ambiente dove è richiesta prima di tutto riservatezza”, prosegue Landri.
Presentati i nomi, la Procura ha fatto i dovuti controlli e tra una settimana si comincia.
“Si apre una strada nuova, molto significativa – fa notare il direttore della Caritas – In genere i Tribunali hanno relazioni con i migranti per questioni giudiziarie e invece con questa iniziativa, grazie alla sensibilità della nostra Procura, si dà avvio a un percorso interculturale che, è questo l’auspicio, in futuro possano seguire anche altri tra i giovani migranti che arrivano da noi e fanno parte del nostro Paese”.
I primi sei sono pronti. Chi sta loro accanto li racconta “contentissimi per questa opportunità “.
“I ragazzi hanno accolto la proposta con lo spirito di chi è intenzionato a integrarsi sempre di più”, dice Rosalba Di Piazza, psicologa e responsabile della struttura gestita dalla onlus “La mano di Francesco” nella quale sono ospitati. E magari questa esperienza farà da preludio a un inserimento lavorativo.
“Chissà che facendosi conoscere ed evidenziando le loro attitudini e competenze non riescano a inserirsi come possibili collaboratori, interpreti”, dice Landri. Si vedrà .
Ora tutte le attese sono concentrate su martedì della prossima settimana, quando Patronaggio firmerà il protocollo.
(da “Huffingtonpost“)
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