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SONDAGGIO DEMOS, MELONI DAVANTI A SALVINI, IL CAPITANO NON PUO’ PIU’ PARLARE A NOME DEL CENTRODESTRA, NON ESSENDONE IL LEADER

Giugno 14th, 2021 Riccardo Fucile

E SULLA LEADERSHIP IL PROBLEMA NEL CENTRODESTRA E’ SERIO PERCHE’ OGNUNO RITIENE TALE IL PROPRIO CAPO

Nel Centrodestra si osservano movimenti significativi, intorno a una prospettiva apertamente delineata da Matteo Salvini. La costruzione di una federazione “parlamentare” che associ le forze politiche di Centrodestra attualmente al governo. Quindi, anzitutto, Forza Italia, insieme alla Lega. Ma guardi oltre. In particolare, ai FdI di Giorgia Meloni. Oggi: l’unico partito all’opposizione.
Le prime reazioni, tuttavia, mostrano atteggiamenti distinti e distanti. Giorgia Meloni, in particolare, non pare intenzionata a rinunciare alla “rendita di op-posizione”, che ha permesso ai FdI di superare la Lega. E a Meloni stessa di scavalcare Salvini, negli indici di popolarità personale.
Mentre Silvio Berlusconi ha aderito apertamente alla proposta, ma deve far fronte ai dissensi, generati, nel partito, dal timore di finire isolati. Nel governo e nel Centrodestra. Tuttavia, per costruire un progetto condiviso occorrono un soggetto politico “di riferimento” e (o) un leader riconosciuto.
Condizioni ancora “in-compiute” fra gli elettori e i simpatizzanti del Centrodestra. Ma “possibili”, se consideriamo i dati di un recente sondaggio di Demos.
Per immaginare un’intesa solida nel Centrodestra non bisogna sottovalutare la diffidenza che pervade una parte significativa degli elettori verso gli altri partiti dell’area.
Questa “distanza” appare più evidente quando si affronta la questione della leadership. Decisiva, come si è detto, per una possibile coalizione. Perché viviamo in tempi di personalizzazione politica. Una tendenza che riguarda, anzitutto, lo Stato e il Governo, visto il rapporto, solido e diretto, fra il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, e il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha scelto e “incaricato” il premier.
Ma la personalizzazione coinvolge anche – e ancor prima – i partiti. Che da tempo sono divenuti “partiti del Capo” (per citare una definizione di Fabio Bordignon). Un orientamento che si proietta sulle alleanze.
Per questa ragione è interessante verificare se, fra gli elettori di una “possibile” coalizione, vi sia coerenza di vedute sul Capo che dovrebbe guidarla.
A questo proposito, però, emergono opinioni piuttosto frammentate. Condizionate da valutazioni “partigiane”.
Nel complesso, la leader di coalizione preferita appare Giorgia Meloni. Indicata da quasi un terzo della base di Centrodestra. Seguita da Matteo Salvini, con circa un quarto di sostenitori. Mentre a favore di Berlusconi si esprime una quota molto più residua: 6%.
Si tratta, ovviamente, di misure coerenti con il peso elettorale dei partiti.
Come emerge, in modo più accentuato, quando si considerano le specifiche scelte di voto. In questo caso, infatti, ciascuno esprime una preferenza esplicita e prioritaria verso il capo del “proprio” partito.
A conferma che oggi non c’è “un” Capo riconosciuto e condiviso, nel Centrodestra. Né, a maggior ragione, nell’area (attualmente) di governo. Che associa soggetti molto diversi e distinti. In qualche misura, distanti. E in forte evoluzione. In particolare, il PD e, a maggior ragione, il M5S.
Così, non sorprende che oltre metà degli elettori italiani e il 30% della base di Centrodestra non abbiano idee precise al proposito. Non vedano e non sappiano individuare “un” capo in grado di rappresentare la coalizione.
D’altronde, i partiti, ormai, non si vedono più, nella società e sul territorio. Solo sui media. Interpretati dai “capi”. Mentre i cittadini si ri-trovano sparsi e dispersi, a in-seguire leader, che si affermano e declinano insieme ai partiti. Come di-mostra l’evoluzione del grado di fiducia “personale” nei loro riguardi, che, nell’ultimo decennio, ha subìto grandi variazioni. Favorendo, di recente, la figura di Giorgia Meloni. Oggi, da sola all’opposizione. Domani, non si sa.
(da La Repubblica)

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PIGNANI AVEVA “EREDITATO” LA PISTOLA DEL PADRE

Giugno 14th, 2021 Riccardo Fucile

REGOLE BLANDE E POCHI CONTROLLI: GLI OMICIDI CON ARMI LEGALI SONO IL DOPPIO DI QUELLI MAFIOSI

Una tragedia annunciata per deficit di legislazione sul possesso delle armi. A cui si aggiunge l’impossibilità di incrociare le informazioni sullo stato di salute mentale dei detentori di pistole e fucili. Così di armi, in Italia, si muore.
Ad Ardea hanno perso la vita due bambini, David e Daniel, di 8 e 3 anni, e Salvatore Ranieri, 72 anni, intervenuto per provare a fermare il piano omicida di Andrea Pignani, il 34enne ingegnere informatico autore del triplice omicidio. L’uomo, dopo essersi barricato in casa, si è suicidato.
“È doloroso il ripetersi di storie con il solito tragico copione: un’arma legalmente detenuta da chi, per uno stato di alterazione psichica, è una minaccia per se stesso e per la collettività. Un binomio che troppo spesso esplode in tragedia e che deve essere assolutamente spezzato”, dice a ilfattoquotidiano.it Gabriella Neri, fondatrice della Onlus Ognivolta che si batte contro la diffusione delle armi.
L’impegno è iniziato dopo che nel 2010 suo marito Luca Ceragioli e il collaboratore Jan Hilmer furono assassinati da Paolo Iacconi, ex dipendente della società guidata da Ceragioli. L’uomo possedeva regolarmente un’arma, nonostante avesse problemi psichici. Un déjà vu.
Le stragi di bambini a colpi di arma da fuoco non sono, quindi, una novità.
Le cronache raccontano che a novembre del 2020, a Carignano (Torino), Alberto Accastello ha sterminato la famiglia, la moglie, 38 anni, e i figli, due gemelli di 2 anni, prima di togliersi la vita. Ci sono poi gli incidenti, che segnano la vita di intere famiglie. Ad agosto dello scorso anno, un bimbo di 7 anni è morto a Roma a causa di un colpo esploso in maniera involontaria. Il nonno stava pulendo l’arma quando è partito il proiettile che ha centrato il nipote. I dati raccolti dall’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) di Brescia, raccontano che negli ultimi anni gli omicidi commessi con armi legali superano quelli di tipo mafioso. Nel 2018 e 2019 si contano 19 e 28 omicidi di mafia, mentre 54 e 34 sono quelli avvenuti con armi legali.
Tante storie diverse, ma con un comune denominatore: vite infrante dalle armi.
Nel caso di Ardea, Pignani aveva ereditato la pistola dal padre, deceduto nello scorso novembre, che lavorava come guardia giurata. “Non era un’arma di provenienza illegale, ma era stata in possesso di un legale detentore di armi, il padre. È questo il problema che non si vuole guardare: le armi dei legali detentori”, sostiene Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere di Brescia.
Sulla materia il codice penale non è così severo: in caso di mancata denuncia di un’arma ereditata è prevista una pena di due mesi di arresto o un’ammenda di 258 euro.
In Italia, poi, ottenere una licenza per le armi resta un’operazione semplice, con un costo complessivo di circa 350 euro, tra marche da bollo e pratiche varie.
In totale ci sono un milione e duecentomila persone titolari di licenza tra uso sportivo, caccia (che insieme valgono la gran parte del totale) e difesa personale (porto d’armi rilasciato dal Prefetto per casi di particolare necessità, e in totale sono meno di 20mila).
La licenza dà diritto al possesso di 12 armi per uso sportivo, 3 di tipo comune e un numero illimitato di armi da caccia, secondo quanto stabilito da un decreto legislativo del 2018 che ha aumentato le soglie.
Ma cosa occorre per avere un’arma legale? Per una licenza di tipo sportivo, quella più diffusa, è necessario avere due certificati, uno del medico che attesti l’idoneità psico-fisica del richiedente e l’altro rilasciato dall’Asl.
Le verifiche non sono così capillari: “Spesso sono mere dichiarazioni firmate senza alcun approfondimento. Serve una maggiore attenzione e responsabilità da parte dei medici che rilasciano i certificati di idoneità psico fisica per il rilascio del porto d’armi”, sottolinea Neri. Dopodiché è possibile recarsi a un poligono di tiro per verificare le capacità di maneggiare l’arma. A quel punto la domanda può essere inoltrata alla Questura che la approva la richiesta su base burocratica, senza disporre verifiche aggiuntive.
Esiste anche una questione legata anche alla durata della licenza per uso sportivo, valida per cinque anni e rinnovabile presentando la stessa documentazione. Nel frattempo non ci sono controlli sullo stato di salute mentale che può cambiare nel corso del tempo. Uno dei nodi è poi la mancata possibilità di incrociare informazioni.
“Serve un censimento e un inasprimento delle pene. Ma serve anche una banca dati per mettere in collegamento forze di polizia e strutture sanitarie”, dice a ilfattoquotidiano.it il senatore del Movimento 5 Stelle Gianluca Ferrara. “Sono tre anni – aggiunge – che ci lavoro e faccio pressioni. Di recente è passato un mio ordine del giorno e proprio in settimana avrò un incontro con i tecnici del ministero della Sanità. È davvero inaccettabile che accadano tragedie come quella di Ardea”.
Una soluzione non è difficile, eppure è ancora lontana. Beretta rilancia un altro tema: “Va subito attuato il registro informatico, previsto 10 anni fa, affinché medici curanti e Asl possano prontamente segnalare a Questure e Prefetture chiunque, in possesso di armi, soffra di turbe psichiche”. Inoltre, secondo l’esperto, serve un giro di vite sulla durata delle licenze: “Vanno resi obbligatori controlli medici annuali sui detentori di armi. I controlli devono prevedere esami tossicologici e una valutazione psichiatrica su tutti i richiedenti e detentori di licenza”.
(da Il Fatto Quotidiano”)

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IN ITALIA IL LAVORO E’ PAGATO POCO, SEMPRE MENO E IN NERO

Giugno 14th, 2021 Riccardo Fucile

INCHIESTA SULLA DRAMMATICA SITUAZIONE SALARIALE

Si chiama lavoro a scacchi. E non ha nulla a che fare con pedoni e alfieri.
Funziona così: un ristoratore assume un cameriere per lavorare 20 ore a settimana. Contratto part-time regolare, retribuzione altrettanto regolare.
Il cameriere, però, lavora 60 ore: il pagamento delle 40 ore aggiuntive è in nero, l’importo deciso in autonomia dal titolare.
Ma in un settore che secondo l’ultimo rapporto dell’Ispettorato nazionale del lavoro ha un tasso medio di irregolarità del 73%, il lavoro a scacchi è comunque un modo per provare a cautelarsi in caso di controlli: c’è un contratto da esibire per dire che quel cameriere è retribuito il giusto. Anche se in realtà lavora il triplo e guadagna molto poco.
Quella del lavoro a scacchi è solo una delle sfaccettature della questione salariale che è ritornata al centro del dibattitto dopo che alcune associazioni di categoria hanno lamentato il fatto di non riuscire a trovare lavoratori.
Sono introvabili 150mila tra camerieri, cuochi e barman, così come i bagnini e gli altri stagionali che lavorano nel turismo.
Poi c’è il disallineamento tra domanda e offerta che riguarda i profili con competenze elevate: le imprese, ad esempio, non riescono a intercettare i tecnici informatici. Nel primo caso la colpa è ricaduta sul reddito di cittadinanza, nel secondo su una formazione non adeguata. Ma l’analisi del fenomeno deve contemplare anche un’altra considerazione: il lavoro è pagato poco e sempre di meno.
Il colpo del Covid sulle buste paga: 39 miliardi in meno di stipendi
L’Italia, secondo le tabelle Eurostat, è il Paese che l’anno scorso ha perso più di 39,2 miliardi di salari e stipendi, passando da 525 a 486 miliardi.
La Germania ha perso appena 13 miliardi, tra l’altro su una massa salariale di oltre 1.500 miliardi. La Francia ha lasciato per strada 33 miliardi, ma nonostante questo la massa è comunque a quota 898 miliardi.
Le buste paga dei lavoratori degli altri Paesi europei hanno pagato un prezzo decisamente più contenuto. Da noi, invece, non solo si è registrato il tonfo più consistente, ma si è anche azzerata la crescita dei salari che si era iniziata a registrare dal 2015 in poi con la decontribuzione sulle assunzioni.
Gli stipendi bassi e falcidiati dalle tasse. Un laureato in Germania prende quasi il doppio rispetto a un italiano
Il virus ha aggravato una situazione che era già debole. Prendiamo i dati Eurostat del 2019: l’Italia, con 2.102 euro mensili, è a metà classifica in Europa in tema di stipendi lordi. Ma con eccezione del blocco dei Paesi dell’Est, della Grecia e della Spagna, tutti gli altri ci superano: non solo la super Svizzera, che può contare su uno stipendio lordo mensile di 5.625 euro, ma anche la Francia (2.369 euro), la Germania (2.891 euro) e altri 11 Paesi.
Un altro elemento che mette in luce la debolezza degli stipendi italiani è il fatto che un laureato in Belgio prende il doppio rispetto a un laureato in Italia. In Germania quasi il doppio, in Svizzera 2,5 volte in più.
Ora è evidente che gli stipendi vanno calibrati sul costo della vita (in Svizzera decisamente più alto rispetto all’Italia), ma quelli italiani sono cresciuti molto meno che altrove e soprattutto le cose peggiorano quando si passa dal lordo al netto.
Siamo, infatti, il Paese che ha un cuneo fiscale pari al 46%, un dato che ci colloca al quarto posto della graduatoria dei lavoratori più tartassati tra i Paesi Ocse, ben 11,4 punti sopra la media. I salari lordi italiani sono tassati del 29% contro il 24,9% della media. Tradotto in soldi, il costo del lavoro si attesta a quasi 49mila euro l’anno per ogni lavoratore single senza figli.
Quei 5,2 milioni di lavoratori con meno di 10mila euro all’anno
Una ricerca della Fondazione Giuseppe Di Vittorio traccia un quadro aggiornato del disagio salariale in Italia. Sono 5,2 milioni i lavoratori che percepiscono un salario inferiore ai 10mila euro lordi annui e in totale sono 9,4 milioni i lavoratori dipendenti che sono al di sotto del salario medio lordo annuale totale (21,9 mila euro).
Ma anche i dipendenti full-time a tempo indeterminato e senza discontinuità – categoria che include tutte le professionalità più stabili e più retribuite – hanno un salario nettamente inferiore rispetto a quello medio annuale tedesco e francese calcolato dall’Oecd, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico.
Tre milioni di lavoratori poveri. Guadagnano meno di 9 euro all’ora
Anche loro esistevano prima della pandemia: i working poor, i lavoratori poveri. Sono quasi tre milioni e guadagnano meno di 9 euro all’ora. Oltre un milione sono lavoratori giovani (con meno di 30 anni) e 1,4 milioni hanno un’età compresa tra i 30 e i 49 anni. Quasi tutti sono operai (il 79%), il 12,3% rientra invece nella categoria dei dirigenti e degli impiegati.
Più in generale la pandemia ha impoverito le famiglie italiane. Secondo i dati di una ricerca del Censis il 5,5% ha visto ridursi il reddito di più del 50% rispetto a prima della pandemia, il 9,1% ha dichiarato una riduzione tra il 25% e il 50%, il 16% una riduzione inferiore al 25 per cento. Il 43,2% dei lavoratori autonomi ha dichiarato invariato il proprio reddito rispetto a prima della pandemia, contro il 66,5% dei lavoratori dipendenti. In media, 3 famiglie su 10 hanno subito una riduzione del reddito.
La deregulation dei contratti nel turismo
Bagnini, camerieri, addetti alla reception negli hotel. Sono una parte dei lavoratori del turismo che vivono in prima persona la deregulation dei contratti. Dai tre contratti che davano copertura all’intero settore, fatto di circa 3,5 milioni di lavoratori, si è passati a una disarticolazione per comparti. La ristorazione è andata per conto suo, così come il comparto dell’accoglienza. Lo stesso i tour operator e le agenzie di viaggio, così come i lavoratori della cultura e quelli che lavorano nelle fiere e nel settore congressi e convegni.
Cosa significa questa disarticolazione lo spiega a Huffpost Fabrizio Russo, segretario nazionale della Filcams Cgil, la categoria del sindacato che rappresenta i lavoratori del turismo: “Prima sostanzialmente si applicava lo stesso contratto a tutti i lavoratori e quindi le condizioni salariali, compresi gli incrementi, erano uguali per tutti. Con la disarticolazione si è arrivati a rinnovare il contratto scaduto nel 2013 in tempi diversi, creando disparità: il settore alberghiero, ad esempio, l’ha rinnovato nel 2014, ma la ristorazione solo nel 2018”. Gli anni di ritardo sono stati anni in cui gli stipendi sono rimasti fermi, senza adeguamenti al costo della vita. Con eccezione di quello della ristorazione, tutti gli altri non sono arrivati a stesura, cioè a un testo formale condiviso. Sono entrati in vigore, ma anche questo elemento di inconcludenza è la spia di una deregulation che ha infettato il settore. E questi sono i contratti firmati dai sindacati e dalle associazioni di categoria più conosciuti.
I 500mila stagionali pagati anche 3 euro all’ora
Poi ci sono i contratti pirata, quelli sottoscritti da organizzazioni sindacali capestri. Ancora i casi il cui il contratto non c’è e tutto viene deciso dal titolare dell’attività: comunicazione a voce al dipendente nella modalità prendere o lasciare. In questi casi la tutela delle condizioni dei lavoratori è affidata ai controlli degli ispettori del lavoro, che ovviamente non possono riguardare tutte le attività. È una sacca in cui si ritrovano i circa 500mila stagionali estivi. Lavorano spesso 7 giorni su 7, senza giorni di riposo. Nei ristoranti, sulle spiagge, negli alberghi. Sono bagnini, camerieri, receptionist. Possono guadagnare anche 3-4 euro all’ora. Sono molto spesso invisibili: sotto una certa soglia non sono “visti” dall’Inps. Qui dilaga il lavoro nero. Lavorano in ambiti – la ristorazione e l’accoglienza – che registrano irregolarità superiori al 70 per cento.
La fuga verso la logistica: da bagnino a rider. Gli inattivi cresciuti per l’effetto sfiducia della pandemia
Una parte di questi lavoratori si è riciclato in altre attività: ha scelto la logistica, il settore dei rider, più in generale i servizi. Altri hanno deciso di restare fermi e di aspettare un lavoro con una paga più alta: sono quelli che non cercano il lavoro. Si chiamano inattivi: 711mila in più per via della pandemia che ha innalzato il livello dello scoraggiamento. Tra di loro ci sono circa 3 milioni di persone che potrebbero lavorare, un segmento che in un solo anno è aumentato di 217mila unità. Scrive il Censis: “La ricerca di un nuovo lavoro – sia nel caso di persone che il lavoro l’hanno perso, sia nel caso di persone che si apprestavano a cercarlo per la prima volta o dopo un periodo di assenza dal mercato del lavoro – è stata scoraggiata da un contesto percepito come troppo complesso per poter essere affrontato con i propri mezzi e con le proprie risorse”.
La falsa correlazione tra gli stagionali e il reddito di cittadinanza. La concorrenza della Naspi
Appena qualche giorno fa è stato il presidente dell’Inps Pasquale Tridico a ricordare che quasi tutti gli stagionali, dai cuochi ai camerieri, non percepiscono il reddito di cittadinanza. E questo per rispondere a chi, come Federturismo, sostiene che non si trovano gli stagionali perché “molti percettori del reddito di cittadinanza preferiscono continuare a percepire il sussidio al posto di rientrare nel mondo del lavoro”. Chi è rimasto fermo durante la pandemia ha ricevuto l’indennità (un bonus) riservato proprio ai lavoratori stagionali. Ma il bonus, rifinanziato più volte, è destinato ad estinguersi in linea con gli altri aiuti anti Covid. In altre parole un bagnino non ha una quota fissa come il reddito di cittadinanza. Tra l’altro anche lo stesso reddito ha avuto negli ultimi quattro mesi un importo medio di 580 euro per nucleo familiare, un importo che non lo fa apparire concorrenziale rispetto a un posto di lavoro.
L’elemento che può aver distolto alcuni degli stagionali dal lavorare potrebbe essere stata invece la Naspi (indennità di disoccupazione ndr). I requisiti si sono fatti meno rigidi con la pandemia: fino a fine anno, ad esempio, per ottenerla non è più necessario aver lavorato almeno 30 giorni nell’anno precedenti. È aumentato anche l’importo perché per le Naspi in pagamento dal primo giugno è stato sospeso il cosiddetto décalage, cioè la riduzione del 3% mensile dell’assegno che scatta dal quarto mese in poi.
(da Huffingtonpost)

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MONZA, CADE DAL MONOPATTINO, VA IN COMA E MENTRE E’ A TERRA UN GIOVANE SI AVVICINA E GLI RUBA IL MEZZO

Giugno 14th, 2021 Riccardo Fucile

LA DINAMICA DEI FATTI RIVELATA DALLE IMMAGINI DELLE TELECAMERE

Un uomo di 33 anni, originario dello Sri Lanka, è finito in coma dopo essere caduto dal monopattino, ieri sera a Monza.
Mentre era a terra esanime per un forte trauma cranico, un uomo si è avvicinato e gli ha rubato il mezzo di trasporto elettrico. All’inizio sembra un pedone, ma poi visionate le immagini delle telecamere di sorveglianza della zona, è emersa la reale dinamica dei fatti: il 33enne era caduto accidentalmente dal suo monopattino elettrico, forse per un malore. Poi c’è stato il furto.
La Questura sta indagando per risalire all’identità del ladro, che sarebbe ben visibile dalle immagini e quindi facilmente riconoscibile. Si tratterebbe di un giovane che oltre che per furto sarà indagato per omissione di soccorso.
Il 33enne è al momento ricoverato in condizioni molto gravi all’ospedale San Gerardo.
(da agenzie)

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IL DEPUTATO DELLA LEGA CHE FA GIRARE LA BUFALA DEL VACCINO OBBLIGATORIO PER I MINORI E POI LA RIMUOVE

Giugno 14th, 2021 Riccardo Fucile

SI INVENTA UN VOTO ALLA CAMERA CHE NON C’E’ MAI STATO SU UNA NORMA INESISTENTE, PRECISANDO CHE LUI HA VOTATO CONTRO

Fonti certificate dall’interno del Parlamento. O forse no. Il deputato della Lega Alessandro Pagano si è reso protagonista della pubblicazione di un messaggio molto ambiguo – per usare un eufemismo – sulla propria pagina Facebook.
Ha parlato, senza fornire molti dettagli, di un voto alla Camera per rendere obbligatoria la vaccinazione per tutti i minori al di sotto dei 12 anni.
Null’altro, se non una pacca sulla sua stessa spalla per aver votato contro. Poi nessun altro riferimento e quel post che – dopo le polemiche – è sparito dai radar dei social (ma grazie aglio screenshot, non dalla memoria dei social).
Questo il messaggio pubblicato (e poi rimosso) da Alessandro Pagano.
“Premessa: ho votato contro questa norma e quindi mi sento moralmente a posto, ma purtroppo la settimana scorsa la Camera dei Deputati ha votato la vaccinazione obbligatoria per i ragazzi minorenni e fino a 12 anni. Ora dico: questo ministro Speranza senza dati scientifici e in assenza di linee guida come ha potuto portare il parlamento a votare questa norma??? Le sue responsabilità sono gravissime così come lo furono in occasione delle mancate linee guida per le cure domiciliari. Adesso basta!! Vogliamo le dimissioni del ministro della Salute, Roberto Speranza”.
Ma di cosa parla Alessandro Pagano?
Il deputato della Lega – già salito agli “onori” della cronaca parlamentare per aver definito Silvia Romano “una neoterrorista” – parla di questa legge approvata, ma non si trova alcun riferimento in merito tra i provvedimenti approvati da Montecitorio.
Non specifica se si parla di vaccinazioni anti-Covid o di altre tipologia di immunizzazione per altre malattie. Inoltra, come spiega Bufale.net, tra le risposte a quel post ce n’era una scritta da Mariolina Castellone, portavoce del Movimento 5 Stelle al Senato della XII Commissione Permanente Igiene e Sanità.
“Vaccinazione obbligatoria per i minori?? Ma di cosa parla? Come potrebbe mai essere obbligatoria la vaccinazione per i minori per i quali non ci sono studi e non per gli adulti?? Ma perché raccontate queste frottole?”
Covid o non Covid. Fonti parlamentari non riportano alcune notizia in merito e nella legislazione italiana si fa riferimento solamente alle “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale” in vigore dal 2017, relative ad altre patologie. Ma questa è la Lega.
(da agenzie)

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IL NUOVO M5S DI CONTE: SEGRETERIA CON I NOMINATI

Giugno 14th, 2021 Riccardo Fucile

DOPPIO MANDATO: DEROGA AI “MERITEVOLI”

Dopo il divorzio di Davide Casaleggio dai pentastellati, la nuova struttura del M5S è pronta ad essere lanciata dal suo leader in pectore, Giuseppe Conte: l’ex premier pensa a una linea in parziale continuità con il passato, ma orientata al “2050”, la cifra che figurerà in basso al nuovo logo al posto della scritta “ilblogdellestelle”. Sono pronti lo Statuto e la Carta dei Valori, ma resta ancora il nodo del doppio mandato.
Il modo in cui Conte è intenzionato ad affrontare la questione nella lotta tra rigoristi e coloro che invece vedono la regola come una zavorra è rappresentativo del nuovo corso che l’ex avvocato del popolo vuole imprimere al partito: all’insegna della moderazione e del compromesso, in linea con lo stile che ha mantenuto anche durante i due mandati da premier.
Sul limite dei due mandati l’ex premier ha anticipato che farà una sua proposta: questa dovrebbe prevedere deroghe per “salvare” alcuni meritevoli – circa una ventina, riporta Repubblica – ma anche che la base voti sulla piattaforma messa a punto dalla nuova squadra per decidere in via definitiva se superare o meno il vecchio dogma. Una soluzione per non scontentare Beppe Grillo, contrario alla rimozione del limite, ma neanche chi dice che è arrivato il momento di andare oltre.
Per la fase di “maturità” del movimento Conte ha poi deciso di dotarsi di una segreteria. La squadra che lo affiancherà dovrebbe essere composta di cinque o sei membri: tre nominati dallo stesso leader (si parla già di Lucia Azzolina e Chiara Appendino) e il resto votati direttamente sul web dagli attivisti del M5S.
Un “mix equilibrato” che dovrebbe riguardare anche il Consiglio nazionale, che sarà in parte composto dai portavoce nelle istituzioni e in parte, anche in questo caso, da persone elette dagli iscritti. Per riflettere la forma di un partito che, pur stando al governo, è ancora capace di dare battaglia.
Sulle alleanze, il leader in pectore nelle varie interviste rilasciate finora ha fatto sapere che il M5S vuole parlare anche all’elettorato moderato. Significa cioè che non starà sempre con il centrosinistra. E da Napoli – unica città in cui Pd e M5S correranno insieme alle elezioni amministrative in programma ad ottobre – dopo aver lanciato la candidatura di Gaetano Manfredi Conte darà il via al suo tour estivo.
(da TPI)

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“INVENTAI GLI ABUSI IN FAMIGLIA E I RITI SATANICI: A 7 ANNI TEMEVO DI ESSERE ABBANDONATO”

Giugno 14th, 2021 Riccardo Fucile

PARLA DAVIDE, IL BAMBINO DA CUI SCOPPIO’ L’INCHIESTA SUI “DIAVOLI DELLA BASSA MODENESE”

Il «bambino zero» da cui partì l’inchiesta di Modena a fine anni ’90 e poi quella giornalistica Veleno di Pablo Trincia ricostruisce per la prima volta quel che accadde 24 anni fa, quando i servizi sociali gli estorsero materialmente le accuse che portano in carcere diverse persone. Compresa la sua famiglia
Aveva 7 anni Davide quando nel 1997 raccontò di abusi e violenze subite da suo padre e suo fratello nella loro casa di Massa Finalese, in provincia di Modena. Racconti sconcertanti che parlavano di un fenomeno ben più ampio, con macabre cerimonie nei cimiteri, riti satanici e violenze su altre bambini che venivano anche spinti a uccidere altri coetanei.
Tutte invenzioni di un bambino, come racconta Davide oggi 31enne a la Repubblica, che assieme ad altre testimonianze portarono all’allontanamento dalle rispettive famiglie di 16 bambini che non rividero più i genitori, con decide di arresti, tra cui il padre, la madre e il fratello di Davide.
Diversi vennero condannati a molti anni di carcere, altri furono assolti, altri ancora morirono durante le indagini, come una mamma che si suicidò o come don Giorgio Govoni, accusato di essere il capo della setta di pedofili, ucciso da un infarto a due settimane dalla prima sentenza nel 2000.
Davide, che nell’inchiesta Veleno di Pablo Trincia era chiamato “Dario”, era un bambino dato in affido a un’altra famiglia perché, dice: «i miei genitori erano poveri». Nelle prime fasi aveva la possibilità di tornare a casa dai suoi genitori: «Una volta vidi mia madre naturale molto triste. E divenni cupo anche io».
Con quello stato d’animo Davide tornava dalla famiglia affidataria, dove veniva tartassato di domande dalla madre che poi lo adotterà su possibili maltrattamenti: «Ha insistito tanto che alla fine le dissi di sì. Anche perché avevo paura di essere abbandonato, se non la avessi accontentata. Senza rendermi conto delle conseguenze di quello che stavo facendo».
I colloqui martellanti di 8 ore
A quel punto cominciano i colloqui con la psicologa Valeria Donati e gli assistenti sociali durante i quali Davide si ritrova a svelare abusi e violenza mai accadute: «Ricordo diversi colloqui anche di 8 ore. Non smettevano finché non dicevo quello che volevano loro».
E fu lì che Davide inventò praticamente tutto: «Inventai dei nomi a caso, su un foglio per disperazione. Ho inventato che mio fratello aveva abusato di me, che c’erano delle persone che facevano dei riti satanici. Ma non c’era nulla di vero. Mi sono inventato tutto. Perché se dicevo che stavo bene non mi credeva nessuno. A forza di insistere ho detto quello che si volevano sentir dire».
L’incontro con lo psicologo Claudio Foti a Bibbiano
Ai racconti di Davide seguirono quelli degli altri bambini che allargarono le accuse ad altre persone, anche loro secondo Davide: «Furono pressati, martellati con domande infinite».
A Davide dicevano quanto fosse «coraggioso» nell’aver salvato tutti quei bambini dalle loro famiglie: «Ma io non avevo salvato proprio nessuno. Mi sono sentito morire dentro». Il peso nel corso degli anni sulla coscienza di Davide è stato sempre più insostenibile.
La madre adottiva lo aveva portato in cura dallo psicologo Claudio Foti a Bibbiano, un nome che tornerà centrale nell’inchiesta Angeli e Demoni: «Anche lui ha provato a farmi dire che avevo subito abusi – dice Davide – E di stare lontano dai giornalisti». Sua madre adottiva non gli ha mai creduto, nonostante Davide avesse negli anni sempre smentito gli abusi emersi dai colloqui fatti da bambino.
Fino all’ultimo ricovero, chiesto da lui per qualche giorno nella speranza di farsi curare: «Ma invece mi hanno tenuto 41 giorni contro la mia volontà. Un avvocato mi ha aiutato a uscire».
(da Open)

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PERCHE’ PIGNANI AVEVA UNA PISTOLA SE ERA STATO SOTTOPOSTO A TSO?

Giugno 14th, 2021 Riccardo Fucile

AVEVA GIA’ MINACCIATO LA MADRE CON UN COLTELLO, MA NESSUNO HA VALUTATO QUANTO FOSSE PERICOLOSO

Salvatore Ranieri, Daniel e David Fusinato. Questi i tre nomi della follia omicida che ha stravolta la domenica di Ardea, cittadina alle porte di Roma. A premere il grilletto, prima contro i bambini poi contro l’anziano – prima di rivolgere l’arma contro di sé (qualche ora dopo) è stato Andrea Pignani.
Il 34enne era un uomo che, secondo i racconti dei vicini e dei cittadini che vivono lì, molto conosciuto nella zona a causa del suo recente passato fatto di violenze e minacce.
Si parla anche di un Trattamento Sanitario Obbligatorio dopo aver minacciato sua madre con un coltello. Ed è proprio da lì che dovranno partire le indagini per capire come, nonostante uno stato psicologico alterato, l’uomo avesse a disposizione quella pistola con cui ha freddato due bambini e un uomo intervenuto in loro soccorso.
Secondo quanto riporta il Messaggero, Andrea Pignani soffriva di alcuni disturbi psichici e psicologici. Una situazione di insofferenza mentale che, qualche tempo fa, lo avrebbe portato a minacciare la madre con un coltello. Il sindaco di Ardea, però, ha detto di non ricordarsi di aver firmato il documento per il TSO.
Sta di fatto che Andrea Pignani aveva dei problemi molto evidenti. Lo avevano segnalato i vicini e anche molte altre persone che avevano evidenziato deliri ed escandescenze, culminate in minacce in strada con quella Beretta calibro 7.65 che apparteneva al padre defunto (ex Guardia Giurata).
Ed è questo uno dei tasselli fondamentali per ricostruire questo terribile fatto di cronaca. Le procedure in caso di decesso di una persona proprietaria di un’arma da fuoco sono ben delineate: dopo la morte, infatti, i familiari e gli eredi devono segnalare la presenza dell’arma ai Carabinieri e decidere se concedere loro la custodia.
Ma questa storia racconta di una denuncia mai avvenuta e di una pistola sparita. In realtà, come evidenziato da quanto accaduto ieri mattina ad Ardea, l’arma era nelle mani di Andrea Pignani.
E i precedenti non facevano ben sperare, segno di una sottovalutazione evidente del problema, come confermato dalle parole – sempre alla trasmissione di Giletti su La7 – del Presidente del Consorzio Colle Romito.
Eventi noti a tutti. Anche i vicini avevano notato il comportamento “sopra le righe” dell’omicida-suicida di Ardea: “È vero che sparava, una notte ho sentito tre spari”, ha detto ad AdnKronos un uomo che abita in quella zona. Altri, invece, hanno detto di aver udito – già nei giorni precedenti – molti altri colpi di pistola provenire da quella abitazione.
(da agenzie)

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“A CACCIA DI VITTIME CON GUANTI E PISTOLA”: PIGNANI E’ USCITO DI CASA PER UCCIDERE

Giugno 14th, 2021 Riccardo Fucile

“AVEVA GIA’ SPARATO, TUTTI SAPEVANO DELL’ARMA”… PERCHE’ ALLE FORZE DELL’ORDINE NON RISULTANO SEGNALAZIONI?

Gli investigatori stanno ricostruendo la dinamica del triplice omicidio avvenuto ieri, 13 giugno, ad Ardea. Andrea Pignani, il killer di 35 anni suicidatosi dopo aver ucciso 3 persone, tra cui due bambini di 5 e 10 anni, è uscito di casa ieri mattina intorno alle 11 probabilmente con la chiara intenzione di uccidere.
Indossando una felpa, uno zainetto e dei guanti, avrebbe percorso con la pistola in pugno alcune strade del comprensorio di Colle Romito per poi puntare l’arma contro le prime persone che ha incontrato, i due fratellini Fusinato e l’84enne Salvatore Ranieri, che passava di lì in bicicletta.
A quel punto è tornato a casa dove, dopo aver fatto uscire la madre, si è barricato e poi si è ucciso.
Sebbene fosse stato visto altre volte con una pistola, nessuno dei residenti aveva mai denunciato il fatto alle forze dell’ordine – le quali proprio ieri mattina erano andate nel consorzio per controllare il padre dei due bambini uccisi, trattenuto ai domiciliari. Sembrerebbe che Pignani avesse già brandito l’arma da fuoco diverse volte prima di uccidere, ma l’unica denuncia a suo carico risulta essere quella a seguito dell’aggressione alla madre nell’ottobre del 2020, minacciata da lui con un coltello. «In quella zona manca una telecamera e si sta andando avanti con l’esame dei testimoni», fanno sapere fonti investigative ai giornali.
(da Open)

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