Giugno 20th, 2021 Riccardo Fucile
A UN MESE DAI GIOCHI RESTA FORTE IL PRESSING SUL RINVIO… CITTADINI, SCIENZIATI E SPONSOR PREOCCUPATI
A volere davvero le Olimpiadi di Tokyo sembrerebbe esser rimasto il solo primo ministro Yoshihide Suga.
D’altronde, era stata la sua prima promessa davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite, a settembre scorso, appena subentrato al dimissionario Shinzō Abe. Quella dei Giochi Olimpici altro non sarà che la prova di come “l’umanità ha sconfitto la pandemia”, una manifestazione “sicura e protetta”, aveva rassicurato allora Suga.
Resta però fortissimo, a circa un mese dalla cerimonia di inaugurazione, il pressing per un rinvio della manifestazione: la preoccupazione coinvolge cittadini, scienziati, atleti e perfino sponsor. Ma il Giappone non può permettersi economicamente di annullare la manifestazione, già rinviata lo scorso anno.
L’obiettivo principale di questi mesi per il primo ministro Suga è stato quello di arrivare pronti al 23 luglio, giorno di apertura dei Giochi, in un clima di normalità o quasi.
A partire da oggi, in Giappone, non a caso, l’allerta massima verrà revocata in nove prefetture mentre per le altre avverrà in maniera graduale nelle prossime settimane. C’è da dire che probabilmente le Olimpiadi si sarebbero svolte a prescindere, anche con la proroga dello stato di emergenza, stando a sentire il vicepresidente del Comitato Olimpico Internazionale John Coates, durante i suoi giorni di reclusione forzata per via della quarantena.
A Tokyo, città organizzatrice, le misure anti Covid rimarranno per ulteriori venti giorni e così anche per altre aree urbane. In particolare, le limitazioni rimarranno per bar e ristoranti che potranno vendere alcolici fino alle 19 e chiudere al massimo un’ora dopo. Al di là della normale conferma arrivata dal governo riguardo la presa di immediate “misure più forti” nel caso in cui fosse rilevata una ripresa della circolazione virale, la decisione lascia intendere come l’isola stia uscendo dalla morsa del Covid-19, tornato a valanga nell’ultimo periodo.
Rispetto a quindici giorni fa, i casi sono scesi del 48% con una media giornaliera di poco superiore alle 1.600 unità. La campagna vaccinale, poi, sembrerebbe aver finalmente ingranato la giusta marcia dopo le critiche iniziali che erano state rivolte al governo, specie quando è stato annunciato l’invio di 1,24 milioni di dosi alla vicina Taiwan: era inizio giugno e degli oltre 126 milioni di giapponesi, di cui quasi un terzo over65, solo il 3% aveva concluso il ciclo di vaccinazione. Ora molto è cambiato eppure Suga si trova di fronte a una situazione tutt’altro che facile da gestire.
La paura di poter ripiombare nell’incubo emergenziale è talmente forte che l’ostacolo maggiore arriva non solo dall’opposizione politica – con il leader della coalizione di minoranza Yukio Edano convinto che l’evento possa causare un nuovo picco nei contagi – ma anche dalla popolazione stessa. A spaventare sono per lo più le circa 100mila persone, tra atleti e addetti, che prenderanno parte alle Olimpiadi – sembrerebbe che i volontari che hanno preferito rinunciare ammontino a circa 10mila. Per questo, è stata recapitata agli organizzatori una petizione online con annesse 350mila firme con cui si è provato a chiedere l’annullamento dell’evento, mentre circa cento manifestanti hanno espresso il loro malcontento di fronte allo stadio di Tokyo, dove era in corso un evento di prova.
Dimostrazioni che appaiono figlie di una preoccupazione generale, confermata dalle prese di posizione di moltissimi scienziati, dal sondaggio in base al quale per il 43% della popolazione la manifestazione sportiva andrebbe del tutto cancellata mentre per il 40% posticipata nuovamente, e da un editoriale di Asahi Shimbun in cui il quotidiano si è schierato esplicitamente contro lo svolgimento dei Giochi chiedendo al Governo di rinviarli.
Le Olimpiadi si faranno e apre oggi il villaggio olimpico ai media. Gli organizzatori mostrano la “clinica per la febbre” e il kit antivirus, alcune delle soluzioni pensate per contrastare la minaccia del Covid. In tutta l’area, che può ospitare 18mila atleti e persone dello staff, sono stati collocati cartelli con avvertenze.
La “clinica della febbre”, separata dalla struttura medica principale, servirà per i test e per l’isolamento delle persone sospettate di positività. “Se c’è il sospetto di infezione dovremo essere in grado di isolare adeguatamente questa persona”, ha affermato Takashi Kitajima, direttore generale del Villaggio Olimpico. “Questo è solo un altro esempio di come affrontiamo rigorosamente le questioni relative a possibili infezioni da Covid”, ha affermato, soffermandosi sul rigore dei controlli proprio per rassicurare tutti. Tra le altre misure annunciate, la riduzione del numero dei posti a sedere per i pasti, l’installazione di plexiglass tra gli attrezzi della palestra, la distribuzione di un kit anti-Covid per igienizzare.
Agli atleti sarà vietato andare in qualsiasi luogo diverso da questo sito e dai luoghi di allenamento e competizione. Gli atleti saranno sottoposti a test giornalieri e dovranno indossare le mascherine, tranne durante le gare, i pasti e il sonno. Possono entrare nel Villaggio Olimpico solo poco prima dei loro eventi e devono lasciarlo entro 48 ore dalla loro eliminazione o dalla fine della loro competizione.
E le condizioni non saranno lussuose, con stanze singole di 9 metri quadri e doppie di 12 metri quadri. Secondo i funzionari olimpici, la maggior parte delle persone che soggiornano nel villaggio sarà vaccinata, il che dovrebbe ridurre i rischi, ma i partecipanti saranno avvertiti di una possibile esclusione se infrangono le regole. Come segno delle sfide future, un membro della delegazione olimpica ugandese, arrivato sabato in Giappone, è risultato positivo e subito isolato, nonostante fosse stato vaccinato e risultato negativo prima del viaggio.
Senza precedenti nella storia olimpica, gli spettatori stranieri sono stati banditi dai Giochi e lunedì è attesa una decisione sugli spettatori locali. Si dovrebbe optare per una capienza massima del 50% delle strutture o, più probabile, di 10 mila spettatori tutti esclusivamente locali. Fosse per Shigeru Omi, infettivologo e consulente di riferimento del Governo per la pandemia, “sarebbe preferibile” disputare le gare direttamente a porte chiuse, portando così quasi a zero il rischio di contagio. Ma qui sorge il secondo, enorme, ostacolo davanti al primo ministro Suga.
Stadi vuoti significherebbe subire un danno di immagine ed economico molto elevato, tanto che alcuni dei 47 sponsor delle Olimpiadi sarebbero più felici se i Giochi non si svolgessero proprio.
Come racconta il Financial Times, forse per la prima volta nella storia della competizione le aziende partner hanno chiesto ai loro esperti di valutare l’impatto (negativo) che questa potrebbe avere.
C’è chi studia addirittura due piani, uno principale e uno di rimedio, basati sulle considerazioni degli spettatori, se positive o meno riguardo la buona riuscita dell’evento. Un esempio in questo senso viene proprio da un’azienda sportiva giapponese presente in tutto il mondo come la Asics, che nei suoi spot tende a mostrare i cinque cerchi olimpici con molta cautela. Per il 64% delle 9.163 aziende interrogate dalla Tokyo Shoko Research sulla questione sarebbe auspicabile un rinvio o perfino una cancellazione dei Giochi.
A febbraio erano poco più di una su due (56%), quando a sostenere la messa in scena era il 43,8% contro il 35,9% attuale. Insomma, i tempi in cui “tutte le aziende appoggiano la candidatura di Tokyo”, come aveva dichiarato qualche anno fa il presidente della Toyota, Fujio Cho, sembrano essere lontani.
Nel mezzo c’è stato un evento eccezionale e adesso il timore principale che scoraggia le imprese, neanche a dirlo, è l’Olimpiade del Covid. Un eventuale annullamento dei Giochi, oltre a sentenziare l’impossibilità per Tokyo di poterli ospitare nuovamente e l’improbabile (ma neanche esclusa) citazione in giudizio da parte del Cio, avrebbe delle inevitabili ripercussioni economiche.
Per prepararsi all’evento, il Giappone ha speso una cifra come 17 miliardi di dollari che, secondo alcune fonti, rappresenterebbero solamente la metà di quelli effettivamente tirati fuori. E il danno economico non sarebbe niente se paragonato a un nuovo stato di emergenza causato da una crescita dei casi, ha avvertito il Nomura Research Institute, stimando la perdita tra i 16 e i 27 miliardi di dollari. In un anno in cui il PIL giapponese ha ricominciato faticosamente a salire, gli sforzi verrebbero vanificati di fronte a una decisione di annullare le Olimpiadi all’ultimo momento. Tradotto in numeri: se la crescita del Pil stimata da Bloomberg per il 2021 è dell’1,7%, senza i Giochi olimpici si attesterebbe allo 0,6%. Non sorriderebbe di certo neanche il colosso di marketing Dentsu che, dopo essersi accaparrato l’esclusiva delle Olimpiadi e su cui sono stati sollevati dubbi in merito alla trasparenza dell’operazione, vedrebbe sfumare gli oltre 3 miliardi dollari raccolti dagli sponsor.
La stessa cifra, forse anche qualcosa in più, la perderebbe il Cio. Insomma, della grande festa organizzata rimarrebbero solamente i soldi, tanti, spesi.
Oltre a un generale senso di colpa. La Tokyo Medical Practitioner’s Association con una lettera si è espressa duramente, dicendo che il Giappone, e quindi il Governo che lo rappresenta, “avrà la massima responsabilità” se un aumento dei casi sarà direttamente collegato alle Olimpiadi.
Neanche la scienza quindi si schiera dalla parte di Suga che ad aprile è stato esortato dal suo consigliere per l’emergenza sanitaria, professore dell’Università di Kyoto Hiroshi Nishiura, a rinviare di altri dodici mesi il massimo evento sportivo. Un appello simile gli è stato rivolto anche da seimila medici di base.
Perfino gli atleti, che si preparano da cinque anni al più grande evento della loro carriera e che vivranno la competizione in una bolla, essendo la stragrande maggioranza di loro vaccinati e impossibilitati ad avere contatti con l’esterno, sono pronti a compiere un passo indietro se la situazione lo richiedesse. La tennista numero due al mondo, nonché atleta di casa, Naomi Ōsaka, pur avendo aspettato una carriera intera per disputare le Olimpiadi di fronte al suo pubblico, ha chiesto che la decisione venga presa dopo un’attenta discussione.
Quel confronto c’è stato a maggio, in un periodo di grande tensione per il crescere dei contagi, quando di fronte alla commissione parlamentare il primo ministro ha affermato di non aver “mai messo le Olimpiadi al primo posto” e che, quindi, non avrebbe dato il suo assenso in caso di un continuo dilagare della pandemia.
“La mia priorità”, aveva sottolineato un mese e mezzo fa, “è stata quella di proteggere la vita e la salute della popolazione giapponese. Dobbiamo prima prevenire la diffusione del virus”. E in parte così è stato, tanto che dopo esser usciti dalla quarta ondata il via libera all’inizio dei Giochi per Suga può essere dato. Perché quella delle Olimpiadi rappresenta una sfida politica non di poco conto per lui, un vero e proprio appello da non saltare per la stabilità del suo governo
Dal successo dei Giochi – di cui si è parlato anche al G7, con il presidente Joe Biden che ha rincuorato il primo ministro giapponese concedendo il suo endorsement a patto che vengano prese tutte le misure precauzionali necessarie – passa la sua conferma alla guida del Partito liberaldemocratico, atteso entro ottobre dalle prossime elezioni in cui Suga parte non certo con il vento a favore.
A inizio anno, la popolarità del primo ministro era passata dal 64% di settembre al 35%, con un grado di disapprovazione nei suoi confronti vicino al 50%. Un sentimento ostile che è continuato a insidiarsi all’interno dell’elettorato nel corso dei mesi, fino al minimo storico registrato nell’ultimo periodo, e che non gli permette di poter sciogliere il Parlamento e andare ai seggi con la forza necessaria. La buona riuscita di Tokyo 2020, seppur con (almeno) un anno di ritardo, rappresenta sì il banco di prova per dimostrare che “l’umanità ha sconfitto la pandemia”, ma anche che il primo ministro Yoshihide Suga ha vinto la sua sfida interna al Giappone. E, al momento, sembrerebbe l’unico a crederci
(da Huffingotinpost)
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Giugno 20th, 2021 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO SHOCK DI SAVE THE CHILDREN
Si spostano a piedi, nascosti sotto i camion o sui treni, trasportati in macchina in
autostrada dai passeur, attraversano boschi e montagne pericolose come il Passo della morte tra Italia e Francia, spesso di notte, per superare confini blindati, vengono respinti una, due, dieci, venti volte, in modo spesso brutale e illegale, nonostante abbiano meno di 18 anni, anche tra Paesi Membri dell’Ue. Ma non si arrendono.
Sono tanti i racconti dei minori stranieri non accompagnati, a volte poco più che bambini, che parlano delle atrocità subite o a cui hanno dovuto assistere, soprattutto lungo la rotta balcanica: ragazzi che raccontano di essere stati derubati, picchiati, denudati in Croazia, detenuti e sottoposti a violenze in Bulgaria.
Queste testimonianze sono state raccolte da Save the Children – l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro – nel suo nuovo rapporto “Nascosti in piena vista. Minori migranti in viaggio (attra)verso l’Europa”, a cura del giornalista Daniele Biella, accompagnato sul campo dal fotoreporter Alessio Romenzi.
In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, il Rapporto lancia un allarme sui moltissimi minori soli che si muovono come fossero fantasmi.
“Ogni giorno e ogni notte attraversano i confini degli stati membri dell’Unione Europea, Premio Nobel per la pace, che continua a chiudere gli occhi di fronte alle violenze che i migranti sono costretti a subire” afferma Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.
Minorenni invisibili che sono continuamente esposti al rischio di incidenti, traffico di esseri umani, violenze psicologiche e fisiche, anche per mano istituzionale. Una volta arrivati in Italia, minori e famiglie continuano a essere vittime di respingimenti alle frontiere interne, che in particolare per i minori soli sono illegali.
Solo nel mese di aprile sono stati 107 i minori stranieri non accompagnati che hanno fatto ingresso in Italia dalla rotta balcanica intercettati e accolti nel sistema di protezione italiano.
La punta di un iceberg ben più consistente. Sempre ad aprile, 24 di loro hanno invece lasciato volontariamente le strutture di accoglienza del Friuli Venezia Giulia per raggiungere la frontiera ovest italiana, al confine con la Francia, a Ventimiglia o a Oulx. E ancora 24 sono le segnalazioni di respingimenti da parte della polizia di frontiera francese.
La voce di questi ragazzi coraggiosi ma ‘invisibili’ è stata raccolta da un team di ricerca di Save the Children per fare luce su una rotta delicata e complessa, due mesi trascorsi tra Oulx, Ventimiglia, Udine e Trieste, ripercorrendo le tracce di minori e famiglie nei luoghi di passaggio formali e informali, lungo i sentieri di montagna in entrata dalla Slovenia e in uscita verso la Francia, ascoltando le loro voci, così come quelle delle persone e organizzazioni della società civile che li stanno aiutando, oltre alle istituzioni territoriali che hanno competenza lungo quelle frontiere.
Il rapporto “Nascosti in piena vista. Minori migranti in viaggio (attra)verso l’Europa” sintetizza un lavoro sul campo che vuole gettare luce su ciò che quotidianamente accade alla Frontiera Nord d’Italia, interessata da un passaggio continuo di minorenni stranieri non accompagnati, che entrano ogni giorno in Friuli-Venezia Giulia, tra Trieste e Udine, dove arrivano a piedi dalle montagne carsiche o lasciati nelle strade di provincia da passeur senza scrupoli. Da qui o dalle regioni meridionali dove sbarcano, una decina di minori non accompagnati raggiungono inoltre ogni giorno Ventimiglia, in Liguria.
A Oulx, sempre sul confine italo-francese, ogni giorno sono almeno tre/quattro i minori soli ad approdare a un rifugio che li accoglie dopo i traumi e le fatiche del loro viaggio.
I minorenni non accompagnati sono in gran parte maschi, ma non mancano i casi di ragazze in viaggio da sole, in particolare da Paesi dell’Africa Occidentale. Il rischio di tratta e sfruttamento è concreto: in mancanza di vie legali e sicure gli e le adolescenti sono esposti a grandi rischi, ad attraversare pericolosi sentieri di montagna di notte, a vivere di stenti, a fidarsi dei passeur e di chiunque prometta loro un aiuto per l’attraversamento dei confini.
Tutto questo avviene quasi alla luce del sole. Ma solo per chi lo vuole vedere. Le frontiere sono ancora più chiuse dallo scoppio della pandemia e la libera circolazione del trattato di Schengen sembra il ricordo di un passato lontano.
In Francia, a Mentone, i minori soli – come riferiscono gli attori locali e gli stessi minori intervistati – oltre a venire rinchiusi in container alla stregua degli adulti, si vedono la propria data di nascita cambiata per risultare maggiorenni e quindi respingibili verso Ventimiglia, mentre tra la cittadina italiana di Claviere e la francese Monginevro, come denunciano gli operatori, se trovi il “poliziotto buono” sei accolto e tutelato, altrimenti vieni considerato maggiorenne e devi tornare da dove sei partito qualche ora prima.
A Trieste, fino a pochi mesi fa le forze di polizia italiane seguivano una prassi non meno preoccupante verso chi arrivava dalla Slovenia, la quale prevedeva che, in assenza di dubbi della polizia sull’età adulta, si potesse prescindere dall’eventuale dichiarazione di minore età – non applicando quindi le garanzie, anche giurisdizionali, previste per l’accertamento dell’età dalla L.47/2017 (Legge Zampa) – con il risultato che l’Accordo italo-sloveno che prevede la possibilità di riammettere i migranti sul territorio sloveno in maniera informale rischiava di essere applicato anche ai minorenni. Oggi le riammissioni verso questo Paese sono sospese, ma durante una recente audizione in Parlamento, il Prefetto di Trieste ha annunciato che potrebbero riprendere.
“Non si può più dire “non sapevamo”. E soprattutto è necessario cambiare rotta subito: gli Stati membri dell’Unione Europea potrebbero gestire virtuosamente questi flussi di minori vulnerabili. Non solo in nome della solidarietà, che è un valore fondante, ma anche per cogliere l’opportunità di rendere parte attiva della società tutti questi ragazzi determinati a costruirsi un futuro.
La Commissione europea si deve impegnare per arrivare a una Raccomandazione agli Stati Membri o ad altro atto di rango europeo che richieda di adottare e applicare politiche volte ad assicurare la piena protezione dei minori non accompagnati ai confini esterni e interni dell’Europa e sui territori interni e a promuovere il loro benessere e sviluppo, anche mediante strategie tese all’inclusione scolastica e formativa.
Inoltre, a livello italiano, è necessario emanare i decreti attuativi della L. 47, che tutelano i minori stranieri non accompagnati, e gli stanziamenti destinati dalla Legge di Bilancio ai Comuni transfrontalieri dovrebbero essere in parte vincolati all’attivazione di progetti di assistenza umanitaria” aggiunge Raffaela Milano.
A fine aprile 2021 erano 6.633 le ragazze e i ragazzi stranieri non accompagnati censiti sul territorio italiano; nello stesso mese in 302 si sono allontanati dalle strutture di accoglienza.
Sempre ad aprile 2021 gli ingressi registrati in Italia sono stati 453, di cui 149 da sbarchi. Gli altri 304 sono invece stati rintracciati sul territorio, probabilmente passati dalla Rotta Balcanica a piedi o con i camion. Questo i dati ufficiali anche se, secondo stime degli operatori, il numero complessivo potrebbe essere molto più alto.
Trieste, Udine e la Rotta balcanica
Nel 2020 sono state effettuate verso la Slovenia 301 riammissioni dalla provincia di Gorizia e 1000 dalla provincia di Trieste. Tra queste, potrebbero esserci diversi minori, considerato che in quel periodo erano in vigore due direttive della Procura che lasciavano all’agente di polizia in frontiera la possibilità di considerare il ragazzo maggiorenne senza applicare gli accertamenti e le garanzie anche giurisdizionali previsti dalla legge Zampa.
Tali riammissioni, che avvenivano se la persona veniva trovata in un raggio di 10 chilometri dal confine o comunque nelle 24 ore seguenti all’arrivo, hanno determinato, a cominciare dalla primavera-estate 2020, un cambiamento del flusso in entrata in Friuli Venezia Giulia: i passeur hanno iniziato a portare gruppi di persone migranti più a nord e nell’entroterra, nei dintorni di Udine. Da allora quella zona è molto coinvolta negli arrivi. Il 19 maggio 2021 il team di Save the Children ha constatato l’arrivo di più di 100 persone solo nella notte precedente. In tutto il Friuli Venezia Giulia gli arrivi sono in crescita, nei primi quattro mesi del 2021 si registra un aumento dei flussi già del 20% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Spesso però i minorenni soli, in particolare gli afghani e i pakistani, si allontanano dalle strutture per proseguire il loro viaggio, quasi tutti dopo poco tempo.
Negli ultimi tempi si registra un aumento dei traumi psicologici di alcuni minori, in prevalenza pakistani. Che questi traumi possano essere legati alle esperienze subite lungo la rotta balcanica, lo dimostrano diversi racconti tra cui quello di Abdel, neomaggiorenne arrivato l’anno scorso in Italia, ora in prosieguo amministrativo in comunità: “Sogno spesso le violenze della polizia nei boschi della Croazia. Una volta ci hanno fatto camminare senza sosta in salita per ore, continuando a darci percosse, un poliziotto si divertiva a farlo, gli altri gli dicevano di smetterla ma lui andava avanti. Un’altra volta ci hanno denudato e gettato in un fiume gelido, con le rocce che spuntavano dall’acqua. Una volta invece la polizia è arrivata, i piedi erano feriti e non siamo riusciti a scappare, avevano i cani. Uno di noi è stato bastonato dalla polizia alla testa ed è morto sul colpo. È morto e l’hanno preso e buttato nel fiume, il suo corpo non l’abbiamo ritrovato”.
Abdel, superato l’incubo della rotta, ha scelto di restare in Italia e ora ha il sogno di aprire un ristorante. Lui ha un tutore volontario che lo segue, ma è uno dei pochi. In Friuli Venezia Giulia, seconda regione per presenza di minori stranieri accolti dopo la Sicilia, è infatti molto bassa la presenza di tutori volontari.
Abdel è uno dei tanti che parla del game, come i ragazzi lo chiamano, il crudele “gioco” degli attraversamenti tra le frontiere balcaniche, le settimane di cammino e mesi di attesa, preoccupazione, paura fino a quando sbucano dai boschi della Slovenia a Trieste, nel paesino di Dolina, lungo la ciclabile della Val Rosarno, a Basovizza, o nella miriade di altri luoghi del Carso lungo i 232 chilometri di confine con l’Italia.
Spesso sono respinti più volte ai confini esterni dell’Unione Europea, come quello croato-bosniaco, anche più di 20 volte brutalmente, oppure con respingimenti a catena su più confini: solo ad aprile 2021, ci sono stati 1.216 respingimenti tra Croazia e Bosnia, di cui 170 a catena dalla Slovenia, 5 a catena tra Italia, Slovenia e Croazia e 1 tra Austria, Slovenia e Croazia.
Per quanto riguarda i minorenni soli, l’ufficio locale Save The Children dei Balcani Nord Occidentali ha raccolto le testimonianze di ben 84 di loro (quasi tutti afgani e pakistani), in tre zone al confine bosniaco. Il quadro che ne emerge è drammatico: almeno 7 a testa (ma alcuni di loro erano arrivati a quota 15) i respingimenti da parte delle autorità croate, per un totale di 451 tentativi di attraversamento della frontiera.
“Dall’inizio della crisi migratoria del 2015 abbiamo garantito un supporto urgente ai più vulnerabili, in particolare famiglie con bambini e minori non accompagnati, soprattutto in Grecia e Serbia” spiega Dubravka Vranjanac, Emergency Response Team Leader di Save the Children per la Bosnia Erzegovina. “Ma dal 2018, con il deterioramento della situazione umanitaria, abbiamo avviato una presenza anche in Bosnia Erzegovina: ogni giorno ci sono da mettere in campo servizi di assistenza, di protezione dei minori, di formazione degli operatori coinvolti e di attività educative.
Allo stesso tempo, svolgiamo un’intensa attività di advocacy per assicurarci che i bisogni dei minori siano la priorità nell’emergenza”.
Dato che il flusso lungo la rotta balcanica non accennava a diminuire, Save the Children ha attivato nel 2017 anche il Balkans Migration and Displacement Hub (BMDH) che monitora la situazione delle persone lungo il cammino, raccogliendo testimonianze e dati utili per affrontare il fenomeno su larga scala. L’Hub si occupa di monitorare e analizzare le dinamiche e i flussi in Grecia, Macedonia, Serbia, Bosnia, Kosovo, Albania e Romania.
Gyasi ha 17 anni, è nato in Ciad e ha una gamba ferita da una pallottola sparatagli da un poliziotto libico quando è scappato dal centro di detenzione. Un mese prima era sopravvissuto dopo tre giorni in mare su un gommone con il motore in panne, era stato recuperato dalla Guardia costiera libica e ricondotto nel centro di detenzione in cui aveva passato i successivi 20 mesi. Una volta ripartito, è arrivato in Sicilia e dopo la quarantena a Ventimiglia.
Il team di Save the Children lo incontra dopo una notte passata in un container, con decine di persone migranti, adulti e bambini, al posto di polizia di frontiera francese di Mentone, al confine con l’Italia, dove era stato chiuso dopo il respingimento alla frontiera, assieme al suo compagno di viaggio del Sudan anch’esso minorenne: “Ho dichiarato la mia data di nascita, 2004, quella con cui sono stato registrato allo sbarco in Sicilia. Ma non mi hanno creduto e mi hanno riportato in Italia scrivendo sul refus d’entrée una data che mi fa risultare maggiorenne”.
Altri minori denunciano la stessa prassi, respinti come maggiorenni oppure per la mancanza di tampone molecolare anti-Covid o del possesso dell’importo minimo di soldi per soggiornare in Francia.
Dal 2015 la Francia ha ristabilito i controlli alle frontiere dell’UE, giustificandoli con il rischio di infiltrazioni terroristiche. E da allora i numeri dei respingimenti sono esplosi: i 50mila respinti del 2017 sono il dato peggiore, mentre dal confronto tra i 15mila del 2019 e i 22mila del 2020 emerge che il Covid-19 non ha fermato l’esodo. Nel solo aprile 2021 sono state 18 le segnalazioni di minori non accompagnati respinti. Ma sono dati parziali, perché non riguardano tutti i passaggi di frontiera.
Le nazionalità più diffuse nel primo semestre del 2021 sono Costa d’Avorio, Eritrea, Sudan, Mali, Nigeria e altri Stati dell’Africa Occidentale per quanto riguarda gli arrivi di singoli e famiglie dalla Frontiera Sud e, in minor misura, pakistani, afghani e iraniani che non sono riusciti a passare in Francia dalla frontiera piemontese di Oulx/Claviere, o che hanno scelto la via della costa considerando le montagne troppo pericolose. Da Costa d’Avorio ed Eritrea si segnala il passaggio di ragazze sole o con accompagnatori molto più grandi, sintomo di una probabile tratta.
Save the Children, che a Ventimiglia ha attivato un Child Friendly Space in partenariato con la Caritas Intemelia, ha approntato in collaborazione con Diaconia Valdese anche uno spazio emergenziale per i minori soli che chiedono un ricovero notturno, un luogo dove ridurre il rischio di una notte trascorsa in strada e dove poter approfondire informazioni e dettagli circa i pericoli di un attraversamento del confine e sulle opportunità che il sistema di protezione italiano garantisce loro. Inoltre, nell’ambito dell’intervento di protezione in loco, Save the Children e UNICEF, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, hanno unito le proprie forze per dare una risposta immediata ai bisogni essenziali di bambini e adolescenti, delle loro famiglie e delle donne sole in arrivo e in transito.
Tra gli interventi: primo soccorso psicologico, informazioni sui loro diritti, nonché sui servizi e sulle opportunità disponibili, una valutazione tempestiva delle potenziali vulnerabilità e problemi di protezione specifici, tra cui quelli connessi alla violenza di genere, e con la distribuzione di kit contenenti materiali utili per il viaggio e l’igiene personale. Nel 2020 sono stati 45 i minori rintracciati, 21 nei primi 3 mesi del 2021, tutti collocati in accoglienza. Molti anche i nuclei familiari che passano arrivando sia dalla Rotta balcanica sia dall’Africa Occidentale e quindi dal Sud Italia.
Ancora respingimenti, anche di famiglie intere. È il caso di quella incontrata al rifugio Massi, nei pressi della stazione di Oulx, alta Valle di Susa. Una famiglia irachena con un bimbo di due anni e una di 10 anni, cardiopatica, è stata respinta dalla polizia francese la notte precedente mentre stava provando a passare il confine sulle montagne. La sera dopo si è rimessa in viaggio, di nuovo verso le montagne attorno al colle del Monginevro. A due anni dalla partenza dall’Iraq, dopo avere attraversato a piedi tutti i boschi dei Balcani.
Vengono dall’Iraq ma anche dall’Iran, Afghanistan, Pakistan, addirittura qualcuna dal Nepal. Sono determinatissime, non tornano indietro, né si fermano, vogliono arrivare alla meta prescelta. Fino a poco più di un anno fa non era così, si vedevano molti meno bambini. Spesso vengono rimandati indietro dalla Paf, la polizia di frontiera francese. Dal rifugio al buio si mettono in cammino per provare a passare il confine senza essere bloccati, più in alto si va sulla montagna, minore è il rischio di essere intercettati dalla polizia francese, ma aumenta quello dell’ipotermia.
Tra aprile e maggio, nei due mesi di monitoraggio di questa ricerca, sono state almeno due al giorno le famiglie passate dal rifugio, quasi tutte con almeno due figli, per un totale minimo di 60 nuclei al mese, ovvero almeno 240 persone. In passato poteva accadere che la polizia francese scaricasse le persone sul bordo della strada.
Un episodio legato all’abbandono di minori non accompagnati fece scalpore e dopo le proteste del governo italiano la prassi è cambiata. Ora la polizia francese quando intercetta le persone sui sentieri chiama il Commissariato di Bardonecchia senza rilasciare alcun documento, con il risultato che il respingimento non può essere impugnato dagli avvocati francesi, in particolare quando a essere respinto è chi invece avrebbe diritto all’accoglienza, come un minore non accompagnato.
Le proposte di riforma del sistema di asilo e migrazione europeo non riescono ad affrontare le peggiori, e molto diffuse, conseguenze delle attuali norme, compresa la creazione di strozzature in prossimità delle frontiere esterne dell’UE e i movimenti secondari, che coinvolgono anche i minori. “Le istituzioni europee hanno ora l’occasione di cambiare questa situazione, basandosi sul lavoro svolto in modo efficiente dal Parlamento europeo e dalla Commissione durante la scorsa legislatura, per evitare sofferenze ai minori e rischi di tratta e sfruttamento all’interno dell’UE e in particolare ai suoi confini interni” dice Raffaela Milano.
Sono molteplici le storie raccolte, la maggior parte di coraggio e sofferenze, e molti soprusi rimangono impuniti: “Hanno preso i soldi da ogni famiglia. Hanno picchiato anche noi. Tenevano dei bastoni di plastica. Ci hanno colpito con quelli”, ci racconta Zalmai, che viene dall’Afghanistan, da dove è venuto via con la moglie tagika Jamila, sua coetanea e due figlie che ora hanno 6 e 4 anni.
Dopo l’esperienza nel campo di Moria sull’isola di Lesbo, Jamila prende i tranquillanti e anche le bambine, soprattutto la più piccola, manifestano problemi psicologici: “A volte urla e si dimena per diversi minuti, incontrollabile, senza un apparente motivo scatenante” afferma la mamma. “Sapete che gioco fanno ogni tanto? Quello del poliziotto che picchia il migrante. Purtroppo hanno visto quando la polizia croata ci ha malmenato, e non se lo dimenticano”, spiega a voce bassa il padre.
Le indegne esperienze traumatiche vissute dai bambini in questi viaggi si affiancano a un altro aspetto rilevato dal team: la forza di questi ragazzi e bambini e il ruolo di portavoce della famiglia. Parlano più lingue, usano smartphone e tecnologia, si orientano bene e capiscono al volo chi può essere più utile.
“Le testimonianze dei tanti minori soli incontrati ai confini Nord del Paese impongono un immediato intervento per garantire protezione e accoglienza nel rispetto dei fondamentali diritti di ogni minore in Europa. E’ altrettanto urgente attivare un monitoraggio efficace e indipendente delle frontiere, anche al fine di garantire una presa in carico delle persone più vulnerabili da parte delle organizzazioni di tutela. Questo anche per contrastare i gravissimi fenomeni di sfruttamento e di traffico di esseri umani. Chiediamo con forza che il Consiglio europeo del 24 e 25 giugno, che ha già la crisi migratoria tra i temi all’ordine del giorno, affronti con determinazione questo tema, mettendo al centro la tutela dei diritti dei minori”, conclude Raffaela Milano.
(da TPI)
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Giugno 20th, 2021 Riccardo Fucile
“OTTANTA MILIONI DI PERSONE IN FUGA FANNO APPELLO AI NOSTRI DOVERI”
“Il diritto internazionale prevede protezione per coloro che sono costretti ad abbandonare la propria casa e il proprio Paese in ragione di conflitti, persecuzioni, condizioni climatiche, calamità naturali e carestie. Oltre 80 milioni di persone sono in fuga, secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite che, ad oggi, si trova a proteggere quasi 100 milioni di individui. La Giornata odierna impone una riflessione per rendere effettivo l’esercizio di questa responsabilità internazionale”.
Lo afferma il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato.
“Storie individuali e di popoli, anche geograficamente vicini, fanno appello al nostro senso di solidarietà, ancorato ad alti doveri morali e giuridici”, aggiunge il Capo dello Stato.
“La protezione della vita umana, il salvataggio dei profughi, il sostegno ai sofferenti nelle crisi umanitarie, l’accoglienza dei più vulnerabili, sono impegni cui la Repubblica Italiana, in collaborazione con l’Unione Europea e le organizzazioni internazionali, non si è mai sottratta, anche nei tempi recenti segnati dalla pandemia”, sottolinea ancora Mattarella che rivolge “un sentito ringraziamento alle donne e agli uomini delle varie amministrazioni che, con dedizione e spirito di servizio, assicurano quotidianamente l’operatività della protezione internazionale”.
Il presidente ricorda inoltre “la generosità con cui privati cittadini, organizzazioni della società civile e istituzioni religiose si prodigano nel nostro Paese per assistere i rifugiati, anche promuovendo esperienze innovative quali i corridoi umanitari, significativo esempio in materia di accoglienza a livello europeo”.
(da Huffingtonpost)
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Giugno 20th, 2021 Riccardo Fucile
UN MESSAGGIO PER ORBAN IN SEGNO DI PROTESTA CONTRO LE NUOVE LEGGI LIBERTICIDE DEL RAZZISTA MAGIARO
Questa settimana, il parlamento ungherese ha approvato una legge che limita la
condivisione di contenuti che trattano l’omosessualità e la transessualità in presenza di minori di 18 anni. Una vittoria per il premier conservatore Viktor Orbàn.
In tutta risposta, dalla Germania e sul palcoscenico internazionale di Euro 2020, viene lanciata un’iniziativa per protestare contro le norme reazionarie introdotto da Budapest.
Il consiglio comunale di Monaco ha chiesto che l’Allianz Arena, in occasione dell’ultimo match del Gruppo F tra Germania e Ungheria del prossimo mercoledì, sia colorata con i colori dell’arcobaleno, bandiera simbolo della comunità lgbtqi+.
(da agenzie)
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Giugno 20th, 2021 Riccardo Fucile
VOLEVA UCCIDERE UNA DEPUTATA DEMOCRATICA
Almeno una persona è morta dopo che un camioncino ha investito ieri diverse persone riunite per una parata di gay pride negli Stati Uniti, in Florida.
L’incidente è avvenuto all’inizio della parata Lgbtq della cittadina di Wilton Manors, vicino a Fort Lauderdale.
Il veicolo si era allineato ai carri partecipanti, ma ha poi accelerato e colpito diverse persone
Il conducente del mezzo è stato fermato e arrestato dalla polizia. Secondo quanto dichiarato da Dean Trantalis, sindaco di Fort Lauderdale presente alla parata, a Local 10 News almeno una persona è morta.
Il sindaco sostiene che il furgone in realtà mirava all’auto della deputata democratica Debbie Wasserman Schultz, che era in una decappottabile, ma l’ha mancata per poco.
“Questo è un attacco terroristico alla comunità lgbt”, ha detto Trantalis: “Non è affatto un incidente. È stato intenzionale, premeditato ed era mirato a una persona specifica”.
(da agenzie)
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Giugno 20th, 2021 Riccardo Fucile
DIGBY E’ RIUSCITO LADDOVE POLIZIA, VIGILI DEL FUOCO E VOLONTARI AVEVANO DOVUTO ARRENDERSI
Da tempo meditava di farla finita, così, qualche giorno fa, si è fatta coraggio e ha
deciso che il momento era arrivato: si è recata su un ponte, ormai pronta a gettarsi nel vuoto, quando si è voltata per l’ultima volta e ha visto un cucciolo di cane che la fissava scodinzolando.
La ragazza, quindi, ha esitato quel tanto che bastava perché arrivassero i vigili del fuoco per farla desistere dal suo intento disperato.
È accaduto nella cittadina inglese di Exeter, nel Devonshire, su uno dei ponti dell’autostrada M5.
Il cagnolino, razza Labradoodle e chiamato Digby, è riuscito laddove polizia, vigili del fuoco e volontari avevano dovuto arrendersi: convincere una giovane donna a non suicidarsi.
La ragazza era infatti ormai pronta a lanciarsi: a nulla erano serviti gli interventi delle forze dell’ordine e degli psicologi fino a quando un vigile del fuoco non ha pensato alla soluzione più intima: portare sul posto il cagnolino della caserma Digby, con i vigili del fuoco da tre anni.
Un cane “eroe” abituato a fronteggiare incendi e soccorsi di ben altro tipo ma che stavolta ha salvato la vita a una persona disperata.
I Vigili del Fuoco hanno così riferito l’ntervento: “Oggi Digby ha fatto una cosa grandiosa, ha salvato la vita di una giovane donna; quando Digby è arrivato, la donna si è girata immediatamente verso di lui, lo ha guardato e gli ha sorriso. Questo ci ha permesso di iniziare a parlare proprio di lui e del suo ruolo all’interno della nostra stazione”, è stata la versione dei soccorritori.
“Le abbiamo chiesto se voleva venire a conoscerlo ma che per farlo sarebbe dovuta scendere dalla ringhiera ha spiegato il portavoce – siamo stati contentissimi di vedere che lo ha fatto. Le auguriamo di rimettersi presto”.
(da Fanpage)
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Giugno 19th, 2021 Riccardo Fucile
FALLITO L’OBIETTIVO MINIMO DI 5.000 PARTECIPANTI PER LANCIARE LA CAMPAGNA ELETTORALE DI MICHETTI
Un anno fa, era il 4 luglio, in piazza contro il governo Conte. Oggi di nuovo in piazza non come opposizione ma come partito della maggioranza del governo Draghi. Un evento per “ripartire”.
E proprio di ripartenze, dopo un anno e mezzo segnato dal Covid tra restrizioni e dolore, ha parlato Matteo Salvini: in piazza Bocca della Verità a Roma davanti a circa 3mila sostenitori, (fallito l’obiettivo di 5mila degli organizzatori), il leader della Lega ha ringraziato Draghi che “ha chiesto un parere al Cts” sulle mascherine all’aperto “e mi auguro che arrivi il prima possibile”.
È poi tornato sulla sua proposta di creare una federazione del centrodestra perché “dopo il Covid la politica ha il dovere di essere unita, veloce, concreta, efficace. Gli italiani ci chiedono questo, non divisioni e litigi. Io insisto e arriverò all’obiettivo perché sono un testone, a chiedere a tutti gli amici del centrodestra di metterci insieme per aiutare l’Italia e gli italiani, di lasciar da parte gelosie, egoismi, divisioni e di unirci” con “una carta fondativa di valori comuni” con al centro “soprattutto la libertà”.
Un nuovo appello ai partiti della coalizione ad unirsi con la promessa che “presto vedrà Berlusconi”, come riferiscono dal partito di via Bellerio.
Oggi sul palco azzurro della manifestazione della Lega con lo slogan ‘Prima l’Italia. bella, libera, giusta’, tra palloncini tricolore ancorati alle transenne, bandiere, striscioni e banchetti per la flat tax, si è discusso anche delle prossime amministrative e dei referendum sulla giustizia promossi da Lega e Partito Radicale.
(da agenzie)
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Giugno 19th, 2021 Riccardo Fucile
L’EX ASSESSORA LOMBARDA ACCUSA CENTEMERO NELLA VICENDA FONDI NERI
Dietro la nomina di Alberto Di Rubba a presidente della Lombardia film commission ci
sarebbe l’attuale tesoriere del Carroccio, Giulio Centemero.
A rivelarlo, nell’ultima udienza del processo sulla compravendita gonfiata dell’immobile di Cormano da parte della fondazione in orbita leghista, è l’ex assessore alla cultura lombarda durante la giunta di Roberto Maroni, Cristina Cappellini.
La donna, convocata in Aula dalla Procura di Milano in qualità di teste al processo con rito immediato in cui è imputato l’imprenditore bergamasco Francesco Barachetti, a cui viene contestato il peculato in concorso e l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, ha rivelato che la nomina di Di Rubba “fu sponsorizzata da Centemero che lo indicò come la persona giusta al posto giusto”.
L’ex assessore ha spiegato che all’epoca dei fatti “non lo conoscevo personalmente” e “l’ho fatto solamente quando si è insediato” sottolineando di essersi “fidata anche del parere di altre persone”.
Rispondendo alle domande del pubblico ministero Stefano Civardi, la Cappellini ha messo in fila tutte le puntate che hanno portato alla nomina alla guida dell’ente di Di Rubba spiegando che, a suo dire, “non cercavano un esperto di cinema” in quanto “l’identikit che avevamo in mente era quello di qualcuno capace di mettere a posto i conti” dato che “Lombardia film commission veniva da una gestione complessa e conflittuale”.
Una struttura “con costi fissi molto alti e con vari problemi come quello della sede e la necessità di risparmiare il più possibile” per i quali, prosegue la donna durante l’audizione, “era necessario contenere i costi, una gestione più oculata”. Proprio per questo, ha riferito in aula l’ex assessore, Di Rubba “sembrava l’identikit corrispondente alla figura che cercavamo”. Un intervento lungo e in cui è stato affrontato anche il tema del contributo straordinario da un milione di euro assegnato nel novembre 2015 a Lombardia film commission dalla Regione Lombardia, all’epoca presieduta da Maroni.
Di questi, come noto, 800 mila euro sono stati utilizzati proprio per l’acquisto dell’immobile di Cormano e a tal proposito, ha raccontato in aula la Cappellini: “Ricordo che in diverse riunioni si valutò la possibilità di utilizzare questi fondi aggiuntivi. Ci furono varie interlocuzioni tra Lombardia film commission e i tecnici del mio assessorato” e “alla fine si decise di stanziare quel tipo di contributo ma senza una finalità specifica, in quanto allora non si parlava ancora dell’ipotesi di acquistare un immobile. Almeno non con me”.
IL PROCEDIMENTO
Stando all’impianto accusatorio Di Rubba e il suo socio di studio Andrea Manzoni, rispettivamente già condannati in abbreviato a cinque anni e a quattro anni e quattro mesi, avrebbero spartito con un altro commercialista, Michele Scillieri (il quale ha già patteggiato 3 anni e 4 mesi), circa la metà degli 800 mila euro spesi dalla fondazione per la sede a Cormano attraverso un giro di società e prestanome. Un affare reso possibile, secondo i magistrati di Milano, da Barachetti che, infatti, negli atti dell’inchiesta viene ribattezzato “l’elettricista della Lega” perché ritenuto dai pm “molto vicino al Carroccio”.
Secondo i pm, l’imprenditore è “il principale artefice di una complessa architettura contrattuale” che, attraverso l’incremento dei costi di una ristrutturazione effettuata solo sulla carta, avrebbe gonfiato il prezzo del capannone di Cormano. In questo modo, secondo l’accusa, l’imprenditore avrebbe intascato la bellezza di 201mila euro.
(da agenzie)
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Giugno 19th, 2021 Riccardo Fucile
PRESENTATO IL PARTITO DI ROSSI: “VOGLIAMO DISGREGARE L’ATTUALE CENTRODESTRA ALLONTANANDOLO DAI SOVRANISTI”… “MAI CON ORBAN”… “LE VITE VANNO SEMPRE SALVATE”…” “A ROMA VOTIAMO CALENDA”
Una destra liberale, a distanza di sicurezza dalle scorciatoie demagogiche e populiste, che accetti la sfida della complessità su fenomeni come immigrazione, diritti civili e collocazione europea dell’Italia.
A riprendere in mano il progetto di una scommessa da sempre ambiziosa quanto incompiuta, questa volta è Filippo Rossi, che muovendo dal suo libro “La Buona Destra”, pubblicato di recente, ha pensato di dare forma e organizzazione concreta al progetto, tanto da farne un partito che sarà presentato ufficialmente a Roma venerdì 25 giugno, prima dell’Assemblea costituente, prevista per il 21 novembre.
Mesi di lavoro “sottotraccia”, che permettono al nascituro partito della Buona Destra di contare già con 150 comitati sparsi in tutta Italia e cinquemila aderenti.
Nessuna operazione nostalgica o ripresa di progetti che fanno ormai parte del passato (il pensiero, in questo senso, corre alla parabola breve del finiano Futuro e Libertà), ma la determinazione di coprire uno spazio che, nel perimetro della destra italiana, dominata dal tandem sovranista Meloni-Salvini, non è più presidiato da tempo.
Un progetto che si contrappone, come recita il manifesto della Buona Destra, alla “cosa populista ed estremista” e alla “politica delle falsità e delle fake news di Giorgia Meloni e Matteo Salvini e nato dal libro di Filippo Rossi, una formazione “patriottica ma non nazionalista, autorevole ma non autoritario, che rifiuta ogni proposta assolutistica di ‘pieni poteri’ sul modello sovversivo di quel Viktor Orban tanto caro ai populisti”.
Tanto per fare un esempio su alcuni temi caldi, come quello dei migranti, la Buona Destra è a favore “del garantire la vita umana nel rispetto delle leggi e delle convenzioni internazionali, soccorrendo sempre e comunque i migranti in pericolo di vita, rifiutando di ricorrere a forme disumane di chiusura o respingimento e prestando l’assistenza necessaria”.
Top secret, per il momento, l’organigramma del partito, in vista della presentazione ufficiale che inaugurerà l’ambizioso percorso con vista sulle prossime Politiche.
(da agenzie)
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