Settembre 24th, 2021 Riccardo Fucile
GIA’ DA MESI MORISI NON SI FACEVA PIU’ VEDERE, IL CALO DI AUDIENCE SUL SOCIAL SINTOMO CHE NON FUNZIONAVA PIU’… “NON HA VOLUTO METTERE LA FACCIA ALLA SCONFITTA ALLE COMUNALI”
In effetti non lo si vedeva da un po’. Da mesi. 
Riflettono i parlamentari leghisti ora che la loro macchina della comunicazione, la famigerata “Bestia”, non ha più la sua guida, il suo inventore, anzi l’artefice del successo di Matteo Salvini via social e non solo.
Luca Morisi ufficialmente ha lasciato “per questioni familiari” specificando di avere la necessità “di staccare un po’ di tempo” e che non si tratta di problemi politici. Tuttavia in piena campagna elettorale per le amministrative, con un partito che cala nei sondaggi e un leader sempre più in crisi di consensi, quello di Morisi è un gesto che spiazza tutti i parlamentari.
I deputati e i senatori, tutti si chiedono: “Come cambierà la strategia di comunicazione?”. Perché l’incarico del capo della Bestia non era solo quello di pensare ai social ma di gestire, da uomo ombra, l’intera strategia mediatica e i messaggi politici. E ora lascia, alla vigilia delle elezioni amministrative che non sembrano sorridere alla Lega. “Forse non vuole metterci la faccia”, sostiene qualcuno.
I rumors si rincorrono in questo momento in cui la Lega vive una crisi profonda. Nonostante le parole inviate da Morisi, c’è chi ritiene invece che alla base ci sia un problema politico.
Alcuni deputati ritengono che Morisi non sia riuscito a convincere Salvini che era arrivato il momento di cambiare strategia e quindi di adeguarsi al governismo: “Forse per la prima volta ha pensato a qualcosa di più moderato”.
E chi invece ritiene tutto il contrario, cioè che il capo della comunicazione non poteva più abitare in un partito spaccato, venuto fuori pochi giorni fa in maniera dirompente durante il voto sul Green pass. Voto che ha visto i salviniani, fermi al 30-40% dei deputati, votare contro la fiducia.
Sta di fatto che per ora, l’immagine del profilo Facebook di Morisi è rimasta la stessa, la sua faccia con sotto scritto “Io sto con Salvini”, nell’immagina di copertina “Il Capitano”, epiteto coniato, neanche a dirlo, dallo stesso Morisi.
“Non c’è nessuno più affine a Salvini di Morisi. È come parlare della stessa persona”, dice un deputato leghista che però fa notare come, negli ultimi mesi, qualcosa non abbia funzionato.
C’è stato un netto crollo di consensi, non solo nei sondaggi, e poi alle urne si vedrà, ma il campanello d’allarme è arrivato proprio dai social sempre meno seguito rispetto al passato.
È qui che il meccanismo, guidato da Morisi, si è inceppato. La comunicazione aggressiva, anti immigrati e populista mal si sposa con l’aria che si respira nel Paese. E l’atteggiamento governista di gran parte della Lega ha mandato in confusione la Bestia, sempre più difficile da domare. Anche per Morisi.
Comunque sia di una cosa nella Lega sono certi. “Un altro Morisi non lo trovi, ha inventato un metodo, una strategia, una forma di approcciare le cose, i fatti, gli eventi sui canali social e non lo solo. Chi lo sostituirà?”, si chiedono i parlamentari. La risposta ufficiale per ora è: “Nessuno”
Il progressivo allontanamento di Morisi dalla Bestia era iniziato con l’esplosione della pandemia Covid, a marzo 2020. Da allora, è comparso raramente al fianco di Salvini e del team, pur continuando a lavorare e supervisionare da remoto.
Il fondatore della ‘Sistemaintranet’ è rimasto prevalentemente nella sua abitazione di Mantova, in questi mesi, diversamente dall’altro socio, Andrea Paganella, che, anche per il ruolo diverso occupato – capo segreteria – è stato più presente agli appuntamenti del capo leghista. Un dato è certo, l’allontanamento di Morisi ha coinciso con un ‘affaticamento’ di Salvini, sui social e nei sondaggi. Ora il partito è più spaesato di prima.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 24th, 2021 Riccardo Fucile
IL BELLO E’ CHE LO SQUALLIDO EPISODIO E’ AVVENUTO IN UN QUARTIERE A GUIDA LEGHISTA: DOVE ERANO I PATRIOTI DEL CARROCCIO INVECE CHE PATTUGLIARE IL PARCO?
Nel caos più totale e celato a fatica, Matteo Salvini continua a perdere pezzi e credibilità.
Dopo l’addio (temporaneo, per il momento) di Luca Morisi alla guida della “comunicazione social” del Carroccio e del suo segretario, il leader della Lega prova a tornare agli antichi fasti condividendo il video di un uomo – in evidente stato di alterazione – che si masturba in un parco di Milano.
Secondo lui, ovviamente, queste immagini sono colpa di Beppe Sala. Ovviamente il sindaco uscente non ha responsabilità sull’accaduto, ma per tentare di tirare la volata al candidato di centrodestra Luca Bernardo, ormai si tentano tutte le strade.
“La Milano di Sala, in pieno centro, fra mamme e bambini che vorrebbero giocare tranquilli ai giardini di Largo Marinai d’Italia, a pochi minuti dal Duomo e dall’ufficio del sindaco. Non è questa la Milano che vogliamo, basta! Avanti futuro”.
Insomma, se un uomo si masturba in un parco è colpa di Beppe Sala.
Quindi, per sillogismo, quel famoso video di un rapporto di sesso orale a bordo di un volo Ryanair di chi è colpa?
Insomma, la condivisione di quel video sembra essere solamente onanismo elettorale per andare a solleticare alcune pance.
Insomma, nonostante l’addio (o arrivederci) di Luca Morisi, la comunicazione social di Matteo Salvini torna agli antichi fasti.
Questa volta non c’è l’immigrato brutto e cattivo, ma l’uomo bianco che si masturba in un parco.
Eppure poteva chiedere indicazioni al presidente del Municipio IV di Milano (quello che insiste sul parco di Largo Marinai d’Italia).
Perché si tratta di un Municipio guidato dalla Lega (il Presidente è Paolo Guido Bassi, eletto proprio con il Carroccio). Eppure la colpa è sempre di Beppe Sala.
(da NextQuotidiano)
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Settembre 24th, 2021 Riccardo Fucile
IL DELIRIO: “L’EMERGENZA SONO GLI IMMIGRATI CHE OGNI GIORNO ACCOLTELLANO AGENTI DI POLIZIA”
Centinaia di aggressioni in dieci anni. Basterebbero questi numeri per parlare di
una vera e propria deriva omofoba in Italia.
Da Nord a Sud, infatti, sono sempre più frequenti attacchi (dialetti e fisici) nei confronti di alcune persone. Discriminati per il loro orientamento sessuale.
Di tutto ciò si è parlato anche all’interno del Consiglio Comunale di Vicenza, dove si stava discutendo una proposta per una norma – su modello base del ddl Zan – per inasprire le pene nei confronti di chi si macchia di reati di stampo omofobo. Ed è lì che l’esponente di Fratelli d’Italia, Nicolò Naclerio, ha lanciato la sua perla ai colleghi.
“Per la sinistra i gay sono degli esseri in via di estinzione – ha detto il consigliere “patriota” Naclerio durante la seduta -. Considerarla un’emergenza sarebbe un insulto a tutte le forze di polizia e a tutti i cittadini che quotidianamente vengono aggrediti accoltellati e a colpi di machete da immigrati irregolari in tutta Italia. Giornalmente, non in dieci anni”.
Il cliché, dunque, è sempre lo stesso. Lo stesso che viene rilanciato per solleticare le pance di chi non vede l’ora di parlare degli stranieri senza mai voler parlare dei reali problemi.
Ha toccato la vetta? No, perché il suo discorso cita numeri (senza quantificarli) che, in realtà, evidenziano come in Italia ci sia una reale emergenza: “Dati dicono che in questi 10 anni ci sono state centinaia di aggressioni a gay e lesbiche. E quindi non si può dire che sia un’emergenza”.
Finisce qui? No, senza citare fatti o altri dati reali, prosegue: “Tutti gli ultimi casi di aggressioni a gay e lesbiche sono derivate da genitori islamici con i propri figli”.
(da agenzie)
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Settembre 24th, 2021 Riccardo Fucile
AVREBBE ESCLUSO UN NOME DALLA LISTA ELETTORALE ALLE COMUNALI 2020 A MONCALIERI, ALLA VIGILIA DELLE ELEZIONI
Il capogruppo Lega alla Camera dei deputati, Riccardo Molinari, è stato rinviato a giudizio a Torino per il reato di falso, insieme al segretario provinciale Alessandro Benvenuto.
Avrebbero escluso un nome dalla lista elettorale alle comunali 2020 a Moncalieri, in provincia di Torino, alla vigilia delle elezioni.
Si tratta dell’esclusione di Stefano Zacà che era in Forza Italia ma che voleva passare alla Lega.
Questo passaggio – secondo la ricostruzione della vicenda de La Repubblica – avrebbe creato un precedente tra i due partiti alleati e per evitare un attrito il nome di Zacà sarebbe stato eliminato a liste già chiuse.
Zacà ha dato battaglia legale per essere reinserito nel centrodestra alle comunali.
La questione è così finita in Procura per la violazione dell’articolo 90 del decreto 570 del 1960 per “chiunque formi falsamente in tutto o in parte le schede o altri atti destinati a operazioni elettorali o alteri uno di tali atti veri o sostituisca opprima o distrugga in tutto o in parte uno degli atti medesimi è punito con la reclusione da uno a sei anni”.
(da agenzie)
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Settembre 24th, 2021 Riccardo Fucile
UNA PICCOLA RINFRESCATA DI MEMORIA
Cari amici degli amici e cari commentatori e giornalisti che siete tutti barzotti
per l’assoluzione del senatore Marcello Dell’Utri dall’accusa di minaccia a Corpo politico dello Stato (insieme a Mori, Subranni e De Donno) e che ora siete già passati dalla parte della santificazione, vi do una notizia che forse vi sconvolgerà: Marcello Dell’Utri non è stato assolto dalle condanne precedenti.
Siete stupiti, eh?
Marcello Dell’Utri è quello che il 7 luglio del 1974 portò nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi (un altro vostro santino nella collezione di figurine di loschi da ripulire a tutti i costi per servilismo) il pregiudicato Vittorio Mangano che venne assunto (lo dice una sentenza, solo che questa ve la state dimenticando, sbadati) come “responsabile” per evitare che i familiari dell’imprenditore fossero vittima di sequestro di persona.
Mangano, giovane mafioso che diventerà boss del clan di Porta Nuova a Palermo, era il certificato di garanzia per non dispiacere alla mafia e Dell’Utri fu l’anello di congiunzione.
E nonostante Dell’Utri abbia passato anni a raccontarci la frottola che Mangano fosse uno stalliere il Tribunale di Palermo ha sentenziato che sia Berlusconi sia Dell’Utri fossero a conoscenza dello spessore criminale di Mangano e anzi, dice la sentenza, l’avrebbero scelto proprio per questa sua qualità.
Cari santificatori: il Marcello Dell’Utri che oggi state leccando in tutti i vostri editoriale è lo stesso uomo che al ristorante “Le Colline Pistoiesi” di Milano festeggiava tutto allegro con altri mafiosi alla festa del boss catanese Antonino Calderone, è lo stesso politico che dichiarò «Io sono politico per legittima difesa. A me della politica non frega niente. Mi difendo con la politica, sono costretto. Mi candidai nel 1996 per proteggermi. Infatti subito dopo mi arrivò il mandato di arresto […] Mi difendo anche fuori [dal Parlamento], ma non sono mica cretino. Quelli mi arrestano», è la stessa persona che venne dichiarata latitante l’11 aprile 2014 dalla Corte d’appello di Palermo per essere arrestato in un albergo a Beirut, in Libano, con due passaporti (di cui uno diplomatico scaduto) e una valigia piena di denaro contante per 30mila euro.
Cari esaltatori: la sentenza definitiva conferma l’incontro del 1974 tra Berlusconi, Dell’Utri e i capimafia Francesco Di Carlo, Stefano Bontate e Mimmo Teresi, raccontato tra l’altro dallo stesso Di Carlo, collaboratore di giustizia.
In uno degli uffici del futuro presidente del consiglio, in foro Bonaparte a Milano, fu presa la “contestuale decisione di far seguire l’arrivo di Vittorio Mangano presso l’abitazione di Berlusconi in esecuzione dell’accordo” sulla protezione ad Arcore.
La sentenza scrive nero su bianco del “tema dell’assunzione -per il tramite di Dell’Utri- di Mangano ad Arcore come la risultante di convergenti interessi di Berlusconi e di Cosa nostra” e del “tema della non gratuità dell’accordo protettivo, in cambio del quale sono state versate cospicue somme da parte di Berlusconi in favore del sodalizio mafioso che aveva curato l’esecuzione di quell’accordo, essendosi posto anche come garante del risultato”.
Cari commentatori, state esaltando un uomo che definì “eroe” Vittorio Mangano perché si era rifiutato di parlare davanti agli inquirenti.
Si apra pure il dibattito sul processo sulla Trattativa ma per favore non insozzate la Storia con una mistificazione della realtà.
Altrimenti viene il dubbio davvero che tutta questa gioia sia un favoreggiamento giornalistico alla mafia sotto le mentite spoglie del garantismo. Per favore, un po’ di serietà, dai, su.
(da TPI)
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Settembre 24th, 2021 Riccardo Fucile
LO APPASSIONA PIU’ L’INTER CHE I LAVORI IN AULA
La Gazzetta dello Sport potrebbe reclutarlo come testimonial.
E in effetti Ignazio La Russa, co-fondatore di Fratelli d’Italia e vicepresidente del Senato, non delude mai: anche il 15 settembre, mentre i colleghi si accapigliavano sul green pass, si è presentato in aula con la mazzetta dei giornali sotto il braccio e ha compulsato la “rosea” proprio mentre, dal banco della presidenza, conduceva i lavori con tanto di mascherina calata sotto il mento.
Ormai è un rito.
Telefonino acceso e quotidiani immancabili (oltre alla Gazzetta e al Corriere della Sera è stato talvolta avvistato anche con Il Giornale), La Russa dà la parola ai colleghi e poi concentra la sua attenzione sulla carta stampata.
Dopo quasi trent’anni passati in Parlamento (è entrato nel 1992 alla Camera, dove ha trascorso otto legislature, di cui una, dal 1992 al 1994, come vicepresidente, ed è poi passato a Palazzo Madama nel 2018), i lavori d’aula evidentemente non lo appassionano più di tanto.
A differenza delle gesta dell’Inter, di cui è azionista (10mila quote) e tifosissimo.
Al punto di finire indagato dalla Corte dei conti, nel 2011, per peculato: pur di non perdersi la partita Inter-Schalke 04, l’allora ministro alla Difesa aveva utilizzato due voli militari. Uno dei Carabinieri all’andata e l’altro dell’Aeronautica al ritorno.
(da agenzie)
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Settembre 24th, 2021 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO FINISCE AGLI ARRESTI DOMICILIARI, INSIEME AD ALTRI SEI PATACCARI
Liste clonate, candidati che non sapevano di esserlo, consiglieri comunali
fantasma. C’è un po’ di tutto nell’inchiesta Candidopoli, condotta dalla Guardia di finanza di Padova, su mandato della Procura di Rovigo che ha scoperchiato lo strano sistema elettorale orchestrato da “L’Altra Italia”, un movimento politico che si è presentato in numerose contese elettorali locali.
I finanzieri hanno eseguito nelle province di Foggia, Lecce e Rovigo, un’ordinanza con sette misure cautelari personali, emessa nei confronti dei vertici del movimento politico.
Agli arresti domiciliari è finito il fondatore, nonché segretario nazionale Mino Cartelli.
Nel 2020 in Puglia sosteneva la candidatura di Raffaele Fitto alla presidenza regionale. Per quattro persone è stato emesso l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, mentre due consiglieri comunali autenticatori (tra cui il vigile urbano Francesco Foti, presidente del movimento e consigliere comunale a Barbona) hanno ricevuto la misura interdittiva della sospensione dall’esercizio di pubbliche funzioni per 12 mesi.
L’altro consigliere è Gianluca Tritiello di Lecce. Destinatari dell’obbligo a presentarsi anche Franco Merafina di Cerignola e Felicetta Tartaglia di San Paolo di Civitate. In totale sono state denunciate 15 persone, sia membri del direttivo di “L’Altra Italia”, sia pubblici ufficiali compiacenti per violazione del Testo unico delle leggi per la composizione e la elezione degli organi delle amministrazioni comunali.
Le indagini sono cominciate nel 2020 a seguito di servizi giornalistici e delle puntate di “Striscia la notizia” riguardanti la presentazione di false liste elettorali.
I primi accertamenti avevano permesso agli investigatori di verificare come nel corso delle tornate elettorali per la nomina di sindaco e consigliere comunale a Barbona e Vighizzolo d’Este, in provincia di Padova (maggio 2019 e settembre 2020) “il movimento politico avesse presentato liste di candidati formate da soggetti iscritti, nella maggioranza dei casi, a loro insaputa”.
La Procura di Rovigo, competente per territorio, aveva esteso le indagini agli altri 21 Comuni dove il movimento politico aveva presentato i propri candidati nel settembre 2020. Si trovano nelle province di Alessandria, Asti, Belluno, Bergamo, Campobasso, Catanzaro, Cosenza, Genova, Imperia, Isernia, Perugia, Pisa, Potenza, Savona, Vibo Valentia e Vicenza.
Non è un caso che tutti i comuni abbiano una popolazione inferiore ai 1.000 abitanti perché in quel caso la normativa prevede una procedura semplificata per le candidature.
I finanzieri hanno interrogato un centinaio di candidati, eseguito perquisizioni in Veneto e in Puglia, e hanno acquisito documenti presso le commissioni circondariali elettorali dei 23 Comuni.
Si tratterebbe di dichiarazioni “artatamente falsificate, in quanto gran parte dei soggetti ivi riportati era ignaro della propria iscrizione ovvero disconosceva del tutto il movimento politico e le relative sottoscrizioni”.
I candidati risiedono principalmente nel Foggiano (San Paolo di Civitate, Torremaggiore e Cerignola) e nel Leccese (Ugento).
“Hanno dichiarato di non essersi mai recati nelle province di Padova e di Rieti, luoghi in cui avrebbero apposto le proprie firme, sconfessando, peraltro, di conoscere i relativi pubblici ufficiali autenticatori”.
Gli investigatori hanno scoperto che in occasione di precedenti consultazioni amministrative i candidati fossero già stati eletti, quali consiglieri comunali, in rappresentanza del movimento in questione, ma quando sono avvenute le autentiche di firma essi si trovavano in località del tutto incompatibili con quelle di esercizio della carica.
In qualche caso erano candidati anziani ultra-ottantenni o persone con forti disabilità fisiche, in località distanti migliaia di chilometri dalla propria residenza.
Un effetto di questo turbine di liste è il fatto che dopo essere stati eletti a loro insaputa nei consigli comunali, alcuni cittadini hanno rifiutato la carica, con il rischio che l’amministrazione comunale venisse commissariata ed esponendo a rischio il sistema di elezione democratica.
Lo scopo del marchingegno? Come è stato illustrato nella conferenza stampa dal procuratore di Rovigo, Carmelo Ruberto, e dal sostituto Ermindo Mammucci: “L’obiettivo principale era quello di presentare candidature in piccole realtà territoriali dove – approfittando della specifica normativa settoriale – vi era una buona probabilità di eleggere un proprio rappresentante per ottenere una visibilità sull’intero territorio nazionale, in modo da far accrescere il consenso per le successive consultazioni elettorali”.
L’ordinanza emessa ricostruisce molti passaggi interessanti. “Le liste di presentazione dei candidati erano dei fogli in formato A3 piegati a metà intestati al movimento con tanto di simbolo riportanti la lista dei nominativi dei candidati, a fianco di tutti i nomi vi era l’asserita sottoscrizione di ciascun candidato e apposta in calce l’autentica delle firme… nella maggioranza dei casi l’autenticazione avveniva per mano degli indagati, ma in alcuni casi anche da altri indagati, tutti in qualità di consiglieri comunali delle più disparate località”.
La formula utilizzata era sempre la stessa: “Visto per l’autentica delle firme apposta in mia presenza dei signori presentatori/candidati nel numero di otto della cui identità io sono certo”.
Si sono traditi anche con i WhatsApp. “Dall’ufficio del segretario nazionale parte un invito ai colleghi a collaborare per formare le liste di candidati in modo fraudolento, come era avvenuto l’anno precedente”. Dopo le trasmissioni di “Striscia”, il segretario, a cui veniva chiesto perché non replicasse, “rispondeva di non poterlo fare perché le firme erano tutte regolarmente false”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 24th, 2021 Riccardo Fucile
NESSUN CONTRASTO CON IL RUOLO DEL PARLAMENTO E FINE DELLA POLEMICA
Quel che si legge sui social non è sempre la verità.
Per mesi abbiamo letto in giro esultanze per giudici che avevano dichiarato illegittimi i decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, quelli utilizzati da Giuseppe Conte durante la prima fase della pandemia (cioè quella durante la quale era lui a capo del governo).
Nella abbiamo lette di tutte, ma oggi arriva la sentenza della Corte Costituzionale che mette la parola fine su questa vicenda: i dpcm Conte erano (e sono) legittimi.
Il concetto alla base del pronunciamento della Consulta (di cui è stata pubblicata una sintesi, in attesa del testo della sentenza che sarà pubblicato nelle prossime settimane) fa riferimento a due concetti base dell’ordinamento giuridico e del ruolo di chi è chiamato a governare un Paese: la differenza tra funzione legislativa (che spetta al Parlamento) e funzione amministrativa (ruolo del governo e di chi lo guida).
Il caso era nato dal caso di “un cittadino aveva proposto opposizione contro la sanzione amministrativa di 400 euro inflittagli per essere uscito dall’abitazione durante il lockdown dell’aprile 2020, in violazione del divieto stabilito dal Dl e poi dal Dpcm”.
Il giudice di pace di Frosinone, dopo il ricorso presentato dall’uomo, aveva dichiarato illegittimi i dpcm (e il dl) perché – secondo lui – “avrebbero delegato al Presidente del Consiglio una funzione legislativa”.
Insomma, avrebbe operato oltre le proprie funzioni andando in contrasto con gli articoli 76, 77 e 78 della nostra Costituzione. Alla fine, però, secondo la Consulta la vicenda deve essere letta sotto un’altra luce:
“In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio stampa fa sapere che la Corte ha ritenuto inammissibili le censure al Dl n. 6, perché non applicabile al caso concreto. Ha poi giudicato non fondate le questioni relative al Dl n. 19, poiché al Presidente del Consiglio non è stata attribuita altro che la funzione attuativa del decreto legge, da esercitare mediante atti di natura amministrativa”
I dpcm Conte, dunque, erano legittimi e non avevano violato alcuna norma o diritto imprescindibile inserito all’interno della Costituzione. La parola fine su una vicenda lapalissiana e paradossale.
(da agenzie)
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Settembre 24th, 2021 Riccardo Fucile
A FORMA DI DIRIGIBILE, SU SEI PIANI, OSPITERA’ 12 MILIONI DI FOTOGRAFIE, 230.000 FILM, 85.000 SCENEGGIATURE 65.000 POSTER
Il prossimo 30 settembre apre al pubblico di Los Angeles il Museo
dell’Academy. Situato all’angolo di Wilshire Boulevard e Fairfax Avenue, il museo racchiude in sé l’unione tra passato e futuro. L’ingresso è lo storico Saban Building, una volta noto come ‘May Company Wilshire departement store’.
Attraversando il ponte che conduce ad un edificio a forma sferica si passa anche da passato a futuro.
A pensare la struttura simile a quella di un dirigibile è stato l’architetto italiano Renzo Piano, il quale oltre a realizzare un’opera architettonica è riuscito anche ad avvicinarsi al suo sogno del cinema, unendo quella che è una passione con il suo attuale lavoro. Lo stesso Piano ha affermato che se non fosse architetto, avrebbe fatto cinema.
Sono 28mila mq in cui Piano ha cercato di portare il senso di ‘piazza’ in uno spazio nato principalmente per la comunità. Piano ha pensato una struttura aperta a tutti, alla città e alla gente, senza barriere e che esprima la sensazione che i luoghi culturali debbano essere accessibili a tutti.
Suddiviso in sei piani che celebrano il passato, il presente ed il futuro all’interno di una struttura sferica, il museo, diretto da Bill Kramer, ospiterà collezioni permanenti e a rotazione. Inoltre attingerà anche dalla collezione dell’ Academy of Motion Picture Arts and Sciences.
A sua disposizione il pubblico avrà oltre 12 milioni e mezzo di fotografie, oltre 230 mila film e video, 65 mila poster, 85 mila sceneggiature. In mostra anche le collezioni speciali di giganti del cinema come Cary Grant, Katharine Hepburn, Hattie McDaniel, Alfred Hitchcock, Spike Lee.
Infine, non saranno presenti solo il set, la sceneggiatura, le riprese gli attori, la fotografia ma anche i costumi, il trucco, le acconciature. Sarà possibile vedere da vicino come viene trasformato un attore per interpretare una parte.
“C’era bisogno di questo museo? – si è chiesto Tom Hanks – Sì, certo. E’ come un Partenone del cinema e bisogna celebrare tutto ciò che questa città ha portato al mondo”.
“È stato un piacere realizzare questo museo – leggiamo sull’Ansa – e devo ringraziare un migliaio di persone perché è uno sforzo comune. Essendo genovese sono cresciuto davanti al mare, un posto immenso da esplorare, e la domenica c’era il cinema il quale porta le persone in un mondo fantastico, magico’’, spiega come poi crescendo avesse avuto due passioni: il mare e il cinema.
“Poi sono diventato architetto – continua – e sono diventato geloso dei registi. I film sono il modo migliore per creare emozioni, sono un’arte onnicomprensiva, nessun’altra forma artistica può portare le persone a piangere ad esempio’’
Durante l’inaugurazione del museo, il 25 settembre, Sophia Loren riceverà il primo ‘Visionary award’ del museo dell’Accademy. Ricordiamo che Sophia Loren vinse l’orscar come migliore attrice in un film straniero grazie a ‘La Ciociara’.
(da agenzie)
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