Destra di Popolo.net

L’INCHIESTA DELLA PROCURA DI AGRIGENTO POTREBBE FAR CROLLARE LE BALLE DI SALVINI E DIVENTARE LETALE PER IL GOVERNO

Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile

COME RIVELA “IL FATTO”, NON SOLO FONTI INVESTIGATIVE CONFERMANO CHE IL SOCCORSO FU “CORRETTO E MERITORIO”, MA POTREBBE MINARE LE FONDAMENTA SOVRANISTE E CERTIFICARE CHE LA LIBIA NON E’ UN “PORTO SICURO” E QUINDI VIETARE ALL’ITALIA DI DELEGARE I SOCCORSI   E I RESPINGIMENTI AI CRIMINALI LIBICI… LA TESTIMONIANZA DI LUCA CASARINI E’ IL PRIMO TASSELLO

Il capomissione della Ong Mediterraneo Luca Casarini è stato iscritto nel registro degli indagati dai pm di Agrigento che ieri lo hanno interrogato.
Casarini è indagato per concorso in favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e mancato rispetto dell’ordine di arrestare l’imbarcazione da parte di una nave da guerra. L’inchiesta è condotta da Salvatore Vella e dal pubblico ministero Cecilia Baravelli.
Ma c’è un risvolto dell’inchiesta penale che potrebbe influenzare tutta la strategia di Matteo Salvini sulle ONG e sui porti chiusi
Spiega infatti oggi Antonio Massari sul Fatto che   al di là  del soccorso — che fonti investigative hanno definito non soltanto “corretto” ma anche “meritorio ”— Mediterranea sta raggiungendo un secondo scopo che, sotto il profilo giuridico, potrebbe risultare ulteriormente incisivo: minare dalle fondamenta l’obbligo di “restituire”ai libici i naufraghi salvati nelle loro acque.
Per capirlo bisogna partire proprio dall’iscrizione di Casarini nel registro degli indagati.
La frase chiave per comprendere l’addebito del reato, in estrema sintesi, è questa: “Ho condiviso in modo operativo tutti gli ordini del comandante”. Nel momento in cui Casarini si è addebitato il concorso nella condotta incriminata, l’iscrizione è scattata automaticamente.
In qualità  di capo missione, però, Casarini è in condizioni di motivare le sue scelte sotto il profilo ideologico.
I titolari del fascicolo hanno chiesto se la motovedetta libica, che ha raggiunto la Mare Jonio quando aveva già  tratto in salvo i 50 migranti, abbia dato all’equipaggio italiano l’indicazione di un porto sicuro. Risposta negativa.
Quindi ha chiesto a Casarini se la Mare Jonio abbia chiesto ai libici di indicare un porto sicuro. “Non l’abbiamo chiesto — risponde Casarini — e se anche l’avessero indicato non avrei mai acconsentito allo sbarco dei migranti in Libia. Per me —ha aggiunto —il reato sarebbe stato quello di consegnarli a loro. La Libia non ha alcun porto sicuro per quanto ci riguarda”.
La Procura di Agrigento vuol far luce innanzitutto su questo punto: la Libia ha un porto sicuro?
L’argomento è solo in apparenza capzioso:   se la Procura guidata da Luigi Patronaggio dovesse stabilire che la Libia non ha un porto sicuro, questa tesi creerebbe un precedente giuridico del quale si dovrà  tener conto in futuro, con buona pace delle direttive e messe dal Viminale e anche dell’esistenza di una Guardia Costiera libica.
Per concorso negli stessi reati era infatti stato iscritto nel registro degli indagati Pietro Marrone, che ha risposto alle domande dei magistrati ricostruendo le fasi del soccorso, mentre Casarini è stato ascoltato per oltre sette ore, ma solo in qualità  di testimone, presso la brigata della Guardia di finanza di Lampedusa.
Durante la deposizione-fiume — davanti al procuratore aggiunto di Agrigento, Salvatore Vella, e al pubblico ministero Cecilia Baravelli — Casarini ha però reso dichiarazioni indizianti per se stesso e, come prevede il codice, l’esame è stato interrotto.
Il capo missione di Mediterranea è stato già  convocato per la prossima settimana in procura, a Agrigento, dove verrà  ascoltato in qualità  di indagato, alla presenza dei suoi avvocati.
E sempre come prevede il codice avrà  possibilità  di avvalersi della facoltà  di non rispondere. “Io non ho violato alcuna legge e ho rispettato tutte le convenzioni internazionali. C’è qualcuno che invece sta violando le leggi sulla base di un mandato a tempo”, dice Casarini. “Vediamo se è più criminale chi salva vite e le porta in un porto sicuro o chi le respinge e le costringe ad andare nei campi di concentramento in Libia o a morire in mare”.
Questa indagine, dice ancora il capo missione della Mare Jonio, “è una grande occasione per poter finalmente affrontare in una sede giudiziaria, senza ideologie e senza propaganda, il grande tema del salvataggio delle vite in mare che è superiore di fronte a qualsiasi decreto. Produrremo qualsiasi elemento utile a far chiarezza, perchè la Libia non ha una zona Sar e perchè la Libia non è un porto sicuro. E’ un paese — conclude Casarini — dove migliaia di persone sono detenute nei campi di concentramento e sottoposte a torture”.

(da “NextQuotidiano”)

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DOMANI SI VOTA IN BASILICATA CON CENTRODESTRA FAVORITO, QUATTRO GLI SFIDANTI

Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile

ALLE POLITICHE UN ANNO FA: M5S 44,3%, CENTRODESTRA 25,4%, CENTROSINISTRA 19,6%

Un generale della guardia di Finanza in pensione, Vito Bardi, per il centrodestra. Un farmacista, Carlo Trerotola, per il centrosinistra. E un imprenditore che organizza feste per bambini, Antonio Mattia, per i grillini. Dopo anni difficili tra inchieste giudiziarie e promesse non realizzate, la Basilicata sceglierà  il proprio futuro nella società  civile.
I tre principali candidati alla presidenza della Regione non hanno infatti un passato politico e amministrativo: si propongono come facce nuove, garantendo così un maquillage ai partiti che li sostengono. In corsa anche un outsider per la sinistra: Valerio Tramutoli.
Il centrosinistra si lecca le ferite della presidenza Pittella: Marcello, il governatore uscente, fratello dell’europarlamentare Gianni, non si ripresenta dopo lo scandalo giudiziario che ha travolto lui e la sua giunta. Pittella è stato arrestato. Ma a sorprendere è stato, principalmente, lo spaccato clientelare che emergeva dalle centinaia di pagine di intercettazioni telefoniche con nomine nella sanità , nella pubblica amministrazione decise non per merito ma a tavolino dai politici.
Per questo il segretario Nicola Zingaretti è arrivato personalmente per benedire la candidatura di Carlo Trerotola, farmacista comunque vicino alla famiglia Pittella, che è alla prima esperienza partitica ma viene da una storia familiare politica diversa.
Suo padre è stato uno dei fondatori del Movimento Sociale della Basilicata, primo sindaco dell’Msi in provincia di Potenza. Lui, ha raccontato nel corso di un convegno, non ha “mai fatto politica. In vita mia non sono mai andato ai comizi se non a quelli di Giorgio Almirante. Ogni tanto lo ascolto anche adesso”.
Negli ultimi giorni è spuntata anche una tessera dell’Msi intestata a lui. “È vero – dice Trerotola – da ragazzino andavo ai comizi di Almirante perchè mio padre era dell’Msi. Io sono orgoglioso di mio padre, dell’educazione che mi hanno dato lui e mia madre che era presidente dell’Azione cattolica. È stata un’educazione basata sulla tolleranza, leggevamo le lettere di Moro. Non sono di destra e non lo sono mai stato. Penso però che la lezione che ci arriva dai leader politici del passato è che ci si possa battere per i propri ideali, da avversari, ma sempre con grande stile e rispetto. Questa la politica che voglio praticare. Su temi centrali so da che parte stare: serve lavoro vero, non sussidi. Ed è necessario praticare l’accoglienza”.
Parole che marcano la distanza con il centrodestra. Berlusconi, convalescente dopo un guaio con un’ernia, nelle ultime ore non si è visto. Ha battuto la Basilicata in lungo e largo, invece, Matteo Salvini che punta a prendersi la prima regione del Sud con il candidato Vito Bardi e sancire il “7 a 0” contro il Pd. Il ministro degli Interni usa i suoi soliti temi. Per dire, qualche giorno fa da un palco di Muro Lucano gridava: “Mi piace il nome di questo paese. Altro che ponti: ogni tanto insomma, decidere chi entra o non entra in casa tua, non è male”.
Bardi invece sta girando la Basilicata per farsi conoscere dalla gente, mentre il suo nome era ben noto all’establishment italiano da anni, a destra e a sinistra. Generale in pensione della Guardia di Finanza, fu tra i primissimi, quando ancora l’inchiesta era coperta dal massimo riserbo, a conoscere dai suoi sottoposti tutti i segreti dell’inchiesta sulle escort che Gianpaolo Tarantini portava alla corte di Silvio Berlusconi. Una storia, quella, che ebbe lunghissimi strascichi giudiziari senza però, come tutte le altre inchieste in cui il nome di Bardi era stato tirato in ballo, avere alcun seguito.
Bardi ha costruito la sua carriera altrove ma qui in Basilicata ha lasciato i pezzi principali della sua vita: Filiano, il paese tra Matera e Melfi, dove la sua famiglia è nata, cresciuta e dove ancora oggi rappresenta un’istituzione.
L’unico a mettere in dubbio la forza dei Bardi era stato John Woodcock che aveva inquisito prima il cugino, Piervito, avvocato assai influente. E poi, a Napoli, aveva sfiorato nelle sue indagini anche il Generale. In entrambi i casi, tutto è stato archiviato. Il Generale in campagna elettorale ha parlato di “lavoro e innovazione”, “tradizione e futuro” mentre tutti i maggiorenti del partito si preparano a organizzare, dopo anni di governo di centrosinistra, il potere.
Un’ipotesi, quella della vittoria del centrodestra, quasi impensabile alcuni mesi fa.
Alle politiche il Movimento 5 Stelle aveva raccolto il 44.4 per cento dei voti. I favoriti erano loro che hanno scelto di candidare un imprenditore, Antonio Mattia, con passate frequentazioni al centro (destra), che ha avuto la meglio nelle consultazioni on line su due esponenti di lunga data del Movimento.
Qualcosa però nelle ultime settimane sembra cambiato: stando agli umori della gente, prima ancora che ai sondaggi, il Movimento pare aver esaurito la spinta di novità  e freschezza. “Ce la faremo” continuano però a ripetere i vertici regionali grillini, che però lamentano sottovoce una scarsa attenzione da parte dei big nazionali nonostante le possibilità  di passerelle ci fossero, vedi Matera capitale della Cultura.
In realtà , anche in politica, in Basilicata tutto ruota attorno al petrolio: nel corso degli anni il Movimento era stato in primissima linea nella battaglia contro le compagnie petrolifere e le estrazioni, accanto ai movimenti No Triv ambientalisti in Val d’Agri e nel resto della Regione.
Luigi di Maio e Alessandro di Battista avevano arringato le folle contro “gli speculatori dell’oro nero” dopo gli arresti della procura di Potenza nell’inchiesta che portò alle dimissioni, anche se mai indagata, dell’allora ministro delle Attività  produttive, Federica Guidi.
Una volta al governo, però, i 5 Stelle hanno dovuto stracciare una norma che prevedeva nuove esplorazioni petrolifere e non sono riusciti a bloccare le vecchie autorizzazioni, pur avendo alzato in maniera importante le royalties a carico delle società  di estrazione. Risultato: la base, o per lo meno quella ambientalista, li ha abbandonati.
Proverà  a riempire quello spazio il quarto incomodo: Valerio Tramutoli, professore di Fisica alla guida della lista civica “La Basilicata Possibile”, che mette al primo punto del suo programma la volontà  di trasformare la Basilicata come la prima regione in Italia “carbon free”. In attesa di sapere che fine farà  il carbone, comunque vada, tra qualche giorno la Basilicata ritroverà  la politica.

(da “La Repubblica”)

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“CI SONO FURBETTI M5S CHE NON FANNO LE RESTITUZIONI”

Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile

TRA LORO IL SOTTOSEGRETARIO FERRARESI, FLORA FRATE, NICOLA ACUNZO, ROBERTO ROSSINI

Pasquale Napoletano sul Giornale racconta oggi che ci sono eletti del MoVimento 5 Stelle che non sono in regola con le restituzioni.
Nell’articolo si parla anche di alcuni membri del governo Conte, che nel frattempo avrebbero regolato la loro posizione:
Tra i furbetti spunterebbe anche il nome di Vittorio Ferraresi, deputato alla seconda legislatura, promosso sottosegretario alla Giustizia nel governo Conte.
L’ingresso nell’esecutivo è stato un premio meritato, conquistato grazie alla fedeltà  al capo politico Luigi di Maio. Ferraresi sarebbe ora finito nell’elenco dei deputati non in regola con le restituzioni: una furbata che ha scatenato malumori e mugugni nel gruppo dei Cinque stelle.
Tant’è che, ieri pomeriggio, il sottosegretario avrebbe cominciato a caricare i bonifici (sul sito Tirendiconto) della quota di stipendio restituita.
Però non sarebbe ancora del tutto in regola: è fermo, con le restituzioni, al mese di ottobre. Evidentemente i malumori dei colleghi parlamentari sono arrivati fino a via Arenula: spingendo il sottosegretario alla corsa in banca per regolarizzare la sua posizione. Evitando così di alzare un nuovo polverone. Che non fosse in regola, fino a ieri pomeriggio, lo dimostra una foto in possesso de il Giornale.
Ma il caso, spiega il quotidiano, non è unico:
Il record della morosità  spetta alla parlamentare Frate Flora: dal 4 marzo ad oggi non ha sborsato un euro dell’indennità . Intascandola interamente.
Tra i furbetti c’è anche Nicola Acunzo, parlamentare salernitano con un passato da attore: l’ultima restituzione risale al mese di agosto. Non mancano parlamentari puntuali come un orologio svizzero: Francesco D’Uva, uno dei volti televisivi del Movimento, non ha saltato un mese.
Ma la grana delle restituzioni rischia di prendere la piega di una rivolta contro il capo Di Maio: Roberto Rossini ha confessato ai colleghi di essere già  pronto a disobbedire alla regola dei Cinquestelle.

(da “NextQuotidiano”)

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BUGANI (M5S): “CAMBIAMO IN FRETTA O MORIREMO”

Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile

SENZA STRUMENTI DI CONTROLLO DIFFICILE CAPIRE CHI E’ UNA PERSONA PER BENE E CHI NO

L’arresto per corruzione di Marcello De Vito “dimostra che senza una gerarchia e senza strumenti di controllo, a livello territoriale e nazionale, capiremo con sempre maggiori difficoltà  chi può essere una persona poco per bene, chi non c’entra nulla con noi, chi non sa gestire la pressione o dà  di matto se le cose non vanno come vuole lui”.
Lo afferma Massimo Bugani, M5S di Bologna e vicecapo della segreteria particolare di Luigi Di Maio, in un colloquio con la Stampa in cui sottolinea la necessità  di “riformare profondamente” il M5S. Ormai il tempo è “quasi finito, bisogna fare in fretta”, sottolinea il braccio destro di Casaleggio, “altrimenti moriremo”.
“Il Movimento deve cambiare”, ribadisce Bugani, anche se “le resistenze dei parlamentari e della base, nei territori, saranno forti. Non vorranno avere qualcuno che li coordini e che ne valuti l’operato, ma devono capire che è necessario per poter crescere ancora”.
Su Rousseau la discussione degli iscritti per formulare le proposte di riforma è partita la settimana scorsa, ma “non tutti capiscono il motivo per cui abbiamo deciso di muoverci in questa direzione”. C’è chi propone di eliminare il vincolo del doppio mandato per i consiglieri comunali, senza permettergli di approdare in Parlamento, e “non ha senso. La volontà  di togliere il vincolo è dettata dalla necessità  di costruire nei territori una classe dirigente e poi portarla in Regione, in Parlamento o a Bruxelles. Non di farla marcire lì”, spiega.
“I primi veri effetti di questa riforma del Movimento si vedranno nel 2020”, e nel frattempo, riflette Bugani, “se non possiamo vincere, forse non dovremmo presentarci. Poteva avere un senso inserire dei consiglieri regionali di rottura, come facevamo un tempo. Ma adesso è diverso, siamo al governo, e presentarci solo per partecipare non ha più senso”.

(da agenzie)

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ALTRO GUAIO PER IL M5S, L’AD DI ACEA NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI PER CORRUZIONE

Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile

I NOMI DI DONNARUMMA E LANZALONE NELLE TELEFONATE PARNASI-MEZZACAPO SUL BUSINESS PARK

Dopo Luca Alfredo Lanzalone, ex presidente di Acea in quota 5 Stelle, trema un altro super dirigente della Multiutility Capitolina.
Si tratta dell’amministratore delegato, Stefano Donnarumma, che — dopo essere stato perquisito nei giorni scorsi — ora sarà  iscritto sul registro degli indagati con l’accusa di corruzione.
La stessa contestazione per la quale tre giorni fa è finito in manette l’ex presidente dell’Assemblea Capitolina, Marcello De Vito.
Ed era stato proprio l’ormai ex grillino a caldeggiare la nomina di Donnarumma in Acea.
L’inchiesta è quella dei carabinieri del Nucleo Investigativo, coordinata dalla procura, sul nuovo stadio della Roma calcio. In particolare – secondo quanto filtra da ambienti investigativi – l’indagine riguarderebbe il progetto di spostamento della sede di Acea dalla storica struttura di via Ostiense al «Business Park», adiacente al futuro stadio, tanto voluto dal costruttore romano, Luca Parnasi.
Ed era stato proprio l’imprenditore, arrestato lo scorso 13 giugno, a definire in una chat con l’avvocato, Camillo Mezzacapo, il «Business Park» come: l’affare «più grande».
Proprio nei messaggi WhatsApp, tra il costruttore e Mezzacapo, spunta fuori il nome di Donnarumma definito: «un caro amico». I due, subito dopo, si accordano per «una cena insieme», utile per dialogare sull’affare «Acea». Parnasi e Mezzacapo, intercettati dai carabinieri nel marzo 2018, gongolano.
«La cosa più importante è il progetto Acea – spiega il costruttore – da quello che dice Lanzalone, e anche Donnarumma…». «C’è un consenso, c’è un consenso!» aggiunge Mezzacapo. E Parnasi: «Allora qui… lo stadio. Bisogna farlo molto bene! Acea diventa il trader principale del progetto, e diventa una società  che ha importanza. Però su questo tema è importante che venga coinvolta anche la sindaca». Ma, ben più della Raggi, l’avvocato Mezzacapo coinvolge De Vito.
«Abbiamo chiamato il nostro amico per farlo intervenire con forza», dice al telefono rassicurando Parnasi sull’intervento dell’ormai ex presidente del Consiglio Comunale. In merito Acea fa sapere che «mai un Consiglio di amministrazione ha esaminato o discusso di un qualsivoglia documento o piano per spostare la direzione generale sui terreni di Parnasi». Intanto De Vito, in carcere da tre giorni, farà  ricorso al tribunale della Libertà .
«Faremo ricorso al Riesame. E solamente successivamente il mio cliente chiederà  di essere ascoltato dai magistrati», spiega il legale di De Vito, l’avvocato Angelo Di Lorenzo.
«De Vito sta bene — aggiunge — e non vede l’ora di chiarire la sua posizione». Le indagini dei carabinieri, coordinate dall’aggiunto Paolo Ielo e dai pm Luigia Spinelli e Barbara Zuin, intanto vanno avanti.
Ieri fino a tarda sera sono state ascoltate come persone informate sui fatti due consigliere dei 5 Stelle: si tratta della presidente della Commissione Urbanistica, Donatella Iorio, e quella della Commissione Lavori Pubblici, Alessandra Agnello. Le audizioni sono legate al fatto che le Commissioni si sono occupate di alcuni progetti al centro della indagine, tra cui proprio il nuovo stadio della Roma. In base a quanto si apprende, inoltre, è stata interrogata anche Gabriella Raggi, indagata nel procedimento, e capo segreteria dell’assessorato capitolino all’Urbanistica.

(da “La Stampa”)

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SALVINI A PROCESSO PER VILIPENDIO DELL’ORDINE GIUDIZIARIO A TORINO

Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile

SI APRIRA’ IL 19 GIUGNO, RISCHIA DA 1000 A 5000 EURO DI MULTA

Si aprirà  il 19 giugno il processo a Torino per il leader leghista, Matteo Salvini, accusato di vilipendio all’ordine giudiziario. Il vicepremier e ministro dell’Interno nel febbraio 2016, durante un comizio a Collegno, aveva pronunciato frasi ritenute offensive nei confronti della magistratura italiana. L’udienza è stata fissata alle ore 13.30 nell’aula 85: il pm titolare dell’inchiesta, Emilio Gatti, ha ottenuto dal tribunale la data per l’udienza preliminare.
La storia dell’indagine nei confronti di Matteo Salvini va raccontata: l’allora procuratore di Torino Armando Spataro aveva chiesto a gran voce l’autorizzazione a procedere che serve per questo tipo di reati al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, dopo aver rivelato di averla sollecitata anche al suo predecessore Andrea Orlando che però non aveva mai risposto alle richieste.
Bonafede aveva dato l’ok ai procedimenti nei confronti di Salvini e di Vittorio Di Battista, padre di Alessandro.
Nei confronti di Salvini si parla delle frasi pronunciate dal segretario della Lega Nord nel febbraio 2016: «Qualcuno usa gli stronzi che mal amministrano la giustizia. Se so che qualcuno, nella Lega, sbaglia sono il primo a prenderlo a calci nel c… e a sbatterlo fuori — aveva detto Salvini -. Ma Edoardo Rixi è un fratello e lo difenderò fino all’ultimo da quella schifezza che è la magistratura italiana che è un cancro da estirpare. Si preoccupi piuttosto della mafia e della camorra, che sono arrivate fino al Nord”.
Salvini si riferiva all’indagine sulla Rimborsopoli ligure che vedeva l’allora l’assessore del Carroccio, che oggi è sottosegretario ai Trasporti, tra i rinviati a giudizio.
Il reato è previsto dall’articolo 290 del codice penale. Il reato è punito con una multa che varia tra i mille e i 5mila euro. Il PM Emilio Gatti ha notificato qualche mese fa a Salvini l’avviso di conclusione indagini, che di solito prelude alla richiesta di rinvio a giudizio.
Spiegò all’epoca   La Stampa che   per la citazione diretta in giudizio c’era bisogno dell’autorizzazione rilasciata dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede comunicata agli uffici giudiziari di Torino il 9 ottobre 2018 in ossequio all’articolo 313 del codice penale, senza la quale le accuse sarebbero andate incontro a un’inevitabile — nel senso di obbligatoria — archiviazione.
A questo proposito c’è da ricordare che il precedente ministro della Giustizia, Andrea Orlando, nonostante tre sollecitazioni, non abbia mai risposto ad Armando Spataro. Nel frattempo sono passati due anni.
Salvini rischia ora la condanna al pagamento di una multa da mille a 5 mila euro.   Alla citazione diretta in giudizio che la procura dovrebbe emettere a breve potrebbe seguire la fissazione di udienza in Sesta Sezione Penale.

(da agenzie)

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IMPUTAZIONE COATTA PER DIFFAMAZIONE DEL SENATORE GRILLINO GIARRUSSO

Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile

IL “MANETTARO” SUI SOCIAL AVEVA DEFINITO UN’EX ATTIVISTA M5S “DONNA DI SCARSA MORALITA’”

E adesso si faccia processare, si rimangi il gesto delle manette e ripensi alla sua parabola politica, da militante della Rete e ammiratore di Caponnetto a grillino che sostiene un governo reazionario che infierisce suoi più deboli, nega quasi sempre la protezione umanitaria e non si fa processare quando la magistratura accusa gli abusi di potere
Nonostante la richiesta di archiviazione del Pm, il Gip del Tribunale di Catania, Giuseppina Montuori, ha disposto l’imputazione coatta per il senatore M5S Mario Michele Giarrusso, denunciato per diffamazione da una ex attivista grillina, Debora Borgese di Valverde
La donna, redattrice, blogger e speaker radiofonica, aveva denunciato il senatore grillino – reso celebre anche dal gesto delle manette verso i senatori dem che lo stavano contestando fuori dell’Aula della Giunta per le Immunità  a Sant’Ivo alla Sapienza- per alcuni post su Facebook nei quali Giarrusso, secondo Borsese, aveva usato espressioni diffamanti, tra queste la definizione di ‘madame Pompadour’, pur senza mai mettere nero sul bianco il cognome della donna, ma ciononostante, secondo la blogger, facilmente riconducibili alla sua persona.
E proprio per l’assenza delle generalità  della donna, il pm aveva avanzato richiesta di archiviazione.
Ma per il Gip, si legge nelle carte, “le numerose espressioni utilizzate da Giarrusso nei vari post pubblicati, sia lette singolarmente che nel loro insieme, conducono inevitabilmente alla identificazione certa del bersaglio, trattandosi tra l’altro di personaggio dotato di una certa rilevanza mediatica in quanto con connotazioni politiche e funzioni amministrative, tanto che siffatti post sono stati commentati da terzi che hanno perfettamente compreso l’identità  della Borgese; in secondo luogo, esse sono certamente offensive e diffamatorie in quanto descrivono Borgese come soggetto dalla scarsa moralità  e da cui necessita per vari motivi stare lontani. A ciò si aggiunge – rimarca ancora il Gip – che trattasi di soggetti di rilievo pubblico, con tanti seguaci social di varia natura e i cui post hanno quindi una notevole diffusione e rilevanza”.
Con queste motivazioni, il Gip ha dunque disposto l’imputazione coatta per Giarrusso per il reato di diffamazione.

(da Globalist)

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TRENTO, RISSA AL CONVEGNO DELLA PROVINCIA CHE APPOGGIA IL CONGRESSO DI VERONA, CINQUE FERITI DALLE CARICHE DELLA POLIZIA

Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile

LA CONFERENZA SULLE DIFFERENZE DI GENERE SI TRASFORMA IN UN RING, SALA MEZZA VUOTA, MA VIENE IMPEDITO AI CITTADINI CONTRARI DI ENTRARE, ARRIVA IL REPARTO MOBILE IN ASSETTO ANTISOMMOSSA

Fin da un’ora prima della conferenza «Donne e Uomini, solo stereotipi di genere o bellezza della differenza?», nello spazio di fronte al palazzo della Provincia arrivano diversi cittadini. Ci sono anche Paolo Ghezzi e il segretario Cgil Franco Ianeselli, venuto per coordinare la manifestazione alla soppressione dei corsi per l’educazione alle differenze di genere e poi decisosi a entrare per seguire la conferenza.
Una partecipazione insolita a un evento dal titolo provocatorio e un finale imprevisto, che ha avuto come protagonisti i cittadini e le forze dell’ordine in uno scontro acceso. Cinque i feriti e severe le critiche dei cittadini.
La regione Friuli ha dato il patrocinio al Congresso delle Famiglie di Verona. E il presidente Massimiliano Fedriga ha già  detto che parteciperà .
La Provincia di Trento per ora non ha preso una decisione. «Il programma del congresso rispecchia la nostra visione – commenta Fugatti –. Ma ancora non abbiamo discusso sul patrocinio. È molto probabile che partecipi, ma definiremo presto anche questo dettaglio».
Intanto, la politica provinciale non sembra certo prendere le distanze dal messaggio che verrà  veicolato nella manifestazione veronese. Lo sforzo del Congresso di Verona di schierarsi dalla parte della famiglia naturale va a braccetto con la tematica no-gender su cui si sono confrontati ieri in Piazza Dante Emiliano Lambiase, Maria Cristina del Poggetto e Maristella Paiar. Un confronto voluto dagli assessori Bisesti e Segnana.
La sala prenotata per l’evento aveva una capienza di 60 posti, di cui 20 riservati ai consiglieri provinciali. Nella piazza, però, ce ne sono già  un’ottantina che chiedono di entrare.
A ridosso dell’inizio della conferenza, vengono fatte entrare una trentina di persone. Il sospetto che ci fossero dei contestatori ha creato scompiglio. La sala non si riempie del tutto, ma fuori viene dato l’ordine di non fare entrare più nessuno.
«Non pensavamo che questo appuntamento avrebbe riscosso così tanto successo», si giustifica Bisesti. Ma per qualcuno è una scusa. È da questa decisione che scatta la protesta. Una quarantina di cittadini rimasti fuori tenta di entrare dall’ingresso sul retro. Arrivano nel corridoio e chiedono di passare per assistere alla conferenza. I cittadini vengono bloccati dalle forze dell’ordine, pochi per contenere una situazione che probabilmente non si aspettavano.
Comincia quindi la contestazione, a cui si aggiungono altre persone uscite dalla sala (lasciando nei propri posti messaggi di critica). Slogan, qualche cartello di protesta, lamentele contro la soppressione dei corsi sulle differenze di genere e critica nei confronti di Bisesti e Segnana.
Nell’assembramento ci sono studenti, universitari, docenti, insegnanti, lavoratori, cittadini. Un insieme di persone che poco dopo gli scontri il consigliere Claudio Cia definirà  su Facebook «democratici di merda». Un’espressione che fa infuriare Ghezzi e Ianeselli.
Mentre la conferenza continua, arrivano i rinforzi per garantire sicurezza, con l’arma dei carabinieri, alcuni in tenuta anti sommossa, la polizia di stato e la guardia di finanza. Le urla di protesta rimbombano, ma i relatori continuano a parlare. «È un evento pubblico, abbiamo diritto di entrare»
gridano. Arriva l’ordine di evacuare. Una ventina di membri delle forze dell’ordine comincia a spingere con forza la folla. Le prime file non si arrendono alla pressione e cercano di restare nel corridoio. Qualcuno cade, altri vengono strattonati per essere condotti verso l’uscita. Nelle facce di chi è riuscito a sfilarsi dal gruppo c’è un senso di incredulità  misto a rabbia. Molti sono stati strattonati, pressati dalla calca, finiti contro un muro. Cinque feriti, seppur lievemente.
C’è subito chi indica l’episodio come un affronto alla democrazia. «Caricare è stato un pretesto. Volevamo partecipare ad una conferenza in uno spazio pubblico. Invece è bastato protestare per vedere usare i manganelli», dice indignata Cristina, insegnante. I contestatori vengono forzati a lasciare l’edificio. Una cinquantina aspettano l’uscita degli assessori.
Mentre Segnana e gli ospiti optano per la porta sul retro, Bisesti sceglie di uscire su Piazza Dante, accompagnato da una schiera di forze dell’ordine.

(da “Il Corriere della Sera”)

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BAGHOUZ LIBERATA DAI PATRIOTI CURDI, ISIS SCONFITTO

Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile

DOPO UNA FEROCE BATTAGLIA, CADE L’ULTIMA ROCCAFORTE DELLO STATO ISLAMICO IN SIRIA

Dopo Kobane, Raqqa e adesso Baghouz.
I combattenti curdo-siriani delle Ypg e Ypj – odiati e bombardati da Erdogan – hanno annunciato di aver liberato la roccaforte di Baghouz, l’ultima area del Paese che era rimasta sotto il controllo dell’Isis. Mustafa Bali, portavoce della milizia, ha twittato che “Baghouz è libera e abbiamo ottenuto la vittoria militare contro il Califfato”.
Bali ha quindi sottolineato che l’Isis, che era riuscito a espandersi negli anni scorsi fino a conquistare buona parte del Paese e del confinante Iraq, è ora completamente sradicato.
Le Forze democratiche siriane, però, continueranno “a combattere contro i rimasugli dei gruppi estremisti finchè anche questi non saranno completamente eliminati”
“In questo giorno particolare – ha concluso il portavoce – commemoriamo le migliaia di martiri i cui sforzi hanno reso possibile la vittoria”. Le forze a guida curda hanno già  issato bandiere gialle a Baghuz per celebrare la vittoria.
Ma lo Stato Islamico non è stato del tutto sconfitto. E’ pronto a tornare sotto altre vesti, a cominciare dal terrorismo

(da agenzie)

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