Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
UFFICIALMENTE PERCHE’ HA “BISOGNO DI STACCARE”, MA IN LEGA SI DICE CHE NON CONDIVIDEVA LE AMBIGUITA’ DI SALVINI SULLA VACCINAZIONE
Era considerato il deus ex machina dietro la comunicazione social della Lega,
ora ha deciso di lasciare il Carroccio. Luca Morisi, leghista sin dalle origini e fedelissimo di Matteo Salvini, nominato dallo stesso leader del Carroccio capo della comunicazione social del partito assieme ad Alessandro Paganella, ha lasciato l’incarico «per motivi personali», spiegano fonti del partito, confermando le indiscrezioni dell’Adnkronos. Secondo fonti interne al Carroccio, Morisi non condivideva le ambiguità sulla vaccinazione anti-Covid portate avanti da una parte dei leghisti, contrari anche al Green pass.
Da qui, secondo alcuni, la decisione di scendere dalla nave del Capitano.
In serata, , nelle chat della Lega, Morisi ha lasciato un messaggio concordato , precisando che le ragioni della sua uscita di scena non sono legate alle recenti scelte politiche del Carroccio: “in questo periodo ho solo la necessità di staccare per un po’ di tempo per questioni famigliari. Un abbraccio e ancora grazie»
(da Open)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
COME SI PERDE UN POPOLO IN MENO DI DUE ANNI… C’E’ UNA SPIEGAZIONE POLITOLOGICA E UNA PSICOLOGICA
Siamo nel 2019, nella primavera avanzata gli italiani si recano alle urne per eleggere il Parlamento europeo e sorprendendo buona parte dei sondaggisti/previsionisti un milanese dal passato di sinistra, forgiato dalle dirette radiofoniche, già ministro degli interni, si mette in tasca più o meno metà del consenso che era del Movimento Cinquestelle guidato dalla persona più seria dello scenario politico italiano, Beppe Grillo, arrivando quasi al 35% dei voti e sancendo l’inizio di un declino grillino che ancora oggi non ha visto la sua fine
Al netto del mio linguaggio da documentario dell’Istituto Luce la domanda è: come è possibile perdere un popolo in poco meno di due anni?
Impresa non originale, del resto, poiché già accaduto a Matteo Renzi, ma questa è un’altra storia.
Abbiamo avuto due spiegazioni: una politologica e l’altra psicologica
Quella politologica è che Salvini si sia impantanato nella vicenda del Papeete e in quella dinamica abbia determinato un declino non concluso. Lo stato di confusione mentale nel quale è apparso in quell’occasione ha aperto il fronte della versione psicanalitica di un uomo che aveva perso se stesso.
Secondo la mia opinione il contesto nel quale si muove Salvini è sia matrice del suo successo che responsabile del suo crollo.
Vi dispenso dalle teorie sulla leadership fra Goleman e Blanchard e credo che l’avversità al Green pass, al vaccino e all’incredibile silenzio durante la pandemia sia la vera ragione della crisi di questo leader, ossia l’incapacità, più di chiunque altro, di comprendere e rappresentare un popolo che nel giro di un respiro si è trovato a vivere una vita mai immaginata.
Lo schema con il quale Salvini ha costruito il suo successo, cioè contro la presenza ostile degli stranieri, contro la riforma Fornero, contro gli sbarchi e in questo sostenuto da un’ampia classe dirigente che ha operato sul territorio, capace di sviluppare prossimità con i cittadini, e alimentato con una tecnica “bestiale” di grande efficacia dai social e dalla debolezza degli avversari, ha generato il 34% dei consensi.
Salvini ha saputo andare oltre il risentimento del popolo grillino, oltre il semplice vaffa e ha dato uno sbocco al risentimento trasformandolo in rabbia.
Il Capitano citofonava alla gente, andava a caccia di spacciatori, sgombrava con la ruspa, e la rabbia veniva confusa con la giustizia perché finalmente qualcuno faceva le cose che andavano fatte, ma quando l’Italia per prima, nel marzo del 20, ha cominciato a chiudersi in casa non c’era più bisogno di qualcuno che alimentasse paure e rabbia c’era il terrore del virus che tutto ha soverchiato.
Allora il Capitano che insegue le vacche su una spiaggia, o che abbraccia un albero, o mangia pane e Nutella diventa anacronistico, fastidioso, inadeguato.
Per un certo periodo ha continuato come se nulla fosse successo, poi ha compreso che il Virus aveva preso il sopravvento, il flusso di consenso si è chiuso rapidamente e quel gruppo dirigente, il suo staff non ha avuto gli strumenti per elaborare il momento. Peraltro, chi li ha avuti? Trump, Bolsonaro, Johnson? Un’intera classe dirigente caduta vittima del virus.
La propaganda è uno strumento del pensiero politico senza il quale diventa un boomerang e solo così si spiega la tragedia di un uomo che ogni giorno si inventa un nemico, una battaglia, sposta il confine dello scontro, ma ad ogni giro ha sempre meno persone dietro.
Certo è lui che con i Cinquestelle ha voluto Conte, mollando Conte ha determinato un successo elettorale breve ma intenso.
Oggi il partito che sventolava il cappio in parlamento e che ha nei suoi valori incardinato il “giustizialismo” senza essere “manettaro” lo trovi ai banchetti con i Radicali a raccogliere le firme per un referendum contro la riforma di un ministro del governo di cui fa parte.
Gli italiani compressi tra debiti e paura hanno smesso di seguire le capriole di quest’uomo che oggi non sa a chi dare i resti perché superato dalla Meloni che ha fatto lo stesso gioco che Salvini ha fatto con i Cinquestelle e sta a un passo dalla scissione.
Rimedio? Chiudere i Social e aprire un’epoca in cui il pensiero politico torna a essere pensato.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
SE LA LEGA VA MALE ALLE COMUNALI SI VA VERSO IL CONGRESSO
“A Salvini ormai non rimane che fare buon viso a cattivo gioco”: così, con una
battuta, le truppe leghiste spiegano in transatlantico cosa sta accadendo nella Lega. Ieri oltre la metà dei deputati del Carroccio era assente in aula alla votazione del secondo decreto sulla certificazione verde: il sì è infatti stato accordato solo da 69 leghisti su 132 in totale.
Cercando tra i tabulati della votazione, risultano in missione e quindi assenti ‘giustificati’ 12 leghisti, mentre sono 51 i deputati che non hanno partecipato al voto. Il giorno prima, al Senato, invece le assenze erano al 40 per cento. A Salvini, per l’appunto, non resta che fare buon viso a cattivo gioco.
Lega spaccata? Manco per idea secondo il Capitano: “I parlamentari sono liberi di esserci o non esserci. Ognuno è libero di agire secondo coscienza, siamo in democrazia e non in un regime”.
Peccato però che uno dei nuovi leader leghisti più quotati, Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli Venezia Giulia, aveva appena affermato che “non c’è spazio per i no-vax nella Lega”.
Insomma, il capitano leghista (ormai quasi “ex” capitano verrebbe da dire) tenta disperatamente di gettare acqua sul fuoco ma sa benissimo che la situazione (e assieme a questa il partito) potrebbe sfuggirgli di mano da un momento all’altro.
Tanto che le divisioni interne ormai riguardano persino gli staff dei vari leader, a cominciare da quelli di Salvini e Giorgetti: le diversità di vedute sui modi di impostare il lavoro sono ormai all’ordine del giorno.
Insomma, al di là delle smentite di rito e delle photo opportunity ad uso e consumo della stampa per far vedere che tutto è tranquillo (a proposito: si starebbe pensando ad un “colpo ad effetto” prima del voto) la tensione tra l’ala governista e nordista (quella attualmente vincente) rappresentata dal ministro vicino a Mario Draghi, e quella populista incarnata dal leader del Movimento Matteo Salvini è palpabile.
E anche se Giorgetti continua a ripetere che «con Salvini andiamo d’amore e d’accordo», di certo Salvini è finito sotto schiaffo; dapprima sul green pass e poi a causa delle uscite dei “suoi” governatori di Veneto e Friuli.
“Rischiamo di passare per quelli delle battaglie perse” spiega ora un big leghista abitualmente sempre molto abbottonato, scontento per i troppi no di Matteo Salvini che improvvisamente poi nell’aula parlamentare diventano sempre dei sì. “Nella Lega serve un congresso perché ormai c’è un problema di strategia politica”, aggiunge.
Il capitano è poco “lucido”, ha perso il “tocco magico”, si sente dire.
Tutte cose che pensano in molti ma finora nessuno ha il coraggio di dire apertamente, perché Salvini seppure indebolito dalle polemiche rimane ancora saldo al vertice del partito.
La deadline però non è molto lontana: è fissata per le prossime comunali. Se le cose non dovessero andare per il verso giusto, all’interno del corpaccione della Lega sono in molti a scommettere che in tanti usciranno allo scoperto e per Salvini si farà veramente dura.
I risultati che verranno tenuti d’occhio saranno essenzialmente due: quello che farà il candidato scelto dal leader del Carroccio a Milano e il risultato che otterrà Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia.
Se ci dovesse essere il “sorpasso”, certificato stavolta non dai sondaggi ma dal risultato delle urne, sarà impossibile per Salvini fare finta di niente.
D’altra parte c’è già chi si sta scaldando in panchina: Zaia e Fedriga su tutti.
E Giorgetti? Lui, spiega chi lo conosce bene, gioca un’altra partita e non è interessato a prendere il posto del “capitano”: preferirebbe molto di più fare il capo del governo per tenere in piedi la legislatura se Draghi dovesse salire al Quirinale.
(da TPI)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
“TIRATE FUORI I NUMERI”, SI’ MA QUELLI GIUSTI… DIFFONDERE FALSITA’ PER STRIZZARE L’OCCHIO AI NO VAX
Un lapsus di un dottore in una conferenza stampa in Australia del 25 luglio si è trasformato in una notizia (ovviamente falsa) contenuta in un editoriale pubblicato su un giornale italiano il 23 settembre.
Il dottore è in questione è Jeremy McAnulty del NSW Health, il ministero della Salute del Nuovo Galles del Sud (lo Stato australiano con capitale Sidney): ormai due mesi fa ha commesso un errore durante una conferenza stampa, dicendo che tra i pazienti ricoverati per Covid “tutti tranne uno sono vaccinati“.
McAnulty pochi minuti dopo si è corretto, spiegando che tutti i ricoverati (tranne uno) sono “non vaccinati”. La clip con la prima frase estrapolata dalla conferenza è diventata però uno degli strumenti della propaganda di chi vuole far credere che il vaccino contro il Covid sia sostanzialmente inutile. Così il lapsus di McAnulty ha iniziato a fare il giro del mondo, fino ad arrivare a Maurizio Belpietro, direttore de La Verità, che ha citato il dottore australiano nel suo editoriale dal titolo “Tirate fuori i numeri degli ‘immuni’ che s’infettano“.
Belpietro scrive: “Nell’ultimo mese, nella regione Sud-Orientale, eccetto uno, tutti i ricoverati per Covid sono vaccinati e in gran parte giovani. Su 141 persone ospedalizzate, 60 hanno meno di 55 anni, 28 hanno un’età inferiore ai 35 anni. Su 43 persone in terapia intensiva, 18 sono intubati, ma tra questi uno solo aveva ricevuto una dose, gli altri avevano compiuto l’intero ciclo vaccinale”.
Il direttore de La Verità parla di “ultimo mese”, quando la conferenza stampa del NSW Health è datata 25 luglio.
Ma soprattutto riporta esattamente i numeri pronunciati per errore da McAnulty. Per capire che il riferimento alle persone vaccinate fosse sbagliato, bastava perdere un minuto di tempo per effettuare una semplice ricerca su Google. Già il 27 luglio, ad esempio, la Australian Associated Press (Aap) con un lungo articolo ha chiarito tutta la vicenda, per evitare appunto che gli australiani potessero credere a una fake news.
Già il giorno dopo la conferenza stampa, infatti, alcuni post su Facebook citavano solamente il primo passaggio della conferenza per sostenere che il vaccino contro il Covid fosse “inutile” nel prevenire il ricovero in ospedale.
Tutti post con tanto di video, che ovviamente però non riportava anche la correzione di McAnulty. Il dottore australiano nella conferenza sta fornendo le statistiche sul Covid e annuncia che 141 persone sono in ospedale con il Covid e 43 in terapia intensiva.
Di queste, dice inizialmente McAnulty, “tutti tranne uno sono vaccinati. Una persona aveva appena ricevuto una dose di vaccino”. Siamo al minuto 8 e 49 secondi del video della conferenza stampa, ancora disponibile su Facebook.
La conferenza prosegue e, come racconta appunto l’Aap, quando arriva il momento delle domande un giornalista chiede dei chiarimenti. A quel punto – siamo al minuto 36 e 9 secondi – il dottor McAnulty si ripresenta davanti ai microfoni e spiega: “Penso di aver parlato male prima. Quindi delle 43 persone in terapia intensiva, 42 non sono state vaccinate. Una persona ha avuto solo una dose di vaccino”.
In poche parole, nemmeno le statistiche del Nuovo Galles del Sud in Australia – peraltro relative a luglio e non all’ultimo mese – sfuggono alla tendenza generale: la maggior parte delle persone ricoverate in terapia intensiva non sono immunizzate o lo sono solo parzialmente.
A scanso di equivoci, anche un portavoce del NSW Health ha chiarito i dati: “Tutti tranne uno non erano vaccinati”. Eppure, scriveva l’Aap, già due giorni dopo quel lapsus di McAnulty era stato condiviso da molti utenti australiani sui social network ed era arrivato fino negli Stati Uniti. Due mesi dopo è arrivato anche in Italia, scritto nero su bianco nell’editoriale di Belpietro, su La Verità.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
I CALCOLI DELL’UNIONE CONSUMATORI: “INTERVENIRE ANCHE SULLE ACCISE E SULLE ADDIZIONALI REGIONALI”
L’intervento del governo Draghi non basterà a evitare i rincari delle bollette. 
A dirlo è l’Unione nazionale consumatori secondo cui l’eliminazione degli oneri di sistema, annunciata dal presidente del Consiglio Mario Draghi, avrà un impatto limitato sugli aumenti di luce e gas che ammonteranno, su base annua, ad oltre 100 euro per la luce e 260 per il gas.
L’Unione nazionale consumatori, per questo, chiede di intervenire anche sulle accise, sulle addizionali regionali per il gas e sull’Iva.
«Per una famiglia tipo, considerati i dati del secondo trimestre 2021, prima cioè del taglio da 1,2 miliardi avvenuto a giugno, l’annullamento totale degli oneri implicherebbe, su una bolletta media per la luce pari a 562 euro, una riduzione pari a 113 euro, a fronte, però, di un aumento teorico (quello prospettato da Draghi del 40 per cento sul prezzo complessivo della luce) di 225 euro. Insomma, la bolletta salirebbe, su base annua, di 112 euro», spiegano.
Stesso discorso per il gas: su una bolletta per la famiglia tipo da 1.028 euro «l’azzeramento degli oneri la abbasserebbe di appena 45 euro, a fronte del rincaro prospettato da Draghi del 30 per cento, pari a 308 euro, con un rialzo finale pari a 263 euro nei dodici mesi».
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
I VELENI DELL’ESTATE ROMANA IN VATICANO E LA NECESSITA’ DI FARE PIAZZA PULITA
Inaudito. Cioè letteralmente “mai sentito”.
Non si era ma sentito a memoria vaticana che un segretario di Stato “correggesse“ pubblicamente il Papa. Eppure anche questo è accaduto ieri, al termine di un’estate vaticana ammorbata dai veleni, quando il segretario di Stato Pietro Parolin ha affermato che a lui non risulta nessun incontro segreto di prelati che dopo l’intervento chirurgico a cui è stato sottoposto Francesco si sia riunito per preparare il futuro Conclave.
In realtà il Papa ai confratelli gesuiti in Slovacchia (parole integralmente riportate dalla Civiltà Cattolica e pubblicate sull’Osservatore Romano) è andato molto più in là: ha detto non solo che i “congiurati” si preparavano al suo trapasso, ma che proprio lo volevano morto.
Ebbene di tutto questo il segretario di Stato non solo dice di non aver avuto nessuna contezza (“può essere che il Papa abbia informazioni che io non ho“, così in sintesi ha liquidato la questione), ma ha affermato esplicitamente che il clima all’interno delle Mura Leonine “non è teso”.
Come dire che il Papa va fuori le righe. Il “problema” è che Papa Francesco dalla fine d’agosto (una volta uscito dalla prima fase della convalescenza) è intervenuto personalmente e con molta forza a raddrizzare la narrativa che riguardava la sua salute. Si è accorto (con ritardo, lo ha detto esplicitamente) dell’”annuncio” a mezzo stampa delle sue prossime dimissioni (ma chi se non la Segreteria di Stato, avrebbe dovuto segnalargli l’uscita di Libero del 23 agosto?), e ha colto al volo l’occasione di un’intervista a lungo richiesta dalla radio della Conferenza episcopale spagnola, Cope, subito “lanciata” con alcune sintesi, e poi messa in onda il 1 settembre, per smentire (“Non mi è mai passato per la testa di dimettermi”).
Durante il viaggio in Slovacchia, poi è arrivata “la bomba”, delle riunioni in Vaticano di coloro che lo vogliono morto.
L’uscita di Parolin (che da consumato diplomatico) sa naturalmente pesare bene le parole e il loro effetto, non può non essere considerata se non come la segnalazione di un suo chiaro distinguo all’interno e all’esterno del Vaticano.
Dopo i tanti viaggi intrapresi negli ultimi mesi in Italia e all’estero, e le enormi difficoltà in cui la Terza Loggia è stata coinvolta a seguito dello scandalo del Palazzo di Londra. Parolin (a differenza del cardinale Angelo Becciu) non è a processo (dove forse sarà chiamato a testimoniare , dopo la sua espressa disponibilità), ma ha dovuto progressivamente lasciare ogni competenza “economica“ che prima erano in capo alla Segreteria di Stato.
Prima è dovuto uscire dalla Commissione cardinalizia di Vigilanza sullo Ior, la cosiddetta banca vaticana, cui lo stesso Parolin aveva chiesto un prestito di 150 milioni di euro per rimediare al “buco” dell’acquisto del palazzo londinese, e da questa anomala richiesta nel 2019 era partita la denuncia dello stesso Ior e del Revisore generale, da cui sono scaturite le successive indagini (le udienze ripartono il 5 ottobre.
Poi la segreteria di Stato è stata trasformata in un Dicastero senza portafoglio, poiché i suoi beni sono stati trasferiti all’Apsa, con la gestione in capo alla Segreteria per l’economia.
Il “controcanto” di Parolin, che cade in questa situazione, tutti hanno la sensazione che il Papa, arrivati a questo punto, non farà sconti, c’è stato anche in relazione ai rapporti tra il Vaticano e i cosiddetti “sovranisti”.
Ieri Parolin ha precisato che aderire al Vangelo non è come andare ad un supermercato (dove si scelgono solo alcuni prodotti e si lasciano gli altri) ma pochi giorni prima di partire per l’Ungheria aveva espresso la sua soddisfazione (quasi un endorsement per un politico che il Papa non ha mai voluto ricevere nemmeno da ministro) per come si era svolto l’incontro tra Matteo Salvini e il Segretario per i rapporti con gli Stati arcivescovo Paul Callagher.
Nonostante la narrativa mediatica forzata anche tra i vaticanisti per sottolineare l’incontro tra il Papa e Viktor Orban, questo incontro in realtà sì è limitato all’etichetta protocollare.
L’ha dovuto spiegare anche questa volta il Papa in prima persona, parlando con i giornalisti sul volo di ritorno a Roma: 40 minuti in cui Orban era presente ma a interloquire con il Papa è stato solo il Presidente della Repubblica ungherese, paese ospite del Congresso eucaristico internazionale organizzato dal cardinale Peter Erdò.
Il Papa nel suo “sfogo“ con i gesuiti slovacchi ha parlato anche degli attacchi che continuamente subisce da parte di alcuni media cattolici.
La rivista dei gesuiti americani ha ricostruito che il riferimento è al potente gruppo televisivo internazionale Edtw, in cui per anni sono stati messi in onda trasmissioni in cui si è dato spazio in diretta all’ex nunzio negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, ai suoi attacchi al Papa e al suo appoggio all’ex presidente Donald Trump fino ai giorni della rivolta contro Capitol Hill (6 gennaio 2021) . C’è da chiedersi quali rapporti hanno i “congiurati” di cui ha parlato il Papa e la filiera mediatica all’attacco del Pontefice. Ieri si è avuta notizia che YouTube ha bloccato la trasmissione di alcuni video dii fan dell’ex nunzio.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
COSI’ POTRA’ RECUPERARE FONDI UE
La regione della Piccola Polonia ha deciso di abrogare la risoluzione «contro
l’ideologia Lgbtq+» e di modificare la propria posizione sulle politiche relative all’orientamento sessuale e ai diritti civili.
Ad annunciare la decisione, il presidente del consiglio regionale Witold Kozlowski. La bozza della nuova risoluzione è già pronta e sarà sul tavolo del Consiglio per la discussione e il voto il prossimo 27 settembre.
La regione intende quindi prendere le distanze dalla risoluzione approvata dal governo centrale nel 2019 poiché identifica i contenuti come «discriminatori nei confronti delle minoranze sessuali». Non solo.
Alla base della decisione potrebbe esserci anche una condizione di vantaggio: la Commissione europea aveva infatti avvertito alcuni enti territoriali polacchi della probabile sospensione dei fondi Ue a loro destinati su questo fronte. Oltre alla Piccola Polonia, si comincia a parlare di altri cinque enti territoriali polacchi con le stesse intenzioni ma va ricordato che lo Stato è suddiviso in 16 voivodati.
I contenuti della nuova risoluzione
La nuova risoluzione sul tavolo del Consiglio regionale del voivodato della Piccola Polonia, dove si trova Cracovia, è incentrata sul «rispetto per la tradizione e la cultura secolari della Repubblica di Polonia» e sulla «uguaglianza ed equità di trattamento». Nella stessa risoluzione si mette per iscritto di abrogare la posizione «contro l’ideologia Lgbtq+».
Nel vertice straordinario convocato nella giornata di ieri – mercoledì 22 settembre – c’era anche un altro tema fondamentale all’ordine del giorno: la sospensione del pagamento dei fondi del programma React Eu da parte della Commissione europea e dunque il relativo adeguamento del voivodato alle linee del programma Ue. Esito del voto della delibera: 25 consiglieri si sono espressi a favore e 3 si sono astenuti.
L’avvertimento della Commissione europea
All’inizio di settembre, la Commissione europea ha inviato una lettera alle autorità di cinque regioni polacche che hanno adottato risoluzioni «contro l’ideologia Lgbtq+», sottolineando l’importanza di procedere a «rettificare la violazione».
Parallelamente, la Commissione ha sospeso i colloqui con le regioni relativamente all’erogazione dei fondi del programma React-Eu.
Dopo questo avvertimento, il primo passo della Piccola Polonia è stato quello di nominare un Consiglio per la parità di trattamento e per i diritti della famiglia. Con questo nuovo ufficio e con la nuova risoluzione, il 27 settembre la Piccola Polonia andrà probabilmente incontro a una svolta. Il Consiglio regionale spera che queste modifiche – più formali che culturali, per il momento – siano sufficienti a soddisfare il giudizio della Commissione europea e dunque a sbloccare i fondi.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
UNA LUNGA ESPERIENZA POLITICA ALLE SPALLE E QUALCHE OMBRA SU SCANDALI GIUDIZIARI
È Olaf Scholz, attuale vice cancelliere e ministro delle Finanze, il candidato socialdemocratico che correrà per l’Spd alle elezioni in Germania.
Il 26 settembre i cittadini tedeschi saranno chiamati alle urne per decidere che volto avrà il Paese dopo 16 anni di Angela Merkel al comando. Un passo importante in un momento particolarmente delicato per il Paese, tra pandemia di Coronavirus, crisi dei rifugiati in Afghanistan ed equilibri complicati con la Russia.
Secondo gli ultimi dati, il 67% degli elettori prevede che sarà Scholz a guidare il nuovo Bundestag (il Parlamento federale), contro il 16% raccolto da Armin Laschet, il candidato della Cdu/Csu, e il 2% da Annalena Baerbock, candidata dei Verdi.
Se dovesse vincere, sarà il primo cancelliere dell’Spd della Germania da quando Gerhard Schröder ha lasciato l’incarico nel 2005. Scholz, classe 1958, è nato a Osnabrück, in Bassa Sassonia, ma cresciuto nel distretto Rahlstedt di Amburgo. Si è avvicinato alla politica entrando nelle fila della Gioventù socialista dopo aver studiato diritto del lavoro all’Università di Amburgo. È sposato con la collega politica dell’Spd, Britta Ernst.
La carriera politica
Scholz è stato eletto per la prima volta al Bundestag nel 1998. Dal 2002 al 2004 ha ricoperto la carica di Segretario generale dell’Spd, durante l’ultimo periodo del governo Schröder. Dal 2007 al 2009, Scholz è stato ministro del Lavoro per il primo governo Merkel.
Per anni il suo soprannome è stato “Scholzomat“, un gioco di parole con “automat“, scelto per indicare il suo approccio tecnico alla politica.
Negli ultimi due decenni il suo posizionamento si è spostato sempre più al centro e ora all’interno del suo partito è visto come un esponente dell’ala conservatrice.
Una posizione maturata durante il periodo in cui è stato sindaco di Amburgo, tra il 2011 e il 2018, e consolidata negli anni di coalizione con la Cdu di Merkel. A differenza del centrodestra, però, in questa campagna elettorale Scholz sostiene la proposta di un aumento del salario minimo a 12 euro l’ora – posizione su cui si trova d’accordo con i Verdi.
Il ruolo da ministro delle finanze durante la pandemia
In quanto ministro delle Finanze, Scholz ha potuto guadagnare un palcoscenico importante durante il periodo più duro della pandemia: è lui a essere stato incaricato di gestire ed elargire gli aiuti economici per i cittadini in difficoltà economiche durante la crisi. Non a caso il nome di Scholz per la corsa alle elezioni del settembre 2021 è stato annunciato ad agosto 2020: la sua gestione pragmatica della crisi da Coronavirus («bisogna lavorare, non indulgere in vanità») gli è valsa un picco negli indici di gradimento. In più, la Germania di Scholz-Merkel è stata la principale autrice insieme alla Francia del fondo di aiuti europeo per la ripresa dalla pandemia, dal valore di 750 miliardi di euro.
Gli scandali giudiziari
Tra gli elementi più rilevanti della personalità pubblica di Scholz c’è il suo coinvolgimento in alcune importanti inchieste della magistratura in corso tutt’ora.
Nella settimana appena precedente alle elezioni, Scholz è stato convocato davanti a una Commissione parlamentare per rispondere all’accusa di aver ostacolato alcune operazioni di giustizia. Secondo i magistrati, un ufficio del suo Ministero – la “Financial Intelligence Unit” (Fiu) – non avrebbe girato alla polizia e alle procure alcune informazioni su possibili operazioni di riciclaggio.
Diverse segnalazioni di transizioni illecite sono state segnalate dalle banche alla Fiu tra il 2018 e il 2020, ma l’ufficio non avrebbe fatto partire le procedure di controllo necessarie, né avrebbe trasmesso le informazioni ai magistrati. A lanciare l’allarme erano stati, tra gli altri, il Financial Times e lo Spiegel.
Nonostante questo, il leader socialdemocratico resta il favorito nei sondaggi.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
CENTRISTA, MOLTO RELIGIOSO, SOPRANNOMINATO “L’INDECISO”, NON E’ RIUSCITO FINORA A SPRONARE I DEMOCRATICI TEDESCHI
«La domanda non è più con chi governeranno i cristiano-democratici, ma se
governeranno ancora».
Riassume così la preoccupazione che aleggia nella coalizione di centrodestra, la Cdu, Markus Söder, premier della Baviera a cui la dirigenza dell’Unione ha preferito il moderato Armin Laschet, governatore del Nordreno-Vestfalia, per il dopo Merkel. Laschet, il 26 settembre, corre per succedere alla cancelliera, perpetrando – dopo i 16 anni di governo Merkel – il primato del centrodestra negli equilibri politici della Germania.
I sondaggi della vigilia, tuttavia, fanno tremare i vertici dell’Unione, i quali hanno iniziato a rispolverare, in campagna elettorale, gli spauracchi del comunismo – e quindi l’ipotesi di un governo Spd-Verdi-Linke -, per cercare di frenare l’avanzata della coalizione che supporta il socialista Olaf Scholz.
E per cercare di far digerire all’elettorato del centrodestra il delfino di Merkel, Laschet, centrista, soprannominato «l’indeciso», che non è riuscito a spronare i democratici tedeschi.
Dal giornalismo alla politica
Nato e cresciuto ad Aquisgrana, Laschet ha frequentato scuole cattoliche. Classe 1961, si è diplomato a 20 anni al Ginnasio episcopale Pio della sua città natale. Ha proseguito gli studi in legge e scienze politica a Monaco e a Bonn, laureandosi nel 1987. Lo stesso anno, ha iniziato l’attività giornalistica prima come tirocinante e poi come freelance in alcune emittenti radio-televisive della Baviera.
Dal 1991 al 1994 ha ricoperto il ruolo di caporedattore nel giornale della diocesi di Aquisgrana. Dal 1995 al 1999 è stato direttore editoriale della casa editrice cattolica Einhard.
Avvicinatosi alla politica quando Rita Süssmuth, ex presidente del Bundestag tedesco, lo ha nominato suo consulente scientifico, Laschet è diventato membro del Bundestag nel 1994. Cinque anni più tardi, è stato eletto europarlamentare. Poi, dal 2005, è tornato a dedicarsi alla politica locale: per un lustro ha ricoperto il ruolo di ministro del Nordreno-Vestfalia per la famiglia, le donne e l’integrazione. Durante la legislatura successiva, è stato ministro per gli Affari federali.
Governatore del Nordreno-Vestfalia
Contemporaneamente alla politica locale, Laschet ha cercato di fare carriera all’interno del suo partito, la Cdu. Sconfitto da Norbert Röttgen, nel 2010, nella corsa per la presidenza del distaccamento del partito nel land, due anni più tardi Laschet è succeduto al dimissionario Röttgen e, contestualmente, è stato eletto come uno dei cinque vicepresidenti del partito nazionale.
Dal 2017, Laschet guida il land più popoloso della Germania: è stato eletto governatore del Nordreno-Vestfalia, il motore industriale della Germania. Dopo le dimissioni di Annegret Kramp-Karrenbauer dalla presidenza della Cdu – in polemica per l’elezione di Thomas Kemmerich a governatore della Turingia, appoggiato dall’ultradestra di Alternative für Deutschland – Laschet è stato eletto presidente dei cristiano-democratici con il 58,2% dei voti, in gara contro Friedrich Merz. Il 20 aprile 2021, il comitato esecutivo della Cdu ha scelto Laschet con una maggioranza del 77,5% – 31 voti -, contro il 22,5% – 9 voti – di Söder, del partito fratello Csu, per la corsa alla cancelleria.
Le gaffe pre-elettorali
Laschet è considerato da tutti il delfino di Markel per aver sempre difeso le posizioni più centriste della cancelliera uscente.
Sostenitore delle politiche pro-accoglienza, paladino dei valori cristiani e forte europeista. «In tutti questi anni, l’ho vissuto come un politico per il quale la “C” presente nel nome del nostro partito rappresenta il compasso delle sue scelte – ha detto di lui Merkel, riferendosi all’elemento cristiano dell’Unione -. Il fondamento della nostra visione cristiana è che pone la dignità dell’uomo al suo centro. E io so che porterà avanti questo impegno anche come cancelliere».
Nonostante l’endorsement della cancelliera, i sondaggi della vigilia danno in estrema difficoltà Laschet. Sulla sua corsa verso il Bundeskanzleramt pesa la gaffe fatta durante la visita nei territori colpiti dall’alluvione: Laschet è stato ripreso mentre rideva e scherzava con dei politici locali.
Il land del Nordreno-Vestfalia da lui guidato, poi, è stato al centro delle polemiche per aver siglato un contratto con una casa di moda per la produzione di mascherine durante le fasi più dure della pandemia, su iniziativa del figlio di Laschet, Johannes, influencer di moda sui social.
Infine, il candidato cancelliere risente delle invettive degli ambientalisti, molto influenti in Germania: vicino alla lobby del carbone della Ruhr e oppositore delle politiche dei Verdi, è stato criticato per aver visitato la Gigafactory di Elon Musk, a Brandeburgo. Un impianto che consuma ingenti quantità d’acqua e che gli ambientalisti additano tra i responsabili dell’impoverimento idrico della regione.
(da Huffingtonpost)
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