Luglio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
IL GOVERNO HA PAGATO 15 DOLLARI UNA DOSE DI VACCINO CONTRO UN PREZZO STIMATO DI 1,34 DOLLARI
A conoscenza di sospette trame di corruzione relative all’acquisto di vaccini anti-covid non avrebbe mosso un dito, permettendo che i foschi negoziati tra impresari, faccendieri, funzionati ministeriali e politici continuassero senza intoppi.
Per questo il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, sarà indagato formalmente dalla Corte suprema federale (Stf) per omissione in atti d’ufficio (prevaricaçao).
Qualora le indagini dovessero concludersi con le prove che Bolsonaro abbia commesso un “crimine di responsabilità” per un reato “comune”, sarebbe di competenza del Senato avviare un processo di impeachment che potrebbe concludersi con l’allontanamento dall’incarico per il presidente eletto.
La svolta dopo alcune settimane di battaglia politico-giudiziaria è arrivata questa mattina, quando la Procura generale della Repubblica (PgR) ha inviato alla Corte suprema la richiesta di apertura indagine.
Il presidente è infatti sospettato di aver coperto un sistema di tangenti nell’acquisto di dosi del vaccino Covaxin, sviluppato dalla società farmaceutica indiana Bharat Biotech.
Il contratto, già sospeso in via cautelare dal ministero della Salute, era divenuto oggetto di indagini da parte della magistratura ordinaria la scorsa settimana.
Secondo una prima ricostruzione degli inquirenti, il governo avrebbe infatti acconsentito a pagare 15 dollari per ciascuna dose di vaccino, contro un prezzo stimato dall’industria produttrice di 1,34 dollari.
Per la procura l’affare avrebbe procurato un vantaggio sproporzionato alla “Precisa medicamentos”, società farmaceutica brasiliana, rappresentante della Bharat nelle trattative per la vendita di vaccini al governo del Brasile.
In particolare, la posizione di Bolsonaro si è aggravata dopo che nel corso di una udienza presso la Commissione parlamentare di inchiesta (Cpi) sulle presunte negligenze del governo del Brasile nella gestione dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia, il deputato Luis Miranda aveva accusato il presidente di aver volontariamente ignorato le sue segnalazioni sulla sospetta differenza di prezzo nell’acquisto che mascheravano un presunto schema di corruzione.
In particolare il deputato Miranda ha riferito di aver saputo dal fratello Ricardo, funzionario del dipartimento logistica del ministero della Salute, della possibilità di irregolarità nell’acquisto dei vaccini e di aver prontamente informato il presidente del rischio di un caso di corruzione in corso.
Il funzionario del ministero aveva confessato al fratello, inoltre, di aver subito “pressioni” per accelerare il processo di acquisto.
Pressato dalle domande dei senatori della commissione d’inchiesta, Miranda aveva affermato tra le lacrime che, a fronte di queste informazioni, il presidente avrebbe risposto che la questione dell’acquisto di questo vaccino fosse di interesse del rappresentante del governo alla Camera, Ricardo Barros, chiudendo poi il discorso.
Dopo la testimonianza del deputato Miranda, i senatori Randolfe Rodrigues, Jorge Kajuru e Fabiano Contarato avevano presentato una denuncia presso la Corte suprema per chiedere l’apertura di un’inchiesta sul presidente.
Come da prassi costituzionale il giudice Rosa Weber aveva chiesto un parere alla procura generale. Dal canto suo, in prima battuta, la Pgr aveva chiesto di attendere la conclusione del Cpi prima di aprire un nuovo filone di inchiesta formale. Tuttavia, secondo il parere di Weber, l’indagine della Commissione parlamentare non ostacola l’azione della procura. Di fronte a questa presa di posizione, la Pgr ha chiesto l’apertura dell’inchiesta. Ora sarà la Corte suprema a valutare la posizione del presidente.
(da agenzie)
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Luglio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
LA DESTRA ASOCIALE GETTA LA MASCHERA
Equo compenso, ma per i professionisti. 
I sovranisti non si sono curati sinora di garantire un compenso minimo a chi lavora per pochi spiccioli. Una norma già applicata in Europa e ignorata da chi ad ogni occasione ripete prima gli italiani.
Ecco però che ora direttamente Giorgia Meloni, insieme ai colleghi Alessandro Morelli, della Lega, e Andrea Mandelli, di Forza Italia, presenta una proposta di legge sull’equo compenso.
Folgorati sulla via per Montecitorio? Assolutamente no.
Il compenso giusto che interessa a FdI & co. è quello per i professionisti e non per chi ha compensi da fame.
Un’iniziativa che la leader di Fratelli d’Italia e gli altri due deputati giustificano battendo sullo stesso codice civile, in base al quale “la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”. Salvo aggiungere che lo fanno anche per i comuni cittadini, che hanno diritto a ottenere una prestazione di qualità, impossibile da garantire al di sotto dei livelli minimi di compenso previsti dai parametri ministeriali.
Del resto ci sarà pure chi ha difficoltà a fare la spesa, ma i partiti, in perenne campagna elettorale, devono pensare ai consensi.
Soprattutto ci pensa chi spera ad ogni sondaggio favorevole di tornare immediatamente al voto. Non sembra del resto proprio un caso che i tre specifichino che la loro è “un’iniziativa legislativa che rappresenta un punto di riferimento importante per tutti i professionisti, perché tende a ristabilire un necessario riequilibrio nei rapporti tra operatori economici, impedendo situazioni che in certi casi si possono definire, senza mezzi termini, di prevaricazione e di abuso della posizione dominante da parte del committente o cliente verso il professionista”.
Senza un’equa e giusta retribuzione non c’è dignità per chi lavora. Ricordano il principio costituzionale nella proposta di legge. Ma appunto diretta solo ai professionisti.
Ecco dunque la previsione di modificare lo stesso articolo 2233 del codice civile, aggiungendo che “sono comunque nulle ai sensi del secondo comma le clausole che non prevedono un compenso equo e proporzionato all’opera prestata, tenendo conto a tale fine anche dei costi sostenuti dal prestatore d’opera” e che “sono tali le pattuizioni di un compenso inferiore agli importi stabiliti dai parametri o dalle tariffe per la liquidazione dei compensi dei professionisti iscritti agli ordini o ai collegi professionali, fissati con decreto ministeriale, o ai parametri determinati con decreto ministeriale per la professione forense”.
Nulla inoltre qualsiasi pattuizione che vieti al professionista di pretendere acconti nel corso della prestazione o che gli imponga l’anticipazione di spese o che comunque attribuisca al committente o cliente vantaggi sproporzionati rispetto alla quantità e alla qualità del lavoro svolto o del servizio reso.
C’è insomma chi non ha diritto a un compenso che possa definirsi tale e chi ha quello di non iniziare proprio a lavorare se non riceve un anticipo. Regole ovviamente valide negli stessi rapporti tra professionisti e pubblica amministrazione. Prevista pure la possibilità di ricorrere a una class action per la tutela di tali diritti e l’istituzione di un osservatorio nazionale presso il Ministero della giustizia.
(da La Notizia)
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Luglio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
ECCO DA CHI PARTIRONO GLI ORDINI, FINO AI MASSIMI VERTICI
I pestaggi dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere furono una «spedizione punitiva». E ci sono tre livelli di responsabilità, che coinvolgono rispettivamente chi ha picchiato, chi ha guardato e chi ha comandato l’«ignobile mattanza» descritta dal giudice per le indagini preliminari Sergio Enea nelle 2.300 pagine dell’ordinanza.
Che coinvolgono 117 agenti di polizia penitenziaria. Ma anche l’intera catena di comando dell’amministrazione delle carceri campane.
Dal provveditore all’amministrazione penitenziaria della Campania, Antonio Fullone, oggi interdetto dai pubblici uffici e sotto accusa per falso, depistaggio e favoreggiamento, al “suo” comandante, Pasquale Colucci, finito in carcere per il pestaggio.
La Repubblica scrive oggi che nelle carte del gip l’intera catena di comando, a vario titolo, viene interessata dall’indagine.
Oltre a Fullone e Colucci, ci sono il comandante della penitenziaria nel carcere Gaetano Manganelli e le due colleghe, Anna Rita Costanzo (commissario capo responsabile del Reparto Nilo) e Francesca Acerra (comandante del Nucleo Investigativo Centrale).
Non solo: agli atti figurano anche le chat tra Fullone e l’allora capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dello Stato Francesco Basentini dopo la rivolta. «Buona sera capo – gli scrive Colucci quel 6 aprile – è in corso perquisizione straordinaria con 150 unità provenienti dai nuclei regionali (oltre al personale dell’Istituto)… Era il minimo per riprendersi l’Istituto…». «Hai fatto benissimo», gli risponde Basentini.
Quella perquisizione, scrive il Gip, «diventa lo strumento mediante il quale si è dato sfogo ai più beceri istinti criminali degli agenti a cui è stato consentito di operare ogni sorta di violenza ai danni dei detenuti».
Agli atti c’è un altro dialogo tra Fullone e Manganelli: «Utilizziamo anche scudi e manganelli», dice quest’ultimo. «Ok, se necessario ovviamente», risponde Fullone. Manganelli ora è in carcere, accusato in concorso per una serie di episodi di torture, lesioni e maltrattamenti pluriaggravati.
E poi ci sono i depistaggi e il silenzio davanti agli investigatori.
Il Corriere della Sera racconta oggi che nei giorni successivi, secondo gli inquirenti, alcuni degli indagati tentano di far sparire le registrazioni del circuito di videosorveglianza.
E lì il capo del Gruppo di supporto scrive a Fulloni: «Vado a Smcv. Per video». Aggiungendo poi: «Sono sul posto, ho raccolto tutto». «Ottimo», è la risposta del provveditore. Poi, quando il 10 luglio 2020 i pm titolari delle indagini lo interrogano. Fullone ammette di aver deciso la perquisizione straordinaria e rivendica di aver agito legittimamente perché in presenza di «specifiche situazioni emergenziali».
Ma sostiene anche di aver saputo dei pestaggi solo quando ne hanno parlato giornali e tv: «Nessuno mi ha mai informato, tra le persone che avevano operato in concreto, del fatto che ci fossero state violenze ai danni di detenuti». Quando gli chiedono se dalle immagini registrate saprebbe riconoscere i poliziotti picchiatori, risponde: «Sono chiaramente disponibile per ogni contributo utile». Ma quando gli fanno vedere tre video, per tre volte a domanda risponde: «Non riconosco nessuno».
(da Open)
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Luglio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
CAPITO, GENERALE, NON CI RESTA CHE AFFIDARSI AL SOPRANNATURALE
“Ho chiesto a Santa Rita di aiutare l’Italia a uscire da questa pandemia, far sì che la
campagna vaccinale proceda e che tutti gli italiani ne capiscano l’importanza”. Così il generale Francesco Paolo Figliuolo, Commissario straordinario per l’emergenza Covid, in visita ieri all’urna che custodisce il corpo della santa a Cascia, in provincia di Perugia.
“Confidando nella scienza ma anche nella spiritualità, auspico che Santa Rita posi la sua santa mano sopra di noi per far in modo che ne usciamo”, ha aggiunto Figliuolo, arrivato nella cittadina umbra per visitare il punto vaccinale straordinario allestito dall’Esercito.
Accompagnato dal sindaco di Cascia, Mario De Carolis, il generale è stato accolto nella Basilica di Santa Rita dal Rettore padre Luciano De Michieli. Nel corso della sua visita, Figliuolo ha anche incontrato suor Maria Rosa Bernardinis, priora del monastero della santa, che ha assicurato le preghiere di tutta la comunità a sostegno della ripresa e del futuro del Paese.
“È un grande privilegio aver potuto visitare il Santuario di Santa Rita da Cascia“, ha scritto Commissario straordinario nominato dal Governo di Mario Draghi sul libro a disposizione delle autorità dopo l’eccezionale autorizzazione a visitare l’urna sacra. “Che Santa Rita ci illumini e dia a tutti gli italiani la possibilità di superare questa pandemia, che ha già provocato tanti lutti e sofferenze”. Figliuolo si è poi detto “fiducioso che tutti insieme, agendo con fede e buona volontà vinceremo questa sfida epocale”.
(da agenzie)
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Luglio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
IL GOVERNO DEI MIGLIORI AMMETTE: “IMMUNITA’ DI GREGGE SLITTERA’ DI QUALCHE SETTIMANA”
Non si ferma il braccio di ferro tra Governo e Regioni sulle forniture vaccinali previste per il mese di luglio. E intanto la campagna prosegue la sua marcia a velocità di crociera. Non si prevedono per il momento nuove accelerazioni e l’obiettivo dell’immunità di comunità potrebbe slittare a fine settembre, ritardando così di alcune settimane.
Nella giornata di oggi l’assessore alla Salute della Regione Lazio, Alessio D’Amato, è tornato nuovamente a lanciare l’allarme sulle forniture di luglio: “I tagli ci saranno eccome, con inevitabili conseguenze sulla campagna vaccinale. Le difficoltà riguardano soprattutto Pfizer, il vaccino su cui, per le attuali impostazioni, si fa affidamento per l’80%”.
Le conseguenze prospettate da D’Amato per il Lazio riguardano l’interruzione delle prenotazioni con Pfizer per i residenti con più di 17 anni; il posticipo a dopo Ferragosto dell’avvio della campagna vaccinale dai pediatri di libera scelta per i ragazzi tra i 12 e i 16 anni; e lo slittamento di una settimana di tutte le prenotazioni della prima dose per chi aveva fissato la somministrazione dall’11 al 15 luglio.
Ma sarà davvero così per tutta Italia? Possiamo dire che il rischio esiste, ma solo in parte. Il problema riguarda da un lato l’anticipo di un numero cospicuo di dosi da parte di Pfizer nel mese di giugno – per contrastare la variante Delta – che in realtà erano programmate per luglio e agosto; dall’altro vanno tenute in considerazione sia la mancata approvazione dell’altro vaccino mRna Curevac da parte di Ema, che la rimodulazione di AstraZeneca e Johnson & Johnson per i soli over 60. Le conseguenze di questa situazione non dovrebbero però comportare una riduzione rispetto alla media delle 500 mila vaccinazioni quotidiane raggiunte negli ultimi mesi. Quello che invece verrà meno è quella nuova accelerazione che avrebbe portato le Regioni a raggiungere il traguardo delle 700 mila somministrazioni al giorno.
A confermarlo all’HuffPost è stato il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, spiegando che le Regioni, “quando nelle settimane scorse hanno elaborato la piattaforma delle prenotazioni vaccinali per il mese di luglio, avevano tenuto conto della piena disponibilità di tutti e 4 i vaccini. Eravamo dunque pronti ad un ulteriore accelerazione passando da 500 a 700 mila somministrazioni al giorno. Le nuove indicazioni su AstraZeneca e Johnson & Johnson hanno reso complicato questo obiettivo. Ad ogni modo, avremo forniture adeguate per mantenere la media delle 500 mila dosi al giorno”. Per il sottosegretario ci potrebbe tutt’al più essere un lieve slittamento nel raggiungimento dell’immunità di comunità: “Contavamo di arrivare all’immunità di comunità intorno ai primi di settembre, ora il traguardo verrà spostato di qualche settimana, a fine settembre”.
Nella giornata di ieri, anche il commissario all’emergenza Covid, Francesco Paolo Figliuolo, aveva fatto il punto sui numeri delle forniture attese per luglio alla luce delle nuove indicazioni su AstraZeneca: “A luglio saremo in grado di assicurare un quantitativo di dosi che permetterà alle Regioni di fare una media complessiva di 500 mila somministrazioni al giorno, a livello nazionale. In tale ottica, la Struttura commissariale sta agendo in maniera bilaterale con tutte le Regioni per fare una riprogrammazione delle agende delle somministrazioni, perché chi aveva programmato il mese di luglio con le regole precedenti all’ultima indicazione del Comitato Tecnico Scientifico poteva contare su quattro vaccini”.
“Non c’è un problema di quantità ma c’è un problema di bilanciamento sulle Regioni, alcune delle quali giustamente contavano di poter crescere ancora di più con le prime dosi a luglio – ha aggiunto Figliuolo -. Ora occorre che vengano rispettate le somministrazioni di tutte le seconde dosi, riprogrammando magari qualche prima dose, perché laddove si era previsto di usare Astra Zeneca o Johnson & Johnson, ora bisognerà usare i vaccini a Rna messaggero Pfizer e Moderna”.
Il commissario ha poi spiegato che, insieme al Ministero della Salute, si stanno già valutando delle opzioni di acquisto per farsi trovare pronti in caso di necessità di somministrazione di una terza dose di vaccino. “Le dosi ci saranno – ha sottolineato Figliuolo – ma sarà la scienza a dirci se e dopo quanto tempo dovrà essere inoculato il richiamo”.
Insomma, se non di tagli, un problema di rimodulazione dell’offerta vaccinale per il mese di luglio c’è. Ma non finisce qui. Potrebbero essere infatti imminenti anche altre novità che andrebbero ad incidere sull’andamento della campagna. Nella giornata di ieri l’Ema, ribadendo l’efficacia di tutti e 4 i vaccini approvati contro le varianti, compresa quella delta, ha sottolineato l’importanza di un rapido completamento del ciclo vaccinale, soprattutto per le persone anziane e fragili, in modo da offrire loro una maggiore copertura. Il diffondersi della variante delta anche in Italia potrebbe quindi portare il Cts ad un ripensamento sugli attuali tempi dilatati per la somministrazione delle seconde dosi. Ricordiamo infatti che ad oggi l’indicazione alle Regioni è quella di estendere fino a 42 giorni il termine per i richiami con Pfizer e Moderna, previsti invece dai ‘bugiardini’, rispettivamente, in 21 e 28 giorni. Questa indicazione, contenuta nella circolare del Ministero della Salute dello scorso 9 aprile, era stata data sulla base di una situazione ben diversa da quella odierna in modo da offrire copertura con almeno una dose di vaccino a più persone possibili. Questa strategia rischia però di risultare inefficace alla luce del mutato contesto epidemiologico ed alla copertura solo parziale offerta da una singola dose di vaccino rispetto alle nuove varianti.
Ovviamente, il possibile accorciamento dei tempi dei richiami vaccinali comporterebbe una ulteriore rimodulazione della programmazione delle prenotazioni da parte delle Regioni con nuove complicazioni da dover affrontare, anche in termini di allungamento dei tempi per le prime vaccinazioni, soprattutto per i più giovani.
(da Huffingtonpost)
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Luglio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
IL PROCURATORE: “TRADITORI DELLO STATO”
Condanne da 3 anni e 4 mesi fino a 12 anni per i carabinieri infedeli di Piacenza,
uomini che il procuratore capo di Piacenza, Grazia Pradella, non aveva esitato a definire “traditori dello Stato”. Nel processo con rito abbreviato, davanti al gup Fiammetta Modica, le condanne inflitte ai cinque imputati soddisfano l’accusa.
Per Giuseppe Montella, ritenuto il capo del gruppo, la pena più alta: 12 anni, l’accusa aveva chiesto 16 anni, un mese e 10 giorni. Ha ammesso le sue responsabilità – ammettendo di aver preso parte a gran parte dei circa 60 episodi contenuti nel capo di imputazione (per fatti avvenuti dall’ottobre 2018 al giugno 2020) -, ma ha sempre sostenuto di non aver agito da solo. Pene più basse per gli altri.
Condannati – sempre a pene inferiori alle richieste dell’accusa – l’appuntato scelto Salvatore Cappellano a 8 anni (la richiesta era di 14 anni, 5 mesi e 10 giorni), 6 anni per il collega Giacomo Falanga (13 anni la richiesta di pena), 4 anni per Marco Orlando (5 anni la richiesta) all’epoca comandante della stazione di via Caccialupo. Per Daniele Spagnolo la pena più bassa a 3 anni e 4 mesi (richiesta della procura 7 anni e 8 mesi).
Stanca ma soddisfatta il procuratore Pradella. “L’impianto accusatorio ha retto in pieno”, ha detto contattata dall’Adnkronos.
A meno di un anno dalle manette e dal sequestro della caserma Levante – prima volta in Italia – arriva il verdetto nei confronti di chi con comportamenti di “eccezionale gravità ha offeso i carabinieri che lavorano in silenzio e con spirito servizio”, le parole usate dal procuratore capo nella requisitoria dello scorso aprile. Nell’aula di Piacenza Expo, trasformata in tribunale per rispettare le norme anti Covid, davanti al gup Modica, era stato il pm Antonio Colonna a ricostruire “il sistema Levante” e a spiegare le responsabilità di tutti gli imputati “accecati dall’arroganza di chi si crede al di sopra delle regole”, capaci di tenere in piedi un sistema parallelo fatto di menzogne, di sequestri di droga rivenduta attraverso pusher di fiducia, di arresti ‘architettati’ per aumentare le statistiche, di pestaggi con modalità tali da configurare la tortura. Traspare il disprezzo nell’elencare i presunti illeciti commessi dai cinque carabinieri che hanno scelto l’abbreviato – consente lo sconto di un terzo della pena – per difendersi da una sfilza di reati che spaziano dallo spaccio di droga al peculato, dal falso alle lesioni e alla tortura.
“C’è gente che indossa la divisa con onore e per questo leggere questi fatti é motivo di umiliazione e vergogna. Dedico il mio intervento a queste donne e a questi uomini valorosi”, uno dei passaggi dell’intervento davanti alle parti civili, tra cui alcune associazioni di carabinieri. Le motivazioni saranno rese note tra 90 giorni.
“In relazione alla sentenza di condanna di primo grado emessa oggi dal Tribunale di Piacenza nei confronti dei militari già effettivi alla Stazione di Piacenza Levante”, l’Arma dei Carabinieri esprime “ancora una volta il proprio dolore su una vicenda molto grave poiché è inaccettabile che i carabinieri possano tenere comportamenti inaccettabili e di gravità inaudita e ledere gli interessi dei cittadini”.
“Con responsabilità accertata, non ci saranno sconti per nessuno. Chi sbaglia -si legge in una nota dell’Arma dei Carabinieri- pagherà oltre che sul piano penale, anche su quello civile (anche con risarcimento dei danni economici) e disciplinare. Tutti i militari a giudizio, a suo tempo, furono immediatamente sospesi dal servizio e altri più gravi provvedimenti saranno adottati se ci sarà sentenza definitiva di condanna.
(da agenzie)
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Luglio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
MAZZETTA DI UN DOLLARO A VACCINO PER IL LEADER DEL PARTITO ALLA CAMERA… PAESE CHE VAI, DELINQUENTE SOVRANISTA CHE TROVI
Salgono a quota due le accuse di corruzione relative a negoziati per l’acquisto di vaccini contro il Covid-19 da parte del governo del Brasile, presieduto da Jair Bolsonaro.
I casi sono stati rivelati da reportage pubblicati in settimana dal quotidiano Folha de S. Paulo e dalla Revista Crusoè e saranno oggetto di indagine da parte della Commissione parlmentare d’inchiesta in corso al Congresso Nacional (Comissão Parlamentar de Inquérito, Cpi).
La prima delle due accuse vede coinvolto il leader del governo alla Camera dei deputati, Ricardo Barros. Stando al deputato federale Luis Miranda, Barros gli avrebbe offerto una tangente affinché non intralciasse l’acquisizione del vaccino di produzione indiana Covaxin da parte del ministero della Salute
Il contratto firmato con la compagnia Precisa Medicamentos prevedeva l’acquisto di 20 milioni di dosi al costo complessivo di 1,6 miliardi di dollari. Una cifra, questa, che lo avrebbe reso il siero più costoso tra quelli comprati dal dicastero a guida, all’epoca, dell’ex ministro Eduardo Pazuello: circa 15 dollari a dose. Covaxin non era stato poi approvato per l’uso in Brasile da parte della Agência Nacional de Vigilância Sanitária (Anvisa).
Miranda ha affermato inoltre alla Cpi di aver riferito i suoi sospetti sulle irregolarità a Bolsonaro, che avrebbe affermato di conoscere le pratiche di Barros ma che non avrebbe fatto nulla, configurando così un reato.
A pubblicare la seconda accusa è stata invece Folha de S. Paulo, che ha rivelato le dichiarazioni di Luiz Paulo Dominguetti Pereira. Questa persona si è presentata come rappresentante di un’azienda che commercializzava i vaccini sviluppati da AstraZeneca e ha affermato di aver ricevuto una offerta di tangente da parte di un funzionario del ministero della Salute.
Il direttore del settore logistica, Roberto Ferreira Dias, nominato da Barros, avrebbe chiesto una tangente di un dollaro per ogni dose venduta
Il ministero pubblico e la polizia federale hanno già aperto un’indagine per chiarire il caso. La Cpi, che si è concentrata sull’omissione del governo federale nell’acquisto di vaccini, procederà a cercare prove relative a presunti casi di corruzione nel processo di scelta e acquisto degli immunizzanti contro il Covid-19, che ha già causato la morte di 520mila persone in Brasile.
Le ripercussioni negative delle notizie di questa ultima settimana hanno aumentato la pressione verso la messa in stato di accusa di Bolsonaro. Ieri 11 partiti politici, entità diverse e collettivi sociali hanno consegnato al presidente della Camera una richiesta di “super impeachment”, mettendo insieme le argomentazioni delle altre 120 richieste già presentate a questo fine.
(da agenzie)
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Luglio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
L’AGENDA LA DETTANO CONFINDUSTRIA E LEGA
Gli ultimi atti riguardano il colpo di spugna sul cashback e la fine del blocco dei
licenziamenti. Andando più indietro si ricorda il regalo agli evasori con il condono, il blitz (fallito) sul criterio del massimo ribasso per le gare e i subappalti liberi e le nomine degli esperti economisti (ultras liberisti) a Palazzo Chigi.
Fino al caro bollette. In cinque mesi il governo guidato da Mario Draghi ha dato prova di avere il baricentro spostato decisamente a destra.
Addio Cashback.
“Il cashback ha carattere regressivo ed è destinato a indirizzare le risorse verso le categorie e le aree del Paese in condizioni economiche migliori”. Con queste parole il premier, in Consiglio dei ministri, ha motivato lo stop alla misura introdotta dal suo predecessore e osteggiata dalle destre e da Italia viva. Poco importa che all’interno del piano cashless lo strumento abbia prodotto benefici effetti in termini di incentivazione dei consumi, gettito aggiuntivo e recupero del sommerso.
E’ quanto ha certificato la Community Cashless Society attivata su iniziativa di The European House-Ambrosetti. L’introduzione del cashback nel mese di dicembre 2020 – si legge nel Report – ha generato consumi addizionali pari a 1,1 miliardi di euro, a fronte di rimborsi previsti per 223 milioni di euro.
Licenziamenti liberi.
Anche qui mano tesa del governo a Confindustria e alle destre. Dal primo luglio le imprese dell’industria e delle costruzioni che decidano di non far ricorso alla cassa integrazione hanno la possibilità di mandare a casa i propri dipendenti. Si salva solo il tessile allargato le cui aziende entrano nella normativa prevista per le piccole imprese e per quelle del terziario, ovvero, fino al 31 ottobre, anche loro manterranno un divieto generalizzato di licenziamento. Il premier Draghi si affida al buon senso delle aziende a cui le parti sociali – che secondo la richiesta di Palazzo Chigi lo hanno messo nero su bianco in una nota – raccomandano l’utilizzo degli ammortizzatori sociali in alternativa ai licenziamenti.
Solito condono.
Nonostante la Banca d’Italia e la Corte dei conti abbiano duramente condannato il condono per le disparità che introduce nei confronti dei contribuenti onesti e per la spinta all’evasione che comporta, Draghi non ha fatto marcia indietro sul colpo di spugna sui debiti col fisco.
Ovvero sullo stralcio deciso delle cartelle fino a 5mila euro negli anni compresi dal 2000 al 2010 solo a chi presenta – questa la mediazione raggiunta dopo i mugugni in maggioranza – un reddito Irpef che non superi i 30mila euro. Costo stimato dell’operazione per le casse pubbliche: 666 milioni di euro.
Un favore agli evasori che sarebbe stato secondo le parole dello stesso premier accompagnato da una riforma della riscossione della quale a oggi non c’è traccia.
Su le tariffe.
Sarà un’estate calda per gli italiani. E non solo per le temperature ma per la stangata in arrivo per le bollette di luce e gas. L’incremento definitivo, ha comunicato l’Arera (l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente) è del 9,9% per l’elettricità e del 15,3% per il gas nel terzo trimestre 2021 per la famiglia tipo in tutela. Un aumento dovuto al rincaro delle materie prime. Il governo nel recente decreto sul Lavoro è intervenuto con un fondo da un miliardo di euro. E, dice Arera, la bolletta dell’elettricità sarebbe stata molto più alta se l’esecutivo non fosse intervenuto con un provvedimento di urgenza per diminuire la necessità di raccolta degli oneri generali in bolletta del prossimo trimestre. E qualche sconto ci sarà anche per le famiglie in forte disagio economico. Ma si tratta di toppe che non riescono a contenere quello che le associazioni dei consumatori definiscono un massacro per gli italiani.
Nomine iperliberiste.
Dulcis in fundo i superesperti chiamati alla corte di Draghi. Carlo Cambini, Francesco Filippucci, Marco Percoco, Riccardo Puglisi e Carlo Stagnaro sono stati reclutati al “Nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica”, struttura del Dipartimento della programmazione economica di Palazzo Chigi, guidato da Marco Leonardi. Gli esperti in questione, osannati dai renziani, sono stati demoliti da un gruppo di economisti che hanno scritto una lettera aperta al premier contestandone il fatto che siano tutti uomini, del Nord, contrari all’intervento pubblico in economia, che minimizzano la questione meridionale e snobbano il cambiamento climatico alla faccia del green deal dell’Europa.
Tra i più chiacchierati Stagnaro e Puglisi. Il primo, direttore ricerche e studi dell’istituto Bruno Leoni di cui si ignorano i finanziatori, è noto per le sue teorie molto scettiche sul cambiamento climatico e alcune tesi a favore delle armi. Il secondo, professore all’Università di Pavia, ultras liberista, è conosciuto per il suo stile aggressivo sui social. Dove ha attaccato duramente il precedente governo e si sbrodola in lodi infinite all’indirizzo di Draghi.
(da La Notizia)
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Luglio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
LO CHEF SI SCHIERA ANCHE A FAVORE DEL DDL ZAN
Non è un tipo da piazza e non è solito manifestare, ma i suoi messaggi sono sempre ben precisi e ben articolati.
Carlo Cracco, nella sua intervista a La Repubblica in cui si parla dell’apertura del suo nuovo ristorante a Portofino, torna a parlare dell’esigenza di una legge contro l’omotransfobia e affronta uno dei temi che ha attirato l’attenzione del dibattito pubblico fin dal giorno delle riaperture dei locali: quello dei giovani lavoratori.
Lo chef stellato ha ribadito la sua posizione nei confronti del ddl Zan: “Ma come si fa a non essere d’accordo nel 2021 – si chiede sorpreso -, parliamo di diritti sacrosanti. Dovrebbe essere la base della società civile, la normalità”.
Insomma, come già sottolineato in passato, Carlo Cracco percepisce l’esigenza di questa normativa che va a estendere le pene per chi si macchia di reati di stampo omotransfobico e misogino.
Una ricetta facile e da digerire, ma che a molti risulta essere ancora indigesta per via del companatico propagandistico utilizzato per accompagnare questa legge sulla tavole del proprio elettorato.
Non solo ddl Zan. Cracco, infatti, ha parlato anche della sua assenza alle manifestazioni di piazza. Non ha partecipato a quella in sostegno della legge contro l’omotransfobia e neanche a quelle organizzate dai ristoratori per chiedere le riaperture negli scorsi mesi.
Richieste legittime, secondo lui, ma espresse in modo sbagliato senza alcuna visione o proposta da parte dei suoi colleghi scesi in piazza. Poi un ultimo argomento di stretta attualità, quello dei giovani che – secondo una narrazione ideologica in voga negli ultimi tempi – non accetterebbero posti di lavoro perché preferiscono prendere il reddito di cittadinanza. Ed è qui che arriva la risposta da applausi.
“Non è vero che non si trova il personale, il problema è come lo tratti. Se pensi a fare il nero, se non consideri il personale parte fondamentale e non lo metti in regola, è logico che poi non lo trovi. Invece si deve fare formazione, puntare a far crescere i ragazzi, insegnare. Così li fai entrare davvero nel mondo del lavoro. I giovani sono una risorsa”.
Il pranzo, per i colleghi (alcuni, non tutti), è servito.
(da NextQuotidiano)
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