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SALVINI VUOLE RUDOLPH GIULIANI NELLA SQUADRA: SI AFFRETTI PRIMA CHE FINISCA IN GALERA PER CORRUZIONE

Luglio 3rd, 2021 Riccardo Fucile

O FORSE SI RIFERIVA AI FUTURI INCONTRI DI CALCETTO TRA LE SQUADRE DEI CARCERATI DI SAN QUINTIN E QUELLI DI SAN VITTORE

Il centrodestra non ha ancora trovato la quadra sui candidati da presentare alle prossime elezioni comunali, che si terranno in autunno.
Matteo Salvini, però, si porta già avanti e guarda non ai sindaci italiani, ma addirittura a quelli statunitensi. In un’intervista al Giornale, il segretario della Lega punta infatti all’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani.
L’obiettivo è averlo nella sua squadra. Non come candidato sindaco in una grade città, probabilmente, ma comunque nella squadra del centrodestra in vista delle prossime elezioni comunali.
Difficile capire se si tratta solo di un auspicio o se ci sia già stato qualche contatto reale tra i due. Salvini, infatti, si limita a chiamare in causa Giuliani, spiegando anche il perché: “A breve scioglieremo tutti i nodi, anticipo che mi piacerebbe coinvolgere l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani come consulente per la sicurezza e il decoro urbano in diverse città. Il suo modello di tolleranza zero sarebbe efficacissimo”.
Un ruolo, quindi, che l’ex sindaco di New York dovrebbe ricoprire in diverse città, secondo Salvini.
TUTTI I PROCEDIMENTI CONTRO GIULIANI NEGLI USA (SOSPESO ANCHE DALL’ORDINE DEGLI AVVOCATI)
L’avvocato dell’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nonché ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, è accusato di aver cercato di far deportare in Turchia il principale nemico di Erdogan, il religioso Fethullah Gulen
Secondo l’accusa Giuliani ha cercato di persuadere Trump (senza riuscirci) a estradare Gulen, capo del movimento che Erdogan sostiene abbia cercato di rovesciarlo nel fallito colpo di stato del luglio 2016, senza però dichiarare che stava lavorando per una potenza straniera, cosa giustamente proibita negli USA.
Ma non è questo il fatto più grave di cui è accusato Giuliani. Secondo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti nel 2017 avrebbe cercato di convincere sempre il Presidente Trump (anche questa volta senza riuscirvi) a far cadere le accuse contro Reza Zarrab, un commerciante d’oro iraniano-turco accusato di aver aiutato una banca turca di proprietà dello Stato a incanalare 10 miliardi di dollari in Iran a dispetto delle sanzioni statunitensi.
Giuliani è accusato, ancora una volta senza registrarsi come agente straniero, di aver esercitato pressioni su Trump per conto degli oligarchi ucraini ed è anche sospettato di collaborare con gruppi di interesse ucraini per trovare materiale incriminante su Beau Biden, figlio dell’allora candidato presidenziale Joe Biden, che aveva avuto rapporti d’affari in quel paese.
Lo scorso aprile agenti dell’FBI hanno fatto irruzione nella casa di Giuliani e, insolitamente, nei suoi uffici legali e hanno sequestrato telefoni e computer.
Una Corte d’appello di New York ha sospeso la licenza legale dell’ex sindaco Rudolph Giuliani dopo che un comitato disciplinare ha stabilito che aveva rilasciato dichiarazioni “false e fuorvianti” sulle elezioni del 2020 in qualità di avvocato personale dell’allora presidente Donald Trump.
Nella sua decisione, motivata in 33 pagine e ripresa dal “New York Times”, la Corte afferma che la condotta di Giuliani “ha minacciato l’interesse pubblico e giustifica pertanto la sospensione provvisoria dalla pratica della legge”.
Giuliani, si legge nel testo, ha contribuito a guidare la battaglia legale di Trump contro i risultati elettorali sostenendo “senza fondamento” che il voto è stato pieno di brogli e che le macchine per il voto sono state truccate.
“Concludiamo che ci sono prove inconfutabili che il convenuto abbia comunicato dichiarazioni manifestamente false e fuorvianti a tribunali, legislatori e all’opinione pubblica in generale nella sua qualità di avvocato dell’ex presidente Donald Trump e della campagna di Trump in relazione al fallito tentativo di rielezione di Trump nel 2020”, si legge nel documento.
(da agenzie)

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LA RISPOSTA PERFETTA DELL’AUSCHWITZ MEMORIAL A FRANCESCA DONATO CHE AVEVA SCRITTO “LA VACCINAZIONE RENDE LIBERI”

Luglio 3rd, 2021 Riccardo Fucile

LA PROPAGANDA NO VAX DELLA PARLAMENTARE LEGHISTA E LA DURA RISPOSTA

Le file della Lega continuano a regalare figure istituzionali che remano contro il grande sforzo del paese. L’ultima ad iscriversi nella lista dei politici no-vax è stata Francesca Donato, eurodeputata eletta nella file del Carroccio.
La propaganda dei contrari ai vaccini però questa volta ha trovato l’ennesimo oppositore.
La deputata ha scritto sul suo profilo twitter la frase “La vaccinazione rende liberi”, parafrasando la celebre cancellata all’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz: Arbeit macht frei in italiano, Il lavoro rende liberi.
La risposta è nella storia: risponde il profilo dell’Auschwitz Memorial
La risposta arriva direttamente dal profilo twitter dedicato al memoriale delle tragedie legate al campo di sterminio nazista. “Quelle parole sono diventate una delle icone dell’odio umano che ha portato a innumerevoli morti. La strumentalizzazione di questo simbolo per argomentare contro la vaccinazione che salva la vita umana, è un triste sintomo di declino morale e intellettuale”.
E’ sì vero che non ci potrebbero essere parole migliori per esprimere un concetto così semplice, in un momento così importante per il nostro paese. Considerati i diversi focolai della variante Delta che si sono imposti in Italia, verso cui comunque il vaccino secondo gli esperti garantisce copertura. Proprio oggi il professore Rezza ha dettato la linea sui prossimi mesi “Preoccupa variante Delta, prudenza e vaccinare”.
“La crescita della prevalenza della variante Delta è un dato atteso, che deve essere monitorato con grande attenzione”. Ha spiegato il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, commentando la nuova indagine rapida sulle varianti di Sars CoV-2 condotta dall’Iss e dal ministero della Salute insieme ai laboratori regionali e alla Fondazione Bruno Kessler.
“E’ fondamentale continuare il tracciamento sistematico dei casi per individuare i focolai, che in questo momento è reso possibile dalla bassa incidenza – aggiunge Brusaferro – e completare il più velocemente possibile il ciclo vaccinale dal momento che, come confermato anche ieri dall’Ema, questo garantisce la migliore protezione”.
(da agenzie)

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SAVIANO: “PICCHIAVANO TUTTI, MA NON I CAMORRISTI, STATO GARANTE DELLE MAFIE”

Luglio 3rd, 2021 Riccardo Fucile

“QUESTO DETERMINERA’ L’ADESIONE ALLA CAMORRA DI NUMEROSI DETENUTI COMUNI CHE COSI’ SI SENTIRANNO PROTETTI”

Chi è che non è stato picchiato tra i detenuti di Santa Maria Capua Vetere? Chi è che non è stato scelto tra i detenuti da punire?
La risposta è semplice per chi conosce la vita delle carceri e i suoi rapporti interni di potere, a non essere pestati sono stati i detenuti camorristi e i colletti bianchi della camorra e della politica.
Loro non sono stati sfiorati, non sono stati puniti, non sono stati pestati.
Ricordate durante la pandemia le prime rivolte in carcere? Erano rivolte che nascevano dalla sospensione delle visite dei familiari e dal crescente timore del contagio in carcere eppure in quelle ore spesso l’opinione imprudente di molti (anche magistrati-opinionisti nei talk) raccontavano fossero rivolte volute dalle organizzazioni criminali per poi negoziarne la pacificazione con le dirigenze, e dalla pacificazione ottenere vantaggi. Non è avvenuto questo.
Quali detenuti sono stati picchiati
Le violenze gravissime ci riguardano e il commento facile è un commento cialtrone, è un commento becero, quello secondo cui chi è in carcere non può pretendere di fare la bella vita, che chi è in carcere qualche schiaffo lo deve mettere in conto perché ha fatto di peggio. Il risultato di una lente distorta che spesso si usa per osservare il carcere è che lo Stato ha picchiato i detenuti, i detenuti senza protezione.
Piccoli borseggiatori, piccoli spacciatori, immigrati. Basso livello criminale. Rancore e ritorsioni che potevano sfogarsi sull’unica carne che puoi picchiare senza temere ritorsioni. L’unico detenuto pestato con un po’ più di spessore criminale sarebbe Marco Ranieri, di Latina, con una laterale partecipazione alla banda della Magliana.
Durante il pestaggio urlavano, secondo quando riportano gli inquirenti: «Ma tu saresti il boss del Lazio? Qui adesso comandiamo noi», «Tu saresti un capo? Sai quanta gente come te ho vattuto?». A portata di mano, magari, la possibilità di poter picchiare qualcuno che non sa chi sei, che non sa dove abiti, che puoi pestare senza ritorsione. Eppure la domanda è chiara: perché hanno usato tanta violenza? Paura? «Necessità» di riportare le cose «all’ordine»?
Massiccia presenza dei Casalesi
La rivolta dei detenuti, riuniti tutti dentro il parlatorio, preso simbolicamente come luogo di rivolta contro le condizioni che vivevano, mostrava il disagio della direzione e della catena di comando interna al carcere, sostanzialmente mostrava che la direzione non aveva fatto un buon lavoro perché non era riuscita a controllare il carcere.
La seconda ragione è che certamente rischiava di mostrare la condizione in cui versano i detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere che è, come nella maggior parte delle carceri italiane, una condizione infernale, inumana, intollerabile in uno stato di diritto, nonostante la politica non se ne faccia carico mai. Ma il carcere di Santa Maria Capua Vetere sconta anche altro. Essendo stato per anni un carcere con una massiccia presenza del clan dei Casalesi, le associazioni a tutela dei diritti dei carcerati, come ad esempio Antigone, venivano tenute lontane dai detenuti perché erano i clan a voler gestire tutto. Progressivamente il quadro è cambiato, e Santa Maria Capua Vetere si è riempito di carcerati non solo mafiosi ma di detenuti comuni.
Carcere costruito dalla camorra
E qui vale la pena ricordare un’altra verità sul carcere di Santa Maria Capua Vetere, una verità che pochi ricordano, anche se è una verità ormai assodata da decenni: il carcere di Santa Maria Capua Vetere è stato costruito dalla camorra.
Fu costruito dai clan dei Casalesi che fornirono cemento, mezzi e manodopera. Fu proprio il capostipite del gruppo casalese Antonio Bardellino, come ha raccontato il pentito Carmine Schiavone negli anni Novanta, ad aver imposto il cemento del clan e ad aver controllato tutta la filiera. Il carcere venne costruito perché la casa circondariale di Poggioreale, a Napoli, era diventata ingestibile, il sovraffollamento era insopportabile e la situazione resa incandescente dalla guerra tra Nuova Famiglia e Nuova Camorra Organizzata che si scannavano considerando il carcere cosa loro.
Così aprirono Santa Maria Capua Vetere nella provincia casertana, e lì il sovraffollamento ci mise poco a raggiungere i livelli di guardia. Il carcere fu dedicato a Francesco Uccella, un generale di brigata della polizia penitenziaria che aveva diretto il carcere di Santa Maria Capua Vetere quando ancora aveva la sua sede nell’ex convento, perché spesso nel Sud gli ex conventi hanno avuto funzione di case circondariali.
La situazione delle carceri italiane
Le carceri violente diventano carceri mafiose, la solidarietà data ai poliziotti coinvolti nei video da alcuni politici pronti a qualsiasi atto di propaganda è rischiosa perché danneggia il comportamento corretto delle guardie carcerarie rigorose che pagano un prezzo altissimo per la situazione disastrosa delle carceri italiane, perché sono in pochi a gestire situazioni di degrado e sovraffollamento insostenibili.
Non è un caso se in carcere non si suicidano solo detenuti, ma anche molti agenti della polizia penitenziaria. Questo inferno, di cui la politica non si occupa se non per una effimera propaganda, è un inferno per tutte le persone che vi sono coinvolte.
Le conseguenze del pestaggio
Ma chiediamoci quale sia il risultato di quel pestaggio. Questo: ogni detenuto sa che deve essere protetto, ogni detenuto da domani cercherà di affiliarsi, si metterà in fila per entrare in un’organizzazione criminale.
Da domani borseggiatori diventeranno killer, piccoli spacciatori soldati al servizio dei cartelli, da domani (ma sta accadendo da molto prima della diffusione di queste immagini), chi entra in carcere sa che non lo difenderà il diritto, che non ci sarà possibilità di migliorare o di correggersi, ma che dovrà sperare solo nel potere e nella longa manus delle mafie, le uniche che potranno rendere meno infernale l’inferno.
E tutto questo avviene in un luogo simbolico della storia del nostro paese. Santa Maria Capua Vetere è la vecchia Capua, la Capua Antica, quella che Cicerone chiamava «Altera Roma» l’altra Roma, perché era seconda solo alla più grande città del mondo antico.
Stiamo parlando di uno dei territori più densi di storia del pianeta. Terra di rivolta, da sempre. Proprio da questo luogo, dall’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere — chi mi legge corra a visitarlo! — è iniziata la rivolta dei gladiatori capeggiata da Spartaco.
E proprio in questa terra è accaduta una delle più grandi violazioni dei diritti sanciti dalla Costituzione della storia della Repubblica; in questa terra densa di rancore che non ha una sola statua dedicata a Spartaco, che non ha dedicato nulla, se non una minuscola piazzetta a Errico Malatesta, tra i più grandi pensatori anarchici che proprio qui nacque.
Ha invece in bella mostra la statua di Roberto Bellarmino, che fu inquisitore e vescovo di Capua e tra i responsabili del processo a Giordano Bruno. Bellarmino prese parte al processo nel 1597 (era iniziato nel 1593) e fu tra coloro i quali condannarono al rogo il filosofo dopo aver invano provato a farlo abiurare. «Organi e funzione sono termini inseparabili. Levate ad un organo la sua funzione o l’organo muore o la funzione si ricostituisce […] Una polizia dove non ci siano delitti da scoprire e delinquenti da arrestare inventerà i delitti e delinquenti o cesserà di esistere».
Un carcere violento moltiplica i crimini
Questo dice Malatesta. Permettere che esista un carcere violento avrà il solo scopo di moltiplicare i crimini, spaccare la schiena ai detenuti in carceri fatiscenti peggiorerà la sicurezza e la vita della comunità.
Il carcere oggi è questo: moltiplicatore di crimine. E sapete qual è la notizia peggiore? Che l’indignazione di oggi farà il paio con l’indifferenza di domani. Fino a quando non sarà chiaro che chi commette un reato, che chi viene processato, giudicato e condannato deve avere, nel suo percorso, obbligatoriamente il reinserimento nella società, fino a che questa, che sembra una ovvietà, non diventerà una acquisizione condivisa da tutti, il maggior garante dell’esistenza e della prosperità delle mafie sarà lo Stato e noi saremo i suoi complici.
(da Il Corriere della Sera)

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CARCERE CAPUA VETERE, ALTRE 25 SOSPENSIONI TRA DIRIGENTI E DIPENDENTI

Luglio 3rd, 2021 Riccardo Fucile

DOPO UNO STRISCIONE DI MINACCE IL CONSIGLIO DEI SINDACATI: “RECATEVI AL LAVORO IN ABITI CIVILI”

La spedizione punitiva contro i detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere continua a lasciare strascichi nel mondo penitenziario italiano.
Dopo la sospensione ordinata dal ministero della Giustizia di 52 dipendenti, arrivano 25 nuovi provvedimenti nei confronti di altre persone coinvolte nei pestaggi e nei tentativi di insabbiamento dell’accaduto.
Tra loro, ci sono anche i due vicedirettori della casa circondariale e il vicecomandante della polizia penitenziaria.
I fatti dello scorso 6 aprile 2020, assurti alle cronache oltre un anno dopo, hanno innescato, poi, un clima di odio nei confronti degli agenti.
Nella mattina di oggi, 3 luglio, è stato individuato e rimosso da un cavalcavia di Roma uno striscione siglato dal movimento anarchico: «52 mele marce? Abbattiamo l’albero!». L’Uspp, il sindacato della polizia penitenziaria, sull’accaduto scrive: «Lo striscione apparso è solo uno dei segnali di pericolo che deve far riflettere chi continua a pubblicare foto nomi e indirizzi di persone appartenenti a un’istituzione dello Stato che in questo modo di processo pubblico rischiano la reazione di appartenenti alla criminalità, mentre vanno giudicati nelle aule di giustizia».
«Troppa attenzione mediatica rischia di generare pericoli anche per la tenuta del sistema carceri dove, fino a prova contraria, è la polizia penitenziaria a mantenere l’ordine, la sicurezza e la legalità», aggiungono il presidente del sindacato, Giuseppe Moretti, e il segretario regionale per la Campania, Ciro Auricchio.
Intanto, da ambienti interni alla polizia penitenziaria, si apprende di una raccomandazione che sta circolando in queste ore tra gli agenti: «Per la nostra incolumità ci stanno consigliando di recarci al lavoro indossando non la divisa, ma abiti civili, visto che nei giorni scorsi alcuni agenti della polizia penitenziaria sono stati oggetto di insulti in strada. Non siamo tutte mele marce – rimarca un poliziotto che ha parlato alle agenzia di stampa -. È giusto che chi ha sbagliato paghi, ma tra noi ci sono tantissimi colleghi che onorano la divisa e che ora temono per la propria incolumità».
(da agenzie)

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BERLUSCONI VUOLE IL QUIRINALE: “HO IL 10-15% DI POSSIBILITA'”

Luglio 3rd, 2021 Riccardo Fucile

“HO GIA’ 476 GRANDI ELETTORI”

La prossima settimana Berlusconi dovrebbe tornare a Roma per riprendere i contatti diretti con il mondo politico e per capire se il suo sogno può diventare realtà. Vuole fare il capo dello Stato e siccome «le uniche sfide che mi piacciono sono quelle impossibili», l’idea del Colle è per lui terapeutica.
«Mi do il 10-15% di possibilità» dice il Cavaliere, che ha fatto i calcoli e ritienedi avere già dalla sua 476 grandi elettori, insufficienti per raggiungere la maggioranza assoluta fissata a quota 505.
Perciò ha messo all’opera i suoi sherpa, sguinzagliati tra le file dei grillini alla ricerca di un nuovo personale centro di gravità. Quando illustra il suo disegno agli ospiti, Berlusconi sembra l’Andreotti che alla vigilia della corsa al Colle nel ’92 apriva il cassetto della scrivania e mostrava una lista di nomi scritti a macchina: «Sono i parlamentari comunisti che voteranno per me».
Ai peones pensano i suoi uomini, al resto pensa direttamente lui. E certo non gli mancano i modi per tessere rapporti.
Con Conte, per esempio, sono cordialissimi: a Natale gli ha regalato un dipinto della sua pinacoteca. La scintilla tra i due scoccò quando l’avvocato del popolo venne incaricato di formare il governo e si incontrarono per le consultazioni.
«Le racconto la mia esperienza — esordì il Cavaliere — così che possa esserle d’aiuto…». Ma l’altro lo interruppe: «Presidente, non ce n’è bisogno. Le sue imprese sono scritte a caratteri cubitali nei libri di storia».
Il rapporto con Renzi è diverso, perché il leader di Iv non viene da terre levantine, eppure Berlusconi è convinto di poter far breccia nel carattere burbero dell’interlocutore toscano.
Lo sa che gli stanno ridendo dietro e non è la prima volta: in politica gli capita dai tempi in cui annunciò a Gianni Agnelli che si sarebbe candidato e avrebbe sicuramente vinto le elezioni. E anche oggi sostengono che Salvini lo abbia circuito, che insieme ad altri lo stia usando, e che infine lo bruceranno. Se pure fosse, di questo gioco il Cavaliere si fa gioco, almeno così mostra, come stesse interpretando le pagine di un romanzo pirandelliano: «Dissi a mio padre che sarei arrivato a fare il presidente della Repubblica». E scruta la reazione dei suoi interlocutori.
Ma è vero che ha sempre puntato all’alto incarico, ne è testimone Dini che fu suo ministro dell’Economia. Era il 1994 e un giorno passarono insieme in auto davanti al Quirinale. D’un tratto Berlusconi si volse e gli confidò: «Il mio sogno è venire qui, non stare lì», cioè a Palazzo Chigi.
È nell’altro palazzo che si sente a suo agio come un Papa. A una cena di Stato organizzata al Colle, quando lì sedeva Ciampi, il Cavaliere che era presidente del Consiglio ruppe il cerimoniale ordinando lui ai camerieri in livrea di scoperchiare le portate.
Persino alle ultime consultazioni a cui ha partecipato, passando per un salone del palazzo, spiegò che «qui questi mobili non vanno bene, li sposterei in un’altra stanza».E ora, all’alba dei suoi 84 anni, vorrebbe arredare a suo piacimento persino il Quirinale, «tanto ci starei un paio di anni non di più…».
In questa confidenza, apparentemente ingenua, c’è in realtà l’essenza di un messaggio che sembra tagliato su misura per Draghi. Se così stanno le cose, c’è qualcosa che non quadra nella tesi di quanti lo considerano ormai poco lucido.
D’altronde lo davano per morto mentre era lì a meditare come resuscitare politicamente, mentre al telefono parlava con Putin e poi con Bush. «Non mi hanno dimenticato, sono una delle persone più ascoltate». Avrebbe voluto sentire anche Biden quando è venuto in Europa: «Ci riproverò».
Il suo schema per scalare il Colle sarà pure schematico, ma Berlusconi non ama perdersi nei labirinti delle liturgie. E allora la spiega così: ritiene che alla prima chiama per l’elezione del capo dello Stato, quando serviranno i due terzi dei voti, ci potrà essere solo Draghi. «Ma oggi mi riferiscono che non sia sostituibile al governo del Paese». L’establishment, gli dicono, spingerebbe per la Cartabia «ma Salvini non la voterebbe». Perciò se si arrivasse senza esiti alla quarta chiama, basterebbe «solo» la maggiorana assoluta. A quel punto Berlusconi potrebbe (ri)scendere in campo, magari per sfidare in un ultimo duello l’eterno rivale dell’era bipolare: Prodi. «Abbiamo delle chance, vedrete». Si vedrà.
(da il Corriere della Sera)

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L’ETERNO COMMA 22 DEI CINQUESTELLE: MILLE REGOLE E IL LORO CONTRARIO

Luglio 3rd, 2021 Riccardo Fucile

UN CIRCOLO VIZIOSO INESTRICABILE

Si chiama M5S, ma si potrebbe anche chiamare Comma 22. Ricordiamo tutti il celebre paradosso del romanzo di Joseph Heller. Raccontava di un regolamento militare che, per l’appunto all’articolo 22, recitava così: «Può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo solo chi è pazzo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non può essere pazzo».
Da allora, per dire di una soluzione impossibile, di un circolo vizioso inestricabile, si dice Comma 22. Oppure, se volete, Statuto a Cinque Stelle.
Grazie alle cronache sul Corriere di Emanuele Buzzi, uno dei pochi ormai in grado di spiegare anche ai diretti interessati che cosa stia accadendo, seguiamo affascinati le contorsioni regolamentari del Movimento.
Cose del tipo: convocare elezioni di comitati direttivi subito sconvocate; per sganciarsi da Rousseau non si poteva votare su Rousseau, ora che non c’è più Rousseau si minacciano ricorsi se non si vota su Rousseau; per eleggere un capo politico ci voleva prima un elenco degli iscritti, ma solo un non iscritto (Conte) è riuscito a ottenerlo rivolgendosi all’autorità pubblica; c’è un Garante, ma anche un Comitato di garanzia, e questo potrebbe chiedere la revoca del Garante, però se non l’ottiene deve dimettersi.
Ma poi, alla fine, il simbolo è proprietà privata di Grillo: e allora di che parliamo?
Le regole vengono costantemente cambiate, modificate, adattate. Diventano sempre più astruse e complicate, e perciò inapplicabili.
Solo l’enigmistica pentastellata può spiegare come sia possibile che il periodo della Reggenza Crimi (che detta così sembra quella del Principe Giorgio in Inghilterra), cioè un regime che avrebbe dovuto essere di eccezione, stia quasi per eguagliare la durata della fase in cui il Movimento ha avuto un Capo politico, visto che Di Maio si è dimesso ormai un anno e sette mesi fa, prima del Covid.
Eppure, come nel regolamento militare del romanzo, anche la schizofrenia dello Statuto dei Cinquestelle, e l’uso a fini di lotta interna delle norme sui rimborsi, e lo stesso incubo legale del sistema delle espulsioni, non nascono a caso. Tutto questo dedalo di regole è stato concepito fin dall’inizio per separare il più possibile il Movimento dalla politica democratica, e preservarlo dalla conseguente «corruzione» che ne sarebbe derivata.
Innanzitutto bisognava impedire qualsiasi forma di dibattito interno, o addirittura di dissenso, sulle idee e sulle scelte da compiere. Poiché il Movimento è il popolo, i suoi parlamentari ne sono solo i «portavoce»: sull’«interesse generale» non si discute. È questa la ragione per cui il formidabile scontro in atto tra Grillo e Conte, potenzialmente in grado di distruggere il Movimento, non fa riferimento a nessun contenuto politico, disaccordo su programmi o alleanze, contrasto su leggi e norme. È un conflitto di potere che si nutre di se stesso e basta. Dove non si dovevano ammettere le correnti, ora non ci sono altro che correnti.
L’altro punto cardine era garantire al Movimento una gestione padronale, non solo carismatica ma proprio proprietaria, da parte del Co-Fondatore o Garante, detto anche Elevato.
Il che rende praticamente impossibile che i Cinquestelle si trasformino in qualcosa di anche lontanamente simile a un partito, come voleva Conte; perché esclude che si possa scegliere ed eleggere un Capo che non abbia il beneplacito di Grillo.
Perfino nello Statuto di Conte, che tra l’altro nessuno conosce, pare fosse del resto prevista la «carica a vita» del Garante, cioè un principio tipico delle monarchie ereditarie.
Adesso non sappiamo come finirà. Se questo strano partito personale si trasformerà in due partiti personali, e quello che doveva essere il M5S 2050 si dividerà in un M5bisS e in un M6S, la cui rispettiva forza elettorale sarà una frazione della metà di quella attuale del Movimento. O se nel ginepraio delle regole prevarrà quella non scritta secondo cui alla fine si fa come si vuole, e ci si accorda su un compromesso qualunque.
Sembra però davvero difficile, se non ormai impossibile, che ne venga fuori qualcosa di convincente per i sostenitori del Movimento; che comunque, pur con questi chiari di luna, naviga nei sondaggi ancora attorno al 15%.
Il che conferma ciò che sapevamo fin dall’inizio: che il M5S non è una invenzione mediatica, che è nato da un bisogno politico reale seppur filtrato in quel diabolico laboratorio di formule che è il nostro Paese, inventore di tutto, dai Fasci di combattimento a Forza Italia, dalla Lega Nord ai Cinquestelle.
Questo bisogno — di onestà, di pulizia, di rinnovamento — meritava interpreti migliori. E non sparirà, neanche se dovesse sparire il Movimento.
Ecco perché le sorti del partito di maggioranza relativa, del più grande gruppo presente in Parlamento, non sono solo cosa loro, ma influenzeranno la tenuta politica del Paese in una fase cruciale della sua storia, e ne segneranno il futuro politico alle prossime elezioni: se la legge elettorale resterà quella attuale, il dissolvimento del M5S avrà l’effetto di regalare al centrodestra la più comoda e schiacciante delle vittorie.
Ma forse è troppo pretendere che i duellanti pentastellati alzino anche solo per un attimo gli occhi dagli statuti e dai codicilli, dalle regole e dalle piattaforme, per ricordare in nome di che cosa avevano chiesto e ottenuto i voti degli italiani.
(da Il Corriere della Sera)

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LA PARTITA A SCACCHI DI BEPPE GRILLO

Luglio 3rd, 2021 Riccardo Fucile

COME NELLA VECCHIA DC SONO ARRIVATI I “MEDIATORI”

A sorpresa Beppe Grillo accetta la richiesta dei senatori, sospende il voto sul direttorio e compone una comitato di sette persone per arrivare ad una sintesi sullo statuto. «Oggi ho ricevuto dai gruppi parlamentari una richiesta di mediazione in merito agli atti che dovranno costituire la nuova struttura di regole del MoVimento 5 Stelle (Statuto, Carta dei valori, Codice Etico). Ho deciso – scrive Grillo – di individuare un comitato di sette persone che si dovrà occupare delle modifiche ritenute più opportune in linea con i principi e i valori della nostra comunità».
«Il comitato – prosegue – sarà composto dal presidente del comitato di garanzia Vito Crimi, dal capogruppo della camera Davide Crippa e del senato Ettore Licheri, dal capogruppo in parlamento europeo Tiziana Beghin, da un rappresentate dei ministri Stefano Patuanelli, da Roberto Fico e Luigi Di Maio».
La trattativa quindi continua e arriva ad una svolta dopo il lavoro di Luigi Di Maio e Roberto Fico che hanno tenuto compatti i gruppi. La richiesta di incontro a Beppe Grillo e Giuseppe Conte era stata fatta da diciannove senatori.
L’obiettivo raggiunto di sfilare la trattativa ai due litiganti va in porto e non è detto che sia una buona notizia per le aspirazioni di Conte di emarginare l’ Elevato. Resta il fatto che nel Movimento tutti tirano un sospiro di sollievo. «Spingerò fino alla fine affinché Conte e Grillo possano arrivare ad un accordo.
“Credo ancora che il miracolo sia possibile», sosteneva nel pomeriggio un preoccupato Luigi Gallo, deputato 5S, che chiede anche ai due di fare «mezzo passo indietro». Ancor più convinto che si possa trovare un’ intesa è il collega Sergio Battelli che invita «le tifoserie» a farsi da parte e lasciare spazio «alla mediazione, arte della politica» e poi avverte: «La riconoscenza è un valore che, nella vita come nella politica non deve mancare mai». Come dire «va bene Conte, ma di dare un calcio a Grillo non se ne parla».
Con fatica e non senza difficoltà, Conte e Grillo riprendono a discutere, seppur per interposta persona. D’ altra parte la promessa – per qualcuno la minaccia – di Conte di farsi un partito, perde capacità attrattiva. Molti dei più convinti sostenitori dell’ ex premier lo sono nel quadro di una leadership interna al Movimento.
L’avventura esterna lascia interdetti, anche perché alla fine della legislatura manca ancora molto tempo e i nuovi gruppi, così come il nuovo partito, dovrebbero dividersi eletti e voti nella stessa alleanza di centrosinistra. Ma se Conte mette il «piano B» nel cassetto in attesa delle proposte che faranno i Sette Saggi, anche Grillo dovrà attrezzarsi per correggere alcune pesanti affermazioni su Conte.
Anche se ad un ex comico viene perdonato molto e l’ ex premier è un buon incassatore, sul piano personale la distanza resta rilevante e la disponibilità data dai due al confronto con i parlamentari non colmerà la distanza personale. o gioco del cerino. La contesa resta inchiodata ai meccanismi di gestione del Movimento.
Ora che si è bloccata la procedura per l’ elezione dei cinque membri del Consiglio direttivo indetta da Vito Crimi, in qualità di membro anziano del comitato dei garanti, si fermano anche le polemiche e le carte bollate per la convocazione fatta sulla Piattaforma SkyVote e non su Rousseau.
Non solo, l’avvio del processo è stato ufficializzato per sul nuovo sito del Movimento (Movimento5Stelle.eu), lasciando fuori anche il blog delle Stelle di Casaleggio.
«Gli associati che si sono iscritti (tutti) attraverso un altro sito, come fanno a sapere che movimento5stelle.eu, è il sito del movimento, su cui – a norma di statuto – deve essere pubblicato l’ avviso di convocazione delle consultazioni? Ah, saperlo» ironizza l’ avvocato Lorenzo Borrè che già aveva preannunciato una raffica di ricorsi contro le decisioni del reggente Crimi che nel frattempo medita «se lasciare il Movimento». In attesa di vedere se e come ci sarà la ricomposizione, è stata messa la sordina alla polemica e alle richiesta di consulenza degli avvocati.
(da agenzie)

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NEL M5S TUTTI HANNO PAURA DELLO STRAPPO

Luglio 3rd, 2021 Riccardo Fucile

SOSPESO IL VOTO DEL DIRETTORIO, SI PRENDE TEMPO

La scissione che pareva sentenza evapora (forse) dopo le 22, mentre tutta Italia guarda la Nazionale che gioca contro il Belgio. Dispettoso come suo costume, Beppe Grillo pensa bene di annunciare che sì, una soluzione per evitare le macerie è arrivata. “Oggi – scrive su Facebook – ho ricevuto dai gruppi parlamentari una richiesta di mediazione in merito agli atti che dovranno costituire la nuova struttura di regole del Movimento (Statuto, Carta dei valori, Codice Etico). Ho deciso quindi di individuare un comitato di sette persone che si dovrà occupare delle modifiche ritenute più opportune in linea con i principi e i valori della nostra comunità”.
Tradotto, il pressing di tutti i maggiorenti, con Luigi Di Maio e Roberto Fico primi pontieri, ha funzionato.
Il Grillo che aveva messo il veto su Conte e sul suo nuovo Statuto accetta la proposta dei big, quella di un tavolo per creare uno Statuto intermedio tra quello dell’avvocato, di Conte, e il corpus di modifiche che lui, il Garante, pretendeva.
È la mossa per la tregua, cioè per fermare la scissione dell’ex premier, che ieri era pronto ad annunciare l’addio al M5S e la nascita dei suoi gruppi parlamentari, primo e principale serbatoio del suo partito prossimo venturo.
Invece l’ex premier si ferma, convinto ad aspettare dai maggiorenti e da contiani di rango, come Federico D’ Incà, attivissimo nella mediazione.
Di mattina parte, per un fine settimana. E di sera tardi arriva l’annuncio del Garante, quello di un comitato, composto dal reggente e presidente del comitato di garanzia Vito Crimi, dal capogruppo della Camera Davide Crippa e da quello del Senato Ettore Licheri, dal capogruppo in Parlamento europeo Tiziana Beghin, dal rappresentate dei ministri Stefano Patuanelli, da Roberto Fico e Luigi Di Maio.
In sintesi, i pesi massimi, con almeno due contiani doc come Patuanelli e Licheri.
Ergo, non può essere una mossa fatta all’insaputa dell’ex premier.
“Il comitato – conclude Grillo – dovrà agire in tempi brevissimi. La votazione sul comitato direttivo è quindi sospesa”. Bloccato quindi l’iter per quell’organo collegiale che ieri mattina Crimi aveva avviato sul nuovo sito del Movimento (Movimento5Stelle.eu) abbandonando il vecchio blog delle Stelle.
La votazione secondo il reggente – pronto ad aggregarsi a Conte – si sarebbe dovuta tenere “su una nuova piattaforma di voto”. Ovvero su Sky Vote, la sostituta di Rousseau, la creatura di Davide Casaleggio che Grillo aveva incredibilmente rimesso in partita. Ma il comitato di Garanzia – Crimi, Roberta Lombardi e Giancarlo Cancelleri – aveva respinto l’indicazione. E il Garante ieri non aveva battuto ciglio, nonostante l’evidente porta in faccia.
Ulteriore segno della mediazione in atto, con Di Maio e Fico a lavorare ai fianchi il Garante, assieme al capogruppo alla Camera Crippa, uno degli uomini più fidati di Grillo. “Beppe ha capito di aver esagerato” sussurrava ieri un veterano vicino all’artista genovese.
Ma anche Conte tra giovedì e ieri era stato messo di fronte ad alcuni dati di fatto. Quello dei numeri, per esempio, perché la consistenza delle sue potenziali truppe non era quella che si sarebbe atteso. E di sicuro l’avvocato era rimasto colpito dai volti scuri e dalle parole da emergenza dei big, come quel Di Maio che per evitare l’irreparabile era andato a trovarlo a casa,e di mediatori che Conte sente affini, come D’Incà – legatissimo a Fico – o Licheri.
Volti e voci che giovedì, con una lunga teoria di telefonate, gli hanno raccontato la stessa verità: il trasloco di massa di grillini nel suo partito era ancora un’ipotesi, perché i dubbiosi, anzi gli impauriti, sono una legione.
Spaventati dall’abbandonare la casa del metaforico padre, Grillo, ma incerti anche perché non sanno nulla dell’abitazione dove dovrebbero trasferirsi. Su questo doppio fronte, quello del Garante in parte pentito e quello dell’avvocato meno sicuro di sé rispetto a due o tre giorni fa, i dirigenti del Movimento hanno lavorato per trovare il varco, un po’ di luce prima del baratro della scissione.
Potrebbero averlo trovato. Tanto che Di Maio, a partita dell’Italia appena conclusa, celebra con metafora calcistica: “La forza del gruppo”. Adesso però bisognerà giocare di diplomazia e cavilli, innanzitutto con Conte.
Un legale e professore di Diritto, capo designato che al suo testo aveva lavorato quattro mesi. E che ora si ritrova nel pacchetto di norme – circostanza che non è un dettaglio – quel Codice etico che aveva deciso di scrivere più avanti.
Perché voleva sciogliere proprio lì, nel Codice, il primo mistero doloroso del Movimento, quello relativo al mantenimento del vincolo dei due mandati.
Voleva occuparsene con più calma, ma in queste ore il nodo potrebbe riapparire al tavolo del comitato dei sette.
Ma Conte che ne pensa? Dal suo staff, nella serata dell’Italia che festeggia gli azzurri, non trapelano reazioni apparenti. Ma anche dal suo giro notano i contiani di ferro nel comitato. Fedeli all’avvocato, certo. Ma ad occhio contentissimi di provare a cercare una soluzione. Prima del salto nel buio
(da Il Fatto Quotidiano)

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CANADA, ONDATA DI CALORE ASSASSINA: CENTINAIA DI MORTI IN POCHI GIORNI

Luglio 3rd, 2021 Riccardo Fucile

EMERGENZA NELLA PARTE OCCIDENTALE DEL PAESE

Ondata di calore assassina in Canada: le temperature altissime hanno causato centinaia di morti, soprattutto nella Columbia britannica.
L’ufficio del medico legale ha segnalato che i decessi inaspettati sono stati 719 solo la scorsa settimana, il triplo dei livelli abituali.
I patologi stanno verificando la causa delle morti una per una, e non si sbilanciano sul bilancio complessivo, ma è già massimo l’allarme sul caldo record in tutto il Canada occidentale, soprattutto in Columbia, Alberta, Yukon e Territori di Nord-Ovest.
Il caldo record sta favorendo anche la diffusione degli incendi boschivi, causati forse dai fulmini: sono innumerevoli i roghi che hanno costretto il governo federale a inviare gli aerei militari per aiutare i soccorritori nella Columbia Britannica. Venerdì, il British Columbia Wildfire Service ha segnalato 136 incendi attivi in tutta la provincia a seguito della caduta di 12.000 fulmini il giorno precedente.
Mercoledì, i 250 abitanti del villaggio di Lytton hanno dovuto evacuare in tutta fretta il centro abitato, dove martedì si era registrata la temperatura più alta mai rilevata in Canada, pari a 49,6 gradi centigradi.
Il villaggio – circa 260 km a nord-est di Vancouver – è stato interamente distrutto dal fuoco. “L’intero paese è stato avvolto dalle fiamme in 15 minuti”, ha raccontato alla Bbc il sindaco Jan Polderman.
Secondo gli esperti, il cambiamento climatico aumenta la frequenza di eventi meteorologici estremi, come le ondate di calore.
(da agenzie)

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