Novembre 29th, 2019 Riccardo Fucile
IL QUIRINALE NON E’ UN REFUGIUM PECCATORUM DOVE CHIUNQUE PUO’ ANDARE A SFOGARSI
Non l’ha presa benissimo, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l’iniziativa annunciata da Matteo Salvini, che ha chiesto di essere ricevuto d’urgenza sul Colle per denunciare le insidie «mortali» del Fondo salva-Stati, e per convincere il presidente a non metterci sotto la firma se e quando (non prima di qualche mese) il nuovo trattato gli arriverà sul tavolo.
Mattarella non pare intenzionato a farsi trascinare nello scontro politico.
Spiega Marzio Breda sul Corriere della Sera:
La risposta è stata un gelido silenzio. Una scelta eloquente su un doppio livello di lettura. Il primo lo suggeriscono le recenti prassi di Palazzo: questo capo dello Stato non ha finora mai preso in considerazione richieste di udienze che riguardassero questioni del Parlamento, per le quali ritiene che «il garante» non sia lui ma il presidente della Camera.
La seconda chiave d’interpretazione riguarda la pretesa di far dirimere quest’ultima controversia politica a Mattarella (il quale naturalmente non ha funzioni giurisdizionali), pretesa che è parsa tanto più impropria in quanto la stessa Lega ha annunciato iniziative giudiziarie contro il governo e il premier sul Mes.
Dunque toccherà soprattutto a Giuseppe Conte affrontare l’offensiva leghista, in Parlamento o in un’aula di tribunale, posto che si arrivi davvero alle carte bollate. Molto dipende da Salvini, al quale non sarà comunque negato un incontro sul Colle, purchè ne faccia richiesta nelle dovute forme e senza aspettarsi d’essere ricevuto ad horas.
Ugo Magri sulla Stampa è dello stesso avviso:
Qui potrebbe crearsi un intoppo, dal momento che l’opportunità di dare disco verde al Mes costituisce oggetto di scontro parlamentare. Lunedì ne discuteranno le Camere, il premier ha promesso che tornerà in aula il 10 dicembre e per il suo governo sarà come attraversare un cerchio di fuoco, con una parte dei Cinque stelle in grande fibrillazione. Se ricevesse Salvini, il capo dello Stato accrediterebbe indirettamente i dubbi sul trattato, getterebbe sulle fiamme un altro po’ di benzina, darebbe spago alla propaganda anti-governativa, complicherebbe ulteriormente la vita al povero Giuseppe Conte che già se la passa così così. In altre parole, l’Arbitro verrebbe trascinato nella mischia.
Conoscendo lo scrupolo di Mattarella, la prudenza con cui si muove, il suo rispetto per le prerogative del Parlamento, viene difficile immaginare che l’uomo spalanchi le porte al “Capitano” e gli prepari un comitato di accoglienza.
Del resto in passato, quando erano state avanzate richieste analoghe, il presidente aveva pronunciato svariati “no”. Fin dal primo giorno ebbe modo di chiarire che il Quirinale non è un “refugium peccatorum” dove chiunque può andarsi a sfogare. Salvini medesimo se ne accorse personalmente, un anno e mezzo fa, quando provò a mobilitare il Colle contro i magistrati di Genova che indagavano sui famosi 49 milioni della Lega; alla fine venne accolto nel salottino presidenziale, sì, ma senza precipitazione e con l’impegno che in quella sede non si sarebbe parlato di toghe.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 29th, 2019 Riccardo Fucile
L’EX BARISTA DEL CENTRO SOCIALE LINK STRAPARLA DEL MECCANISMO BACKSTOP (VOTATO DALLA LEGA) E SI INCASINA … QUANDO UNO NON CONOSCE LA MATERIA DI CUI PARLA LA MIGLIORE FIGURA SAREBBE STARE ZITTI PIUTTOSTO CHE SPARARE CAZZATE
Forse Lucia Borgonzoni in questi ultimi mesi è stata troppo impegnata a chiedere di parlare
di Bibbiano invece che informarsi sulla riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità .
Perchè ieri a PiazzaPulita la candidata della Lega alla presidenza della Regione Emilia-Romagna ha dato la netta impressione di non sapere — o di non aver capito — in che cosa consista la riforma del MES e in che modo funzioni il Fondo salva stati
Il che è senz’altro curioso, visto che da settimane Salvini e la Lega parlano di un fantomatico complotto ai danni del Paese ordito nientemeno che da Giuseppe Conte per poter mantenere la poltrona di Presidente del Consiglio.
Una narrazione che sfida i fatti e la logica (per usare due concetti tanto cari a qualcuno) perchè presuppone, nell’ordine, che quando fin dal dicembre del 2018 Conte e Tria hanno partecipato ai negoziati europei per la riforma del MES sapessero che il Governo gialloverde sarebbe caduto entro la fine dell’estate del 2019; e soprattutto presuppone che nessuno dei leghisti al governo (il vicepremier, i i viceministri e i sottosegretari, tra cui la stessa Borgonzoni) non sapessero nulla di quello che stava succedendo.
Ma il Governo era perfettamente informato sin dal dicembre del 2018 della volontà di riformare il Fondo salva stati così come il Parlamento era a conoscenza della posizione dell’esecutivo sulla riforma del MES.
In tutto questo poi c’è la senatrice Borgonzoni. Che ieri da Formigli ha detto cose come «noi mettiamo a rischio i nostri titoli di Stato se in ipotetica bisogna rientrare di 120 miliardi in sette giorni si può andare a prenderli da quelli che sono i titoli di stati, indirettamente o direttamente arriva a me sta cosa».
Andiamo con ordine, quali sono questi 120 miliardi di euro? La Borgonzoni la spiega così: «sarebbero i fondi che teoricamente noi abbiamo nel vecchio fondo salva stati e possono essere richiesti allo Stato italiano in sette giorni perchè se noi vogliamo accedere ci sono una serie di clausole che noi ogni anno dobbiamo rientrare del debito del 20%».
Ci avete capito qualcosa? Di fatto la Borgonzoni sta dicendo che qualora l’Italia avesse bisogno di soldi per uscire da una crisi economica dovrebbe dare 120 miliardi di euro in sette giorni.
Il che non ha alcun senso perchè come spiega Carlo Calenda «se hai bisogno di soldi sono gli altri paesi che li versano, e non tu». Per il semplice motivo che non ce li hai. Questa non è alta finanza, è semplice economia domestica. E già adesso si può chiedere una ristrutturazione del debito (che ovviamente comporta un taglio dei titoli di Stato).
«Ti può essere richiesto in sette giorni», scandisce roboticamente la Borgonzoni, manco il MES fosse gestito da Samara di The Ring. È evidente a questo punto che la Lega sta tentando di fare terrorismo sul Fondo Salva Stati, e il bello è che lo fa senza sapere quello che dice. Il tutto senza dire che l’Italia, essendo detentrice del 17% delle quote del Fondo e visto che si decide con la maggioranza dell’85% ha il potere di veto che le consente di bloccare eventuali intervento di salvataggio per altri stati.
C’è poi una linea di credito che aiuta i paesi a rischio di essere “contagiati” dal default di un altro paese. Infine c’è la possibilità di aiutare le banche in difficoltà (come è stato fatto in Spagna proprio dal MES).
Secondo la Borgonzoni «probabilmente, succedesse qualcosa ad una banca tedesca la signora Maria che c’ha dei titoli di Stato probabilmente avrà dei titoli di stato che costa meno perchè con il Fondo Salva Stati si aiuta una banca tedesca, questo è il fatto».
Di nuovo, cosa vuol dire questa affermazione? Assolutamente nulla. Un po’ come quando Salvini dice che il Fondo Salva Stati «è una pistola puntata alla testa dei risparmiatori».
Ma come può funzionare che se una banca tedesca è in difficoltà la signora Maria vede perdere di valore i titoli di Stato (si presume italiani) in suo possesso?
La Borgonzoni ha una spiegazione: «se il fondo salva stati viene utilizzato per salvare una banca tedesca noi abbiamo un problema: chiediamo anche noi il fondo e a noi dicono per avere quel fondo devi rispettare dei parametri che non lo possiamo rispettare».
Non ha alcun senso, perchè se una banca tedesca è in difficoltà l’Italia dovrebbe chiedere di accedere alla linea di credito per gli Stati? E perchè le due cose sono collegate? Borgonzoni non sa, non lo spiega, non risponde.
Senza saperlo però sta parlando (male) di una delle novità del MES, quella che a quanto pare Salvini ritiene essere una “pistola puntata alla testa dei risparmiatori”. Si tratta del meccanismo di backstop.
Oggi, se il MES deve intervenire per salvare un istituto di credito in difficoltà presta i soldi allo Stato il quale li “gira” alla banca. In questo modo però quel denaro entra a far parte del debito pubblico dello Stato mentre in realtà serve unicamente ad aiutare una banca (privata).
Come si legge nella Relazione presentata dall’Allora ministro per gli Affari Europei Paolo Savona (e approvata dalle commissioni di Camera e Senato) «il governo ha sempre sostenuto la necessità del meccanismo di backstop». Il Governo in questione è quello Lega-M5S di cui Borgonzoni faceva parte.
«Ma le nostre banche non potranno mai accedere a quel fondo, perchè non rispettiamo i parametri che ci vengono dati», dice la Borgonzoni. Che evidentemente a questo punto non capisce che sta parlando di due cose diverse.
Uno è il Fondo Salva Stati l’altro è il Single Resolution Fund (SRF) il Fondo di risoluzione unico delle crisi bancarie. §
E come si legge nella bozza di riforma dell’ESM il backstop è stato discusso e approvato nelle riunioni dell’Eurogruppo del 25 giugno 2018 e all’Euro Summit del 14 dicembre 2018.
Il Governo, quello del quale facevano parte (a loro insaputa?) Lega e Lucia Borgonzoni ha detto di essere d’accordo con la necessità del meccanismo del backstopb ovvero esattamente quella cosa che — secondo Lucia Borgonzoni — serve a mettere le mani nelle tasche della signora Maria qualora si dovesse salvare una dell famigerate banche tedesche.
Eppure oggi i leghisti ci raccontano che quella cosa danneggerebbe i risparmiatori italiani. Il tutto dimostrando di non aver capito nulla. Che sia un complotto?
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 29th, 2019 Riccardo Fucile
“MEGLIO CHE CI SIA IL MES PIUTTOSTO CHE NON CI SIA”
Lui nel governo gialloverde era un marziano: ossia una persona competente, seriA e giudiziosa, circondato da due vice-premier improbabili che con le loro sparate e i loro capricci hanno creato grossi problemi al paese.
“Ricordo il giugno scorso, quando si definì l’accordo su una bozza di riforma del Mes da sottoporre al summit dei giorni successivi. Si trattava di tradurre in un testo definito l’accordo che era stato raggiunto nel dicembre precedente”.
Ad affermarlo è l’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria, intervistato da “La Repubblica”.
“Le trattative – ricorda – andarono avanti fino all’alba a Bruxelles perchè il mandato era quello di non cedere su una questione non secondaria: alcuni Stati volevano che si prevedesse che le metodologie specifiche per valutare la sostenibilità dei debiti sovrani fossero rese pubbliche”.
“Per noi era inaccettabile perchè significherebbe aprire una corsa a valutazioni prospettiche anche fantasiose su un tema per noi di stretta competenza della Commissione che è un organo politico. Ci opponemmo e la spuntammo. Nelle prime ore del mattino mi arrivò la telefonata di Conte che si complimentò per il risultato raggiunto. Immagino che i due vicepresidenti del Consiglio fossero informati del buon risultato” aggiunge Tria.
Ministro dell’Economia nell’anno difficile del governo gialloverde, Tria, sottolinea ‘La Repubblica’, ha lasciato i conti dell’Italia in ordine e non vuole neppure prendere in considerazione la bagarre sollevata da Salvini e da Giorgia Meloni a colpi di ‘interessi nazionali’ e addirittura di ‘alto tradimento’.
Che effetto le fanno le critiche in Parlamento?
“Si dovrebbe capire in Italia, ma anche negli altri paesi, – risponde Tria – che l’interesse nazionale si difende mostrando che esso coincide con gli interessi dell’Europa e delle altre nazioni”.
“Non è nell’interesse di nessuno -aggiunge ancora- nè creare difficoltà alla gestione del debito in Italia, nè ostacolare la gestione di una crisi bancaria in Germania. Gli effetti devastanti cadrebbero in ogni caso anche sugli altri paesi per le interdipendenze delle economie. La riforma del Mes non ci danneggia. Ed è meglio che ci sia il Mes piuttosto che non ci sia, anche se noi non abbiamo bisogno di essere salvati”.
(da agenzie)
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Novembre 29th, 2019 Riccardo Fucile
LA TESTIMONIANZA DI ESTER RUSSO, PSICOLOGA DI MEDICI SENZA FRONTIERE
Testimonianza di Ester Russo, psicologa di Medici Senza Frontiere, che dal 25 al 27
novembre ha svolto, insieme a due mediatori interculturali, un intervento di supporto psicologico rivolto a 23 superstiti dell’ultimo naufragio, avvenuto lo scorso 23 novembre a un miglio dall’isola di Lampedusa. Il tragico evento si è verificato quando un grosso barcone con centinaia di migranti a bordo si è rovesciato. 149 persone sono state salvate dalla Guardia costiera Italiana, cinque i cadaveri recuperati. A oggi risultano ancora dispersi.
Mi sento stremata. Sento che il lavoro di Medici Senza Frontiere è efficace, ma dentro di me provo soprattutto un profondo senso di ingiustizia. Lascio all’hotspot di Lampedusa persone in condizioni di estrema fragilità .
Ho salutato un bambino di appena 5 anni che ha visto sua madre annegare. Ma ancora non sa che ha visto sua madre morire. Il suo corpo non è stato ritrovato, ma è ormai certo che non ce l’ha fatta. Il padre non riesce a trovare le parole giuste per confessarlo al figlio. Prende tempo, gli ha detto che la mamma è stata respinta in Libia e che presto proverà a raggiungerli. Ma non accadrà mai. Mai.
Questa famiglia, di origine libica, è fuggita dal suo Paese perchè la zona in cui viveva era diventata un teatro di guerra. “La nostra casa è stata bombardata mentre mio figlio e mia moglie si trovavano all’interno” mi ha raccontato.
Dopo quel giorno quest’uomo ha capito che doveva lasciare il suo Paese. Nell’hotspot di Lampedusa tutti i naufraghi si prendono cura di loro. C’è davvero molta solidarietà tra le persone che hanno condiviso la stessa esperienza. Tutti cercano di far ridere il bambino per distrarlo, per allontanare ogni pensiero su questi ultimi tragici giorni.
Questa non è l’unica tragica storia che ci lascia l’ultimo naufragio nel Mediterraneo. Un ragazzo minorenne con gravi problemi alla vista, poichè in Libia è stato detenuto insieme a centinaia di persone per quasi un anno al buio e ha subito trattamenti inumani e degradanti, non si dà pace.
L’unica persona con cui aveva un legame forte e che lo supportava in tutte le sue difficoltà , dal lavarsi al mangiare, è tra le vittime del naufragio.
Non abbiamo nemmeno il tempo di prendere fiato che ci troviamo di fronte a un altro caso che probabilmente avrà bisogno di sostegno psicologico per molto tempo. È la storia di un ragazzo che si è salvato perchè sa nuotare, ma intorno a sè ha visto persone soccombere. “Non potevo fare niente, se avessi provato a salvarli sarei morto anche io” mi ha detto. Oggi di notte sente le voci di queste persone che gli chiedono aiuto. Un tormento oggi inconsolabile.
L’elenco tragico di vite spezzate è lungo. Tre adolescenti hanno perso entrambi i genitori mentre due ragazzi giovanissimi non hanno più a loro fianco le loro mogli. Li abbiamo assistiti durante il riconoscimento fotografico dei cadaveri, momenti che sembrano durare giorni.
Nei volti di chi non ce l’ha fatta, il tempo si è fermato catturando espressioni di paura estrema che in tante esperienze di primo soccorso non avevo mai visto.
Uno dei due mariti ci ha poi raccontato di essere già sopravvissuto a un naufragio nel gennaio 2018, quel giorno fu riportato nell’inferno libico dalla Guardia Costiera libica. Anche questo è terribilmente ingiusto.
Tutte queste persone devono lasciare Lampedusa il prima possibile e devono poter essere messe nella condizione di poter ricominciare la loro vita. Altrimenti sommeremmo ingiustizia ad altra ingiustizia.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 29th, 2019 Riccardo Fucile
I GIUDICI HANNO CONDANNATO IL DOCENTE E SUO FRATELLO A DEMOLIRE UN PIANO DELL’ABITAZIONE, MA LA CASA E’ ANCORA LI’
Sciolta positivamente la riserva, il docente Unical Francesco Aiello è ufficialmente il candidato pentastellato alla presidenza della Regione Calabria.
Ma alla campagna di trasparenza, tutela e rilancio del territorio promessa, potrebbe esserci un ostacolo grande quanto una casa. Per la precisione, la sua casa.
La villetta di Aiello è stata dichiarata parzialmente abusiva e in parte da abbattere, ma svetta ancora orgogliosa a Carlopoli, in provincia di Catanzaro, nonostante Tar e Consiglio di Stato abbiano condannato il professore e il fratello a demolire un piano.
La storia ha radici antiche – siamo alla fine degli anni Ottanta – addirittura a quando mamma e papà Aiello hanno deciso di tirarla su. E si sono fatti prendere la mano, andando ben oltre la cubatura prevista.
Quando l’anno dopo il responsabile dell’ufficio tecnico del Comune, arrivato scortato dalle forze dell’ordine, ha certificato volumetrie più che doppie e una destinazione d’uso completamente diversa da quella prevista nel piano di lottizzazione, l’hanno ignorato.
Lo stesso hanno fatto negli anni successivi con l’ordinanza di demolizione e il verbale di inottemperanza notificato un anno e mezzo dopo.
Risultato, la casa è per lo più abusiva – ci sono un piano interrato e il secondo in più e il corpo principale è grande quasi il doppio del previsto – ma è rimasta là .
Solo dopo quattro anni – è il ’99 e la questione si trascina da un decennio – in Comune si ricordano di quella pratica rimasta in sospeso.
L’amministrazione avvia la procedura per la revoca della concessione edilizia e improvvisamente anche in casa Aiello ci si ridesta. Non per mettere le cose a posto, ma per bloccare l’iniziativa del Comune con un ricorso al Tar.
In attesa dell’esito della richiesta di condono, si spiega. Ma va male, malissimo, perchè l’istanza viene respinta. E anche la richiesta di sanatoria viene accettata solo con lo sconto.
Traduzione, il corpo principale viene “graziato” nonostante la palese obesità rispetto a quanto previsto, ma seminterrato e primo piano – dice la sentenza – devono essere demoliti.
L’ordinanza però rimane nuovamente lettera morta. L’amministrazione riesce solo a farsi pagare dagli Aiello gli oneri concessori per corpo principale e primo piano, sanati con un provvidenziale condono, ma il resto della costruzione abusiva rimane dov’è. Passano altri dieci anni e il Comune ci riprova a mettere un po’ d’ordine nella giungla di cemento cittadino.
Ai fratelli Domenico e Francesco Aiello, eredi della costruzione, viene notificata l’ennesima ordinanza di demolizione, inutilmente contestata dai due di fronte a Tar e Consiglio di Stato.
Non muovono un dito e l’amministrazione – ancora una volta – si dimentica della questione. Tocca ad un vicino di casa dei due fratelli sollecitare per l’ennesima volta la giustizia amministrativa per far rispettare la sentenza e ancora una volta gli Aiello si mettono di traverso. Ma perdono, di nuovo.
L’unica cosa che riescono ad ottenere è che si butti giù “solo” il secondo piano e giusto perchè smantellando il seminterrato verrebbe giù tutto l’edificio.
Così ha stabilito il perito, che su incarico dei giudici ha studiato il caso e depositato la propria relazione un anno fa. Ma nulla si è mosso, la villetta è ancora lì e nessuno si è disturbato a togliere neanche una tegola.
“È l’uomo giusto” ha detto il coordinatore pentastellato per le regionali Paolo Parentela.
“Guardiamo alla solidarietà , al lavoro, alla bellezza e ricchezza della natura e alle altre risorse della nostra terra, che recupereremo, valorizzeremo e proteggeremo dalla ‘ndrangheta, dai colletti bianchi e dalla politica delle clientele, degli abusi, dei compari e dei comitati di affari”.
Ma magari dall’abusivismo edilizio no.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 29th, 2019 Riccardo Fucile
“L’OLOCAUSTO E’ UNA FANDONIA. AD AUSCHWITZ C’ERANO PISCINA, TEATRO E CINEMA”… “HITLER E’ IMMORTALE”
Antonella Pavin è la “sergente di Hitler” individuata nell’inchiesta Ombre Nere partita da
Enna e approdata in tutta Italia, che ha sgominato il Movimento Nazionalsocialista dei Lavoratori e fermato l’organizzazione di un attentato alla sede dell’ANPI di Genova.
48 anni, moglie, madre, impiegata in uno studio contabile e, allo stesso tempo, fiera nazista, lei è ritenuta tra i fondatori del Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori, nonchè reclutatrice di altri negazionisti come lei.
Vive in una casa sperduta nella campagna di Curtarolo, a nord di Padova. Il marito è autotrasportatore.
Lei oggi ha parlato con Repubblica:
Invocare lo sterminio, negare i lager, inneggiare a Hitler, è altro
«I sionisti comandano il mondo, guidano le banche, decidono sulle politiche dell’immigrazione. Sono la rovina dell’umanità . L’Olocausto è una fandonia».
Ha mai ascoltato Liliana Segre?
«Lasciamo perdere Liliana Segre, ne avrei da dire. Ad Auschwitz c’erano piscina, teatro, cinema. Non è andata come la raccontano».
Suo marito la pensa come lei?
«No, lui vota Salvini».
Lei cosa vota?
«Io non voto. CasaPound mi fa schifo, Forza Nuova l’ho abbandonata. Ci sono stata due anni ma non ne voglio più sapere. Però non dico perchè».
Il Gazzettino racconta che sarebbe stata proprio lei la “capa” veneta dell’organizzazione.
Sulla sua pagina Facebook la donna scriveva: “Il nazional socialismo trionferà in tutta Europa. Hitler è immortale”. Stop.
Niente di più, perchè era sul social network russo VKontakte che la 48enne si scatenava.
Nel giugno dell’anno scorso se la prendeva con il Gay Pride: «Padova blindata per far sfilare centinaia di fr***. La cosa più schifosa è che ad appoggiare questi rifiuti c’erano anche famiglie. E poi la gente mi critica perchè sono nazista. Lo sarò fino alla morte perchè quando morirò sarò contenta di aver ripulito il mondo. Sempre Heil Hitler e rogo per gli infami».
E tra la foto di una torta di compleanno guarnita con una svastica e una col saluto nazista, assicurava di aver preparato il materiale per accogliere gli zingari: «Una spranga di ferro, un coltello e una tanica di benzina possono bastare o devo aggiungere qualcos’altro? Heil».
Se la Pavin fino a oggi era incensurata, il vicentino Bruno Bosso, con il petto tatuato con un’enorme svastica, era già conosciuto dalla Polizia per i reati di lesioni, resistenza, stupefacenti, maltrattamenti alla moglie (con tanto di allontanamento dalla casa familiare).
Bosso e la moglie Veronica Giunta si erano trasferiti dal capoluogo berico a Messina l’estate scorsa ma all’inizio di novembre avevano fatto rientro a Vicenza. Spiega il Gazzettino:
La donna ha raccontato di essere venuta a conoscenza del “partito” grazie ai suggerimenti dei gruppi su Facebook: «Ho messo “mi piace” e ho iniziato a parlare con loro, era marzo 2018. Poi il partito è morto un anno dopo. Io non sono mai andata a convention e non ho indottrinato o armato persone. I fondatori non li conosco a parte tale Marinari, un toscano. Mai andata a ritrovi, si parlava solo sui social, nelle chat».
E a proposito del marito arrabbiato: «Cosa doveva sapere? Lui vota Salvini e sa benissimo per cosa simpatizzo io. Quello che mi fanno è un processo ai pensieri. Abbiamo subìto 12 furti in 20 anni che stiamo qua. Avrò il diritto di avere le mie idee». Nelle intercettazioni assicurava a Luigi Forte che il programma era quello di «andare al potere in qualsiasi modo, a costo di qualsiasi conseguenza, tanto che non c’è alcun partito che abbia i cogl** di farlo». Ora assicura: «Parole, erano solo parole».
E poi c’è la 36enne che avrebbe partecipato a un concorso lanciato sul social network russo VK e vinto il titolo di Miss Hitler.
Si chiama Francesca Rizzi ed è residente a Pozzo d’Adda: il particolare è emerso nel corso delle perquisizioni effettuate dalla Digos nel Milanese a carico di tre estremisti di destra (fra cui la giovane), indagati dalla Procura Distrettuale Antimafia di Caltanissetta, per costituzione e partecipazione ad associazione eversiva ed istigazione a delinquere.
Alla conferenza di NOS Francesca Rizzi ha partecipato come rappresentante di Autonomia Nazionalista e secondo i racconti aveva fatto un intervento chiaramente antisemita. Gli indagati avevano anche creato una chat chiusa denominata “Militia“, finalizzata all’addestramento dei militanti. Francesca Rizzi era anche gestore dell’account su VK Fra-Fra-Fra-Fra: qui si riproduce un suo post in cui se la prendeva con Laura Boldrini e Liliana Segre.
(da agenzie)
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Novembre 29th, 2019 Riccardo Fucile
IL CAPO E’ UN PLURIPREGIUDICATO DI ‘NDRANGHETA ED ESPONENTE DI FORZA NUOVA … ALTRI TRE ESPRIMEVANO SUI SOCIAL VICINANZA A FRATELLI D’ITALIA
“Potremmo lanciare una molotov all’Anpi”. Lo diceva, intercettato dalla Digos di Enna, Pasquale Nucera, esponente di spicco della ‘ndrangheta ma anche impegnato nella costruzione del Movimento Nazionalsocialista dei Lavoratori e uno dei diciannove indagati dopo l’inchiesta della procura di Enna.
Sono quattro le persone indagate in Liguria nell’ambito dell’operazione ‘Ombre Nere’ della Procura di Caltanissetta, rivolta a una rete di persone accusate di voler creare un partito nazista con ramificazioni in diverse città d’Italia.
E proprio Genova, insieme a Milano, sarebbe stato uno dei primi obiettivi da colpire con un’azione dimostrativa: “Potremmo lanciare una molotov all’Anpi” si sente in una intercettazione nella quale un altro nazista aggiunge “da far lanciare magari a un marocchino per depistare”.
Racconta oggi Repubblica Genova:
Tra i perquisiti in Liguria spicca il nome di Pasquale Nucera detto “Leone”, pluripregiudicato calabrese di 64 anni con un passato da pentito della ‘ndrangheta, oggi impegnato con un agriturismo nelle campagne della zona di Dolceacqua.
Non solo: nell’estremo ponente ligure è tra le figure di riferimento del partito di estrema destra Forza Nuova, di cui a inizio 2018 era diventato vicecoordinatore nella provincia di Imperia.
Secondo gli investigatori dell’operazione avrebbe un ruolo da addestratore delle ‘milizie’ di chiara matrice filonazista, xenofoba e antisemita di cui si progettava la creazione.
A Genova sono state invece tre le persone indagate, tutte residenti nell’area urbana: si tratta di Alessandro Piga, 65 anni, Claudio Testa, 58 anni e Olga Giorgi, 66 anni. I tre genovesi non hanno precedenti penali.
Nelle loro abitazioni, durante le perquisizioni di questa mattina, la digos della Questura di Genova ha trovato parecchio materiale propagandistico di stampo fascista: volantini, croci celtiche, calendari, busti di Mussolini, ma anche coltelli e armi finte.
Agli indagati sono stati sequestrati computer e telefoni cellulari. I tre indagati genovesi non hanno legami con le organizzazioni di estrema destra cittadina, ma dai social di alcuni di loro emerge chiaramente una vicinanza all’ideologia di Fratelli d’Italia.
I 19 decreti di perquisizione domiciliare sono stati emessi dalla procura distrettuale di Caltanissetta d’intesa con la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Dalle indagini risulta la creazione di una chat chiusa chiamata “Militia”, finalizzata all’addestramento dei militanti. Nei dialoghi tra gli indagati si fa riferimento a una disponibilità di armi ed esplosivi.
(da agenzie)
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Novembre 29th, 2019 Riccardo Fucile
E SCATTO’ L’ALLERTA… ARRESTATO UNO DEI 19 INDAGATI: NASCONDEVA UN FUCILE A POMPA
L’inchiesta sul nuovo “Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori”, che ieri ha portato a
19 perquisizioni, stava per saltare. Una talpa avvisò “miss Hitler”, Francesca Rizzi, una delle principali indagate: “Un mio amico poliziotto di Torino mi ha detto che sono attenzionata dagli sbirri — sussurrò la donna ad Antonella Pavin, l’ideologa del gruppo — dobbiamo essere prudenti, bisogna far sparire le foto dal profilo Facebook Manu Manu o addirittura oscurare il sito”.
Le indagini della Digos di Enna, coordinate dal Servizio antiterrorismo della polizia, hanno identificato la talpa in un assistente capo che era in servizio all’ufficio di gabinetto della questura Torino, si tratta di L.N., 54 anni, che è stato indagato per rivelazione di notizie riservate e accesso abusivo a un sistema informativo.
Per gli investigatori, coordinati dalla procura di Caltanissetta, è stata una corsa contro il tempo: dopo la soffiata, avvenuta nel novembre dell’anno scorso, gli indagati si erano fatti più prudenti nelle loro relazioni interne ed esterne.
Adesso, i poliziotti stanno esaminando il materiale sequestrato in tutta Italia, soprattutto telefonini, tablet e computer: c’è da ricostruire tutta la rete del nuovo partito nazista.
Uno degli indagati è stato arrestato, si tratta di Maurizio Aschieri, 57 anni, di Monza: nella sua abitazione sono stati trovati un fucile a pompa e munizioni da guerra. All’esame della polizia ci sono anche altri fucili sequestrati nelle abitazioni degli indagati: ufficialmente, sono armi per il Softair, ma potrebbero aver subito delle modifiche.
L’ultima rete neonazista è emersa quasi per caso: i poliziotti della Digos di Enna stavano indagando sui colpi di pistola sparati l’anno scorso contro le finestre del centro migranti “Don Bosco 2000” di Pietraperzia, sono arrivati a un giovane della provincia che insultava i gestori della struttura.
Il primo indagato di questa storia è lui, si chiama Carlo Lo Monaco, ha 30 anni, è un ragazzo borderline che attualmente è in cella per aver assassinato il padre Armando. I suoi contatti hanno portato alla rete neonazista.
Le prime intercettazioni hanno confermato la pericolosità del gruppo. Il loro motto era: “Invisibili, silenziosi e letali”.
Dicevano: “Bisogna formarsi militarmente, avere maggior sicurezza uno dell’altro, essere veramente di supporto operativo o anche solamente politico alla bisogna, avere dalla nostra l’effetto sorpresa, avere la consocenza del territorio, quindi colpire e ritirarsi sui monti”.
La prima azione doveva essere una molotov contro una sede dell’associazione nazionale partigiani di Roma o Milano.
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2019 Riccardo Fucile
ENU ALUKO: “ORGOGLIOSA DI AVER VINTO TANTO MA L’ITALIA E’ INDIETRO DI DECENNI SUL TEMA DELL’INTEGRAZIONE”
“Basta essere trattata come una ladra”. E’ un triste addio quello di Eniola Aluko, che lascia la Juventus. Lo annuncia lei stessa scrivendo una lettera al Guardian. Una sola stagione e mezzo in cui la calciatrice nigeriana naturalizzata britannica, ha conquistato il tricolore, la Coppa Italia e la Supercoppa nazionale.
“Questo fine settimana voglio giocare la mia ultima partita per la Juventus, portando a termine un anno e mezzo di grandi successi e tanto apprendimento – ha detto la Aluko -. Quando sono arrivata nell’estate del 2018, sono stata conquistata da un grande club e da un grande progetto. Sul campo abbiamo vinto tanto: un titolo di campionato, la coppa nazionale e la Supercoppa”.
Diverso il discorso fuori dal campo: “A volte Torino sembra un paio di decenni indietro sul tema integrazione. Sono stanca di entrare nei negozi e avere la sensazione che il titolare si aspetti che io rubi qualcosa”, ha accusato la Aluko.
“Tante volte arrivi all’aeroporto – ha detto ancora – e i cani antidroga ti fiutano come se fossi Pablo Escobar…”
L’attaccante nigeriana ha precisato però “di non avere avuto episodi di razzismo dai tifosi della Juventus nè tanto meno nel campionato di calcio femminile, ma il tema in Italia e nel calcio italiano c’è ed è la risposta a questo che veramente mi preoccupa, dai presidenti ai tifosi del calcio maschile che lo vedono come parte della cultura del tifo”.
“Ripensando ai miei successi con questa squadra, che includeva il completamento della scorsa stagione come capocannoniere, sono orgogliosa. Quando sono arrivata, non sapevo se potevo adattarmi allo stile di gioco, alla cultura, alla lingua e alla città di Torino. Sapevo che avrei giocato, ma non sapevo dove, o quanto bene. In una squadra costruita attorno a un nucleo di nove nazionali italiane, sono riuscita a integrarmi perfettamente. Non credo sia una cosa facile da fare per un attaccante internazionale. Quindi lasciare dopo soli 18 mesi non è stata una decisione facile. Mi rendo conto che la mia attenzione deve essere rivolta ai prossimi 3-5 anni della mia carriera piuttosto che ai prossimi mesi, ma riflette anche il fatto che ho trovato gli ultimi sei mesi molto difficili”.
“La mia ultima partita è contro la Fiorentina, seconda classificata della scorsa stagione. È un match importante nella corsa al titolo contro una diretta concorrente. Non vedo l’ora di salutare i tifosi della Juventus che mi hanno mostrato rispetto e sostegno. Domenica torno a casa”, ha aggiunto l’attaccante.
“Tra oggi e Natale lavorerò per Amazon seguendo le partite della Premier League, della WSL e facendo altre cose eccitanti come finire il mio libro. Molte persone vedono la fine dell’anno come un momento di riflessione e quindi per fare piani e fissare obiettivi per il futuro, e sicuramente lo farò anche io. Dopo 18 mesi il capitolo si sta chiudendo, in una lunga carriera. Tornerò a casa, dove tutto è iniziato, e ancora una volta sono entusiasta di ciò che il futuro ha in serbo”, ha concluso la Aluko.
(da “La Repubblica”)
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