Giugno 26th, 2021 Riccardo Fucile
“L’AMORE E’ PIU’ FORTE DELL’ODIO, LA NOSTRA E’ UNA CITTA’ DI DIRITTI”… TRA UN ANNO LA SFIDA DELLE PRESIDENZIALI PER SPAZZARE VIA ORBAN
Con un post sui social, il primo cittadino Gergely Karácsony ha mandato un messaggio al premier ungherese: «La nostra è una città di diritti»
Dopo l’approvazione della nuova legge ungherese contro l’omosessualità, e il monito a Viktor Orbán da parte dell’Ue, che non esclude una procedura d’infrazione, il sindaco della capitale ungherese ha deciso di sfidare il premier del suo Paese.
Gergely Karácsony è stato eletto primo cittadino di Budapest nel 2019. E oggi, in occasione della Giornata mondiale del Pride, ha deciso di mandare un chiaro messaggio a Orbán, esponendo una bandiera arcobaleno fuori dal palazzo del municipio: «La bandiera si oppone a tutte le forme di odio e divisione, poiché rappresenta una società coesa, la dignità umana, la libertà e l’amore, un amore libero», ha scritto Karácsony sui social.
«L’amore – ha aggiunto – è sempre più forte dell’odio e il potere della comunità può superare gli sforzi fatti per dividerla; Budapest è una città forte, una comunità forte, una città di diritti, invece che una città di privilegi, dove ognuno è libero di esprimere la propria opinione, la propria visione del mondo e identità», ha affermato Karácsony. A Budapest la parata si terrà il prossimo 3 luglio.
(da Open)
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Giugno 26th, 2021 Riccardo Fucile
PRIMO TURNO: MICHETTI 29,2%, GUALTIERI 25,5%, RAGGI 21,3%, CALENDA 17,8%
Michetti in testa ma Gualtieri vincerebbe al ballottaggio. È questo l’esito di un
sondaggio Winpoll-Sole 24 ore commentato da Roberto D’Alimonte che scrive: “Nella capitale sono quattro i candidati competitivi. Chi più, chi meno”.
Questo il sintesi il quadro della situazione.
Enrico Michetti ”è l’unico candidato che non ha nulla da temere dall’esito della lotteria del primo turno. Infatti, uno dei due posti al ballottaggio è il suo. Sarebbe clamoroso che a Roma il centro-destra unito non riuscisse a far arrivare al ballottaggio il suo unico candidato”.
Però, una volta arrivato lì per Michetti cominciano i problemi. E’ infatti “il candidato meno noto tra quelli in lizza. Solo il 58% dei romani lo conosce.”
Roberto Gualtieri è il candidato in pole position. “Non deve ingannare il fatto che sia solo al secondo posto nelle intenzioni di voto al primo turno con il 25,5 %, superato da Michetti. Questo dato sconta la presenza in campo di ben tre candidati di centro-sinistra che si dividono i voti. Di questi tre candidati è quello messo meglio per andare al ballottaggio. Se ci riesce potrebbe essere il nuovo sindaco di Roma. Nello scontro a due con Michetti avrebbe il 53,5% contro il 46,5% del rivale”.
Virginia Raggi. Non è messa bene. “Il 66 % degli intervistati nel sondaggio pensa che nei cinque anni del suo mandato la vita a Roma sia peggiorata. Nonostante ciò il 21,3 % dice di volerla votare al primo turno. Una percentuale nettamente superiore a quella raccolta dal suo partito che si ferma al 12,9% delle intenzioni di voto stimate. Evidentemente nei suoi cinque anni da sindaco ha saputo costruirsi una sua base elettorale con una significativa componente personale. Non le basterà però per vincere. E’ lei l’unica avversaria che Michetti potrebbe battereal ballottaggio”.
Carlo Calenda. “E’ il vero outsider di questa competizione. Il suo partito Azione raccoglie solo il 3,9% delle intenzioni di voto. Eppure il 17,8% degli intervistati dichiara di volerlo votare al primo turno. E’ la percentuale più bassa tra i quattro candidati maggiori, ma non tanto bassa da escluderlo a priori dalla competizione per conquistare un posto al ballottaggio. Se ci riuscisse, avrebbe ottime possibilità di diventare sindaco”.
(da agenzie)
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Giugno 26th, 2021 Riccardo Fucile
UN ALTRO ECONOMISTA ESPRESSIONE DEI POTERI FORTI
Sarebbe Andrea Farinet uno dei tre potenziali candidati del centrodestra a sindaco di Milano incontrati da Matteo Salvini.
Anche se fonti leghiste fanno sapere non prima della metà della prossima settimana ci saranno novità. Manca formalmente il via libera di FdI e dei centristi, mentre invece ci sarebbe già un’intesa tra Salvini e Berlusconi.
Sul suo blog si presenta così: “Professore universitario di Economia di impresa con una esperienza di ricerca e docenza all’Universita’ Bocconi dal 1983 al 2007 su temi quali la Corporate governance, le strategie di business con particolare riferimento al mercato dell’Information&Communication Technology, al Travel&Trasportation, ai New Media ed al Food”.
Nella sua pagina Facebook – nella quale campeggia la foto di lui che si butta da un aereo per un volo col paracadute – precisa: “Sono stato relatore a convegni italiani e internazionali quali World Business Forum, World Marketing Forum, Aspen Institute, Ruling Companies, Studio Ambrosetti, Business International, Economist, Il Sole-24Ore, SMXL Conference, European Socialing Forum”.
Matteo Salvini sostiene di aver trovato finalmente la persona giusta, “un docente universitario e imprenditore”, che avrebbe poco più di sessant’anni.
Silvio Berlusconi non sarebbe contrario, ma mancherebbe il via libera di Giorgia Meloni.
Alla quale i leghisti imputerebbero la maggior responsabilità del ritiro di Oscar di Montigny. Tesi respinta con forza da Fdi, che sostiene che semmai Salvini avrebbe dovuto organizzare l’incontro tra di Montigny e Meloni poi mai avvenuto con il manager di Banca Mediolanum
Tutto resta quindi ancora sospeso. Tra diffidenze e vecchi rancori. Anche se c’è chi scommette che il via libera sarebbe ormai questione di giorni se non di ore. Con la possibile presentazione del candidato al massimo tra lunedì e martedì.
Alcuni nodi da sciogliere, però, restano. Da un lato perché sia i centristi di Noi con l’Italia che Fdi punterebbero ancora i piedi sull’ipotesi che l’ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini possa tornare in pista come possibile vice sindaco di Milano. Ma anche perché c’è chi è ancora convinto che Berlusconi abbia abbandonato del tutto l’ipotesi di puntare ancora su Maurizio Lupi.
“Ci prenderemo tutto il tempo che servirà – ha sentenziato infatti il Cavaliere nell’intervento telefonico con cui ha partecipato alla convention di Forza Italia per il lancio della campagna elettorale milanese – Non è una gara tra un candidato civico o uno politico, l’importante è che sia bravo e in grado di garantire ai milanesi cinque anni di buon governo”.
Aggiungendo subito dopo: “Vedrete che alla fine stupiremo tutti per la qualità della soluzione”.
Soluzione che al momento, però, non è stata ancora trovata. Salvini conta di chiudere la partita entro il fine settimana. Questo almeno sarebbe lo schema. Il leader della Lega insiste su Albertini come vice sindaco per sbarrare definitivamente la strada a Lupi. Sa benissimo infatti che Albertini non accetterebbe mai di fare il vice dell’ex ministro ciellino.
D’altra parte, i centristi e Fratelli d’Italia storcono ancora il naso. I primi perché Albertini ha messo il veto su Lupi, i secondi perché il partito di Giorgia Meloni rivendica la poltrona del vice sindaco.
(da agenzie)
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Giugno 26th, 2021 Riccardo Fucile
NEL FINE SETTIMANA I PONTIERI PROVERANNO A RIALLACCIARE IL DIALOGO CON GRILLO
“Non merito di essere trattato così”. Conte è amareggiato, arrabbiato, deluso per
le parole che Beppe Grillo ha sganciato come pietre di fronte ai parlamentari. In particolare quando il Garante ha invitato l’avvocato di Volturara Appula a studiare la storia del Movimento: “Io sono il visionario, il Garante, non lui”.
Ora l’ex premier si dice pronto ai saluti, ai titoli di coda, quando ribadisce il suo “no” a una diarchia con Beppe Grillo.
Infatti a mezzogiorno e un quarto aveva definito “irrecuperabile” la situazione che ormai si è creata all’interno del Movimento 5 Stelle. A tarda sera, alle 20, nulla è cambiato. Anzi.
Conte, che nel febbraio scorso aveva ricevuto l’incarico di rifondare M5s, fa sapere ancora una volta che “non ci sono margini” per ricucire con Grillo e che spiegherà le sue ragioni lunedì in conferenza stampa. Nel frattempo però i ministri M5s faranno di tutto affinché si riallaccino i fili del dialogo tra i due. Ci sono 48 ore di tempo, ma non è detto che siano risolutive.
Nel primo pomeriggio tre big del Senato, Ettore Licheri, Paola Taverna e Stefano Patuanelli, suonano al citofono dell’ex premier. E mentre si lasciano il portone alle spalle, le uniche parole vengono pronunciate dal capogruppo: “Siamo dentro un confronto fisiologico, stiamo scrivendo un nuovo soggetto politico. È una bellissima cosa ma non è facile, dateci del tempo”. Sembrerebbe ostentare ottimismo, ma due ore dopo, al termine dell’incontro, i volti sono scuri e nessuno rilascia dichiarazioni.
Il responso arriva poco dopo. Tutti confidavano in Patuanelli, nelle sue doti da mediatore, ma nulla di fatto. Questo primo tentativo è fallito. Conte pretende delle scuse da Grillo e soprattutto non vuol cedere a tutte le richieste che arrivano dal Garante: “Non sono qui per fare il prestanome”.
A distanza interviene Luigi Di Maio, in partenza per la Slovenia, ma sempre in contatto con Roma: “Mai come adesso serve compattezza all’interno del Movimento. Dialoghiamo con il massimo impegno e lavoriamo per unire”. I gruppi parlamentari sono in subbuglio, le chat ribollono: “Ma quindi è davvero finita, si ritira?”, “È game over?”, “E ora che succede?”.
I ministri e i sottosegretari provano a prendere in mano la situazione. Si riuscono in una videocall via Zoom, fanno il punto della giornata. Patuanelli riferisce i punti, dettati Grillo e che Conte non riesce ad accettare. Il Garante pretende di controllare la comunicazione, in particolare quella via blog. vuole essere consultato per prendere le decisioni insieme al capo politico e non solo informato, come invece aveva messo Conte per iscritto. E più di ogni altra cosa il fondatore chiede di essere il rappresentate M5s sul piano internazionale. Punti, per Conte, inaccettabili. “Ha trovato la persona sbagliata”, è il concetto che va ripetendo. Ora tocca ai ministri parlare con Grillo e proveranno a farlo nello prossime ore, nel tentativo di accorciare le distanze che per adesso sembrano immense.
Il possibile passo indietro di Conte rischia di creare un vero e proprio terremoto all’interno del Movimento 5 Stelle. Il partito è pronto a spaccarsi in due: da una parte i parlamentari rimasti fedeli al garante Grillo, dall’altra i ‘contiani’ pronti a seguire l’ex presidente del Consiglio qualora quest’ultimo dovesse dar vita a un suo nuovo partito, ipotesi che ormai viene considerata plausibile da numerosi eletti.
Dal canto suo Grillo potrebbe fare ritorno nella Capitale poiché non crederebbe fino in fondo al passo indietro di Conte. Il quale a sua volta è convinto che il Garante non possa fare a meno di lui. Il pressing dei parlamentari continua sia su Grillo sia su Conte affinché ci pensi bene prima di mettere la parola ‘fine’. Ma l’avvocato esperto di concordati si sta giocando le sue carte per ottenere, eventualmente, il più possibile. Ma se la situazione dovesse restare questa, allora, è davvero irrecuperabile.
(da Huffingtonpost)
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Giugno 26th, 2021 Riccardo Fucile
GLI ATTIVISTI STANNO CON CONTE… FRATTURA INSANABILE SULLA POLITICA ESTERA
Scegliere tra il nuovo capo politico (mai eletto) e il garante fondatore. Una decisione molto difficile, nel momento più duro nella storia del Movimento 5 Stelle. Il crollo dei consensi, la convivenza nel governo Draghi dove il peso specifico della prima forza del Parlamento si è assottigliato e la consapevolezza che la prossima legislatura si avvicina e i nodi da sciogliere sono tanti, troppi.
Giuseppe Conte sembrava il punto di svolta, con tanto di benedizione di Beppe Grillo che lo aveva incontrato più volte segretamente e poi pubblicamente, poi la lite con Casaleggio e Rousseau per avere quei dati degli iscritti che avrebbero dovuto votare ufficialmente per l’ex presidente ed eleggerlo a capo politico.
Scegliere da che parte stare non è affatto facile, tanto più per gli attivisti del movimento nato dalle mani di Grillo.
Certo che, tra quelli che hanno partecipato alla cena elettorale a Roma per sostenere la ricandidatura a sindaca di Virginia Raggi, la bilancia pende nettamente a favore di Conte. L’ex presidente del Consiglio è stato individuato come il futuro del Movimento 5 Stelle, mentre Grillo non è il passato, ma in questo momento sembra quasi un ostacolo ascoltando gli attivisti: “Per carità ha fondato il Movimento, ma Conte è più amato”, o “serve una persona forte e Conte è il numero uno”. Insomma, rispetto per il garante, ma l’impressione è che i suoi vogliano che molli un po’ il timone.
Alla stessa cena c’era anche Paola Taverna, senatrice e pentastellata della prima ora, che ieri pomeriggio ha incontrato Conte insieme al ministro Patuanelli e al capogruppo a Palazzo Madama Licheri per convincerlo a ritrattare lo strappo con Grillo.
L’esito non sembra essere stato particolarmente positivo: “Abbiamo bisogno di lasciare a Giuseppe qualche giorno di riflessione e poi dirà come sono andate le cose”, spiega Taverna durante la cena.
Ma la sensazione è che Conte potrebbe fare un passo indietro e lasciare il Movimento 5 Stelle già lunedì, indicendo una conferenza stampa per spiegare come sono andate le cose. La frattura sembra ormai insanabile, anche se veniva negata solo pochi giorni fa. Il nuovo statuto, a cui l’ex presidente del Consiglio sta lavorando da mesi, sarebbe stato centrale nella discussione.
Soprattutto per ciò che riguarda la linea sulla politica estera. Di confermato però non c’è nulla, sarà Conte a spiegare perché nell’arco di pochi mesi è arrivato a lasciare l’incarico (mai ufficializzato) di nuovo leader politico dei 5 Stelle.
(da Fanpage)
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Giugno 26th, 2021 Riccardo Fucile
“IO L’HO SEMPRE RISPETTATO”
«Ragazzi miei, se state convincendo Grillo a farmi una telefonata per chiedermi
scusa in privato, be’, sappiate che a me non basta. Non basta una telefonata per sanare quello che ha fatto e che ha detto. Se poi Beppe decidesse di farmi delle scuse pubbliche…».
A questo punto, siamo a metà pomeriggio, Giuseppe Conte si concede una pausa non si sa quanto studiata, lasciando che i puntini di sospensione della frase colpiscano nel segno i suoi interlocutori.
Il ministro Stefano Patuanelli, Paola Taverna e il capogruppo M5S al Senato Ettore Licheri hanno il volto immobile delle statue di sale, perché le raffiche dialettiche dell’ex presidente del Consiglio stanno cancellando uno dopo l’altro tutti gli spazi possibili di una mediazione con Beppe Grillo.
La mini-delegazione si era presentata a casa dell’ex premier dopo che le voci della rottura imminente avevano invaso i terminali delle agenzie di stampa per tutta la mattina; la vicepresidente del Senato, evidentemente convinta di trovarsi di fronte all’ennesima frattura non scomposta, uno strappo anche violento però rammendabile, all’ora di pranzo aveva giocato la carta della mozione degli affetti. «Giuseppe, sono Paola», aveva detto al telefono la senatrice Taverna. «Ti devo dire una cosa: sappi che io non posso rinunciare al Movimento Cinquestelle ma sappi che non posso rinunciare neanche a te. Possiamo venire a casa tua?».
Il Conte che il tridente pentastellato si ritrova davanti è un muro di gomma. «Non torno indietro», scandisce a più riprese. Cadono sul pavimento tutte le carte che gli ambasciatori avevano tenuto nel taschino, da una telefonata con Grillo da organizzare seduta stante a una gita organizzata a Marina di Bibbona, da una nuova assemblea coi gruppi a un rocambolesco ritorno del Garante nella Capitale; niente da fare su comunicati stampa, appelli pubblici, riunioni, inviti alla ragione. E quando si paventa l’ipotesi che Grillo si scusi in privato, l’avvocato chiude il sipario: «Se poi Beppe decidesse di farmi delle scuse pubbliche», pausa lunga, «mah… comunque non credo che la convivenza tra me e lui sia ancora possibile».
Il Movimento Cinquestelle rimane quindi aggrappato a un «comunque». L’unico spiraglio di trattativa, per evitare che il matrimonio politico tra l’eterno garante e il leader in pectore venga annullato prima ancora di essere stato consumato, è in quel centimetro quadro di terreno minato.
La condizione necessaria perché Conte non molli i M5S sono le scuse pubbliche di Grillo rispetto all’affondo di ieri l’altro; ma non è dato sapere se questa condizione sia sufficiente. Sulla diarchia che il garante ha voluto riportare nell’agenda del Movimento corredandola dalla celebre frase «non sono un cogl…e», l’ex presidente del Consiglio è pronto a salutare e a levare il disturbo.
Convinto di avere dalla sua l’intera ragione. «Le hai viste, no, le carte del nuovo statuto?», dice a Di Maio quando il ministro degli Esteri gli telefona per l’ennesima volta. «Là dentro c’erano i pieni poteri per me, come va dicendo in giro qualcuno? O un meccanismo di pesi e contrappesi, un rinnovamento vero, una strada per un Movimento in cui finalmente si sarebbe capito chi fa cosa, senza doppioni inutili?». Altra frase rivolta al passato, altro pessimo segnale.
Riavvolgendo il nastro alla prima mattina, c’è Conte ancora sotto choc che rivede le notizie sulla sortita di Grillo nella Capitale sui giornali e in tv. «Io l’ho sempre rispettato così come lui aveva rispettato me. Il Beppe di ieri (giovedì, ndr) non me lo sarei mai potuto immaginare», dice agli amici più stretti.
E ancora: «Io non mai chiesto nulla a nessuno. È stato lui, insieme a tutti gli altri, a chiedermi di fare il leader e di rinnovare il Movimento». A mezzogiorno, tanto per dire dell’accelerazione, il pacchetto di mischia contiano è già alla ricerca di una location che ospiti la conferenza stampa che l’ex presidente del Consiglio ha intenzione di organizzare entro lunedì o martedì, quella in cui la rottura — a meno di colpi di scena clamorosi — sarà formalizzata.
Si studiano varie ipotesi: teatri, centri congressi, sale spaziose. «E comunque non attaccherò personalmente Beppe», ragiona a voce alta l’avvocato come a fissare in testa i punti del discorso, dando ai suoi l’impressione di quella diffidenza che nelle storie d’amore è un segnale quasi definitivo, molto di più del rancore.
Poi però qualche traccia di rabbia rompe l’atmosfera segnata comunque da un drammatico aplomb. «Non perdonerò mai a Beppe quello che ha detto e che ha fatto. Non me lo sarei mai aspettato». Fuori c’è una temperatura ferragostana. Dentro un gelo polare che con l’aria condizionata di casa Conte ha poco a che vedere.
(da agenzie)
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Giugno 26th, 2021 Riccardo Fucile
IL PREMIER SCOPRE CHE IN EUROPA C’E’ CHI FA MEGLIO DI NOI
Andando avanti così non andrà tutto bene. Ieri il premier Mario Draghi ha dichiarato che con ogni probabilità in Europa non arriverà mai l’ok ai vaccini russo e cinese e dunque non si potrà fare affidamento su tali farmaci per accelerare nella campagna vaccinale.
Mentre la stessa Organizzazione mondiale della sanità specifica che contro la variante Delta sono necessarie due dosi di vaccino, dunque anche il richiamo, le vaccinazioni in Italia procedono però a rilento, mancano i medicinali e troppi sono i ritardi nel sequenziamento della mutazione indiana. Il piano dei migliori sembra insomma fare acqua da tutte le parti e la ripartenza così si fa sempre più difficile.
L’INTERVENTO
“La pandemia non è finita, va affrontata con determinazione e vigilanza”, ha affermato ieri il premier nel corso della conferenza stampa a Bruxelles al termine del vertice europeo (leggi l’articolo). Ha aggiunto che serve tenere alta la pressione sui tamponi, individuare lo sviluppo di nuove varianti e che per far ciò occorre sequenziare molto di più. Insomma ha sostenuto che è necessario fare proprio quello che al suo governo non sta riuscendo. E lo ha pure ammesso candidamente: “Dalla discussione è emerso che molti Paesi sequenziano molto più di noi”.
Altro dunque che cambio di passo con il bastone di comando passato dal commissario Domenico Arcuri al generale Francesco Paolo Figliuolo. “Abbiamo passato in rassegna i punti di incertezza degli ultimi mesi, forse occorre un rinforzo e una riforma dell’Ema”, ha aggiunto il Presidente del Consiglio, evidenziando che “sui vaccini la considerazione è stata che il vaccino russo Sputnik non è ancora riuscito ad ottenere, e forse non avrà mai, l’approvazione dell’Ema mentre il vaccino cinese, che non aveva mai fatto domanda e che comunque l’Ema non ha mai approvato, mostra di non essere adeguato, si veda l’esperienza in Cile, ad affrontare l’epidemia”.
Parlando infine del Regno Unito, ha dichiarato che l’Italia non vuole trovarsi nella situazione in cui è nuovamente piombata Londra e, soprattutto in autunno, quando riapriranno le scuole e i trasporti pubblici torneranno ad essere pieni, non vuole finire nella situazione dello scorso anno. “È passato un anno, avremo imparato anche qualcosa”, ha detto. Anche se il suo sembra più un auspicio.
IL QUADRO
L’Oms ha ribadito che la variante Delta è la più trasmissibile delle varianti individuate finora e si sta diffondendo rapidamente tra le popolazioni non vaccinate. Ma appunto in Italia la campagna vaccinale non decolla. Tanto che ieri l’assessore regionale alla sanità del Lazio, Domenico D’Amato, ha dichiarato che servono al Lazio 100mila dosi di vaccino Pfizer entro luglio, in quanto diversamente sarà necessario spostare le prenotazioni delle prime somministrazioni con Pfizer del periodo 11/15 luglio di una settimana, accumulando ulteriori ritardi. Nell’ultima settimana del resto per la prima volta sono in calo le vaccinazioni rispetto alla settimana precedente (-4,5%) e tutto a fronte di oltre 3 milioni di dosi ancora “in frigo”.
Uno stop causato dall’interruzione delle somministrazioni di AstraZeneca e Johnson&Johnson agli under 60. La Fondazione Gimbe ha poi manifestato preoccupazione per le forniture, segnalando che al 23 giugno risultano consegnate 50.320.824 dosi, pari solamente al 66% di quelle previste per il primo semestre 2021. E mercoledì il commissario Figliuolo ha annunciato per luglio un calo delle consegne di vaccini a mRna.
(da La Notizia)
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Giugno 26th, 2021 Riccardo Fucile
LICENZIAMENTI, SINDACATI IN PIAZZA
Nel giorno in cui i sindacati scendono in piazza per chiedere la proroga del blocco
dei licenziamenti, risuona nelle stanze del governo l’avvertimento della ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese: “C’è il rischio di una bomba sociale”, dice, ripetendo sostanzialmente un avviso già lanciato anche dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Chi intravede un’apertura a Cgil, Cisl e Uil, però, si sbaglia. Il premier Draghi, come noto, è contrario al prolungamento del divieto di licenziare, che per le imprese di dimensioni maggiori scadrà fra meno di una settimana, il 30 giugno.
Il Governo sembra orientato a concedere solo una proroga selettiva per i settori che sono ancora in sofferenza per la crisi economica provocata dalla pandemia di Covid-19. Si parla, in particolare, dell’industria tessile e del comparto calzaturiero.
Oggi, sabato 26 giugno, i sindacati scendono in piazza per chiedere invece di andare avanti con il blocco dei licenziamenti fino alla riforma degli ammortizzatori sociali a cui sta lavorando il ministro del Lavoro, Andrea Orlando.
Ieri a Genova, ha sfilato il corteo dei lavoratori dell’ex Ilva, che protestano contro la decisione unilaterale dell’azienda di ricorrere alla cassa integrazione ordinaria benché il settore dell’acciaio non sia in crisi.
La ministra Lamorgese avverte: “Occorre che ci siano le garanzie per i lavoratori come gli ammortizzatori sociali e la cassa integrazione, il rischio che dobbiamo evitare è quello che avevo paventato in passato, cioè della bomba sociale”.
(da agenzie)
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Giugno 26th, 2021 Riccardo Fucile
GUADAGNANO MILIONI, NON HANNO DI CORAGGIO DI DIRE COME LA PENSANO E DEVONO ASPETTARE COSA FARA’ L’AUSTRIA STASERA?
’Italia si inginocchierà o no oggi prima della partita con l’Austria valida per gli
ottavi di finale di Euro 2020? Ieri, 25 giugno, il capitano della Nazionale Leonardo Bonucci ha fatto sapere che gli azzurri non avevano ancora deciso cosa fare dopo il gesto individuale dei cinque giocatori prima di Italia-Galles.
Ma a quanto pare una decisione è stata presa: secondo quanto riportato dal Corriere della Sera e da la Repubblica, gli azzurri si inginocchieranno solo se lo faranno prima gli avversari. Ma c’è un problema: nessuna domanda o richiesta è stata inoltrata dall’Italia all’Uefa, che deve essere informata su eventuali gesti o manifestazioni di questo genere prima dell’inizio della gara. E non lo ha fatto nemmeno l’Austria.
L’Italia si inginocchia o no contro l’Austria?
Dalle discussioni precedenti era emersa la linea del no, perché la squadra non condivideva la forma di protesta del Black Lives Matter. E i cinque che l’hanno fatto prima della partita con il Galles (Belotti, Bernardeschi, Emerson Palmieri, Pessina e Toloi) non sono nella formazione che dovrebbe essere titolare stasera. A quanto pare nella riunione si è arrivati a una soluzione di compromesso: ovvero che la squadra si inginocchierà solo se a farlo sarà prima l’Austria. Per una forma di rispetto nei confronti degli avversari. Ma l’Austria cosa farà? La Federcalcio sostiene che gli avversari non hanno inoltrato nessuna domanda all’Uefa. Mentre David Alaba ieri è stato possibilista: «Inginocchiarci? Non è escluso che, se succede, qualcuno di noi lo possa fare. È un gesto che ha fatto il giro del mondo e che ha aiutato a sensibilizzare sul problema del razzismo ed è qualcosa di molto positivo».
Il rischio di uno stallo
La frase di Alaba era circolata in un primo momento in una forma più assertiva («Ci inginocchieremo contro l’Italia»), poi è stata rimodulata con una traduzione più fedele. Il Corriere della Sera ricorda oggi che all’Europeo gli austriaci non lo hanno mai fatto, mentre in amichevole contro l’Inghilterra a Middlesborough il 3 giugno hanno seguito il gesto degli inglesi. E per questo sono stati fischiati dal loro pubblico. Con tutta probabilità quindi stasera in campo prima della partita assisteremo a uno stallo messicano come quello dei film western, quando tutti hanno le pistole in mano e ciascuno attende l’altro prima di sparare. Ma il problema non si concluderà oggi. Perché in caso di passaggio del turno l’Italia dovrà affrontare la vincente dell’ottavo tra Belgio e Portogallo. E Lukaku e compagni, così come Inghilterra e Galles, si inginocchiano ad ogni partita.
«La squadra non ha chiesto di inginocchiarsi»
In ogni caso ieri sera una fonte dirigenziale della federazione ha fatto sapere all’agenzia di stampa Ansa che dalla squadra non è arrivata nessuna richiesta di inginocchiarsi. “Ma – ha fatto sapere la fonte – se troveremo nel prosieguo una squadra che ha questa volontà, il gruppo degli azzurri si unirà per solidarietà e sensibilità, pur mantenendo la convinzione che la lotta al razzismo vada combattuta in un altro modo”. La precisazione della fonte dirigenziale all’ANSA arriva dopo che nel pomeriggio Leonardo Bonucci aveva spiegato che la nazionale non aveva ancora deciso se inginocchiarsi domani, prima di Italia-Austria, e che ne avrebbe parlato in serata in albergo. Che la riunione di tutti i giocatori ci sia stata o no, l’assenza di una richiesta dei giocatori per la segnalazione all’Uefa lascia intendere che il gesto non sarà fatto di spontanea volontà da tutta la squadra, anche tenuto conto dell’analoga mancanza di richiesta da parte dell’Austria; ma il riferimento all’inginocchiamento in caso di gesto di un prossimo avversario – così come ha fatto la Scozia quando ha incontrato l’Inghilterra – è anch’esso segnale di una linea definita tra gli azzurri.
(da Open)
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