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LA LEGA PERDE CONSENSI OVUNQUE, TRANNE CHE IN RAI

Giugno 16th, 2021 Riccardo Fucile

SALVINI IMPERVERSA NEI TG E NEI TALK SHOW: A MAGGIO NEI TRE TG A SALVINI CONCESSI 32 MINUTI, ALLA MELONI 8, A DI MAIO 3….SULLE RETI MEDIASET SOLO I SOVRANISTI

A leggere i sondaggi c’è da immaginare che Matteo Salvini nelle ultime settimane non abbia dormito sonni tranquilli: da una parte pressato dal Pd di Enrico Letta, dall’altra già quasi sorpassato dalla “collega” Giorgia Meloni.
Quel che capita tra sondaggi e abbandoni (vedi il sindaco di Verona) con seguenti passaggi a Fratelli d’Italia, sembra non toccare il fatato mondo di Viale Mazzini. Il Capitano, infatti, resta di gran lunga il leader politico cui i Tg danno più parola.
Secondo l’ultimo report pubblicato proprio in questi giorni dall’AgCom il segretario della Lega non ha rivali.
Partiamo dal Tg1 condotto da Giuseppe Carboni: nel mese di maggio dopo il presidente del Consiglio Mario Draghi e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, troviamo proprio Salvini.
Stessa identica musica al Tg3 di Mario Orfeo . Al Tg2, addirittura, il segretario della Lega ha avuto più minutaggio rispetto anche agli stessi Draghi e Mattarella.
Ma non è tutto. Ciò che stupisce a guardare i Tg Rai è che se da una parte assistiamo alla presenza quasi costante di Salvini, la leader in crescita di Fratelli d’Italia nei telegiornali continua ad avere poco spazio.
Se Salvini tra i Tg di Rai1, Rai2 e Rai3 ha goduto di oltre 32 minuti di “parola”, la Meloni a stento arriva a 8 minuti (su Rai3 in un mese ha avuto una copertura di “parola” di soli 56 secondi).
Ancora peggio va al Movimento cinque stelle. Nonostante di fatto, al di là delle continue fuoriusciti, resti la prima forza parlamentare, quel che pare è che i pentastellati non vengano tenuti nella stessa considerazione di altri leader politici.
Luigi Di Maio, in qualità di esponente del Movimento e non di ministro degli Esteri, risulta aver parlato nel giro di un intero mese: 3 minuti al Tg1; 2,44 minuti al Tg2; 1,37 al Tg3. Curioso, poi, anche il caso di Italia Viva e di Matteo Renzi.
Sebbene, come raccontavano al tempo le cronache giornalistiche, l’impegno dei renziani sia stato profondo nell’ottenere che Orfeo andasse a dirigere il Tg3, a maggio non compare nessun leader di Italia Viva tra i primi 20 personaggi politici più presenti nel telegiornale.
Resta dunque il Pd che, al contrario, non può dire di passarsela male: se si tiene conto della “presenza” in generale del partito al di là del singolo politico, ecco che i democratici sono tra i più presenti nei programmi Rai, tra Tg ed extra-Tg. Un dettaglio non così secondario in un periodo in cui si ragiona di nomine e nuovo Cda di Viale Mazzini
Accanto ai Tg, ovviamente, ci sono i canonici talk-show di cui pure bisogna tener conto. E se i programmi Rai un minimo rimescolano le carte (su Rai2, per dire, nel mese di maggio il politico più presente è stato Stefano Fassina; su Rai3 Alessandro Di Battista), i dati interessanti arrivano anche e soprattutto dagli altri casnali.
Non stupisce, ad esempio, che i programmi extra-Tg di Rete4 abbiano ai primi posti dei personaggi politici più presenti tutti rappresentanti del fronte sovranista: Giorgia Meloni, poi Vittorio Sgarbi, dunque Matteo Salvini e infine Gianluigi Paragone.
E i Cinque stelle? Completamente assenti: non compaiono nella classifica né dei primi 20 personaggi politici presenti nel Tg né nei primi 20 presenti nei programmi extra-Tg.
Netto il discorso anche su Canale5: negli extra-Tg spiccano Giorgia Meloni (42 minuti) e Matteo Salvini (17), mentre al terzo posto troviamo Stefano Bonaccini con 15 minuti.
Per trovare un pentastellato dobbiamo scendere alle ultime posizioni con i 5 minuti di cui ha goduto Beppe Grillo.
(da agenzie)

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“SIETE DEGLI UNTORI, FATE MALE AL PROSSIMO”: L’ULTIMO DELIRIO SOCIAL CONTRO LA PIZZERIA GESTITA DA RAGAZZI AUTISTICI

Giugno 16th, 2021 Riccardo Fucile

“NON VERRO’ MAI DA VOI, NON DOVRESTE METTERE LA MANI IN CUCINA”

«Non verrò mai da voi anche perché gli autistici non dovrebbero mettere le mani in cucina nei piatti in preparazione, come i poliomielitici».
Questo il commento pubblicato da una donna, su Facebook, e indirizzato alla prima pizzeria italiana gestita da persone autistiche.
Locale che, come documentato da Open, ha aperto i battenti il 1° maggio a Cassina de’ Pecchi, nel Milanese.
«Untore, stai solo facendo del male al prossimo», continua il post come denunciato sui social dal titolare della pizzeria.
«Chiederei a chi è titolato – studiosi, esperti di autismo e di medicina, educatori, genitori di ragazzi Aut o semplicemente chi ha mangiato da PizzAut – di spiegare a tutti noi se i ragazzi autistici producono, imparando ad essere autonomi e quindi cucinando, dei pericolosi virus o altri agenti patogeni pericolosi per l’altrui salute».
Ormai siamo al delirio
(da Open)

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A NAPOLI SOLO IL 61% DEI RESIDENTI HA ADERITO ALLA CAMPAGNA DI VACCINAZIONE

Giugno 16th, 2021 Riccardo Fucile

VI SONO QUARTIERI CON ADESIONI SOTTO IL 40%, DIFFICILE COSI’ RAGGIUNGERE L’IMMUNITA’ DI GREGGE

A Napoli solo il 61% della popolazione residente ha aderito alla campagna dei vaccini contro il Coronavirus. Ma restano quartieri dove le adesioni sono addirittura sotto il 40%. Lo rivela uno studio dell’Asl Napoli 1 Centro sull’andamento della campagna in questi mesi, a partire dal 27 dicembre scorso, con il Vaccine Day, durante i quali sono state somministrate 741.612 dosi, di cui 533.773 prime iniezioni.
Con una copertura al di sotto del 60% è molto difficile che si possa raggiungere l’immunità di gregge, con il rischio che il prossimo autunno possa ripresentarsi una nuova ondata di Covid19 e tornino le zone rosse, arancioni e gialle e i mini-lockdown. In alcuni quartieri, come Scampia e a Napoli Est solo 2 cittadini su 5 sono vaccinati con la prima dose.
Per aumentare la copertura, l’Asl Napoli 1 ha deciso che andrà nei quartieri dove le adesioni sono sotto il 40%. L’azienda sanitaria ha disegnato una mappa delle vaccinazioni con prime dosi per quartieri e fasce d’età, a 6 mesi di avvio della campagna vaccinale.
Per coloro che hanno aderito alla campagna, invece, l’Asl ha raggiunto ottimi risultati di copertura delle vaccinazioni, che per alcune fasce arrivano al 100%.
“Ai dati estremamente positivi che riguardano la vaccinazione di quanti volontariamente hanno aderito alla campagna – scrive l’Asl Napoli 1 nel dossier – si aggiungono però i dati che mettono in luce come a Napoli solo il 61% dei residenti (popolazione residente al gennaio 2021) abbia scelto di aderire alla campagna vaccinale.
In poco meno di sei mesi, l’enorme sforzo messo in campo dall’ASL Napoli 1 Centro ha consentito di somministrare 741.612 dosi (prime dosi 533.773, seconde dosi 208.839).
(da Fanpage)

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C’E’ SOLO UN CAPITANO. VINCENZO PARTINICO, IL PESCATORE CHE HA SALVATO 24 MIGRANTI A 39 MIGLIA DA LAMPEDUSA: “LO RIFAREI MILLE VOLTE”

Giugno 16th, 2021 Riccardo Fucile

“LA LEGGE DEL MARE E DELL’UMANITA’ VALGONO PIU’ DI QUALSIASI ORDINE DATO DA PERSONE CINICHE CHE USANO IL POTERE PER FAR MORIRE”

Sui social di Mediterranea Saving Humans è stata postata la foto e l’intervista di Vincenzo Partinico, il pescatore di Lampedusa che sabato scorso ha salvato 24 migranti a circa 39 miglia dall’isola con la didascalia: “Grazie capitano”.
“Lo rifarei altre mille volte” ha detto Vincenzo, ricordando i momenti concitati di quel soccorso
“La legge del mare e dell’umanità valgono di più di qualsiasi ordine dato da persone ciniche che usano il potere per far morire. Noi siamo con te”, ha scritto l’Ong sui social.
Una telefonata cordiale, un ‘abbraccio virtuale’ per esprimere “tutto il nostro sostegno” a Vincenzo.
IL RACCONTO
“Lo rifarei altre mille volte. Non potevo mica invertire la rotta e andare via lasciandoli in mare. Una persona che ha un cuore non può farlo. Non sarei riuscito a dormire la notte”. Vincenzo Partinico, 57 anni, è il pescatore di Lampedusa che sabato scorso ha soccorso a una trentina di miglia dall’isola una carretta con 24 migranti a bordo. Eppure, lui a essere chiamato eroe non ci sta. “Ma quale eroe, non ho fatto niente di eccezionale”, dice all’Adnkronos.
In mare lui non ha mai lasciato nessuno. “Ogni pescatore sa che non è possibile”, dice Vincenzo che le onde le affronta da quando aveva 12 anni. “Prima con mio nonno, poi con mio padre”, ammette orgoglioso. Così anche sabato notte era uscito con la sua barca di poco più di 8 metri per una battuta di pesca. Era a 39 miglia dalla costa. “Erano le 4.45 del mattino, aspettavo l’alba con le luci accese per iniziare a pescare – racconta -, quando ho sentito un urto e poi sulla prua mi sono trovato 8 persone”.
Attimi concitati durante i quali la carretta del mare su cui viaggiavano i migranti ha iniziato a imbarcare acqua. “Alcuni sono finiti in mare, allora insieme al ragazzo che lavora con me abbiamo iniziato a lanciare i salvagenti. Ne abbiamo recuperati due dal mare. Poi tutti gli altri”. In una catena di solidarietà che chi vive il mare conosce bene. “Già in passato mi è capitato di aiutare pescatori, diportisti. I migranti? Sono esseri umani. Non c’è differenza e chi dice il contrario è solo un cretino”.
“Ho avuto paura”, ammette Vincenzo che ancora a raccontare quella notte ha la voce spezzata dall’emozione. “Avevano i vestiti zuppi d’acqua e negli occhi spalancati il terrore di quello che avevano vissuto. Avranno pensato di morire”. Lì, in mare. Mentre cercavano una vita migliore. “Una volta a bordo ho dato loro l’acqua e i panni che avevo a bordo”. Prima di affidarli alla motovedetta della Capitaneria di porto.
(da agenzie)

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UFFICIO EUROPEO DELL’ASILO: I DATI CHE TESTIMONIANO CHE L’ITALIA ACCOGLIE UN QUINTO DEI RICHIEDENTI ASILO DELLA GERMANIA E MENO DI UN TERZO DI FRANCIA E SPAGNA

Giugno 16th, 2021 Riccardo Fucile

LA MORALE: I SOVRANISTI LA FINISCANO DI ROMPERE I COGLIONI SULLA RIDISTRIBUZIONE VERSO QUESTI PAESI, VADANO A BUSSARE ALLA PORTA DI ORBAN E DEI SUOI ACCOLITI RAZZISTI DELL’EST

Come indica l’EASO, l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo, nella sua relazione annuale: “Nel 2020 sono state presentate nell’UE+ (i Paesi membri dell’UE più Islanda, Norvegia, Svizzera e Regno Unito, ndr) 461.300 domande di protezione internazionale, in calo del 31% rispetto al 2019. Ciò può essere attribuito alla pandemia di COVID-19 e alle restrizioni volte a limitare la diffusione della malattia.
Ma quali sono i Paesi con il maggior numero di richieste di asilo? Leggiamo insieme i dati dell’Eurostat.
Germania
La Germania si conferma il principale Stato di afflusso di richiedenti asilo. Anche qui si è verificata, come nel resto dei Paesi europei, una diminuzione delle domande di asilo, passate da 165.000 nel 2019 a 122.000 nel 2020.
Nel periodo considerato, comunque, l’origine dei richiedenti protezione non è cambiata, essendo costituita da persone provenienti principalmente dalle zone di guerra del Vicino Oriente, dall’Afghanistan e dal Corno d’Africa, che hanno rappresentato più della metà dei rifugiati.
Tra questi la parte più consistente era costituita da profughi siriani che hanno toccato la cifra di 40.550. Gli Afghani, con oltre 11.000 domande presentate, sono stati un’importante componente dei richiedenti asilo in Germania, insieme a coloro che sono fuggiti dalla feroce dittatura eritrea e dalla condizione di guerra endemica presente in Somalia.
Quella siriana ed irachena, come nel passato, continua invece ad essere una migrazione di famiglie con minori. Sul numero totale dei richiedenti asilo, infatti, il 43% era rappresentato da donne e oltre il 50% da minori, mentre i flussi dall’Afghanistan e dall’Africa orientale sono in genere costituiti da giovani maschi soli. L’elevato numero di persone che tuttora si allontanano da zone che erano o sono state teatro di guerra è una dimostrazione della crisi senza ritorno che ha colpito quei Paesi, in cui non è più possibile ristabilire condizioni normali di vita.
Francia
Il secondo Paese per numero di richieste di protezione internazionale in Europa è la Francia con oltre 90.000 domande. L’origine di coloro che richiedono asilo oltralpe è costituita per la maggioranza da persone che provengono dall’Africa Sub Sahariana, in particolare dalle ex colonie francesi, che rappresenta con 28.000 domande circa un terzo del totale. La migrazione verso la Francia è costituita per oltre il 70% da persone di genere maschile, ed è causata in prevalenza dalle precarie condizioni economiche dei Paesi di origine e dalla necessità di trovare un sostegno alla sopravvivenza personale o del gruppo familiare rimasto in patria.
Qui è invece trascurabile la presenza di profughi siriani, mentre risulta consistente il numero di afghani che nel 2020 hanno presentato circa 10.000 richieste. Il resto delle provenienze è molto vario e, oltre a comprendere profughi originari di Paesi francofoni come Haiti (3.500) o le Isole Comore (1.900), include anche cittadini dell’Est Europa come russi, ucraini, moldavi, serbi e albanesi, in tutto circa 10.000 persone. Sono state presentate anche 3.500 domande da cittadini turchi, probabilmente di etnia curda.
Spagna
Assume caratteristiche ancora diverse il flusso verso la Spagna: il terzo Paese in Europa per numero di richieste di protezione internazionale con oltre 88.000 domande. In questo caso l’origine principale delle persone che chiedono asilo è l’America Latina, i cui cittadini si rivolgono alla Spagna grazie alle affinità storiche, di lingua e cultura. In particolare, oltre la metà di loro sono originari di Colombia e Venezuela, che per motivi diversi sono al centro di gravi crisi politiche ed economiche interne.
I flussi provenienti dal Venezuela hanno origine dalla profonda crisi politica ed economica che ha colpito il Paese, dove tra il 2019 e il 2020 circa 3,7 milioni di cittadini sono sfollati all’estero. Di questi, attualmente, quasi due milioni hanno trovato rifugio in Colombia, Paese già a sua volta provato da una situazione di insicurezza e povertà legate ad una decennale guerra civile e alla presenza di bande armate dedite al traffico di stupefacenti, innescando un ulteriore esodo verso l’Europa.
Anche i movimenti da alcuni Paesi dell’America Centrale, come El Salvador, Honduras e Nicaragua e da Cuba sono consistenti e globalmente sfiorano il numero di 14.000 richieste. La penisola iberica è inoltre una delle mete tradizionali dell’emigrazione dal Perù con oltre 5.500 domande e risulta attrattiva, anche se in misura minore, per i rifugiati provenienti dal Nord Africa, in particolare Marocco e Algeria e dall’Africa Sub Sahariana, la cui quota più consistente è costituita da oltre 1500 Maliani. Per quanto riguarda i cittadini africani i dati riferiti a genere ed età indicano, come nel caso delle richieste presentate in Francia, una netta prevalenza maschile, mentre nel caso dei sudamericani esiste una sostanziale parità tra i generi e la quota dei minori accompagnati arriva al dieci percento del totale. Tuttavia, il numero dei minori è più che doppio nel caso di venezuelani e colombiani, a prova di un esodo di interi nuclei familiari, il cui obiettivo finale non prevede il ritorno nei Paesi di origine.
Grecia
Anche la Grecia, che negli anni della ‘crisi migratoria’ aveva rappresentato un semplice punto di passaggio dei migranti verso l’Europa Centrale, a partire dal 2016 si è trasformata in una possibile meta dei profughi in arrivo dal Medio Oriente. Le richieste di asilo in Grecia sono cresciute in modo costante: da poco più di 9.000 nel 2014 a 77.000 nel 2019, per calare a circa 38.000 nell’ultimo anno.
I flussi hanno avuto caratteristiche simili a quelli verso i Paesi centro europei e sono legati per la maggior parte a persone in fuga da contesti di guerra. Hanno deciso di fermarsi in Grecia oltre 11.500 afghani, un numero pari a quello che si è diretto verso la Germania e superiore a quello francese, ma anche 7.700 siriani e 1.700 iracheni, in genere gruppi familiari con presenza di minori, insieme a 1.500 somali. Più simile a quello indirizzato verso l’Italia, considerando che anche in Grecia è presente una comunità di connazionali ben inserita, è stato il flusso di giovani maschi soli provenienti dal Pakistan e dal Bangladesh e che ha coinvolto circa 6.000 persone. Sono trascurabili, invece, le richieste che arrivano da cittadini dei paesi dell’Africa Sub Sahariana e dal Maghreb.
E l’Italia?
Come vi abbiamo già raccontato qui, i dati Eurostat mostrano come il nostro Paese sia all’ultimo posto nell’accoglienza dei migranti tra gli Stati europei più grandi, con appena 26.535 domande presentate.
(da agenzie)

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INTERVISTA A MARCO BENTIVOGLI: “CHI PAGA MENO DI 5 EURO NETTI L’ORA VA CHIUSO”

Giugno 16th, 2021 Riccardo Fucile

IL COORDINATORE DI BASE ITALIA: “BISOGNA INTRODURRE UNA SOGLIA SALARIALE DI DECENZA”

“In Italia è arrivato il momento di introdurre una soglia salariale di decenza: un’ora di lavoro non può essere pagata meno di cinque euro netti. Se si va sotto questa soglia allora l’azienda deve chiudere e poi si riapre ad alcune condizioni”.
È il coordinatore nazionale di Base Italia ed ex segretario generale dei metalmeccanici Fim Cisl, Marco Bentivogli, a lanciare la proposta nell’ambito del dibattito sulla questione salariale sollevato da Huffpost.
Un warning alle imprese che pagano il lavoro poco, sempre di meno e in nero: “Se vogliamo aprire gli occhi e affrontare il problema del lavoro povero senza rivendicare principi dobbiamo introdurre misure radicali”.
Bentivogli, ci spieghi meglio la sua proposta.
La soglia di decenza (da non confondere con il giusto salario che spetta), pari o superiore almeno a cinque euro netti per un’ora di lavoro, va applicata a tutti i settori che impiegano lavoratori non coperti dai contratti collettivi. Mi riferisco ai cosiddetti finti autonomi: sono autonomi solo a parole perché in realtà le aziende li fanno lavorare come dipendenti. Se i lavoratori guadagnano meno dell’importo di questa soglia – e questo succede perché c’è chi prende anche meno di tre euro – allora l’azienda va chiusa. Poi si verifica a quale contratto collettivo fa riferimento perché il minimo di decenza non deve fare concorrenza ai contratti collettivi nazionali che devono rimanere il riferimento per il giusto salario.
Quanto è grande l’esigenza che spinge a introdurre una soglia minima per un’ora di lavoro?
Mi permetto di dire che è enorme. Ci sono quasi tre milioni di lavoratori che hanno una paga oraria al di sotto di qualsiasi contratto collettivo nazionale. Parliamo di lavoratori che guadagnano meno di 9 euro lorde all’ora. Il problema è che bisognerebbe avere degli elementi veri con cui affrontare questa questione.
In che senso veri?
Abbiamo un problema di conoscenza dei dati perché siamo il Paese campione di evasione fiscale e di lavoro nero. Non abbiamo solo i lavoratori poveri, ma anche 10 milioni di dichiarazioni di redditi che sostanzialmente producono una tassazione nulla: anche questo è un elemento che va preso in considerazione quando si parla di chi vive sotto la soglia di povertà pur lavorando.
Restiamo al lavoro povero. Le cause sono diverse, a iniziare dalla scarsa produttività, ma i dati parlano di 5,2 milioni di lavoratori che guadagnano meno di 10mila euro lordi all’anno. Possibile che non si può fare nulla per impedire salari che non sono dignitosi?
A mio avviso ci sono due problemi che hanno impedito di evitare il massacro dei salari. Il primo è che tutti i governi, al di là del colore politico, hanno depotenziato il ruolo e gli organici delle autorità ispettive. Tutte le campagne sui controlli continui che vengono fatte vedere sono in realtà false perché i controlli sono pochi e a campione. Il secondo problema è che il numero di contratti collettivi, inclusi quelli pirata, complica l’operazione di rilevazione delle irregolarità e delle successive sanzioni.
Lei vanta una lunghissima esperienza sindacale, conosce benissimo le dinamiche distorte che si nascondono dietro il lavoro povero. Proviamo a farle venire alla luce.
Voi di Huffpost avete messo ben in evidenza il cosiddetto lavoro a scacchi. Ci sono poi altre forme. Negli appalti, in particolare nella cantieristica navale, si utilizza spesso una paga onnicomprensiva, la cosiddetta “paga globale”: ci si mette d’accordo su un determinato compenso a prescindere dai contributi e dalle altre voci di una busta paga regolare. Il risultato è che la busta paga non c’entra nulla con quello che il lavoratore – soprattutto extracomunitario, in particolare del Bangladesh – percepisce.
Quali sono le altre forme di lavoro irregolare ancora poco conosciute?
Il commercio online è un settore dove nelle aziende in appalto, spesso italiane, spesso cooperative, si tengono i lavoratori in condizioni salariali, e in generale lavorative, inaccettabili.
La questione dei salari bassi è ritornata alla ribalta dopo che alcune imprese hanno lamentato di non riuscire a trovare lavoratori da impiegare. Non si trovano cuochi, camerieri, bagnini, ma anche profili con competenze informatiche. Hanno ragione?
Io inviterei tutti ad analizzare bene questo fenomeno. Il 10% delle aziende che dicono di non trovare lavoratori lo fa per marketing. Ricordo quando alcune aziende in Veneto dicevano che non riuscivano a trovare impiegati: alla fine si scoprì che nemmeno aprivano la casella di posta elettronica dove arrivavano i curriculum. Ma il tema del disallinemento tra le professionalità che sforna il sistema di istruzione e quelle più richieste è reale.
Il tema, però, è ancora aperto. Molte imprese insistono su questo punto, anzi rilanciano questo ragionamento sostenendo che la colpa è del reddito di cittadinanza. Lei crede che un bagnino preferisca il reddito invece che andare a lavorare?
Più che un effetto di sostituzione tra il reddito di cittadinanza e il lavoro c’è un altro fenomeno che riguarda sempre il Rdc: ci sono molti casi di lavoratori che lo prendono e poi aggiungono un lavoro in nero per cumulare così due redditi. Poi ci sono i part-time obbligatori, che riguardano soprattutto il terziario: 3-4 ore al giorno con paghe più basse del reddito di cittadinanza. In ogni caso la misura va modificata. Non si possono chiedere tirocini ed esperienze professionali, quando quelle di accesso sono piene di abusi.
Perché il reddito di cittadinanza va modificato?
Rischia di essere un disincentivo in un sistema dove la selettività la pratica lo stesso. Bisogna assolutamente inserire nel reddito di cittadinanza l’obbligatorietà di un reinserimento professionale, magari pensando a percorsi obbligatori di formazione e di lavori di pubblica utilità.
Torniamo ai salari. Il giuslavorista Giuliano Cazzola dice che per aumentare le retribuzioni bisogna puntare sul contratto di prossimità mettendo da parte il primato del contratto nazionale di categoria. Lei è d’accordo?
Sì. Lo strumento principe per redistribuire i profitti che si generano dalla produttività è la contrattazione decentrata, territoriale per le piccole aziende, aziendale per quelle medio-grandi. Stiamo andando verso un sistema industriale più sartoriale con il 4.0: anche la contrattazione va decentrata il più possibile. Detto questo è stato giusto agire nell’ambito dei contratti nazionali, alzando i minimi contrattuali che erano troppo bassi. Il minimo salariarle di terzo livello per metalmeccanici era di 1.300 euro: troppo poco e per questo è stato giusto intervenire. Ma il futuro è avere contratti sempre più decentrati, come tra l’altro sostiene il Patto per la fabbrica siglato da Cgil, Cisl e Uil e Confindustria nel marzo 2018.
A proposito di meccanica. In Italia, secondo alcune ricerche, un’azienda su due del settore non riesce a trovare i profili lavorativi adeguati. La percentuale di difficoltà maggiore è tirare dentro chi ha competenze di base. Perché?
Su questo tema c’è un’erronea narrazione del lavoro: non si spende un euro per l’orientamento al lavoro e le persone hanno una percezione tutta televisiva del lavoro. La tv ci ha spiegato che dovevamo diventare tutti cuochi del calibro di Cracco o Cannavacciuolo, ma in realtà il lavoro in cucina è di base uno dei più usuranti. Adesso vanno di moda gli influencer, ma bisognerebbe anche guardare a quello che avviene dentro le fabbriche.
Cioè?
La demarcazione tra operaio e impiegato è sempre più sfumata, anche nella meccanica. Il lavoro dell’operaio è sempre più cognitivo: il suo resta un lavoro di mani, ma con la testa. E questa evoluzione vale anche per l’agricoltura: dobbiamo uscire dalla narrazione che il contadino è il lavoratore curvo sui campi con la zappa in mano. Ma questo lo possiamo fare solo se ovviamente ci ricordiamo che un conto è fare il bracciante, un altro lavorare in un’azienda agricola innovativa. Serve una narrazione vera del lavoro.
Al di là della rappresentazione del mondo del lavoro ci sono però i dati che attestano un fallimento dell’incrocio tra domanda e offerta. Come si cura questa disfunzione strutturale?
Bisogna intervenire sulla formazione. I dati di Almalaurea sull’alternanza scuola-lavoro ci dicono che chi li frequenta ha il 40% di possibilità in più di trovare un impiego dopo il primo anno di scuola: eppure gli ultimi governi hanno depotenziato l’alternanza. Un altro nervo scoperto è quello degli Its: l’Ocse ci ha tirato le orecchie perché ci vanno il 2% degli studenti a fronte di un’occupabilità superiore all′83 per cento. Negli altri Paesi non si considera una bestemmia spiegare ai ragazzi quali sono i settori e le competenze che sono più ricercate”.
Secondo gli ultimi dati dell’Oecd siamo penultimi, davanti solo alla Turchia, per numero di adulti che partecipano a percorsi di formazione professionale. Anche i giovani non sono esenti da questo gap. Al di là del tasso di partecipazione, non c’è anche il tema di quale formazione viene offerta?
Assolutamente: le colpe stanno da entrambe le parti. L’Italia spende circa la metà di quello che spende la Germania per la formazione e soprattutto utilizza male questi soldi. Per troppi anni siamo stati il tema formazione si risolveva nel festival dei formatori, con una formazione iper-fordista, a cataloghi, con contenuti e metodo di apprendimento uguale per tutti, di fatto inutile.
Come si può invertire questo trend?
Nel contratto dei metalmeccanici del 2016 introducemmo il diritto soggettivo del lavoratore: c’è una quota minima di 8 ore all’anno, che resta comunque bassa perché in Germania se ne fanno 100, ma intanto è stato sancito il diritto soggettivo. Ora è necessario che questo diritto diventi valido per tutti, indipendentemente dal contratto, cioè anche se dura tre mesi, e soprattutto non deve essere il menù della pizzeria con un po’ di social e un po’ di informatica. La formazione va adattata alle persone: bisogna partire dalle competenze, analizzare i fabbisogni e intrecciarli con la strategia di impresa. Insomma la formazione deve diventare adattiva.
(da Huffingtonpost)

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I SALARI IN ITALIA NON CRESCONO DA 20 ANNI

Giugno 16th, 2021 Riccardo Fucile

LO STUDIO INDIPENDENTE OECD PIACC

1) I salari in Italia praticamente non crescono da 20 anni, MA anche così sono cresciuti più della produttività (sia produttività del lavoro che TFP). È una situazione che nel lungo erode la competitività esterna, non è sostenibile, ed è il risultato di un circolo vizioso
2) In parte il problema è macro: burocrazia, ambiente non favorevole all’imprenditorialità (barriere in entrata e uscita), difficoltà di attrarre investimenti stranieri che non siano simil-predatori (read: Cina Belt and Road). Tutto arci-noto, materia di discussione nel PNRR
3) Ma m’interessa parlare della parte micro. L’Italia produce poco capitale umano. Il OECD PIACC Survey mostra che in media i LAUREATI italiani hanno abilità linguistiche pari o inferiori a quelle dei LICEALI olandesi o finlandesi. Ovviamente con variazioni enormi sul nostro territorio (nord-sud).
4) L’Italia produce pochissimi laureati in % della popolazione. Perché? Perché studiare in Italia letteralmente non paga: il tasso di rendimento interno dell’investimento in istruzione terziaria è tra i più bassi in OECD e molto più basso che in Nord e Sud dell’Eurozona
5) L’Italia produce pochissimi laureati in % della popolazione. Perché? Perché oltre a non pagare, la laurea non fa lavorare. Il tasso di occupazione dei laureati in ?? è basso, ma il problema è che era già strutturalmente più basso che nel Nord e Sud dell’EZ PRIMA della crisi.
6) Chi si laurea? La mobilità intergenerazionale è bassissima: solo il 36% degli Italiani riesce a raggiungere un livello di istruzione superiore a quello dei genitori, se questi non sono diplomati (dati OECD). Nel Sud EZ è il 50%, nel Nord il 70%). L’ascensore sociale e rotto.
7) Dato che laurearsi non fa trovare lavoro e non paga, i laureati se ne vanno. L’emigrazione era ai massimi dagli anni 70 già prima del COVID, ma soprattutto l’Italia scontava un gap strutturale nella sua capacità di attrarre e trattenere talento già prima del 2008.
8 ) Chi se ne va spesso va ad assumere mansioni ad alta qualificazione (dati ISTAT). L’effetto di questo Brain Drain sulla produttività italiana si capisce da un numero: l’Italia è il paese con la % più alta di lavoratori SOTTO-qualificati per il lavoro che svolgono (dati OECD)
9) A questo si aggiunge un problema di domanda: la struttura micro imprenditoriale italiana tende ad avere una domanda strutturalmente bassa per lavoratori altamente istruiti. Risultato: un circolo vizioso di bassa produttività, bassi salari, emigrazione, ancora minore produttività ecc
10) Per chi non se n’è potuto andare, le conseguenze di sono terribili: il 50% dei giovani disoccupati italiani è un disoccupato di lungo periodo; il 28% dei giovane italiani sono NEET (not in education, employment or training), a rischio di non poter più trovare lavoro
11) Tra chi lavora, i contratti temporanei erano il 18% del totale nel 2018, e tra i 25-34-enni sono oltre 30%. Per 3 lavoratori a tempo determinato su 4, non si tratta di una scelta ma dell’unica cosa che hanno trovato. Simili i dati sul part-time involontario.
12) Il 28% degli Italiani è a rischio povertà ed esclusione sociale. Il rischio è aumentato per tutte le classi di età tranne per i 65+ (pensionati). La povertà lavorativa era al 12% nel 2017, 19.5% per i lavoratori autonomi. Ampiamente sopra la media UE.
13) Il sistema redistributvo non è efficace contro queste problematiche, perché dualistico (insiders vs outsiders) e generazionalmente iniquo (pensioni vs reddito da lavoro). Il risultato è che la disuguaglianza in Italia continua ad aumentare (mentre altrove cala)
14) Risultato: i nati tra 1972 e 1986 sono la prima generazione a vivere una mobilità sociale DISCENDENTE, stanno peggio dei genitori e nonni (ISTAT). In un sistema pensionistico contributivo, questo non è solo un problema oggi ma prelude anche a una vecchiaia di povertà.
Conclusione: chi esorta i giovani a non “sedersi” sui sussidi e “mettersi in gioco” dovrebbe prima guardare questi dati. I camerieri pluri-laureati a 600 euro al mese ci sono, e il problema è che sono solo la punta dell’iceberg.
(da agenzie)

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NELL’ANNO DEL COVID CRESCE LA POVERTA’ ASSOLUTA, SPECIALMENTE TRA GLI STRANIERI

Giugno 16th, 2021 Riccardo Fucile

ISTAT: RIGUARDA 2 MILIONI DI FAMIGLIE E 5,6 MILIONI DI INDIVIDUI (OLTRE 1,5 MILIONI STRANIERI)

Mai così tanti poveri dal 2005. Nel 2020, sono in condizione di povertà assoluta poco più di due milioni di famiglie (7,7% del totale da 6,4% del 2019) e oltre 5,6 milioni di individui (9,4% da 7,7%).
Lo rileva l’Istat nel rapporto sulla povertà, spiegando che “dopo il miglioramento del 2019, nell’anno della pandemia la povertà assoluta aumenta raggiungendo il livello più elevato dal 2005 (inizio delle serie storiche)”.
Per quanto riguarda la povertà relativa, le famiglie sotto la soglia sono poco più di 2,6 milioni (10,1%, da 11,4% del 2019).
Del 9,4% è la percentuale di famiglie che si trovano in povertà assoluta nel mezzogiorno, 7,6% al nord e 5,4% al centro. È 1,3 milioni il numero di minori in povertà assoluta (13,5%).
Mentre è del 29,3% l’incidenza della povertà assoluta tra i cittadini stranieri residenti (26,9% nel 2019). È Il 7,5% tra gli italiani (5,9% nel 2019).
(da agenzie)

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SALVINI VUOLE DARE 10.000 EURO ALLE MAMME CON TRE FIGLI: E UN SET DI COLTELLI NO?

Giugno 16th, 2021 Riccardo Fucile

E PERCHE’ NON 20.000 EURO CON L’AGGIUNTA DI UNA RETE ORTOPEDICA E DUE MATERASSI?

Un po’ Roberto da Crema, un po’ Chef Tony.
La propaganda politica ha più volte attinto a piene mani dell’esperienza degli imbonitori televisivi, proponendo offerte sensazionali (ma solo per un numero illimitatamente limitato di telespettatori) a prezzi fuori dal mercato.
Il problema, poi, è l’effettiva qualità del prodotto ricevuto a casa che – spesso e volentieri – pecca di tutte quelle caratteristiche decantate, con fare affabulatorio, dal venditore di turno.
Ed è questa la sensazione che emerge leggendo e ascoltando la proposta di Matteo Salvini che ora vuole dare “10 mila euro alle mamme con terzo figlio”.
E no, non lo ha detto durante un passaggio pubblicitario trasmesso da una televisione locale in prima mattinata, ma in televisione (e sui social).
“Oggi è stata dichiarata inammissibile una proposta della Lega su un bonus per il terzo figlio – ha detto Matteo Salvini (dal minuto 15 e 34” del video) in collegamento con Barbara Palombelli a Stasera Italia (Rete4) -. Il presidente di commissione, del Pd, lo ha reso inammissibile perché non attinente con il Dl sostegni. Ma più sostegno di aiutare le mamme a mettere al mondo un figlio? Il segretario del Pd può anche fare conferenza stampa per dire aiutiamo le famiglie, ma poi il suo partito boccia le proposte. Qualcuno deve mettersi d’accordo con se stesso”.
Ovviamente mancano i dettagli dell’emendamento presentato dalla Lega e nel suo post pubblicato sui social non si fa riferimento all’intero testo redatto dalla Lega e proposto alla Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione della Camera dei deputati.
Sta di fatto che ci troviamo di fronte alla classica propaganda.
Quella di chi ha attaccato i sussidi e i bonus per poi proporre sussidi e bonus.
Lo stesso che ha parlato dei ristoratori che pagano 600 euro i loro dipendenti non definendoli “sfruttatori”.
Quella di chi si era presentato, lavagna e pennarello alla mano, davanti a una telecamere sbarrando tutte le accise sui carburanti. Quelle “x” sugli importi, nonostante le promesse, non sono mai state cancellate nonostante la sua elezione e il suo peso all’interno del Consiglio dei Ministri del governo Conte-1.
Insomma, televendite in politichese nel tentativo di risollevare quei sondaggi che mostrano una Lega in picchiata verticale, fagocitata anche dall’alleata (solo per direzione politica) Giorgia Meloni.
(da NextQuotidiano)

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