Settembre 18th, 2021 Riccardo Fucile
“HO DEFINITO SALVINI UNA BANDERUOLA E LUI MI HA SCRITTO UN MESSAGGINO DICENDO CHE TRA NOI E’ TUTTO FINITO”
Chi vincerà le elezioni comunali a Milano? Vittorio Feltri, capolista per Fratelli d’Italia alle amministrative del
capoluogo lombardo (e direttore editoriale di “Libero”), non ha dubbi: vincerà Giuseppe Sala, dunque il centrosinistra.
Il candidato espresso dal centrodestra, Bernardo, secondo Feltri: «non è all’altezza come politico” e definendo il centrodestra “una coalizione del cazzo”
Il fondatore di Libero, intervistato dal Fatto quotidiano, non è morbido neanche con Matteo Salvini, con cui ormai non avrebbe più alcun rapporto: «Un giorno se l’è presa perché in tv ho detto che aveva un atteggiamento da banderuola, entrando e uscendo dai governi. Mi ha mandato un messaggino, come si fa tra fidanzati, dicendo che tra noi era tutto finito», racconta.
Ora secondo Feltri il leader della Lega è in difficoltà perché «è in stato confusionale, è suonato sia dal suo partito che dai governi». Sul Green pass «non si è capito cosa volesse».
Ma lui come sta vivendo la sua campagna elettorale da candidato? «Non sto facendo assolutamente nulla, non sono mai stato un politico e non ho la passione». Cosa significa fare campagna elettorale? «Io vado per strada, la gente mi saluta, fortunatamente nessuno mi insulta e godo di un certo rispetto. Ma questo succedeva già prima».
Con Giorgia Meloni, invece, i rapporti sono buoni: «Agli inizi la trovavo persino un po’ stupida, frivola e poco incisiva. E invece è maturata moltissimo, oggi è la migliore e ha la personalità per fare la leader del centrodestra».
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 18th, 2021 Riccardo Fucile
IL 16 APRILE DEL 2024 VERRA’ RIAPERTA AI FEDELI CON UNA MESSA NELLA NAVATA PRINCIPALE
È terminata la fase di messa in sicurezza e di consolidamento della cattedrale di Notre-Dame di Parigi, che due anni fa è rimasta gravemente danneggiata da un incendio.
Da questo momento, dunque, comincia la fase di restauro per poi avviarsi alla riapertura nel 2024. «I lavori di messa in sicurezza e consolidamento cominciato il 16 aprile 2019 (all’indomani dell’incendio) sono stati portati a buon fine conformemente al calendario fissato», si legge su un comunicato dell’ente pubblico che è stato incaricato dei lavori sul monumento.
E ancora: «La cattedrale è ormai interamente in sicurezza». In questi mesi, nello specifico, sono state smantellate le impalcature che circondavano la cattedrale al momento dell’incendio, è stato sistemato il grande organo, sono stati aperti i cantieri per la pulizia delle due cappelle, è stata fatta la posa di rinforzi in legno sotto agli archi ed è stata messa in sicurezza la volta del transetto.
«La fase di restauro è stata attivamente preparata – si legge sul comunicato – ed è ormai definitivamente avviata così da far partire quest’inverno i primi lavori di restauro», si legge ancora.
Il presidente francese Emmanuel Macron in un primo momento aveva detto che la cattedrale sarebbe stata ricostruita in 5 anni. Il cantiere, invece, non potrà rispettare quella scadenza ma per il 16 aprile 2024 la cattedrale dovrebbe riaprire ai fedeli. Per la felicità di tutti. Quel giorno verrà celebrata una messa nella navata principale, chiusa dal giorno dell’incendio. Infine, nei prossimi mesi saranno selezionate le imprese chiamate a partecipare al cantiere di restauro.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 18th, 2021 Riccardo Fucile
LE MANIFESTAZIONI NON AUTORIZZATE ED EVERSIVE SI SCIOLGONO, UN MINUTO PER ALLONTANARSI E POI CARICHE E ARRESTI, L’ITALIA NON PUO’ ESSERE ALLA MERCE’ DI QUATTRO DELINQUENTI IGNORANTI
Le manifestazioni No vax di oggi non sono ancora iniziate ma la tensione è già alta. Le parole che girano sulle chat
Telegram dei gruppi contro l’obbligo vaccinale e del Green pass, infatti, non sono l’augurio migliore per manifestazioni tranquille in varie piazze del Paese.
A Milano, dove alle 18 è in programma una manifestazione, le forze dell’ordine hanno indicato l’obbligo a una protesta statica e di ritrovo in piazza Sempione anziché nella consueta piazza Fontana. Il cambio del punto di incontro non è stato gradito dai sostenitori e sulle chat spuntano messaggi del genere: «Come superare il blocco di polizia?», chiede un attivista su una chat, «due secchiate di benzina e qualche fiammifero: si scioglieranno come neve al sole e chi resta vivo ci penserà dieci volte prima di fare il nazista».
Messaggi violenti
I messaggi non hanno tutti contenuti violenti e qualcuno prova a far notare l’importanza di una protesta pacifica, ma la frangia violenta prende il sopravvento negli spazi di messaggistica. «Dobbiamo fare come abbiamo sempre fatto», scrive un No vax sulla chat sul cambio richiesto dalle autorità, «le forze dell’ordine non possono arrestare migliaia di persone.
«Ecco bravo», risponde una attivista «protestare in modo pacifico non serve a niente, se non ci sono i primi morti non cambia niente. Si devono buttare le bombe anche se muoiono persone che non c’entrano niente. Solo con le bombe e la morte cambia qualcosa».
Il tono del dibattito di una frangia dei No vax ha già portato a 39 denunce per il corteo di sabato scorso, quando sono stati realizzati blocchi stradali.
Le indagini dell’Antiterrorismo, coordinate dal pm Alberto Nobili, stanno cercando di ricostruire i momenti dell’assalto al gazebo dei 5s da parte di un gruppo di manifestanti e per progetti «violenti» del gruppo “Guerrieri“.
Che cresce tra gli aderenti: «Se fossimo quattro gatti», scrive un simpatizzante, «non ci sarebbero questi problemi: imporre regole a una manifestazione non autorizzata significa legittimarla e riconoscere che non si può più ignorare il dissenso».
L’assenza di gerarchie nel movimento rende complicato trattative con la polizia per mantenere la calma durante la manifestazione. La prova di oggi sarà importante, l’ordine dalla Preferttura di corso Monforte a Milano è chiaro: rispettare le regole. E i No vax hanno già deciso di riunirsi comunque a piazza Fontana, come non richiesto dalle autorità.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 18th, 2021 Riccardo Fucile
LA SOLITA FECCIA RAZZISTA SE LA PRENDE CON UNA GIOVANE DI ORIGINI CINESE
Non è stata criticata per le sue idee politiche. Non è stata attaccata per aver espresso un parere su un determinato tema.
È stata insultata a causa delle sue origini cinesi. Questa è l’ennesima storia triste che si consuma sul mondo dei social.
La vittima di tutto ciò è Yifan Lin, candidata a Roma con il PD nelle liste a sostegno di Roberto Gualtieri per le elezioni che si terranno nella capitale (e non solo) il 3 e il 4 ottobre prossimi. Una valanga di fango di stampo razzista, a cui lei stessa ha voluto rispondere – con garbo – sulla sua pagina Facebook.
“Io rappresento una minoranza nelle minoranze, perché sono una donna italiana di origine cinese, per questo sono stata un facile bersaglio agli attacchi di una piccola minoranza xenofoba e razzista – ha scritto Yifan Lin sulla sua pagina Facebook -. Io sono per una Roma inclusiva, multietnica e che sappia accogliere le diversità, dove la voce di ognuno possa contribuire al miglioramento della città, soprattutto quello sociale. Roma deve accogliere le idee ed i programmi a prescindere dal genere, dall’etnia, dall’orientamento politico, sessuale e religioso”. Una sensibilità sconosciuta a chi si è prodigato in liberi insulti di stampo razzista raccolti in due immagini condivise da Fabrizio Delprete e dalla pagina social del Comitato Gualtieri Sindaco.
Volgarità, espressioni ingiuriose e commenti razzisti “per colpa” delle origini di Yifan Lin, “rea” di essere cinese (è nata a Shangai, prima di trasferirsi in Italia all’età di 12 anni). Un triste cliché. Un’abitudine che prosegue. Perché quando non si hanno idee politiche, si passa al deliberato insulto. E i social non hanno fatto altro che acuire quel che – fino a un decennio fa – avveniva in piazza, diventando lo sfogatoio dei peggiori istinti xenofobi degli italiani.
(da NextQuotidiano)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 18th, 2021 Riccardo Fucile
L’EX CONDUTTORE TELEVISIVO VELEGGIA TRA IL 5% E L’8%, RUBANDO VOTI A SALVINI
Non solo la candidatura a sindaco di Luca Bernardo che sembra più debole che mai, non solo il fiato sul collo di
Fratelli d’Italia nel derby tutto interno al centrodestra: la Lega a Milano ha un altro problema e si chiama Gianluigi Paragone.
L’ex direttore della Padania poi eletto al Senato con i 5 Stelle nel 2018 prima di uscire e fondare il proprio partito, è anche lui candidato sindaco.
E un sondaggio commissionato da via Bellerio per testare la capacità di penetrazione di lista e candidati in città ha fatto suonare il campanello d’allarme: l’ex conduttore televisivo, alfiere dei no Green pass e no vax, veleggia tra il 5 e l’8 per cento, voti per buona parte rubati a Matteo Salvini e company.
Del resto il profilo di Paragone è perfetto per un certo tipo di elettorato che negli ultimi anni aveva abbracciato il sovranismo gialloverde.
Italexit si fonda sull’uscita dall’euro – come voleva la prima Lega di Salvini – e quindi sul recupero della sovranità nazionale, ha un forte impianto laburista – che ricorda sempre la prima Lega movimentista di Salvini – e soprattutto alimenta controinformazione e paure sulla vaccinazione, come a macchia di leopardo ha tentato di fare sempre la Lega.
Se il Carroccio si è in parte istituzionalizzato e adesso sostiene il governo di Mario Draghi, Paragone può invece rivendicare la propria coerenza e urlare più forte.
Giusto cinque giorni fa il senatore era fuori dal provveditorato di Milano armato di megafono contro il certificato per gli studenti e gli insegnanti; ma, per restare a temi più banali, la sua pagina social da oltre un milione di fan martella contro le strisce blu e con slogan tipo “il mio mercato ha le bancarelle in centro, non le banche”. Anche qui, temi localistici e una distanza esibita dal mondo delle grandi imprese che, perlomeno a livello retorico, sembra mutuato dal Salvini di qualche anno fa.
Ma a preoccupare i lumbard c’è un altro fattore ancora. Paragone infatti verrà sostenuto anche da Grande Nord, il movimento indipendentista che si rifà alla vecchia Lega Nord, che continua a postulare di autonomismo e Padania (“noi continuiamo dove gli altri si sono arresi”, dicono di sé).
Dentro ci sono ex leghisti di peso come Davide Boni, Roberto Bernardelli e Monica Rizzi. Grande Nord è riuscita a raccogliere le firme e avrà una propria lista di appoggio al senatore. Ed è così che tra l’Italexit e il richiamo della foresta del ‘Roma ladrona’, sotto la Madonnina la Lega si ritrova accerchiata, stretta in una morsa perfetta: dentro e fuori il centrodestra.
Il capolista della Lega in ticket assieme ad Annarosa Racca, il consigliere regionale Gianmarco Senna, prova però a rassicurare: “Più ci si avvicina al voto e più le preferenze si razionalizzano, noi e il centrodestra siamo realmente competitivi contro Beppe Sala. E poi vorrei capire: come fanno quelli di Grande Nord, che si dicono pro-euro e indipendentisti, a stare con Paragone, nazionalista e contrario alla moneta unica? Capisco che in politica tutto è possibile, ma così mi pare troppo”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 18th, 2021 Riccardo Fucile
GLI ASSASSINI DI WILLY ORA HANNO PAURA: “CI CHIAMANO INFAMI”
Un chiodo nel dentifricio, sputi nella pasta, insulti e minacce. La vita in carcere è dura per i fratelli Marco e Gabriele Bianchi e per Mario Pincarelli, imputati per l’omicidio del 21enne di origine capoverdiana, Willy Monteiro Duarte, ucciso nella notte tra il 5 e il 6 settembre dell’anno scorso a Colleferro per aver cercato di aiutare un amico in difficoltà.
Si legge su Repubblica:
Tra i tre c’è stato così chi ha pensato per un attimo al suicidio e chi è scoppiato in un pianto a dirotto fino a che non è intervenuto un medico. Particolari che ora emergono dalla perizia sulle intercettazioni effettuate a Rebibbia dai carabinieri.
Parlando con il fratello Alessandro che era andato a fargli visita, Marco Bianchi racconta: “Sto da solo, un poco all’aria. Quando esco io rientrano loro” .
Il fratello nota qualcosa di strano nei capelli: “Chi ti ha fatto i capelli? Da solo?”. Marco: “Li ho fatti da solo” . Alessandro: “Che mangi?” . Marco: “Mi cucino”. Un problema pure il bucato. “Ci stanno due panni, me li lavo da solo”, dice Maldito al fratello. Ma oltre ai disagi c’è preoccupazione. “Ci stanno i bravi e ci stanno quelli non bravi, le merde”, racconta Marco. Alessandro: “Non devi dì niente”. Il campione di arti marziali afferma che lo chiamano “infame”.
Il perito non riesce a decifrare tutto il dialogo ma, osservando anche i gesti dell’imputato, ipotizza che Maldito stia dicendo ad Alessandro che gli hanno sputato addosso. Il fratello: “A chi è che hanno menato che si è cacato sotto?” . Marco ” … era una cosa elettrica…”. Di più: ”…a me non mi ha detto niente nessuno. Che ha fatto? …mi hai spaccato (si tocca il naso) … ragazzi succede qualcosa? … il chiodo ficcato dentro il dentifricio … ogni cosa che succede, boomm… (fa segno di pugnalare alla gola)”. Ancora Marco: “Le peggio cose, tutto questi si portano”. Alessandro: “Il discorso è che devi sta attento, perché pure se tu stai a dormì. Perché ti zeccagnano (accoltellano ndr) ”.
Sempre per quanto riguarda il cibo, dice poi che si compra le salsicce, le macina e le mangia con il sugo. Alessandro: “Loro che ti portano roba da pranzo, da magnà?” . Maldito: “La pasta” . Il fratello: “Ma ti ci sputano dentro? ” . Marco: ” Ma ci sputano si, eh ” . Il fratello: “E tu non te la magni, comprati sempre la roba, tutti i giorni, comprati tutto”. Pure la madre è in ansia per Marco e lo dice parlando con Gabriele: “L’ho trovato con la barba lunga, i capelli lunghi, con il topo dentro la stanza”. E gli amici che erano con lui e Gabriele la notte del massacro? Alessandro: “So spariti tutti quanti”. La madre sempre a Gabriele: “Si tenemo venne ( ci dobbiamo vendere) le macchine, tutto, perché non c’è rimasto più niente”
Il più provato di tutti sembra Mario Pincarelli.
Parlando col padre Stefano è rassegnato: “Che cazzo mi frega a me che mi picchiano…”. Le notizie in tv sulle indagini lo rendono ancora più inquieto. Il Padre: “Aho, stammi a senti’, non lo vedé! Perché ti fanno solo sentì male. Tu vedi tutti i documentari”.
Pincarelli sembra essere arrivato a pensare di compiere un insano gesto. Altri detenuti gli avrebbero urlato di impiccarsi. Al padre però poi assicura: ” Prima cosa Gesù Cristo se ti ammazzi da solo non ti perdona, seconda cosa tengo la famiglia mia che sta di fuori, spero che me danno meno possibile, quando ariscio (riesco), se vado alla comunità…”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 18th, 2021 Riccardo Fucile
QUASI LA META’ DEI FIRMATARI HA MENO DI 25 ANNI…COSA E’ SUCCESSO NEI PAESI CHE HANNO LEGALIZZATO
A una settimana precisa dal lancio, la raccolta firme per il Referendum sulla Cannabis raggiunge quota 500.000, la
cifra limite che permetterà al quesito di andare al voto nella primavera del 2022.
Ad annunciarlo è stato il comitato dei promotori, le Associazioni Luca Coscioni, Meglio Legale, Forum Droghe, Società della Ragione, Antigone e dai partiti +Europa, Possibile e Radicali italiani. Il referendum sulla cannabis è la prima raccolta firme italiana tenutasi interamente online sul sito referendumcannabis.it. Grande successo tra i giovani: tra i firmatari, ha sottolineato Antonella Soldo di Meglio Legale, “quasi la metà ha meno di 25 anni”.
“Sono quei giovani che si sente dire che non gli importa niente della politica ma che in questa campagna hanno trovato qualcosa di attrattivo – ha aggiunto -. Possiamo continuare a pensare a una politica paternalistica o possiamo invece provare ad ascoltare”.
Gli organizzatori invitano ad andare avanti con almeno un altro 15% di firme in più per essere certi di poter consegnare il referendum in Cassazione il 30 settembre. Si legge ancora sulla nota: “La velocità della mobilitazione conferma la voglia cambiamento sulla cannabis ma anche di partecipazione alle decisioni su questioni che toccano personalmente. In una settimana sono stati raccolti 145.000 euro dei circa 500.000 necessari (ogni firma digitale ha infatti il costo di 1,05 euro)”.
Cosa chiede il referendum
Come si legge sul sito della campagna, il quesito referendario ”è stato formulato con il duplice intento di intervenire sia sul piano della rilevanza penale sia su quello delle sanzioni amministrative di una serie di condotte in materia di droghe”.
“In primo luogo si propone di depenalizzare la condotta di coltivazione di qualsiasi sostanza (mentre si mantengono le condotte di detenzione, produzione e fabbricazione di tutte le sostanze che possono essere applicate per le condotte diverse dall’uso personale) e di eliminare la pena detentiva per qualsiasi condotta illecita relativa alla cannabis, con eccezione della associazione finalizzata al traffico illecito. Sul piano amministrativo, infine, il quesito propone di eliminare la sanzione della sospensione della patente di guida e del certificato di idoneità alla guida di ciclomotori attualmente destinata a tutte le condotte finalizzate all’uso personale di qualsiasi sostanza stupefacente o psicotropa”.
Cosa ne pensano i partiti
Emma Bonino, alla conferenza stampa del comitato promotore del Referendum Cannabis Legale, ha criticato in particolar modo il silenzio dei partiti progressisti. “C’è l’imbarazzo dei grandi partiti progressisti, che ancora non ho capito dove si collocano. Per adesso c’è un silenzio scomodo, imbarazzato, me lo aspettavo. Da 30 anni per loro non è la priorità, non è il momento giusto o non è il modo giusto”. “In generale, i partiti prima hanno cercato di insabbiare, e ci sono riusciti – ha aggiunto – e adesso mostrano insofferenza, o diffondono fake news, come quella che se si comincia con la Cannabis e si arriva all’eroina. Commenti che non hanno senso, ma che sentiremo ripetere ancora”. Bonino ha anche ricordato una iniziativa del 1976, “una conferenza stampa allestita con piante di Cannabis e con me, Marco e altri che ci passavamo uno spinello. Io non ho mai toccato uno spinello…”.
Sul referendum per la depenalizzazione della coltivazione di cannabis il Partito Democratico non ha una posizione ufficiale. I sostenitori del M5S hanno invece ottenuto un’indicazione sul referendum da quello che, nel nuovo assetto del partito, è stato indicato come il “garante e custode dei princìpi”, cioè Beppe Grillo. Nei giorni scorsi ha pubblicato un post per sostenere l’iniziativa chiedendo di firmare e di far firmare. Il suo invito è stato ripreso anche da alcuni parlamentari del M5S, mentre Giuseppe Conte, responsabile dell’azione politica del partito, non si è ancora pronunciato dicendo semplicemente di essere favorevole all’uso terapeutico, già legale.
Contrari alla depenalizzazione sono invece Forza Italia – con l’eccezione del deputato Elio Vito, mentre Maurizio Gasparri è molto attivo nel fare campagna contro il referendum – e gli altri partiti della destra, Lega e Fratelli d’Italia.
Secondo le stime del 2020 dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, agenzia dell’Unione Europea che ha il compito di monitorare, raccogliendo, analizzando e divulgando informazioni, l’evoluzione del fenomeno della droga nei 27 Paesi membri, la cannabis è la sostanza illegale più consumata in assoluto. 90,2 milioni di Europei, il 27,2% della popolazione, l’ha assunta almeno una volta nella vita e 25,2 milioni sono le persone che lo hanno fatto solo nell’ultimo anno.
Dalle analisi degli estratti e delle infiorescenze sequestrate si scopre inoltre che è in constante aumento sia la qualità che la potenza di quanto spacciato illegalmente. Negli ultimi 10 anni, infatti, il contenuto medio di THC è quasi raddoppiato a differenza del prezzo al dettaglio, che è rimasto praticamente invariato.
In Italia consumano cannabis circa 6 milioni di persone. Nella fascia di età 15-54 anni, quindi dagli adolescenti agli adulti, il consumo annuale in Italia tocca il 10% della popolazione. In questa percentuale però è compreso anche il numero di chi ne ha fatto uso una volta nella vita. Secondo Marco Sabatino Rossi, direttore del Laboratorio Analisi economica e sociale del mercato della cannabis dell’Università Sapienza di Roma, circa 500mila la usano ogni giorno, e sono i cosiddetti consumatori abituali, ai quali è imputabile all’incirca il 90% di tutta la cannabis consumata in Italia.
Abitudini di consumo
Dove si compra la cannabis? Dal pusher di turno, ma non solo. In Italia sia progressivamente invecchiato il numero dei consumatori. L’età dei consumatori abituali è aumentata e sono ormai ultra-trentenni. Scrive sempre Marco Sabatino Rossi: “In Italia, accanto al mercato illegale degli spacciatori, esiste anche un mercato sociale della canapa, che copre circa il 40% dei consumi. Il mercato sociale sono gli scambi di hashish e marjuana fra amici consumatori. C’è chi se ne compra un po’ di più e poi la distribuisce agli altri, c’è chi la coltiva per sé e poi le eccedenze le dà agli amici… Tutte queste persone sono al di fuori del contesto della criminalità organizzata, e non sentono di fare una cosa illegale vendendo la cannabis. Se gli chiedi: ‘perché l’hai data al tuo amico?’, questi ti risponderanno semplicemente: ‘perché era sprovvisto, io ne avevo un po’ di più, e quindi glie l’ho fornita’”.
Neanche la pandemia ha ridotto il consumo di cannabis
In che modo la pandemia ha avuto un impatto sul consumo di droghe, e di cannabis in particolare? Secondo la “Relazione europea sulla droga (EDR) 2021: tendenze e sviluppi” dell’EMCDDA non solo in Europa la criminalità organizzata coinvolta nel traffico di stupefacenti è riuscita comunque ad operare, ma hanno continuato ad essere reperibili un’ampia gamma di sostanze, spesso ad elevata potenza o purezza. Dalle informazioni disponibili emerge che le eventuali riduzioni del consumo di droga osservate durante i primi lockdown sono rapidamente scomparse quando sono state allentate le misure di distanziamento sociale. In termini generali, sembra che vi sia stato un minore interesse dei consumatori per le droghe solitamente associate a eventi ricreativi, come l’MDMA, e un maggiore interesse per quelle legate al consumo domestico, come la cannabis. I dati disponibili suggeriscono che durante i primi lockdown i livelli di consumo della maggior parte delle droghe appaiono generalmente inferiori ma poi sembrano riprendersi una volta revocate le restrizioni. Un confronto con il 2019 sembra indicare che il consumo complessivo di gran parte delle droghe sia stato simile e, sulla base di questa fonte di dati, in diverse città potrebbe essere persino più elevato.
Quel “problemino” dell’aumento del THC
Il consumo di cannabis si è stabilizzato su livelli elevati, ma l’aumento del contenuto di THC desta preoccupazioni per la salute. Al momento, la resina di cannabis venduta in Europa è più potente rispetto al passato, con un contenuto medio di THC compreso tra il 20 % e il 28 %, quasi il doppio di quello della cannabis in foglie e infiorescenze. I prodotti a base di cannabis disponibili in Europa comprendono attualmente prodotti ad alto contenuto di THC e sul mercato illegale vengono commercializzate nuove forme di cannabis, nonché una serie di prodotti contenenti estratti di cannabis, ma bassi livelli di THC. Accanto a questi cambiamenti del mercato, il numero di soggetti sottoposti a trattamento per la prima volta per la cannabis è in aumento. È necessario un attento monitoraggio di questo settore per individuare i cambiamenti nelle problematiche legate alla cannabis e comprendere l’influenza che i mutamenti dei mercati degli stupefacenti esercitano sulle stesse.
La legalizzazione potrebbe portare con sé una serie di effetti positivi, tra i quali un alleggerimento del carico sulle forze dell’ordine e sulla giustizia, nuovi posti di lavoro e, letteralmente, più soldi nelle casse dello Stato.
Secondo l’ultima relazione del Parlamento, nel 2020 alle Prefetture sono pervenute 32.879 segnalazioni per detenzione di sostanze psicotrope per uso personale (un terzo dei segnalati ha più di 40 anni e il 9,4% è minorenne), il 74% di queste ha riguardato cannabis. Mentre il 43% delle persone denunciate per reati collegati alla droga, fa riferimento alla cannabis e suoi derivati. Ai procedimenti giudiziari si aggiungono le operazioni delle forze dell’ordine: 12.066 quelle riguardanti la cannabis nel 2020, che resta lo stupefacente più sequestrato nel nostro Paese. Di tutta la droga individuata, il 50% riguarda i prodotti della cannabis, principalmente marijuana, il 23% la cocaina e poco meno dell’1% eroina e altri oppiacei; il 24% è rappresentato dalle sostanze sintetiche.
L’Italia, inoltre, ha le leggi sulle droghe più severe d’Europa: il 35% dei detenuti è in cella per aver violato il testo unico sugli stupefacenti, contro una media europea del 18%. Nel nostro ordinamento la cessione è punita con il carcere fino a 20 anni, l’omicidio intenzionale con 21 anni di reclusione, lo stupro con 12 anni. Inoltre, sette volte su dieci, le forze dell’ordine arrestano anche in casi di lieve entità, come confermato dal Generale della Guardia di Finanza, Antonino Maggiore, in audizione alla Camera. Insomma, i reati legati alle droghe vengono puniti più spesso e più severamente.
Se il referendum passasse cambierebbe la normativa vigente sia sul piano penale, sia su quello amministrativo. L’obiettivo è infatti quello di depenalizzare le condotte di coltivazione e detenzione illecita di qualsiasi sostanza e di eliminare la pena detentiva per qualsiasi condotta illecita relativa alla cannabis (con eccezione della associazione finalizzata al traffico illecito). Mentre sul piano amministrativo si propone di eliminare la sanzione della sospensione della patente di guida e del certificato di idoneità alla guida di ciclomotori. Questo porterebbe ad un alleggerimento non da poco su forze dell’ordine e giustizia.
Lo Stato ci guadagnerebbe?
Secondo uno studio del professor Marco Sabatino Rossi, direttore del Laboratorio Analisi economica e sociale del mercato della cannabis dell’Università Sapienza di Roma, la legalizzazione potrebbe portare nelle casse dello Stato fino a sette miliardi di euro all’anno e circa 35mila nuovi posti di lavoro. A 6000sardine.it traccia gli scenari possibili: “Per quanto riguarda la semplice coltivazione e manifattura del prodotto, il cosiddetto trimming, in Italia si dovrebbero assumere circa 60mila addetti, di cui quelli preposti alla coltivazione sarebbero però lavoratori stagionali. Poi c’è la distribuzione, e qui si apre un bivio su che tipo di fornitura si vuole fare. A suo tempo nel mio studio feci i due casi polari estremi: il caso più modesto come impatto economico, è quello in cui essa sia affidata alle tabaccherie come Monopolio di Stato. Dal lato opposto, c’è un altro scenario, a dire il vero un po’ fantascientifico, vista la situazione politico-sociale italiana, cioè è lo scenario olandese degli anni ’80 e ’90, ovvero la distribuzione della cannabis tramite coffee shops. Questo secondo scenario avrebbe invece un impatto molto significativo in termini di occupazione nel nostro Paese. Considerando il consumo di canapa in Italia in rapporto a quello olandese, a suo tempo stimai un numero di circa 300mila addetti solo per la distribuzione”. Da qui le tasse: “Nel caso di una legalizzazione della cannabis tramite tabaccherie, avremo delle imposte sul reddito per circa 500 milioni di euro in un biennio, quindi circa 250 milioni all’anno, e 3-4 miliardi di imposte sulle vendite. Invece nello scenario futuribile dei coffee shops, avremmo circa 5 miliardi di imposte sulle vendite, ma soprattutto le imposte sul reddito salirebbero a ben 1 miliardo e mezzo”.
Legalizzazione come lotta alla criminalità
Secondo l’ultima relazione sulle Tossico Dipendenze riferita al 2020, degli incassi che la criminalità fa grazie allo spaccio, il 40% è frutto del mercato della cannabis. I gruppi criminali maggiormente coinvolti nei traffici della cannabis e dei suoi derivati si confermano la criminalità laziale, pugliese e siciliana, insieme a gruppi maghrebini, spagnoli e albanesi.
Il report 2020 dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze smonta una delle tesi più in voga tra i proibizionisti, ovvero che lo spaccio di marijuana non rappresenti una così grande fonte di reddito per i narcotrafficanti.
Dai dati si apprende infatti che nel 2018 si è registrato un record di sequestri in EU: circa 1,3 milioni di operazioni di polizia hanno confiscato ben 668 tonnellate di prodotti a base di cannabis, contro le 468 tonnellate del 2017, il 30% di incremento nell’arco di un solo anno. Oltre il 71% del totale di tutte le sostanze stupefacenti requisite nel continente. Legalizzare la cannabis potrebbe in questo senso essere una delle più efficaci operazioni di contrasto alle mafie possibili.
Cosa è successo nei Paesi che hanno legalizzato
I paesi ad aver legalizzato l’uso terapeutico della cannabis sono Australia, Canada, Cile, Colombia, Germania, Grecia, Israele, Italia, Paesi Bassi, Perù, Polonia e Regno Unito. Negli Stati Uniti, sono 31 gli stati federali ad aver legalizzato l’uso terapeutico della pianta. In Europa ci sono i Paesi Bassi, la Spagna dove è legale la coltivazione a scopo personale (anche in modo collettivo nei Cannabis Social Club) e il consumo in luoghi privati.
In Europa fa scuola il Portogallo, dove si trova la percentuale più bassa di giovani consumatori: 14%. Il Paese ha decriminalizzato l’uso di ogni sostanza nel 2001, puntando a interventi sociali invece che repressivi. Basta confrontare la percentuale con quelle attuali italiane: in Italia il 28% degli studenti ha fatto uso di sostanze nell’ultimo anno. Il 6% dice di aver iniziato prima dei 13 anni.
L’effetto della legalizzazione, infatti, si nota soprattutto sui più giovani che oggi, per procurarsi un po’ di cannabis, sono a contatto con pusher e criminalità organizzata. Quando il premier canadese Trudeau, nel 2018, annunciò l’avvio del processo di legalizzazione nel suo Paese disse di volerlo fare “per il bene dei nostri figli”. In Canada il consumo di cannabis tra i giovani in tre anni non è aumentato, non ha inciso sugli incidenti stradali, non ha causato disordini sociali.
Ha inciso, invece, sulla creazione di posti di lavoro e sulle entrate nelle casse dello Stato. Secondo un rapporto del governo, a sei mesi dalla legalizzazione le tasse prodotte sono state 186 milioni di dollari canadesi (139 americani) di cui il 75% (circa 132 milioni) va alle provincie e il restante 25% (54 milioni) al governo federale. Insomma, il Canada ha riscosso subito.
Lo stesso è accaduto in Colorado, il primo stato USA ad aver legalizzato nel 2012, il primo vero e proprio “esperimento a cielo aperto”, modello per chi oggi pensa alla legalizzazione. Cosa è cambiato in quasi nove anni? Oggi ci sono circa 590 negozi di cannabis al dettaglio in Colorado e le vendite combinate di cannabis ricreativa e medica nel 2019 hanno raggiunto il giro d’affari record di 1,75 miliardi di dollari, in aumento del 13% rispetto all’anno precedente. Dall’apertura dei primi dispensari nel 2014 a luglio 2020 si sono venduti quasi 9 miliardi di dollari in prodotti a base di cannabis. I proventi raccolti dallo stato in tasse sono passati da 67,6 milioni nel 2014 a oltre 302 milioni nel 2019. Soldi che sono stati spesi innanzitutto per progetti sociali, legati alla scuola pubblica ed all’aiuto delle persone indigenti. Un’economia che ovviamente ha generato anche molti posti di lavoro. Il numero complessivo non è noto, ma secondo le stime del Marijuana Policy Group l’industria della cannabis del Colorado impiega circa 19.592 dipendenti a tempo pieno. Senza considerare l’indotto, a cominciare dal turismo, che in Colorado è aumentato del 51% dal 2014, in buona parte grazie alla legalizzazione, portando quindi altre entrate e posti di lavoro.
Che dire, invece, degli effetti sulla criminalità? Uno studio del 2019, che ha analizzato i tassi di criminalità in Colorado e in altri stati, ha rilevato che la legalizzazione della cannabis sembra avere un effetto minimo o nullo sul numero di crimini violenti e contro la proprietà. Ciò che è certamente diminuito è invece il consumo di cannabis da parte degli adolescenti. La percentuale di studenti delle scuole superiori che hanno usato cannabis almeno una volta al mese è diminuita dell’11% dopo la legalizzazione. Un dato al quale secondo gli analisti contribuiscono due fattori: con la legalizzazione è diminuito lo spaccio illegale e per i minorenni è più difficile procurarsela; le campagne informative sui rischi del consumo nei ragazzi – lanciate insieme alla legalizzazione – hanno funzionato rendendo più consapevoli dei rischi gli adolescenti.
(da Huffingtonpost)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 18th, 2021 Riccardo Fucile
SECONDO LE SIMULAZIONI UN VENTENNE ARRIVERA’ A PRENDERE IL 50% IN MENO RISPETTO ALL’ULTIMO STIPENDIO
L’ultimo pensiero di un ventenne è andare in pensione.
Non sa neanche se troverà un lavoro, lasciarlo per anzianità sembra un momento irraggiungibile. E però gli esperti dicono che ci si dovrebbe pensare presto. Nonostante le riforme che si sono susseguite abbiano alzato sempre di più l’età per la pensione, fino a 67 anni, rimandando l’arrivo all’agognato traguardo, e anche peggiorandone l’idea, questa è una questione da giovani.
Se si inizia a risparmiare per la pensione a 20 anni ad esempio, l’investimento potrebbe ammontare anche a meno di 100€ al mese.
Se già si aspettano i 30, la somma inizia a salire, e aumentando via via l’età, sale anche l’importo da versare per ottenere in futuro lo stesso risultato.
Quando si tratta di investimenti, infatti, un elemento fondamentale è il tempo. Più si ha a disposizione un lungo orizzonte temporale, più crescerà il capitale investito.
Il sistema pensionistico italiano funziona secondo il criterio della ripartizione: ogni anno i contributi versati dai lavoratori attivi si utilizzano per pagare le pensioni di quelli a riposo.
L’Italia è uno dei paesi con la speranza di vita più alta, 82,3 anni nel 2020, secondo i dati raccolti dall’Istat, e in cui entro il 2040 gli over 60 raggiungeranno il 39,4% della popolazione totale secondo l’Ocse.
Un paese in cui quindi la forza lavoro cala mentre la spesa per le pensioni aumenta. E i giovani sono svantaggiati perché non riescono a entrare subito tra le file della forza lavoro. Non per colpa loro ma perché, nonostante siano più formati delle generazioni precedenti, entrano in un mercato del lavoro molto cambiato, in cui prevalgono situazioni di incertezza economica, precarietà e bassi salari.
Tutto questo incide anche sulle pensioni. Prendendo in considerazione l’ipotesi in cui ci saranno più pensionati che lavoratori, se il sistema pensionistico rimanesse invariato, lo stato non avrebbe la possibilità di garantire a tutti l’assegno mensile. Il tasso di sostituzione infatti, che è il rapporto tra la pensione e l’ultimo reddito, nei prossimi anni si abbasserà.
Secondo i calcoli della Ragioneria dello Stato, se oggi la pensione copre tra l′80% e il 90% dell’ultimo reddito, tra dieci anni i lavoratori dipendenti dovranno fare i conti con il 60-70% sull’ultima retribuzione e quelli autonomi con il 40-50%.
Per i giovani si aggiunge così un’altra incombenza mentre sono alle prese con le preoccupazioni per entrare nel mondo del lavoro. Dato che l’impiego potrebbe non bastare più a garantire una pensione dignitosa, sembra conveniente iniziare a investire i primi risparmi, appena si inizia a lavorare, proprio in vista, un giorno, di andare in pensione.
Due simulazioni
Attraverso l’Ufficio di prevenzione della società di consulenza finanziaria Io Investo, è possibile fare alcune simulazioni su quando un giovane che inizia oggi a lavorare andrà in pensione e a quanto ammonterà.
Immaginiamo una persona di 25 anni, finita l’università, che trova oggi un impiego in un’azienda metalmeccanica e inizia a percepire un reddito medio annuo di 20.000€. Se, in uno scenario positivo, il salario cresce del 2% in modo costante fino alla pensione, senza alcun buco contributivo, potrebbe contare su un reddito finale di 45.000€. La prima data utile è il 2063. Nonostante però una carriera stabile il tenore di vita dell’ormai 67enne subirà una notevole contrazione. Con questo tasso di sostituzione, o gap previdenziale, dovrà rinunciare a 524€ al mese rispetto al suo ultimo stipendio, che in un anno corrispondono a 6.288€.
Se si assume invece il caso di una persona di 25 anni che trova oggi un lavoro come collaboratore con Partita IVA e inizia a percepire lo stesso reddito medio lordo di 20.000€, qualcosa cambia. Sempre in uno scenario positivo, il reddito cresce del 2% annuo in modo costante fino alla pensione: il lavoratore potrebbe contare su un reddito finale lordo di 48.757€. La sua prima data utile di pensione sarà però molto in là con gli anni, nel 2067. Nonostante una buona carriera, la contrazione del reddito in pensione sarà notevole: la pensione ammonterà infatti a 26.505€, quasi un terzo in meno.
Investire in un fondo pensione
“Il sistema di previdenza è basato sulla ripartizione, ma oggi il rapporto tra lavoratori e pensionati non è più in equilibrio come anni fa”, spiega ad Huffpost Danilo Zanni, fondatore di Io Investo SCF, società di consulenza finanziaria. “La disoccupazione è aumentata, si va in pensione più tardi e con meno soldi, ma qualcosa si può fare” – dice Zanni – “lo stato infatti fornisce delle agevolazioni per prevenire e tamponare la situazione di svantaggio in cui il lavoratore si troverà dal punto di vista del welfare sociale”.
Come primo caso Zanni fa riferimento a un lavoratore dipendente, che ha dunque diritto al TFR, il trattamento di fine rapporto, conosciuto anche come liquidazione o buonuscita. “Se quel TFR non viene utilizzato come liquidazione, e quindi tassato in base al reddito, ma lo si inserisce in un piano di previdenza, verrà detassato”, spiega. “Il TFR nel fondo pensione è tassato dal 15 al 9% in base agli anni di adesione, quindi per un giovane basta una firma e in un’ottica di 40 anni di lavoro si tratta di 20 o 30mila euro che potrà ritrovarsi alla fine della carriera”. Oltre al TFR si può versare un contributo volontario nel fondo pensione che, come spiega Zanni, insieme a quelli versati da parte dei datore di lavoro, sono deducibili dalle tasse. “Già con queste accortezze, con un fondo in cui si inizia a investire da subito, i giovani potranno accorciare di molto, certo non del tutto, lo spazio del gap previdenziale”.
Secondo Zanni “non appena si inizia a lavorare bisogna cominciare a informarsi per investire in fondi pensione e questo vale anche per i lavoratori a partita IVA”. Chi lavora con la partita IVA però, ad esempio, non ha il TFR o il versamento del datore di lavoro. “La previdenza in questo caso si mischia con altre condizioni fiscali più complesse” – spiega – “il lavoratore a partita IVA però ha dalla sua che il proprio reddito è deducibile, quindi chi ha un buon reddito lo recupera anche al 43%”.
Da consulente finanziario, Zanni consiglia un fondo pensione sempre: “il fondo pensione assicura una rendita costante, altri investimenti no, o meglio in questi casi il guadagno deriva dal rendimento medio, però di certo sono più esposti alle condizioni esterne del mercato, chi investe si scopre a più rischi”.
(da Huffingtonpost)
argomento: Politica | Commenta »