Agosto 27th, 2020 Riccardo Fucile
A PROPOSITO DEI BANDI DELLE PREFETTURE: “SE CONTANO SOLOI QUATTRINI DIVENTIAMO AFFITTACAMERE, GLI IMMIGRATI DEVONO POTER SEGUIRE PERCORSI DI REALE INTEGRAZIONE”
Per capire i motivi della rivolta del mondo dell’accoglienza al bando della Prefettura di
Genova, basta salire alla collina di Coronata.
È qui, negli spazi dell’ex ospedale San Raffaele, che l’Ufficio diocesano Migrantes, attraverso la cooperativa Un’altra storia, aveva dato forma a un progetto di integrazione unico per i richiedenti asilo. Una via di mezzo tra un collegio e un campus universitario: aule e campi sportivi, laboratori di sartoria, di edilizia, di educazione civica
Oggi, sono tutti chiusi. Fine di un’utopia. «Stiamo continuando a portare avanti solo Agrilegalità , perchè abbiamo deciso di buttare il cuore oltre l’ostacolo — racconta monsignor Giacomo Martino, anima del campus di Coronata ecco, è questo che intendiamo quando parliamo delle ripercussioni dei tagli dei decreti sicurezza: l’accoglienza non può consistere solo nell’offrire il minimo indispensabile, ovvero da mangiare e da dormire. Non siamo un albergo. L’obiettivo deve essere costruire percorsi di integrazione per i migranti, e infatti io sono sempre stato severo, per esempio sulla partecipazione alle lezioni di Italiano, che considero imprescindibili. Senza un progetto, senza avere la possibilità di costruirsi un futuro, questi ragazzi si scoraggiano. Ed è allora che rischiano davvero di diventare degli assistiti».
Don Giacomo Martino, eppure avete deciso di partecipare al bando prefettizio comunque: perchè?
«Parteciperemo, facendo i salti mortali, come suggerisce il discorso evangelico del vescovo, che ho apprezzato molto. Anche se i costi da sostenere non lo consentirebbero: e infatti, saremo costretti ad attingere all’8 per mille. Questo si tradurrà nel sottrarre risorse alla carità , in un momento difficile come questo, con la pandemia che continua a moltiplicare il bisogno. Una guerra tra poveri, in pratica. In ogni caso, non potremo più coinvolgere le parrocchie nell’accoglienza dei migranti, perchè il progetto di integrazione che mettevano in campo consisteva in un pieno inserimento sociale, che sarebbe troppo oneroso, a queste condizioni»
Quanti ragazzi accogliete, ad oggi, a Coronata?
«Sono quasi trecento, in parte al campus e in parte nei vari alloggi.
Di questi, cinquanta avrebbero già terminato il percorso di accoglienza: con la fine del lockdown avrebbero dovuto uscire. E invece, li abbiamo tenuti qui. Ecco il nodo: lo Sprar ( il sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati, accoglienza di secondo livello, ndr) e gli scivoli per permettere un’uscita graduale dai percorsi, erano importanti: perchè dove andranno adesso questi ragazzi? Li aspetta un salto nel buio, se non vengono opportunamente preparati attraverso corsi di lingua, percorsi di formazione, borse lavoro. Si dibatte sul tema dei migranti con il covid: ma il punto non è il covid, perchè il virus colpisce tutti, migranti e italiani. La questione è gestire al meglio questi ragazzi».
A proposito di contagi, come state affrontando la situazione?
«Tutto è ricaduto su di noi, con una fatica e uno sforzo infinito: a nostre spese abbiamo realizzato le sanificazioni, acquistato mascherine, disinfettanti. Per evitare che tutti i migranti accolti negli appartamenti si recassero alla mensa di Coronata ci siamo organizzati con consegne a casa, e stiamo continuando a farlo. Ecco, per questo il bando della Prefettura ci fa ancora più rabbia: significa che non c’è stato alcun riconoscimento per il nostro impegno».
Oltre alla questione dei fondi insufficienti, cosa contesta nei testi del capitolato?
«Prima dei decreti Salvini, i bandi erano suddivisi in una scheda economica e in una tecnica: quest’ultima attribuiva punti utili a salire in graduatoria per chi fornisse servizi mirati all’integrazione. Adesso, invece, vengono premiati eventuali sconti da fare alla Prefettura. È svilente: così siamo considerati dei meri affittacamere. E per i ragazzi, lo scoraggiamento è totale».
(da “La Repubblica”)
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Agosto 27th, 2020 Riccardo Fucile
TRA I SETTE INDAGATI ANCHE LA “PERSONA PERBENE” TITOLARE DELL’AZIENDA, GUGLIELMO STAGNO D’ALCONTRES
Lavoravano sotto la costante minaccia di essere licenziati i quasi cento lavoratori della Cascina Pirola di Cassina de’ Pecchi sequestrata dai carabinieri che hanno portato alla luce un sistema di caporalato che andava avanti da anni.
Nell’azienda che fa capo alla società StraBerry di proprietà del 32enne messinese di nobili origini ed ex bocconiano Guglielmo Stagno d’Alcontres, le condizioni lavorative erano contro ogni norma e rispetto della dignità personale e lavorativa.
Una situazione che traspare anche dalle intercettazioni nelle quali è lo stesso d’Alcontres a definire il metodo di lavoro “di terrore”: “Con loro devi lavorare in maniera tribale — spiegava al suo interlocutore — tu devi fare il maschio dominante”.
Ed è per questo che secondo quanto testimoniato da alcuni dipendenti agli inquirenti, il 32enne fondatore dell’azienda premiata per bene due volte dal Coldiretti con l’Oscar Green, era soprannominato dai braccianti il “Capo grande”, con potere assoluto su di loro.
Ed effettivamente i lavoratori, quasi tutti extracomunitari, che venivano pagati 4.50 euro all’ora, quasi la metà di quanto spettava loro in realtà , non potevano protestare contro le decisioni “del capo”, poichè la risposta sarebbe stata per loro essere sottoposti alla punizione del “ban lavorativo”, ovvero una pausa forzata e non retribuita.
D’Alcontres però non è l’unico indagato nell’inchiesta della procura di Milano che fa capo al pm Gianfranco Gallo: nel registro degli indagati con le accuse di sfruttamento del lavoro e intermediazione illecita è stato iscritto anche Enrico Fadini, considerato il “Capo piccolo”: “Ogni giorno bisognava raccogliere almeno 25 cassette, il minimo consentito — spiega uno dei braccianti, un giovane proveniente dalla Sierra Leone — quando lo scorso 6 giugno mi sono allontanato dai campi per andare a bere, sono stato cacciato e costretto a firmare una lettera di dimissioni. Il “Grande Capo” ha iniziato a urlarmi in faccia che dovevo firmare la lettera, mi ha detto che siamo dei poveracci africani che non hanno niente e mi ha spintonato violentemente provando a buttarmi fuori dall’ufficio”.
(da Fanpage)
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Agosto 27th, 2020 Riccardo Fucile
MA ESSENDO ITALIANO NESSUN POST DI CONDANNA DEI SOVRANISTI, CHISSA’ COME MAI
Un uomo di 48 anni è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale aggravata su una
bambina di nove anni.
Le indagini sono state condotte dai carabinieri di Civitavecchia e di Santa Severa dopo che la madre della piccola aveva sporto denuncia in caserma. La violenza era avvenuta qualche giorno prima, in un pomeriggio dei primi giorni di luglio.
La bambina era scesa in strada per andare a fare una commissione, quando è stata avvicinata da un uomo che stava lavorando in una casa vicina. Con una scusa il 48enne ha iniziato a toccarle la coscia destra e ha provato ad attirarla a sè. La piccola è riuscita a divincolarsi ed è fuggita a casa, dove ha raccontato subito quanto accaduto alla madre, che è andata a sporgere denuncia ai carabinieri di Santa Severa.
Le indagini sono partite immediatamente: le prove raccolte contro l’uomo, tra l’altro già gravato da precedenti specifici, non lasciano dubbi sulla sua colpevolezza. Il 48enne, noto alle forze dell’ordine, è stato arrestato e portato nel carcere di Civitavecchia dopo un’indagine lampo condotta non appena la madre è andata a denunciare quanto accaduto alla figlia. Una vicenda agghiacciante quella raccontata dalla donna e dalla bambina, che sono riuscite a individuare il violentatore dalle foto mostrate dai carabinieri. Il 48enne è stato incastrato anche dalla testimonianza di una persona informata dei fatti, che ha permesso di identificarlo senza dubbio alcuno. L’uomo, non nuovo a reati di questo tipo nei confronti di bambini, è stato arrestato e portato nel carcere di Civitavecchia. Le accuse nei suoi confronti sono gravissime, dovrà rispondere di violenza sessuale aggravata.
(da Fanpage)
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Agosto 27th, 2020 Riccardo Fucile
IL DELIRIO DEI SUPREMATISTI BIANCHI IN UN PAESE DOVE IL MANDANTE MORALE DEI CRIMINALI E’ ALLA CASABIANCA
Per la seconda notte consecutiva Kenosha, cittadina dello Stato del Wisconsin in Usa, è diventato teatro di una vera e propria guerriglia a causa delle proteste che si sono scatenate dopo il ferimento dell’afroamericano Jacob Blake, colpito alla schiena da sette colpi di arma da fuoco sparati dalla polizia e rimasto paralizzato.
Ore e ore di scontri tra agenti e manifestanti, con tanto di lancio di sassi e di bottiglie da parte di questi ultimi, con la polizia che ha risposto con lacrimogeni e proiettili di gomma. Alla fine, il bilancio parla di due morti e una persona ferita gravemente. A sparare a tutti e tre è stata però un’unica persona, un ragazzo bianco di soli 17 anni: Kyle Rittenhouse.
Il giovane si è servito di un fucile semiautomatico, con cui ha sparato contro i manifestanti. A dimostrarlo anche dei video, girati da alcuni testimoni sul posto. Rittenhouse, dopo aver ucciso due persone e averne ferita una terza, si è dato alla fuga ed è stato poi arrestato ad Antioch, la sua città di residenza nel vicino Illinois. Adesso è accusato di omicidio volontario, mentre le forze dell’ordine cercano di capire se nella sparatoria sono stati coinvolti anche alcuni presunti complici del ragazzo.
Nei filmati, infatti, si vede un gruppo di persone armate di fucili, elmetti e pistole davanti a una stazione di servizio: come una ronda notturna, i protagonisti del video sembrano pronti a difendere le loro proprietà dai manifestanti.
Tra loro c’è anche il 17enne, con in mano un fucile semiautomatico AR-15
Poco dopo, viene inquadrato mentre scappa dai manifestanti, si volta e inizia a sparare. Colpisce una persona della folla alla testa, ma scappando inciampa e viene aggredito. Allora apre di nuovo il fuoco, colpendo altri due manifestanti.
Secondo quanto riporta il Guardian, Rittenhouse considerava se stesso un membro della milizia votata a proteggere le proprietà .
Un account Faceboook col suo nome, non più disponibile adesso, contiene foto del giovane che posa con un apparente fucile d’assalto. Il testo intorno all’immagine contiene lo slogan a sostegno della polizia “Blue lives matter”. Anche altre foto postate su TikTok mostrano un giovane che sembra essere Rittenhouse con armi da fuoco.
Il diciassettenne aveva assistito a un comizio di Donald Trump a gennaio. E’ quanto emergerebbe da un suo post su TikTok di cui ha dato notizia il sito BuzzFeed News, riguardante il comizio tenuto dal presidente a Des Moines, in Iowa.
(da agenzie)
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