Destra di Popolo.net

SALVINI SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI: IL NORD VUOLE IL CONGRESSO

Settembre 12th, 2021 Riccardo Fucile

DURIGON TENTATO DA MELONI (SAI CHE ACQUISTO FAREBBE FRATELLI D’ITALIA)…SALVINI SA CHE, SE PERDE POTERE, LO ASPETTANO A SAN VITTORE

L’asse dei governatori contro il partito di lotta e di governo costruito dal Capitano. E il sottosegretario dimissionario intanto minaccia l’addio
La Lega di Matteo Salvini è sull’orlo di una crisi di nervi. Mentre il Capitano cerca faticosamente di tenere assieme l’anima di lotta e quella di governo in una dicotomia che lui stesso ha creato, governatori, ministri e ortodossi della prima ora cominciano ad organizzarsi.
Con un obiettivo in mente: chiedere conto al segretario della sua politica dopo il trionfo delle elezioni europee e i magri sondaggi di oggi.
Sul tavolo ci sono le continue strizzate d’occhio ai No vax degli eletti del Carroccio sui social network e i voti con Fratelli d’Italia sugli emendamenti critici nei confronti del Green Pass e del governo Draghi.
E intanto all’orizzonte c’è un altro problema. Ovvero l’ormai ex sottosegretario Claudio Durigon. Che dopo le dimissioni comincia a guardare con simpatia verso Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.
Il Nord contro Salvini
La data non è fissata ma arriverà dopo le elezioni comunali e i relativi ballottaggi. Anche perché quel risultato sarà decisivo nella decisione di affondare o meno il colpo. Spiega oggi Repubblica che in un quadro di sostanziale svantaggio di tutti i candidati sindaci del centrodestra nelle principali città al voto (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna), Salvini potrà mettere al sicuro la propria leadership solo con un’affermazione delle liste leghiste all’interno della coalizione.
Ma si tratta di un risultato difficile da portare a casa in città come Roma e Napoli. Per questo i test decisivi saranno al Nord: difficilmente, per esempio, il segretario potrebbe reggere uno smacco a Milano, che secondo le rilevazioni mostra una crescita di Fratelli d’Italia suggellata dalla chiamata alle armi di Vittorio Feltri («Vogliamo prendere un voto in più di Salvini»).
Ma proprio una flessione al Nord darebbe forza all’ala moderata del Carroccio, ovvero quella che dentro il partito rappresenta gli interessi del partito dei produttori (Giancarlo Giorgetti, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana).
Che ha sempre visto come il fumo negli occhi il cambio d’identità imposto dal segretario per fare il pieno dei voti anche a costo di sobbarcarsi personaggi improbabili.
Per non parlare delle derive neofasciste e gli ammiccamenti ai No Green Pass. Per farla breve, ragiona un dirigente del Carroccio con il quotidiano, «alla prova delle urne va anche la politica del segretario ovvero la visione di un partito di lotta e di governo». Salvini spera di tamponare l’eventuale perdita di voti al Nord con l’arrivo di quelli del Sud. Ma, come insegnava Enrico Cuccia, i voti a volte si contano ma a volte si pesano.
Il caso Durigon
Per questo oggi c’è chi pone il problema della democrazia interna al Carroccio. Anche piuttosto apertamente. «Questo è un partito da due anni commissariato a tutti i livelli: dobbiamo fare i congressi – dice Roberto Marcato, assessore regionale veneto e “fedelissimo” di Zaia, che aveva già tuonato contro i fascisti nel Carroccio – Lo reclamano migliaia di militanti, è un fatto di democrazia».
Il Corriere della Sera invece rimarca i malumori crescenti per la sempre più complicata convivenza fra i leghisti ortodossi, cresciuti nel solco bossiano, e alcune figure di parlamentari arruolati dal segretario.
Da Claudio Borghi a Francesca Donato, che con le loro uscite a vario titolo hanno creato sconcerto e disappunto nei duri e puri. I più insofferenti sono gli amministratori, presidenti di Regione e sindaci, preoccupati che l’impegno in prima linea possa essere vanificato da uscite in libertà.
Infine c’è il caso Durigon. Che secondo il Fatto Quotidiano in cambio delle dimissioni dal Mef si aspettava la nomina a vicesegretario della Lega con delega al Centro-Sud. Ma la promessa non è stata rispettata, forse proprio a causa dell’opposizione dei maggiorenti del Carroccio, con in prima linea il solito Giorgetti.
E la storia non gli è andata giù: «Si è messo a fare il pazzo», dice un fedelissimo del segretario. E ha iniziato a minacciare di passare con Fratelli d’Italia. Forte anche di un rapporto ottimo con Giorgia Meloni e altri maggiorenti del partito.
Che intanto comincia a vedere sempre più vicino l’obiettivo di diventare la prima forza del centrodestra. E scippare così la leadership a Salvini.
(da Open)

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DIRETTIVA BOLKESTEIN: COSI’ LE SPIAGGE ITALIANE SCATENANO LA RISSA NEL GOVERNO DRAGHI

Settembre 12th, 2021 Riccardo Fucile

DA DECENNI SONO IN MANO IN REGIME DI MONOPOLIO ALLA LOBBY DEI BALNEARI CHE PAGANO UN CANONE DEMANIALE IRRISORIO… ORA DRAGHI VUOLE APPLICARE LA NORMA EUROPEA SULLA LIBERA CONCORRENZA …. IL TWIGA PAGA 17.619 EURO DI CANONE ANNUO E FA 4 MILIONI DI FATTURATO

Come una nuvola, l’istituto della procedura d’infrazione europea fa ombra sulle spiagge italiane. Non sono più baciati dal sole gli imprenditori balneari del Belpaese, signori del diritto quesito, che da decenni usano e sfruttano il demanio per i propri profitti.
I gestori di lidi che si mangiano interi tratti di coste sabbiose, i titolari di ristoranti a strapiombo sulle scogliere e le categorie che li rappresentano sono enormi bacini di voti: portano consenso, portano soldi alle campagne elettorali dei politici nostrani.
I quali, da anni, scelgono di non scegliere e prorogano le concessioni delle spiagge. L’ultimo rinvio, del 2018, ha allungato fino al 2033 – di altri 15 anni – la validità dei contratti tra Stato e privati cittadini, che si sono conquistati un pezzo di costa senza mai partecipare a una vera e propria gara.
Ma adesso a Palazzo Chigi c’è un inquilino che non è diretta emanazione del consenso della popolazione. Altresì i suoi ministri – quelli che non sono stati nominati su indicazione dei partiti – non devono mantenere un equilibrio tra elettorato, sezioni locali dei partiti, palazzi romani.
Il consiglio dei ministri ha una serie di battitori liberi pronti a supportare Mario Draghi: l’intenzione è di consegnare a Bruxelles, entro la fine di settembre, il decreto Concorrenza. E, al suo interno, provare a risolvere una volta per tutte il problema della privatizzazione del litorale italiano.
La direttiva Bolkestein e la procedura di infrazione
La direttiva 2006/123/CE – più conosciuta con il nome del commissario alla Concorrenza, Frits Bolkestein, approvata durante la commissione Prodi – è una norma approvata in sede comunitaria nel 2006 e recepita quattro anni più tardi dall’Italia. Il suo scopo è quello di garantire la parità di accesso ai mercati degli Stati membri a tutti i professionisti e alle imprese che operano nell’Unione europea.
Nel caso specifico delle concessioni, ad esempio, la direttiva prevede che i servizi pubblici possano essere affidati ai privati solo attraverso gare pubbliche e aperte a tutti i cittadini europei.
Prima che il governo Conte uno firmasse la proroga di 15 anni, era previsto che entro il 31 maggio 2018 l’Italia rimettesse a bando le concessioni rilasciate dagli enti locali. Il 3 dicembre 2020, la Commissione europea ha avviato l’iter della procedura di infrazione – attraverso l’invio al governo di una lettera di costituzione in mora – ricordando che «gli Stati membri sono tenuti a garantire che le autorizzazioni, il cui numero è limitato per via della scarsità delle risorse naturali – ad esempio le spiagge -, siano rilasciate per un periodo limitato e mediante una procedura di selezione aperta, pubblica e basata su criteri non discriminatori, trasparenti e oggettivi».
La questione politica e la ricerca del compromesso
A riaccendere il dibattito dopo l’insediamento del governo Draghi è stata l’Antitrust che, lo scorso marzo, ha inviato una segnalazione sollecitando la revisione del regime concessorio vigente, il quale si basa su una proroga di 15 anni.
Il Garante della concorrenza, Roberto Rustichelli, ha chiesto al primo ministro la «disapplicazione delle disposizioni nazionali – che – hanno reso il settore delle concessioni impenetrabile all’applicazione dei principi della libera concorrenza».
Se appare improbabile l’istituzione delle gare pubbliche entro la fine del 2021, come reclamato dall’Antitrust, Draghi starebbe lavorando al compromesso con la Lega, la forza di maggioranza più ostile alla messa in gara delle concessioni.
Fonti di Palazzo Chigi dicono che sono allo studio deroghe per i piccoli concessionari, con clausole di tutela sociale, e la previsione di corsie preferenziali per chi detiene le licenze da molto tempo.
Senz’altro, però, non è stata accolta la richiesta del Carroccio di posticipare la discussione dopo le amministrative: Matteo Salvini teme di perdere ulteriore terreno sulla rivale interna al centrodestra, Giorgia Meloni, facendo parte di un governo che disattende le velleità nazionaliste che hanno portato la Lega a superare il 30% alle scorse elezioni europee.
Per Draghi, tuttavia, è una questione che non si può rimandare: il tema delle concessioni dovrebbe rientrare nella riforma della concorrenza, promessa a Bruxelles entro lo scorso luglio e la cui data di definizione è stata già prorogata a fine settembre. Già nel Consiglio dei ministri di giovedì 16 settembre, dunque, potrebbe essere avviata la discussione riguardante le concessioni demaniali.
Mentre sarebbe stata stralciata, al momento, dalla bozza del decreto Concorrenza, la postilla – inserita da un funzionario di Chigi – che metteva a gara le concessioni balneari.
Quanto pagano di “affitto” allo Stato i gestori degli stabilimenti balneari
L’Autorità garante della concorrenza e del mercato, il 29 marzo 2021, ha pubblicato un report sullo stato delle concessioni demaniali marittime.
In totale, sono 29.693 i tratti di costa assegnati ai privati. Di questi, 21.581 sono stati concessi per un canone annuale inferiore a 2.500 euro.
Una cifra irrisoria rispetto ai 15 miliardi di euro annui di affari stimati – dalla società di consulenza Nomisma – per gli stabilimenti balneari.
Lo Stato italiano, a fronte di questo enorme giro di denaro, incassa dai canoni concessori soltanto 115 milioni di euro annui.
Ed è proprio questa rendita di posizione degli imprenditori del settore – i quali vedono le proprie concessioni rinnovarsi automaticamente da decenni – che la Commissione europea cerca di scardinare.
Un esempio dello squilibrio tra incassi dei privati e ritorno all’erario arriva dal comune di Arzachena, piena Costa Smeralda, Sardegna. Le 59 concessioni balneari date dall’amministrazione nel 2020 hanno portato in totale nelle casse comunali la cifra di 19mila euro, poco più di 320 euro annuali per ciascuno stabilimento.
A fronte di questa spesa, solo un ombrellone con due lettini all’Hotel Romazzino, lido che insiste sul territorio comunale, costa 400 euro. Al giorno.
«Io credo che se lo Stato mettesse due omini a controllare le metrature degli stabilimenti balneari e facesse un prezzo equo incasserebbe molti, molti soldi».
A dirlo è stato Flavio Briatore, imprenditore del settore, consapevole che a fronte di un canone di concessione da 17.619 euro versato allo Stato per il suo Twiga Beach Club, nel 2020, ha avuto un giro d’affari da quattro milioni di euro.
(da agenzie)

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E’ LA GERMANIA, MA SEMBRA L’ITALIA

Settembre 12th, 2021 Riccardo Fucile

ESITO ELETTORALE INCERTISSIMO, SI PROSPETTA UN GOVERNO FEDERALE FORMATO DA TRE PARTITI

Si doveva salire su una giostra che gira lentamente, invece ci si è trovati su un ottovolante che sale e scende a velocità mozzafiato. La campagna elettorale tedesca non ha più nulla di scontato, l’esito del voto del 26 settembre è incerto e varie ipotesi di nuovo governo federale sono ugualmente plausibili.
I candidati alla Cancelleria vanno su e giù come sulle montagne russe e la noiosa prevedibilità della politica tedesca sembra sfumare come un lontano ricordo. Allora che cosa ci si può attendere in Germania tra due settimane?
Negli ultimi mesi sono state molto alte le quotazioni della leader dei Verdi, Annalena Baerbock, giovane, determinata e disinvolta, poi però inciampata su una serie di errori, che hanno ridimensionato lei e il partito.
Mentre Baerbock cadeva, saliva Armin Laschet reduce dall’affermazione interna in seno alla Cdu e incoronato candidato dell’Unione (Cdu/Csu) contro la temibile concorrenza del bavarese Markus Söder.
Dopodiché, per un’obiettiva debolezza personale, per l’incertezza sul programma e per qualche infelice risata al momento sbagliato, anche la stella di Laschet è precipitata molto rapidamente.
Nei sondaggi il suo partito è piombato a un drammatico 20% dei consensi, record negativo in oltre settanta anni, e Angela Merkel, che ama più governare che fare campagna elettorale, è dovuta scendere in campo a favore di Laschet, fino a quel momento sostenuto per la verità alquanto timidamente.
Nel saliscendi si è inserita abilmente la Spd con Olaf Scholz, con un’insperata ascesa, secondo tutte le rilevazioni, dopo l’inarrestabile caduta libera degli ultimi tempi.
Il candidato socialdemocratico convince per competenza, moderazione, chiarezza e per un tratto personale tranquillizzante, quasi soporifero, aspetti apprezzati da un elettorato poco incline agli strappi.
Scholz amministra il consenso con misura e fa quotidianamente i conti con una base e una dirigenza (Esken, Walter-Borjans) della Spd più barricadiere e per nulla spendibili al centro.
Sicché Scholz deve difendersi dalla critica di quanti lo vedono come esponente del tipico “partito da incidente”, quello che mette la freccia a destra e poi svolta a sinistra.
Tutto si svolge nel segno dell’uscita di scena di Merkel. Di singolarità ce n’è più di una.
Innanzitutto, a differenza di tutti i suoi predecessori, la Cancelliera lascia per decisione autonoma, non a seguito di una sconfitta. Si alza dal tavolo mentre vince, non dopo aver perso.
Dopo sedici anni, i tedeschi sono pronti al cambio nella guida del governo, ma non sembrano interessati a modificare la sua politica, né il suo stile.
Scholz intercetta il sentimento e non esita a proporsi come “la nuova Cancelliera” e a congiungere i pollici e gli indici nel famoso rombo di cui Angela Merkel ha il copyright. L’ironia esiste anche lì.
Inoltre, non c’è polemica, risentimento o sostanziale cesura con la leader uscente. Nel 1998 Kohl aveva lasciato il governo tra l’insoddisfazione e la stanchezza di molti. Oggi la consegna del silenzio si applica nei due sensi, Merkel parla poco del dopo, i candidati parlano poco del prima, attenti a non apparire appiattiti sul pregresso, ma anche a non distanziarsi troppo dalla Cancelliera e dal suo stile: “diversi ma uguali, uguali ma diversi”, come qualcuno da noi trenta anni fa.
Tra quindici giorni la corsa si vincerà sul filo di lana. La novità ormai quasi certa è che il responso delle urne non consentirà alcuna coalizione di governo tra due partiti, bensì renderà necessaria una alleanza a tre.
Non c’è mai stato un governo federale formato da tre partiti, negoziarlo e gestirlo sarà più impegnativo. Dopo le elezioni del settembre 2017 furono necessari sei mesi di trattative per varare la coalizione Cdu/Csu-Spd del quarto governo Merkel.
A questo punto il vero confronto è tra Laschet e Scholz.
Chi prevarrà tra i due avrà l’onere di assemblare una maggioranza. Se la Cdu/Csu restasse la prima forza politica, è ben probabile che il tentativo sarebbe quello di un governo con Verdi e Liberali (Giamaica) a guida democristiana.
Se invece la Spd dovesse superare l’Unione, allora è verosimile che Scholz punti lui a dirigere l’alleanza con Verdi e Liberali (semaforo).
In entrambi i casi, i partner minori della coalizione godrebbero di un notevole spazio nel governo, perché determinanti, in particolare i Liberali che potrebbero divenirne ago della bilancia.
Europa e solidarietà transatlantica sono quindi destinate a restare prioritarie nell’agenda di Berlino, anche se la loro declinazione dovrà essere seguita con attenzione.
Altro sarebbe, invece, se all’indomani del voto la Germania si avviasse verso un esperimento rosso-rosso-verde (Spd, Linke, Grüne), per il quale al momento le condizioni politiche sembrano più ardue.
Sempre che Scholz non decida di (o debba) girare a sinistra, nonostante il lampeggiatore acceso a destra.
(da Huffingtonpost)

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NEONAZISTI AL COMANDO DEL CORTEO NO VAX DI IERI A MILANO

Settembre 12th, 2021 Riccardo Fucile

IL SOLITO CORTEO NON AUTORIZZATO CHE HA SFILATO DOVE GLI PARE: MA ESISTE UN QUESTORE IN ITALIA CHE FACCIA RISPETTARE LA LEGGE? LE MANIFESTAZIONI NON AUTORIZZATE SI SCIOLGONO

Nemmeno l’inchiesta contro i “guerrieri” di Telegram ha fermato i No Green pass che ieri, in tutta Italia, sono scesi in piazza per dire no alla certificazione verde anti-Covid. Alla guida del corteo di Milano stavolta c’erano anche i neonazisti. Si tratta degli ex militanti di Forza Nuova con lo storico leader Marco Mantovani alla guida.
I manifestanti (circa 5mila), pur non avendo avvertito la Questura, avevano fatto sapere, sui social, di voler protestare in piazza Fontana e, invece, impadronendosi delle piazze e delle strade di Milano, hanno sfilato per tutta la città.
Dal Duomo – dove si stava provando il Concerto della Filarmonica della Scala che si terrà proprio stasera, 12 settembre – a Porta Venezia fino a piazzale Loreto. Volevano sfilare su corso Buenos Aires per poi arrivare a piazzale Loreto. E così è stato, nonostante le resistenze della Digos.
Insomma, hanno fatto come volevano. In più occasioni hanno inscenato sit-in mandando in tilt la circolazione, bloccando gli automobilisti e, dunque, causando non pochi problemi all’ordine pubblico.
Alla fine è arrivato l’avvertimento – che i manifestanti hanno preso come una vera e propria minaccia – da parte della Digos: o vi fermate o vi denunciamo. E infatti oggi la Questura di Milano ha fatto sapere di aver identificato alcuni dei promotori della protesta per il mancato preavviso della manifestazione e per il reato di blocco stradale. La loro posizione sarà presto al vaglio dell’autorità giudiziaria che deciderà se procedere con eventuali denunce.
La protesta, comunque, «non è stata preceduta da alcun preavviso all’autorità di pubblica sicurezza» ma convocata e organizzata sui social network e sulle piattaforme di messaggistica online, come avvenuto in altre città italiane.
Sul canale Telegram “Basta dittatura”, ad esempio, era stato pubblicato l’elenco con tutte le città che aderivano alla protesta. Intanto – nel corso della manifestazione – slogan contro il governo, i virologi Bassetti e Burioni e i giornalisti «terroristi».
Mani sulle telecamere, silenzi assordanti (nessuno, o quasi, voleva spiegare il perché del “no green pass”). Inizialmente tra la folla c’era anche Gianluigi Paragone, candidato sindaco di Milano.
(da agenzie)

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AIFA: LE SOSPETTE REAZIONI AL VACCINO SONO STATE 91.360 SU OLTRE 75 MILIONI DI DOSI

Settembre 12th, 2021 Riccardo Fucile

DI QUESTE, SOLO IL 13,8% DA CONSIDERARSI GRAVI

Non sono state osservate «anomalie» fra le segnalazioni raccolte dal sistema di farmacovigilanza dell’agenzia del farmaco Aifa sugli eventi avversi dei 4 vaccini in uso in Italia.
Su oltre 75,5 milioni di dosi somministrate le sospette reazioni sfavorevoli sono state 91.360.
Il 67% riguardano Pfizer/BioNTech, l’8% Moderna, il 24% AstraZeneca e l’1% Johnson e Johnson. Le percentuali sono in proporzione al numero di fiale di ciascuna azienda utilizzate nei nostri centri.
Il rapporto pubblicato venerdì, l’ottavo, raccoglie i dati ricevuti dagli uffici di Aifa fino al 26 agosto.
Le sospette reazioni non gravi sono l’86%, quelle gravi il 13,8%, quindi una netta minoranza. È importante sottolineare che si tratta di sospetti. Il legame tra l’inoculo e l’effetto clinico deve essere confermato da un’indagine approfondita che viene effettuata sui casi più severi e ricorrenti. In queste circostanze si analizzano le cartelle cliniche dei pazienti per arrivare a stabilire se a scatenare il problema è stato il vaccino, procedura seguita per tutti i farmaci.
Gli eventi più comuni, non gravi, si manifestano in genere entro le 48 ore dall’iniezione: dolore al braccio in prossimità della puntura, febbre, senso di malessere, risentimento a livello delle articolazioni. I sintomi scompaiono naturalmente in breve tempo e «non destano preoccupazioni».
Per eventi gravi invece si intendono sintomi che si prolungano, casi cui segue il ricovero o patologie per le quali non si riesce a stabilire altra origine se non il nesso temporale con la vaccinazione.
«I dati italiani sono in linea con quelli dei paesi Ue raccolti da Ema. Appena emerge un fenomeno particolare, il sistema di farmacovigilanza si attiva immediatamente», commenta Patrizia Popoli, comitato tecnico scientifico di Aifa.
Così è successo quando tra marzo e aprile cominciarono le segnalazioni di trombosi molto rare successive alla vaccinazione con AstraZeneca, soprattutto in donne giovani. Fu deciso di limitare la somministrazione di quelle dosi a persone con più di 60 anni e da allora il fenomeno è sembrato tramontare. Il rapporto evidenzia che «l’andamento delle segnalazioni e i relativi tassi sono sostanzialmente stabili nel tempo.
La maggior parte degli eventi avversi sono segnalati come non gravi e si risolvono completamente. Il restante 13,8% hanno un esito in risoluzione completa o miglioramento nella maggior parte dei casi». Dunque nessun decesso.
Il rapporto dedica un capitolo alle vaccinazioni eterodosse, con dosi di due composti diversi. Il tasso di segnalazione è di 41 casi ogni 100mila dosi «la maggior parte non grave e con esiti in risoluzione completa o miglioramento». Il tasso di segnalazione, ossia il rapporto tra somministrazione e eventi, è 153 su 100mila per la prima dose e 78 su 100 mila per la seconda. I numeri sembrano confermare la sostanziale sicurezza dei vaccini anti Covid e, dice Popoli, «la qualità del monitoraggio a livello internazionale. Tra le agenzie nazionali il confronto è strettissimo per intercettare sul nascere eventuali anomalie».
(da agenzie)

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GREEN PASS, IL NUOVO DECRETO PER L’OBBLIGO SUL LAVORO IN ARRIVO LA PROSSIMA SETTIMANA

Settembre 12th, 2021 Riccardo Fucile

ECCO I SETTORI INTERESSATI

Il Super Green Pass potrebbe arrivare tra mercoledì 15 e giovedì 16. Interessati per ora solo alcuni impieghi nel privato. L’estensione successiva in programma per metà ottobre
Un decreto legge per estendere il Green Pass obbligatorio a tutti i lavoratori della Pubblica Amministrazione e a quelli dei settori privati dove è già previsto per i clienti. Ovvero bar, ristoranti, cinema, teatri, palestre e piscine, trasporti a lunga percorrenza. Un Super Green Pass che potrebbe vedere la luce tra mercoledì 15, data in cui potrebbe essere convocata la Cabina di Regia del governo, e giovedì 16, il giorno del Consiglio dei Ministri.
Oppure un provvedimento ancora più ampio, che comprenda tutto il lavoro privato, ma da varare dopo il primo turno delle elezioni amministrative, in programma tra il 3 e il 4 ottobre.
Sono questi i due scenari su cui è al lavoro il governo Draghi mentre al suo interno si ripetono le divisioni tra chi, come Roberto Speranza e Renato Brunetta, vorrebbe muoversi il prima possibile e chi, come Matteo Salvini, manifesta ancora una certa resistenza attorno all’ipotesi.
Il Super Green Pass per lavorare
Il Corriere della Sera spiega oggi che il nuovo decreto estenderà la Certificazione Verde Covid-19 a tutti i dipendenti dei ministeri, delle Regioni e degli enti locali, degli enti pubblici non economici, delle agenzie fiscali e delle autorità indipendenti. E includerebbe come categorie la magistratura, i militari e le forze di sicurezza.
Ad oggi 1,2 milioni di lavoratori sono già vaccinati (e ne mancano 300-350mila secondo le stime della Funzione Pubblica. E servirebbe, come vuole il ministro Brunetta, anche per riportare in ufficio i dipendenti pubblici che finora hanno usufruito dello smart working.
Poi ci sono i lavoratori dei settori in cui la clientela già deve mostrare la certificazione. Che verrebbero infilati nel primo provvedimento dal quale resterebbe però fuori il grosso dei dipendenti dell’industria e dei servizi. In attesa che i numeri diano consigli su cosa fare, visto che ci si aspetta già dal nuovo decreto un boost alle vaccinazioni.
Il quotidiano aggiunge anche che ci sarebbero comunque delle categorie escluse. Una di queste è il Parlamento, che grazie all’autodichia può regolare diversamente dalla legge i rapporti di lavoro con i propri dipendenti.
I lavoratori di Camera e Senato quindi sarebbero fuori da queste norme: per farceli entrare ci vogliono atti da votare a Montecitorio e Palazzo Madama. Per deputati e senatori le regole sono intanto già state stabilite con una delibera del collegio dei questori.
Il certificato serve per entrare al ristorante, partecipare a convegni e conferenze all’interno di Camera e Senato, per andare in biblioteca o nell’archivio. Ma non è richiesto per le consumazioni al banco alla buvette né per entrare in aula, anche perché, in questo caso, si aprirebbero profili delicati di limitazione del diritto di voto.
I problemi del nuovo decreto
Il sottosegretario Roberto Garofoli sta guidando a Palazzo Chigi il lavoro di approfondimento anche giuridico sul tema, raccogliendo le osservazioni di sindacati e imprese, perché l’imposizione di un obbligo generalizzato presenta diversi aspetti problematici.
A inizio settimana si farà un punto, poi a metà della settimana potrebbe riunirsi la cabina di regia per assumere le decisioni. Ma è probabile ad oggi che si procederà per step e giovedì in Cdm vada l’obbligo di Green pass per i dipendenti pubblici e per i settori, dalla ristorazione alle palestre, nei quali c’è obbligo di pass per i clienti. Contro queste misure l’ala più critica della Lega potrebbe tornare a farsi sentire in Parlamento, nei voti sul primo decreto Green pass al Senato e sul secondo dl, quello che riguarda le scuole e i trasporti, alla Camera. Ma dalla sua il governo ha il partito del Nord e l’ala più governista, come testimonia l’intervista di Luca Zaia al Corriere della Sera di ieri.
Intanto mancano 20 giorni alla fine di settembre, data entro la quale secondo il governo dovrebbe essere immunizzato l’80% della popolazione con più di 12 anni, ci sono ancora oltre dieci milioni di italiani che non hanno fatto neanche una dose di vaccino e non hanno alcuna protezione contro Covid-19.
Le prossime due settimane saranno dunque cruciali per il governo per cercare di recuperarne il più possibile ed intaccare quello zoccolo duro che a nove mesi dall’inizio della campagna si tiene ancora lontano dai vaccini.
Senza escludere l’ultima mossa, l’introduzione dell’obbligo vaccinale, seguendo lo stesso percorso che si è fatto con il Green Pass: procedere per step e dare la priorità a quelle categorie che hanno più contatti con il pubblico.
(da agenzie)

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LAMORGESE: “SALVINI DANNEGGIA IL GOVERNO”

Settembre 12th, 2021 Riccardo Fucile

“LA LINEA DEL GOVERNO E’ NETTA: ESTENDERE QUANTO PIU’ POSSIBILE L’UTILIZZO DEL GREEN PASS E COMPLETARE IL PIANO VACCINI”

“Il Green pass è fondamentale per supportare la ripartenza in sicurezza delle imprese e del Paese. La linea del governo è netta: estenderne quanto più possibile l’utilizzo e completare il piano vaccini che, tra l’altro, sta andando molto bene”. E’ quanto afferma in un’intervista al Corriere della Sera il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, sul certificato verde e le proteste dei No vax.
”È evidente – sottolinea – che l’innalzamento dei toni delle proteste può favorire forti tensioni per l’ordine pubblico e atti ostili anche da parte di singoli, non direttamente riconducibili a gruppi organizzati”.
E poi precisa: “La galassia delle sigle No-vax appare composita e variegata, e al momento non risultano contatti strutturati con frange estremiste. Certo, in alcune delle proteste si è registrata una sporadica partecipazione di appartenenti all’estrema sinistra o all’area anarchica nonché, soprattutto a Roma, alla destra radicale. In alcune occasioni ci sono stati evidenti tentativi, non riusciti, di alimentare una degenerazione violenta della protesta”
Infine sugli attacchi ricevuti da parte del leader della Lega, mentre si dice disponibile ad un incontro con Salvini, aggiunge: “Con una coalizione così ampia, i ministri sono costretti a grandi sforzi per individuare un punto di equilibrio tra posizioni talvolta distanti su molti temi sensibili, non solo l’immigrazione. Certo, quando gli attacchi partono da chi sostiene il governo, diventando martellanti e personali, finiscono per danneggiare l’immagine dell’amministrazione e dell’intero esecutivo, in un momento molto delicato per il Paese nel quale occorrerebbe più coesione”.
(da agenzie)

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