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LA STRATEGIA DI SALVINI PER SALVARSI DAL SORPASSO DELLA MELONI

Giugno 5th, 2021 Riccardo Fucile

COSA SI NASCONDE DIETRO LA PROPOSTA DI FEDERARSI CON FORZA ITALIA

Ieri Matteo Salvini in un’intervista al Giornale aveva detto “Credo e spero entro giugno di arrivare alla federazione delle forze di centrodestra, almeno di quelle che sostengono il governo Draghi. Tutte”.
Ora visto che le forze di centrodestra nel governo sono tutte meno quella di Giorgia Meloni è abbastanza chiaro a cosa punti il leader della Lega. A evitare il sorpasso di Fratelli d’Italia ormai già con la freccia accesa da tempo secondo tutti i sondaggi.
Il piano è talmente chiaro che non c’è neanche bisogno di spiegarlo: federarsi con Forza Italia per fare “massa critica” contro quel 20 per cento di consensi che ormai sembra un dato non solo consolidato ma con un trend in crescita e pericolosamente vicino a quello della Lega.
Racconta il Fatto:
“Salvini è terrorizzato dal sorpasso, forse non ci dorme la notte, ma dimentica due cose: le fusioni a freddo, come si è visto col Pdl, non funzionano. Inoltre in politica i voti voti non si sommano mai. Piuttosto c’è il rischio che sia la Lega sia FI perdano consensi… ”, riflette un autorevole esponente azzurro.
Ma tra i berluscones si notano anche un altro paio di cose.
L’intervista di Salvini è arrivata due giorni dopo un’intervista a Berlusconi, sempre al Giorna le , in cui il leader azzurro era stato un po’ ambiguo sull’argo -mento: insomma, per qualcuno si tratta di un “piano” ideato a tavolino dall’asse Salvini – Ronzulli -Tajani – Bernini.
Inoltre arriva pure in un momento in cui la salute di Berlusconi è sempre più precaria, mentre FI è ancora frastornata per l’uscita di 12 deputati migrati verso la formazione di Giovanni Toti e Luigi Brugnaro. Una mni-scissione che ancora si fa fatica a digerire e che oltretutto colpisce la parte più “liberal ” del partito, perché ad andarsene sono stati tutti esponenti anti-Lega.
E chi fa parte dell’ala liberal? In primis Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini.
Così quando ieri Berlusconi su Zoom dalla villa di Arcore con i vertici azzurri, capigruppo, ministri, sottosegretari e governatori aveva detto a sorpresa “Una federazione di centrodestra? La consideriamo con grande attenzione…” non tutti l’hanno presa bene. Anzi.
La riunione l’ok del Cav alla proposta della Lega avrebbe ‘diviso’ il partito. Forti dubbi nei confronti del progetto federativo avrebbe espresso l’ala governativa forzista rappresentata proprio da Mara Carfagna e Mariastella Gelmini.
Raccontano che i primi lanci di agenzia con l’apertura di Berlusconi al ‘Capitano’ sull’ipotesi di federarsi abbiano provocato l’immediata reazione proprio delle due ministre, che ancora una volta avrebbero fatto asse per mettere in guardia dal ‘pericolo Lega’. Secondo alcuni presenti Gelmini e Carfagna avrebbero chiesto a Berlusconi di precisare il senso del suo intervento per evitare che il sì al confronto sulla proposta Salvini fosse interpretato un via libera, di fatto, a una vera e propria annessione al Carroccio, primo passo verso un partito unitario. Così rischiamo una fusione per incorporazione, l’avvertimento del ministro degli Affari regionali.
Insomma non è detto, anche se ieri Salvini ha dato ampio risalto a una telefonata con Berlusconi spiegando che è stata “affettuosa, positiva e con lo sguardo rivolto al futuro” non è detto che questa federazione s’abbia da fare, sembra nata proprio sotto una cattiva stella. O meglio Maria Stella.
Ma anche se si realizzasse basterebbe davvero per fermare l’avanzata di Giorgia?
(da agenzie)

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INTERVISTA ALL’ECONOMISTA BRANCACCIO: “DRAGHI ALLA BCE STROZZO’ LA GRECIA PER SALVARE LE BANCHE TEDESCHE”

Giugno 5th, 2021 Riccardo Fucile

“IL PREMIER E’ UN TECNOCRATE DI DESTRA”… “IL RECOVERY? SCORDATEVI I 209 MILIARDI, AL MASSIMO SARANNO 60”

L’austerity? Chi la crede morta e sepolta si sbaglia. I falchi del rigore sono stati costretti dalla pandemia a prendersi una pausa, ma sono già pronti a tornare. L’avvertimento arriva dall’economista Emiliano Brancaccio, professore di Politica economica all’Università del Sannio, che in questa intervista a TPI boccia sonoramente le politiche economiche del “tecnocrate” Mario Draghi e smonta la retorica del “whatever it takes”: con quella frase, dice, “Draghi, in realtà, smentì se stesso”.
Professore, durante un recente dibattito con il suo collega Daron Acemoglu del Mit di Boston, lei ha esibito una serie di ricerche empiriche secondo cui la flessibilità del lavoro non favorisce la crescita dell’occupazione ma al contrario la ostacola. Le chiedo: il blocco dei licenziamenti negli ultimi 15 mesi è servito a contenere l’emorragia di posti di lavoro oppure – come dicono Draghi, Confindustria e l’Ue – ha inquinato il mercato favorendo i garantiti a scapito dei precari?
“L’idea che gli strumenti di protezione del lavoro pregiudichino la crescita e l’occupazione è stata dominante per anni, in Italia e in gran parte del mondo. Ma è seccamente smentita dalla ricerca scientifica: secondo l’88% delle pubblicazioni uscite su riviste accademiche internazionali negli ultimi dieci anni, la tesi per cui la flessibilità crea occupazione non trova riscontro empirico. Sia pure a denti stretti, questo risultato viene riconosciuto anche da istituzioni fautrici della flessibilità come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca mondiale e l’Ocse, che in alcuni loro rapporti ammettono che l’impatto della flessibilità sull’occupazione risulta ‘non significativo’, ‘insignificante’, ‘nullo’”.
Quindi sul blocco dei licenziamenti il premier, gli industriali e Bruxelles hanno torto?
“Il blocco dei licenziamenti corrisponde a una riduzione emergenziale della flessibilità del lavoro. La tesi di Confindustria, della Commissione e dello stesso Draghi è che questo irrigidimento del mercato del lavoro pregiudica l’occupazione. Ma, come dicevo, l’evidenza empirica li smentisce. Evidentemente a Palazzo Chigi e a Bruxelles hanno troppo da fare e leggono poca ricerca scientifica”.
I sindacati dicono che togliendo il blocco si rischiano 500mila licenziamenti. Esagerano?
“Il vero problema è che il blocco dei licenziamenti blocca poco, perché la sua applicazione è limitata e perché interviene in un mercato del lavoro ampiamente precarizzato. Nell’ultimo trentennio l’indice di protezione del lavoro in Italia è crollato del 17% sui licenziamenti collettivi e fino al 60% sui contratti a termine. Il blocco dei licenziamenti è una toppa utile, ma può fare poco in un quadro normativo in cui le imprese hanno la possibilità di licenziare per motivi estranei al blocco o di non rinnovare i contratti temporanei. Ecco perché, nonostante il blocco, durante la pandemia abbiamo perso quasi un milione di posti di lavoro”.
Se sanno che non possono licenziare, però, i datori di lavoro tendono ad assumere solo con contratti precari. O no?
“Gli imprenditori tendono quasi sempre a utilizzare le forme contrattuali più precarie a disposizione. Ma questo non è certo un valido motivo per precarizzare, dal momento che ormai sappiamo che la precarizzazione non aiuta affatto l’occupazione”.
Quindi, che fare?
“Dovremmo aprire un grande dibattito intorno alla lunga stagione della precarizzazione del lavoro e trarne un bilancio. Per quel che ci dice la ricerca scientifica, i risultati sono stati fallimentari: non c’è stato alcun beneficio dal punto di vista occupazionale e si è spostata la distribuzione del reddito dai salari ai profitti e alle rendite”.
Quindi – lei dice – bisognerebbe aumentare le protezioni anziché rimuoverle.
“Sì. Anziché continuare con la litania secondo cui bisognerebbe abbassare le tutele di coloro che ancora godono di qualche diritto, bisognerebbe piuttosto innalzare le tutele dei precari”.
Draghi ha stroncato subito la tassa di successione proposta da Letta. Quella proposta meritava forse più attenzione?
“Innanzitutto va detto che la tassa di successione, da sola, non basta. Le proposte ‘spot’ possono avere qualche efficacia nella battaglia politico-mediatica, ma poi bisognerebbe progettare una riforma fiscale di carattere generale”.
Detto questo…?
“Da anni la tassazione grava principalmente sul lavoro, mentre è molto bassa la pressione fiscale sui più ricchi: possessori di capitali, percettori di rendite e profitti. La progressività delle imposte prevista dalla Costituzione è stata fortemente depotenziata. E mi sembra si continui ad andare in questa direzione”.
Draghi, però, nel suo discorso di insediamento da premier, ha detto proprio che vuole fare una riforma del Fisco in senso progressivo.
“Quel cenno alla progressività che aveva evocato temo che resti di fatto lettera morta. Se vuole le spiego perché”.
Prego.
“Lo spostamento dei carichi fiscali a favore dei soggetti ricchi e a scapito dei poveri è una tendenza internazionale. Questa tendenza si collega al fatto che oggi i capitali possono spostarsi liberamente da un luogo all’altro del mondo, e quindi possono andare a caccia delle tassazioni più favorevoli. Dunque, per poter attuare riforme fiscali in senso nuovamente progressivo ci sono solo due strade: o si raggiunge un accordo internazionale per elevare tutti insieme le imposte sui capitali oppure bisogna introdurre controlli sui movimenti internazionali di capitali”.
E quindi ?
“Draghi mi sembra contrario a entrambe le opzioni. Da un lato, è apparso freddo rispetto alla proposta di un accordo internazionale sulle tassazioni arrivata dagli Usa. Dall’altro, è notoriamente un liberista dei movimenti di capitale. In questo scenario, mi sembra improbabile che Draghi si faccia promotore di una riforma fiscale in senso progressivo”.
Draghi contro il blocco dei licenziamenti, Draghi contro la tassa di successione: Draghi è un premier di destra?
“Draghi può essere considerato un liberista temperato, e in quanto tale appartiene a una classica destra istituzionale e di governo. Fin dai suoi primi passi al ministero del Tesoro con Ciampi, passando per Bankitalia e Bce, ha sempre espresso grande ottimismo nel libero gioco delle forze del mercato. E anche di recente, poche settimane prima di insediarsi a Palazzo Chigi, ha esaltato le virtù della ‘distruzione creatrice’ del libero mercato. Incarna una visione desueta, che ha fatto molti danni e che risulta superata dagli eventi”.
Con il suo celebre “whatever it takes”, però, aprì un varco nel muro dell’austerity.
“Il liberismo è un’ideologia, e in quanto tale entra sistematicamente in contraddizione con la realtà dei fatti. Dopo la crisi del 2008 si è aperto un grande dibattito nella tecnocrazia delle banche centrali e dei governi sugli effetti destabilizzanti del libero mercato. All’epoca Draghi si rese conto che il sistema dell’euro sarebbe imploso se la banca centrale non fosse intervenuta pesantemente come ‘market maker’, cioè come una vera e propria domatrice della ‘bestia’ del libero mercato. Con quella svolta Draghi ha smentito l’ideologia di cui è stato sempre un convinto propugnatore”.
La narrazione comune è che il “whatever it takes” salvò l’Eurozona. Sarebbe più corretto dire che salvò le banche tedesche?
“Sono vere entrambe le cose. Per salvare l’Eurozona bisognava liberare le banche tedesche e francesi che avevano ampiamente foraggiato gli squilibri delle partite correnti tra Nord e Sud Europa. Aver salvato le banche con massicci interventi di politica monetaria ha significato anche salvare l’Eurozona dagli squilibri che essa stessa aveva creato al suo interno”.
Sta dicendo che la responsabilità di quella crisi finanziaria fu anche delle banche?
“Ovviamente sì, ma soprattutto la responsabilità fu di chi ha edificato l’Europa su basi liberiste, in particolare sul caposaldo della libera circolazione internazionale dei capitali. Questo principio ha creato squilibri sui quali le banche hanno lungamente prosperato. Poi il sistema ha rischiato il collasso e le autorità pubbliche sono dovute intervenire per salvarlo”.
Yanis Varoufakis, ex ministro dell’Economia greco, imputa a Draghi gravi responsabilità nella gestione della crisi ellenica. Ha ragione?
“Draghi minacciò di interrompere l’erogazione di liquidità fin quando il riottoso governo greco non avesse fatto ciò che la Troika richiedeva, contro la volontà popolare. Una politica chiaramente anti-democratica. Ma Draghi è stato solo uno dei tanti esecutori di questa dottrina nefasta, che purtroppo è stata prevalente nel corso di quegli anni e che rischia di ripresentarsi appena lo shock pandemico sarà dimenticato”.
Draghi era presidente di Bankitalia durante una importante stagione nel risiko del credito italiano: ci furono, tra le altre, le fusioni Intesa-Sanpaolo e Unicredit- Capitalia, e il controverso acquisto di Antonveneta da parte di Mps dal Banco Santander. Operazioni che determinarono esuberi di personale e ricchi proventi per alcune grandi banche, come appunto Santander. Lei ebbe anche un ruolo in quelle vicende. A suo avviso, Draghi banchiere fece anche in quel caso l’interesse dei suoi amici banchieri?
“All’epoca fui chiamato nel consiglio di amministrazione di una banca del gruppo Mps per risanarne i conti. Fui tra i pochissimi a oppormi all’acquisizione di Antonveneta, sostenendo che il prezzo di acquisto era eccessivo, chiaramente da bolla speculativa. Alla fine l’operazione venne compiuta comunque, nell’entusiasmo dei grandi media, della comunità finanziaria e delle autorità politiche e di governo. Tra i favorevoli c’era anche Draghi, che da governatore di Bankitalia avallò quelle operazioni. Ma non la metterei sul piano del ‘complotto’. Non c’è alcun bisogno di immaginare un tavolo in cui si organizzano trame segrete. La verità è che l’intero sistema era pervaso da un liberismo viscerale: lasciare agire le libere forze del mercato, non interferire negli accordi privati di centralizzazione dei capitali, anche se questi sono governati da logiche speculative violente, che lasciano sul campo pochi vincitori e tanti sconfitti, con danni economici e sociali pesantissimi”.
Del Mes non si parla più. È stato un tema strumentalizzato per far cadere Conte?
“Il Mes è stato chiaramente strumentalizzato. Sapevamo fin dall’inizio che il suo utilizzo avrebbe conferito risparmi minimali in termini di tassi di interesse, fra l’altro con condizionalità molto rigide. Il problema vero, però, rimane”.
Cioè?
“Il Mes viene denominato meccanismo di stabilità ma sarebbe più appropriato definirlo ‘di instabilità’, perché per statuto assume il solo punto di vista dei creditori anziché quello generale dell’Unione europea. La conseguenza è che per favorire gli interessi dei creditori si rischia di distruggere l’economia debitrice. Il guaio è che il Mes ormai è stato approvato. E molto probabilmente verrà innescato appena la Bce diventerà meno disponibile a erogare liquidità”.
Quindi, finito il Quantitative Easing, ci saranno paesi costretti a ricorrere al Mes?
“Ci sono interessi forti in Europa che mirano al ritorno alla vecchia prassi: vogliono che la Bce si ritiri e che venga sostituita dal Mes”.
Wolfgang Schauble, l’ex ministro tedesco delle Finanze, oggi presidente del Bundestag, dalle colonne del Finacial Times già invoca il ritorno all’austerity.
“È evidente che esiste una forte convergenza di interessi verso il ritorno alle vecchie consuetudini dell’Europa”.
Fino al 2023, però, il Patto di Stabilità è sospeso.
“Secondo dati dell’Fmi, prima della crisi pandemica il Patto di stabilità era violato nel 66% dei casi. Con la crisi pandemica, ovviamente, sarebbe stato violato nel 100% dei casi. Solo per questo lo hanno sospeso, perché non poteva in alcun modo essere applicato”.
Intanto Bruxelles è anche tornata a rimproverare l’Italia per il debito pubblico e la spesa corrente. I soldi del Pnrr saranno il prezzo da pagare per nuovi tagli alla spesa pubblica?
“Sul Financial Times, qualche settimana fa, segnalavamo che in realtà i finanziamenti del Pnrr sono insufficienti rispetto all’enormità della crisi. Se andiamo a fare i conti netti, il Recovery Plan dovrebbe conferirci meno di 10 miliardi all’anno per sei anni, a fronte di una crisi che nel solo 2020 ha bruciato oltre 150 miliari di Pil”.
Scusi: non saranno 209 i miliardi?
“I 209 miliardi di cui parla anche il premier sono composti da 127 miliardi di prestiti e 82 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto. La parte di prestiti conferisce solo un risparmio sui tassi di interesse, una cifra modesta che va da mezzo miliardo a 4 miliardi all’anno. Considerato che la condizionalità è molto restrittiva, non credo convenga chiedere quei prestiti. Quanto alle sovvenzioni, bisogna tener conto che saranno finanziate con una contribuzione da parte dei singoli stati, tra cui noi. Se si applicheranno i criteri di contribuzione basati sul Pil, è ragionevole prevedere che l’Italia dovrà conferire al bilancio europeo circa 40 miliardi. Quindi il netto che ci rimarrà sarà di circa 42 miliardi, ossia soltanto 7 miliardi all’anno per sei anni”.
Avremo, però, meno vincoli di bilancio e faremo più investimenti.
“Più che di investimenti, mi sembra che si parli dei soliti incentivi”.
Mi faccia un esempio.
“Pensiamo ai vaccini. Sotto la voce finanziamento per la ricerca e lo sviluppo nel campo dei vaccini, il Governo si limita a offrire incentivi, sotto forma di credito di imposta, alle imprese private che eventualmente decidessero di occuparsene. Ma gli esperti in materia ci spiegano che per costruire la famigerata filiera nazionale dei vaccini ci vorrebbe una pianificazione dei processi produttivi da parte dello Stato. Ma questa opzione, ancora una volta, non sembra entrare nelle corde di Draghi. Lo chiamano ‘Piano’, ma del concetto di ‘Piano’ nella sostanza c’è davvero poco”.
Di converso, dovremo ridurre la spesa corrente?
“La Commissione già chiede tagli alla spesa corrente. Per il momento sono soltanto voci dal sen fuggite, che non si traducono in austerity concreta perché tutti sanno che la ripresa è ancora fragile. Ma, ripeto, gli interessi prevalenti in Europa cercheranno di ripristinare l’antica dottrina appena sarà possibile”.
Insomma, chi parla di un cambio di paradigma in Europa è fuori strada?
“Il paradigma di fondo non è ancora cambiato. L’ideologia liberista è stata drammaticamente smentita dalla realtà di questi anni ma resta tuttora la dottrina prevalente, nei governi e nelle istituzioni”.
(da TPI)

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IGNORANZA SOVRANISTA: QUALCUNO SPIEGHI ALLA MELONI CHE LA FATWA NON E’ UNA LEGGE MA UN “RESPONSUM”

Giugno 5th, 2021 Riccardo Fucile

COSA NON SI FA PER ALIMENTARE L’ISLAMOFOBIA… NON INTERFERISCE CON LA LEGGE E NON IMPONE LA SHARIA COME L’ISIS: I SOVRANISTI STUDINO PRIMA DI SPARARE CAZZATE

Giorgia Meloni è tornata a polemizzare con l’Ucoii, che ha emesso un parere religioso – fatwa- di condanna delle nozze combinate, tradizione che nulla a che fare con l’Islam.
“In Italia come nell’Isis si impone la Sharia”, attacca Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, secondo cui l’associazione “è convinta di avere il potere di dettare legge nel nostro ordinamento e di riconoscere il separatismo islamico. Notizia assurda che ha creato scandalo perfino negli altri Stati musulmani e che fa cadere l’Italia nel ridicolo”. Meloni auspica “una forte censura da parte del presidente del Consiglio e del ministro dell’Interno, affinché tutto ciò non costituisca un pericolosissimo precedente”.
Vediamo allora cosa ha scritto l’Ucoii.
Sulla pagina Facebook dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia si legge: “ Fatwa contro i matrimoni forzati nell’Islam. La presente Fatwa – parere religioso – nasce dalla volontà di ribadire e sensibilizzare su una pratica tribale che non può trovare alcuna giustificazione religiosa, per rafforzare l’impegno delle comunità nel contrasto e nella prevenzione di atti tribali che oltre essere contrari all’ordinamento giuridico del nostro Paese, vanno in pieno contrasto anche con la dottrina islamica. E’ stata formulata ed emessa in concerto con la Commissione per la Fatwa dell’ Associazione Islamica Italiana degli Imam e delle Guide Religiose il giorno 22 Shawwal 1442 equivalente al 3 giugno 2021 del calendario gregoriano”.
Segue il testo completo del parere religioso stilato con l’Associazione degli Imam italiani.
Dunque bisogna capire: sarebbe più biasimevole un silenzio o un pronunciamento? Lo possono essere tutti e due?
Se queste sono le stranezze della politica è più interessante occuparsi del diritto e quanto scritto da uno dei più illustri giuristi cattolici italiani, sulle pagine scientifiche dell’Università di Pisa, merita attenzione.
Il professor Pierluigi Consorti ricorda che i matrimoni combinati dalle famiglie era prassi diffusa anche in Europa molto tempo fa, è ancora diffusa in parti dell’Asia e dell’Africa sub sahariana, contrasta con l’articolo 16 della Dichiarazione universale dei diritti umani, è stata oggetto di serie tv seguitissime in tutto il mondo, è un errore dovuto all’ignoranza e aggiunge: “ E’ quindi un bene che le religioni facciano chiarezza su questo punto e ribadiscano che il matrimonio è un atto che si fonda sul consenso prestato liberamente dai due diretti interessati e che costoro abbiano l’età sufficiente per assumerne gli obblighi conseguenti.
La fatwa emessa dall’Unione delle comunità islamiche d’Italia si inserisce pienamente in questo contesto e ha il merito di chiarire il punto di vista delle comunità religiose islamiche italiane e delle loro guide spirituali.
A questo proposito però le cronache hanno diffuso opinioni discordanti. In qualche caso fondate – ancora una volta – sul falso presupposto che la “fatwa” costituisca una sentenza giuridicamente vincolante.
Il termine “fatwa” invece coincide con il latino “responsum“: è un parere religioso che chiarisce possibili dubbi interpretativi e obbliga i fedeli a rispettarlo come tale, nella misura in cui costoro riconoscono l’autorevolezza della fonte che lo ha emanato.
In altri termini, è ben possibile che qualche fedele possa discutere o dissentire sulla legittimità di un determinato parere, magari solo perché non riconosce l’autorevolezza della fonte che lo ha redatto. Nelle comunità religiose, che sono tutte al loro interno molto più plurali di quanto siamo disposti a credere, accade spesso che i fedeli si dividano sull’interpretazione della legge religiosa”.
I termini sembrano finalmente chiariti. Scorrendo nella memoria le vicende recenti ci si ricorda del responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede che dice ai sacerdoti di non benedire coppie omosessuali; con ciò non si proibisce a omosessuali cattolici di convivere. Quindi non si interferisce con la legge italiana.
L’impressione è che la fatwa dell’Ucoii aiuti i musulmani italiani a capire che non lo abbiano già compreso che le tradizioni a cui si richiamano non hanno nulla a che fare con la loro fede. Nessuno però sarà obbligato a essere d’accordo.
Ma è importante che la più numerosa comunità islamica abbia pubblicamente denunciato questa ipotesi come contraria al Corano e alla volontà del Profeta. Ma si tratta di un parere religioso e non giuridico, questo è il punto.
(da Globalist)

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IL CASHBACK FRUTTA ALLO STATO 1,2 MILIARDI NETTI

Giugno 5th, 2021 Riccardo Fucile

MA IL CENTRODESTRA E I RENZIANI VOGLIONO ABOLIRLO… ESSENDO UNA MISURA CONTRO L’EVASIONE FISCALE NON CI SI DEVE STUPIRE

Come noto, se in Italia una iniziativa funziona la si blocca. E così sarà anche per il Cashback, cioè l’incentivazione del pagamento digitale attraverso il rimborso fino a 150 € e super-premio da 1500 € a sorteggio per chi ha effettuato il maggior numero di transazioni. Iniziativa finanziata con 4,7 miliardi di euro per il biennio 2020-2021.
L’iniziativa era partita il 1° gennaio 2021 – dopo una sperimentazione nel mese di dicembre 2020 – e si concluderà il 30 giugno 2021 ed è stata un successone: 8,6 milioni di cittadini hanno aderito e 7,6 milioni di essi hanno eseguito transizioni regolari.
Certo, ci sono stati i soliti furbetti che ne hanno approfittato facendo transazioni fittizie, ma nel complesso, come detto, l’iniziativa è andata molto bene. E proprio per questo il governo Draghi la vuole cancellare non rinnovandola per il secondo semestre.
Intanto la Corte dei Conti ha iniziato il fuoco di copertura criticando con una memoria sul Def 2021 in cui si attacca l’utilizzo del Cashback per un settore di acquisti non soggetto – secondo i giudici contabili – a fenomeni di evasione mentre si propone il loro utilizzo in altri settori.
Poi la Corte propone di limitare le transizioni in giornata e critica anche l’entità del super-bonus di 1500 euro ai primi 100mila utenti per numero di transazioni eseguite.
Detto questo il punto è politico. I 5S nel governo giallorosso avevano fermamente voluto il Cashback proprio per combattere l’utilizzo dei contanti, permettendo la tracciabilità della transazione e così contrastando l’evasione fiscale.
Ovviamente Fratelli d’Italia, la Lega e Forza Italia che hanno il loro zoccolo duro elettorale tra coloro i quali hanno – diciamo così- una certa simpatia per la circolazione di contanti non tracciabili che permettano di non pagare le tasse, hanno sempre contrastato l’iniziativa ed ora che Draghi pare intenzionata a bloccarla esultano.
(da La Notizia)

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IL RISTORATORE CHE SI LAMENTA PERCHE’ I GIOVANI CHIEDONO DI SAPERE IL MONTE ORE E LO STIPENDIO PER LAVORARE

Giugno 5th, 2021 Riccardo Fucile

SOMMERSO DA UNA PIOGGIA DI INSULTI SUI SOCIAL

Con l’innocenza di chi pensa di star facendo un ragionamento razionale e inattaccabile, Nicola Ferrelli si è presentato davanti alle telecamere del TGR Lombardia per dire la sua sulle riaperture e sul rapporto tra i giovani e il mondo del lavoro nella ristorazione. Lui, imprenditore del mondo food con un locale molto noto e apprezzato in quel di Milano, ha “denunciato” la difficoltà di trovare nuovi lavoratori.
Non perché ci sia poca domanda rispetto all’offerta, ma per quelle che lui giudica come pretese assurde (in linea con le polemiche sul reddito di cittadinanza).
“È molto molto difficile trovare personale. Metti l’annuncio, ma è difficilissimo. Ti chiedono quante ore devi fare, quanti soldi mi dai. Cominciano così”.
Secondo il ristoratore, titolare di un noto locale di Milano, molto apprezzato, ritiene assurde le pretese dei giovani che rispondo agli annunci di lavoro. Insomma, chiedere il monte ore e la paga è un qualcosa che, secondo lui, non dovrebbe esser fatto.
Ma questo filmato, nel giro di pochi giorni, è diventato virale provocando alcune conseguenze visibili sulla pagina del locale di Ferrelli su Tripadvisor (noto portale di recensioni).
“A causa di un evento recente che ha attirato l’attenzione dei media e causato un afflusso di recensioni che non descrivono un’esperienza in prima persona, abbiamo temporaneamente sospeso la pubblicazione di nuove recensioni per questo profilo. Se hai avuto un’esperienza diretta presso questa struttura e vuoi lasciare un contributo, riprova a breve. Non vediamo l’ora di ricevere la tua recensione”.
Quella pagina, dunque, era stata presa d’assalto di chi – pur non avendo frequentato il locale – aveva rilasciato recensioni negative dopo quella dichiarazione in diretta televisiva.
(da NextQuotidiano)

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ENRICO MENTANA: “SU BRUSCA TUTTI SAPEVANO”

Giugno 5th, 2021 Riccardo Fucile

“L’IPOCRISIA DEI NOSTRI POLITICI: NON HANNO FATTO NULLA PER CAMBIARE QUELLA NORMA QUANDO ERANO AL GOVERNO E ORA FINGONO DI SCANDALIZZARSI”… MA QUELLA LEGGE SERVE

Vorrei fare una riflessione a freddo sul “caso” del ritorno in libertà di Giovanni Brusca. Si sa del clamore che ha suscitato, della valanga di reazioni sorprese e indignate. Queste reazioni sono comprensibili da parte di chi ne viene a conoscere la storia solo oggi (“feroce boss mafioso che uccise Falcone, fece strangolare e sciogliere nell’acido il figlio dodicenne di un pentito e si macchiò di centinaia di altri delitti torna libero dopo soli 25 anni”).
Ma sono inaccettabili da parte di TUTTI gli esponenti politici e gli “addetti ai lavori”, partecipi del patto con lo stesso Brusca e tutti i collaboratori di giustizia.
Giovanni Brusca fu arrestato nel 1996. Dopo quattro anni il Comitato del Servizio Centrale di Protezione gli conferì lo status di collaboratore di giustizia, su richiesta dei magistrati che indagavano su Cosa Nostra.
Era l’8 marzo del 2000. Tutte le istituzioni conoscevano la situazione, a cominciare dal governo D’Alema, dove erano ministri Sergio Mattarella, Enrico Letta, Pierluigi Bersani, dove c’era anche Dario Franceschini, e dove sottosegretario alla giustizia era un ex grande pm di Palermo, Giuseppe Ayala.
Poche settimane dopo Giuliano Amato prese il posto di D’Alema alla guida di un governo immutato, ma l’anno successivo a Palazzo Chigi tornò Silvio Berlusconi, con Gianfranco Fini, Umberto Bossi, Roberto Calderoli, Giancarlo Giorgetti, l’attuale presidente del senato Casellati nella squadra di governo.
Tutti conoscevano quello e altri “contratti” dello Stato con i pentiti delle organizzazioni mafiose.
Come non potevano non conoscerli coloro che ebbero di lì in poi responsabilità di governo, da Matteo Renzi a Giorgia Meloni, da Matteo Salvini, all’intero stato maggiore dei 5 stelle. Nessuno ha mai sollevato l’argomento, nessuno ha mai proposto modifiche alla legislazione sui pentiti, tutti sapevano che Brusca era vicino al “fine pena”.
E allora, per dirla tutta, le ipocrite reazioni dei giorni scorsi servivano solo al consueto scopo: entrare in sintonia con le reazioni dell’opinione pubblica, lisciare il pelo allo sconcerto non informato, fingendo sorpresa e indignazione, per elemosinare qualche consenso in più.
Il tutto dopo aver onorato, pochi giorni prima, la memoria di Falcone, che per primo aveva voluto quelle misure sui pentiti, l’arma vincente contro Cosa Nostra.
Enrico Mentana
(da agenzie)

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MEDICO AGGREDITO E INSULTATO DURANTE LA VISITA FISCALE INPS PERCHE’ NERO

Giugno 5th, 2021 Riccardo Fucile

ARRIVA IN RITARDO ALLA VISITA FISCALE, INSULTA IL MEDICO, GLI ROMPE IL TABLET E GLI DANNEGGIA L’AUTO

Un medico dell’Inps è stato aggredito a Chioggia, in provincia di Venezia. Minacciato più volte durante una visita fiscale a un uomo in malattia, e apostrofato con insulti a sfondo razzista perché di colore. Distrutto anche il tablet che serve a registrare le visite di controllo.
È stato proprio il medico a raccontare, denunciando l’accaduto ai Carabinieri cosa è successo. Non solo insulti razzisti. L’uomo ha anche, dopo che il professionista stava andando via, rotto la maniglia della sua auto perchè l’aveva seguito.
Tutto è successo a Chioggia qualche giorno fa. Il Messaggero scrive che il medico è stato insultato con frasi come «sei in Italia e fai quello che vogliamo noi, negro di m…».
Oltre all’aggressione a pubblico ufficiale, e al danneggiamento di beni dell’Inps e di beni privati del professionista, ci sarebbe stato, dunque, anche uno sfondo razziale nell’aggressione.
E tutto questo sarebbe accaduto perché l’uomo è arrivato in ritardo a casa, di circa 7 minuti, quando il medico invece era arrivato alle 17 in punto, e le regole Inps stabiliscono che gli orari di reperibilità per le visite mediche domiciliari vanno dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19, sette giorni su sette compresi quindi i festivi, orari durante i quali il lavoratore è obbligato a farsi trovare nella propria abitazione o in quella dove si sta curando.
Quando l’uomo è arrivato a casa, il medico aveva già aperto il verbale informatico sul suo tablet. È un po’ come per multe nei casi di violazioni al Codice della strada: se il vigile fa il verbale, anche volendo accogliere le obiezioni dell’automobilista, non si può più tornare indietro, e al multato non rimane che pagare la sanzione oppure fare ricorso.
Nel caso della visita domiciliare, il lavoratore che non viene trovato a casa negli orari di reperibilità dovrà sottoporsi ad una visita medica in un ambulatorio dell’Inps.
Insomma l’uomo era in ritardo ma non voleva ammetterlo: anzi sosteneva che il suo orologio segnava le cinque in punto. Ma il medico non aveva intenzione di modificare il suo verbale e così è partita l’aggressione verbale.
“La violenza è sempre inaccettabile: ora chiediamo la piena applicazione della legge contro chi colpisce il personale sanitario. A nome di tutto l’Ordine veneziano esprimo solidarietà e vicinanza al collega, medico dell’Inps, aggredito ieri a Chioggia mentre stava semplicemente facendo il proprio lavoro”, dichiara con “grande amarezza” Giovanni Leoni, presidente dell’Ordine dei medici lagunare, vice nazionale della Fnomceo.
“Durante la pandemia ci hanno chiamati eroi – sottolinea – Purtroppo è durata poco: ora i medici sono tornati a essere il bersaglio della frustrazione e dell’insoddisfazione dei pazienti”.
(da agenzie)

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IL SUICIDIO DI SEID VISIN, DALLE GIOVANILI DEL MILAN A VITTIMA DI RAZZISMO: “SENTO GLI SGUARDI SCHIFATI DELLE PERSONE”

Giugno 5th, 2021 Riccardo Fucile

NELLA LETTERA DI ADDIO: “QUANDO MI VEDEVANO CITAVANO CASAPOUND E CAPITAN SALVINI”… IL LETAME RAZZISTA STA TRAVOLGENDO IL NOSTRO PAESE

Seid Visin non è morto per un malore, ma ha scelto di togliersi la vita per il clima di razzismo che respirava in Italia: il 20enne calciatore di origine etiope adottato da bambino da una coppia di Nocera Inferiore (in provincia di Salerno) che aveva militato nelle giovanili del Milan e del Benevento ha lasciato una lettera per spiegare le ragioni del suo gesto.
L’ha diffusa sui social l’associazione “Mamme per la Pelle”, fondata dalla milanese Gabriella Nobile, per “urlare forte che se non ci uniamo in una vera lotta antirazzista, i nostri figli continueranno a soffrire”.
Seid ha scritto che “ovunque io vada, ovunque io sia, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone”.
Una sensazione terribile alla quale lui non era abituato, perché “non sono un immigrato. Sono stato adottato quando ero piccolo. Prima di questo grande flusso migratorio ricordo che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, ovunque mi trovassi, tutti si rivolgevano a me con grande gioia, rispetto e curiosità”.
Poi le cose sono cambiate: “Sembra che misticamente si sia capovolto tutto, sembra ai miei occhi piombato l’inverno con estrema irruenza e veemenza, senza preavviso, durante una giornata serena di primavera”.
La lettera continua: “Qualche mese fa ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, prevalentemente anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non bastasse, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche la responsabilità del fatto che molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro”.
Dopo questa esperienza, “dentro di me è cambiato qualcosa: come se nella mia testa si fossero creati degli automatismi inconsci; come se mi vergognassi di essere nero, come se avessi paura di essere scambiato per un immigrato, come se dovessi dimostrare alle persone che non mi conoscevano che ero come loro, che ero italiano, che ero bianco”.
Abbandonato persino dai parenti
E questo – racconta ancora Seid nella sua lettera d’addio – “quando stavo con i miei amici, mi portava a fare battute di pessimo gusto sui neri e sugli immigrati. Addirittura con un’aria troneggiante affermavo che ero razzista verso i neri, come a voler sottolineare che io non ero uno di quelli, che io non ero un immigrato. L’unica cosa di troneggiante però, l’unica cosa comprensibile nel mio modo di fare era la paura. La paura per l’odio che vedevo negli occhi della gente verso gli immigrati, la paura per il disprezzo che sentivo nella bocca della gente, persino dai miei parenti che invocavano costantemente con malinconia Mussolini e chiamavano ‘Capitano Salvini’. La delusione nel vedere alcuni amici (non so se posso più definirli tali) che quando mi vedono intonano all’unisono il coro ‘Casa Pound'”.
Così il 20enne, che aveva rinunciato al calcio professionistico per dedicarsi allo studio e ora viveva il suo amore per il pallone sui campi di calcio a 5, ha deciso di farla finita: “Con queste mie parole crude, amare, tristi, talvolta drammatiche non voglio elemosinare commiserazione o pena, ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che stanno vivendo quelle persone dalla spiccata e dalla vigorosa dignità, che preferiscono morire anziché condurre un’esistenza nella miseria e nell’inferno”.
Persone che “rischiano la vita, e tanti l’hanno già persa, solo per annusare, per assaporare, per assaggiare il sapore di quella che noi chiamiamo semplicemente Vita”.
(da agenzie)

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