Settembre 24th, 2021 Riccardo Fucile
SI E’ RESO CONTO CHE UN CICLO E’ FINITO MA ANCHE DISACCORDI POLITICI, NON CONDIVIDENDO NE’ L’AMBIGUITA’ NO VAX NE’ LA LEGA AL GOVERNO
Quando è arrivato nove anni fa la pagina Facebook di Matteo Salvini contava
18mila fan. Se ne va lasciandola con oltre quattro milioni di seguaci.
Luca Morisi in questo periodo non solo ha fatto nascere la Bestia ma l’ha alimentata titillando gli istinti dell’italiano medio con una (sapiente?) alternanza di post sugli immigrati e buongiornissimi caffè. Ma cosa c’è dietro?
La notizia l’ha battuta ieri l’AdnKronos annunciando per prima che Luca Morisi, uomo chiave della gestione dei canali social di Matteo Salvini, aveva lasciato la guida dell’attività online della Lega.
Guru dell’informazione social, professore universitario, Morisi, quasi dieci anni fa era stato scelto dallo stesso Salvini per curare la comunicazione sul web del Carroccio. Morisi, da ultimo, è stato cooptato nella segreteria politica ‘allargata’ della Lega, lo scorso ottobre.
Alla base della decisione spiegava l’agenzia non ci sarebbe stata nessuna motivazione politica, ma scelte di ordine personale e familiare, come lo stesso Morisi avrebbe spiegato in una lettera inviata ai parlamentari della Lega per spiegare i motivi del suo passo indietro:
“Cari amici, mi avete scritto in tanti. Ringrazio tutti per l’interesse e l’amicizia: sto bene, non c’è alcun problema politico, in questo periodo ho solo la necessità di staccare per un po’ di tempo per questioni famigliari. Un abbraccio e ancora grazie”.
Ma le cose stanno davvero così?
Il Fatto racconta che i motivi che hanno indotto il papà della Bestia a salutare il Carroccio risiederebbero invece nelle posizioni ostinatamente occhieggianti ai no-vax di Salvini:
“Ufficialmente per motivi familiari ma dietro al suo addio ci sarebbero anche disaccordi politici: Morisi, per esempio, è sempre stato pro-vaccini”
Matteo Pucciarelli su Repubblica rincara la dose citando un anonimo leghista che allarga le cause della defezione di Morisi non solo alle ultime sparate del suo ormai ex Capitano sui vaccini, ma più in generale alla fine della sua parabola politica:
«Era nell’aria da un po’, da tempo si era allontanato anche come presenza fisica — racconta un leghista di lunga data e ben addentro all’inner circle di Salvini — Essendo una persona estremamente intelligente e sensibile Morisi ha capito che un ciclo era finito. E ne ha tratto le conseguenze»
Insomma chissà se ad allontanare Morisi è stata davvero l’ultima esternazione del leader della Lega, che sconfessando Fedriga e il suo anatema ai no-vax nel Carroccio aveva ribadito: “Sono orgoglioso: siamo un movimento libero. Siamo in un momento di buio in cui ognuno che faccia una domanda, viene indicato come un no vax. I parlamentari della Lega, a differenza di altri che stanno zitti, sono liberi, la Lega non è una caserma”.
O se invece l’addio è avvenuto, senza che nessuno se ne sia accorto, già ad agosto.
Il Corriere però avanza un’altra ipotesi. L’ex guru della comunicazione leghista non sarebbe più stato funzionale al nuovo corso della Lega. Che sembra sempre più divergere da quello tuttora portato avanti dal suo segretario
Ma, alla base di questa svolta radicale, ci sarebbe anche la necessità della Lega di avviare una nuova strategia comunicativa, più equilibrata, meno urlata, e calzante rispetto a un quadro politico rivoluzionato, e con Giorgia Meloni da arginare
(da NextQuotidiano)
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Settembre 24th, 2021 Riccardo Fucile
L’ELETTORATO SUI CUI HA PUNTATO ORA LA CHIAMA TRADITRICE E ASSASSINA
Giorgia Meloni a Torino è stata accolta in maniera piuttosto fredda da quegli elettori che ha coltivato in tutti questi mesi. Una vera e propria beffa.
Dopo un lungo periodo a cavalcare le paure della gente, eccola contestata dal popolo no-green pass.
E’ stata accolta con il grido di ‘traditrice’ e ‘venduta’ da una cinquantina di manifestanti no vax che l’hanno raggiunta a Piazza Castello nel capoluogo piemontese, dove si teneva il comizio a sostegno del candidato sindaco di centro destra, Paolo Damilano. Alle urla, Meloni dal palco ha replicato: “non ho paura di voi, siete ridicoli, grido più forte di voi”.
Nel mirino dei contestatori ci sono quei 19 su 37 deputati che hanno scelto di sostenere il green pass ieri in aula, votando la fiducia al governo sul decreto legge green pass bis.
Certo a questo punto della campagna elettorale, con la contestazione dei no vax a pochi giorni dal voto, varrebbe la pena capire se è stata una strategia vincente quella di porsi all’opposizione anche sui temi sanitari. Agitando gente che, come una bandiera, cambia il suo indirizzo a seconda del vento di quel giorno.
(da NextQuotidiano)
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Settembre 24th, 2021 Riccardo Fucile
IL PATTO PER L’ITALIA SIGNIFICA “FUORI I PARTITI”, L’ANTICA SUGGESTIONE DI TRASFORMARE L’ECCEZIONE IN REGOLA COME SE GLI INDUSTRIALI ITALIANI FOSSERO MIGLIORI DEI PARTITI
Certo, la standing ovation. Mai vista, in una platea del genere, una roba così,
che esprimeva, al tempo stesso, un senso di liberazione (da quel che c’è stato prima), un sentimento di identificazione e una smisurata fiducia.
Da descrivere, per chi non c’era. A un certo punto, l’oratore, il leader degli industriali Carlo Bonomi, partecipa financo all’applauso verso Draghi, batte le mani, si allontana dal leggio muovendo due passi verso la prima fila.
Due, tre minuti, la platea si alza. E anche l’impassibile premier, trascinato dal calore, è inevitabilmente costretto a tirarsi su dalla sedia. Il successivo paragone con quegli uomini che, nella storia, hanno “risolto i problemi” senza guardare al consenso e agli effetti speciali, da De Gasperi a Ciampi dà il senso di un qualcosa di più del classico appoggio di Confindustria a un governo.
Nel discorso di Bonomi, molto politico, franco, perché davvero poco ambiguo in ogni passaggio, non c’è dentro solo un’agenda, ma qualcosa di più: un sentimento antipartitico e, con esso, l’idea che governo e ricostruzione debbano fondarsi su un nuovo asse di relazioni sociali.
Detto in un titolo: fuori i partiti, la ricostruzione sia affida alla triangolazione tra governo e parti sociali.
Il senso di un “patto” Confindustria-sindacati, il mettiamoci attorno a un tavolo per offrire a Draghi delle soluzioni nell’ambito di una visione condivisa è questo. Ecco, i partiti sono quelli delle “bandierine”, dei “giochetti”, senza alcuna indulgenza per uno schieramento e per l’altro compresi (il riferimento è alla Lega) quelli che ammiccano ai no vax. E sono coloro che rischiano di compromettere il cronoprogramma sulle riforme, pensando al proprio particulare in vista delle amministrative e del Quirinale. E invece, questo il senso della relazione, il governo deve durare fino al 2023 (magari anche oltre) affidandosi a un nuovo meccanismo di governance.
È un mood che trova sostanzialmente riscontro nelle parole del premier che quel “patto” lo benedice, accettandolo anche semanticamente in luogo dell’espressione che aveva appuntato di “prospettiva economica condivisa”.
Discorso denso anche se poco politico quello di Draghi che nella prima parte è molto governatore di Bankitalia e poi, a braccio, fa un paragone tra l’oggi e il lungo dopoguerra, per richiamare alla necessità di un patto sociale.
E spiega che, a un certo punto, il “giocattolo si è rotto” – ovvero è arrivata la crisi dopo il boom – non solo per tutta una serie di ragioni internazionali, dalla fine di Bretton Woods al post Vietnam, ma anche perché si è incrinato un virtuoso sistema di relazioni sociali.
Si potrebbe annotare che nel declino italiano concorrono tanti altri fattori, che riguardano anche le responsabilità della classe dirigente imprenditoriale, ma l’analisi dà l’idea di un clima. E c’è altrettanto scetticismo verso la politica nella battuta che “è già molto un governo che non cerca di fare danni”. Inevitabilmente contiene un giudizio su chi lo ha preceduto e sulle dinamiche (partitiche) ovviamente che spesso quei danni creano.
Parliamoci chiaro: che il governo Draghi sia l’effetto di una crisi di sistema e del fallimento della politica ormai è un dato acquisito. Quanto questo da stato di necessità possa trasformarsi in regola è il dibattito di oggi.
E soprattutto quanto sia praticabile il modello del “patto” che tenga fuori i partiti, all’interno di un governo che non è “tecnico”, ma “politico-tecnico”, con ministri politici, per scelta compiuta all’inizio: è pensabile tirare fuori le forze politiche dalla legge sulla concorrenza?
È pensabile un patto sul lavoro bocciando senza appello l’operato del ministro Orlando, il più attaccato nella relazione? È cioè pensabile separare Draghi dai partiti che lo sostengono? Può essere un legittimo auspicio, che però ha in sé proprio quella cultura dell’uomo della provvidenza indicata come esempio negativo in una relazione ispirata alla cultura “necessità”, di cui fa parte il fare i conti con le condizioni date.
Al Palalottomatica è andato in scena, aggiornato, un copione antico della borghesia italiana (oggi viene chiamata establishment), in fondo tutta la campagna contro la Casta partì proprio dalla Confindustria di Montezemolo, sull’inutilità della politica e dei partiti.
E sulla necessità di un vincolo esterno sostitutivo al principio della sovranità popolare (ricordate quando si teorizzò “Monti dopo Monti” come oggi “Draghi dopo Draghi”?). Il risultato fu che è arrivato Grillo che quel sentimento lo interpretò meglio di tutti. Non è una novità.
La novità ci sarà quando le classi dirigenti nazionali si impegneranno a uscire dal pendolo che oscilla tra tecnocrazia e populismo. E i partiti a riformarsi: i momenti di “tregua” dovrebbero servire anche a questo.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 24th, 2021 Riccardo Fucile
UCCISA IN VAL CAMONICA A MAGGIO, IL CORPO RITROVATO AD AGOSTO… SILENZIO SOVRANISTA, IN FONDO ERA UNA “FAMIGLIA TRADIZIONALE” COME PIACE A LORO
A quattro mesi dalla scomparsa di Laura Ziliani arriva la svolta nelle indagini: sono state arrestate per l’omicidio le figlie dell’ex vigilessa di Temù (in Val Camonica) svanita nel nulla durante quella che sembrava una escursione in montagna, lo scorso 8 maggio, e il fidanzato della maggiore.
Il corpo della donna, irriconoscibile, è stato ritrovato tra la vegetazione vicino al paese all’inizio di agosto, in un punto in cui le ricerche si erano concentrate a lungo. E’ stato l’esame del Dna a confermare che era lei. Sarebbe stata stordita e poi uccisa.
Silvia e Paola Zani, 27 e 19 anni, due delle tre figlie della donna e il fidanzato della maggiore Mirto Milani sono accusati di omicidio volontario, aggravato dalla relazione di parentela con la vittima, e di occultamento di cadavere.
“Il proposito omicidiario è il frutto di una lunga premeditazione e di un piano criminoso che ha consentito loro di celare per lungo tempo la morte e di depistare le indagini”, scrive il gip Alessandra Sabatucci nell’ordinanza di custodia cautelare. Secondo gli inquirenti il movente è di natura economica: “I tre indagati avevano un chiaro interesse a sostituirsi a Laura Ziliani nell’amministrazione di un vasto patrimonio immobiliare al fine di risolvere i rispettivi problemi economici”.
Negli stessi giorni in cui le ricerche battevano la zona intorno a Temù e i sentieri di montagna, gli inquirenti da subito non hanno creduto alla versione dell’infortunio o del malore. E incongruente è apparso il racconto fatto da Silvia e Paola delle ultime ore della donna.
Erano state loro a dare l’allarme dopo che la madre non era rientrata, hanno detto, da una passeggiata in montagna. Il 29 agosto vengono indagate e viene sequestrata l’abitazione di Temù dove la donna, che viveva a Brescia, si trasferiva appena poteva. Nel paese la 55enne Laura Ziliani, dipendente del Comune di Roncadelle, aveva lavorato a lungo come agente di Polizia locale. Rimasta vedova nel 2012, quando il marito era morto travolto da una valanga, amava camminare da sola in montagna, si poteva considerare una escursionista esperta.
Sabato 8 maggio era uscita di casa intorno alle 7 del mattino diretta verso la località di Garìo, sopra Villa Dalegno: era stata ripresa da una telecamera in paese e un testimone aveva raccontato di averla vista su un sentiero. Non aveva con sè il cellulare. Poi, più nulla. Persa ogni traccia.
Dopo l’allarme erano iniziate le ricerche, durate per giorni, che avevano coinvolto centinaia di persone fra tecnici del Soccorso alpino e speleologico, unità cinofile molecolari giunte da Trento e dal Piemonte, militari del Soccorso alpino della Guardia di Finanza, Carabinieri e Vigili del fuoco, oltre al sindaco di Temù, alla Protezione civile e al presidente dell’Unione Alta Valle Camonica.
Dopo una settimana di sforzi infruttuosi, erano state sospese per poi riprendere il 23 maggio, dopo che un escursionista aveva trovato lungo la ciclabile a fianco del torrente Fiumeclo una scarpa bucata, da trekking, riconosciuta dalle figlie come appartenente alla donna.
Quando il corpo è stato ritrovato l’8 agosto la donna era scalza, senza le scarpe con i plantari speciali che avrebbe dovuto portare nell’ipotesi della gita solitaria in montagna, e addosso aveva solo la biancheria.
Incongruenze nel racconto dei fatti, tentativi di despistaggi. E altre tracce arrivate probabilmente dai pc e dai cellulari sequestrati e dal cellulare della donna ritrovato ‘stranamente’ nella casa di Temù dietro una poltrona. L’ultimo tassello infine dai laboratori di Medicina legale degli Spedali civili: nel corpo c’erano tracce di benzodiazepine che l’avrebbero stordita. Esclusa l’ipotesi del suicidio, è stato così l’esame tossicologico a dare una svolta al caso e a far chiudere il cerchio delle indagini intorno alle figlie.
(da agenzie)
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