Febbraio 11th, 2022 Riccardo Fucile
MA L’AVVOCATO BORRE’ GIA’ CONTESTA LA VALIDITA’ DELLA TESI LEGALE SU CUI SI BASA IL RICORSO
La soluzione era sotto gli occhi di tutti, da sempre, ma Vito Crimi, l’ex capo politico
reggente dei Cinque stelle, non se ne era accorto.
Un documento, il regolamento del 2018, avrebbe reso possibile «la presentazione immediata di una istanza di revoca della sospensione cautelativa al tribunale di Napoli», fanno sapere gli avvocati a Beppe Grillo e Giuseppe Conte, che li ascoltano increduli, seduti nello studio del notaio Luca Amato.
L’ex premier è furioso. Crimi non aveva capito – fanno sapere fonti M5S – che con quel documento si sarebbe potuta evitare la sospensione cautelativa dello Statuto e il conseguente azzeramento dei vertici grillini. Insomma, probabilmente si sarebbe potuto evitare il caos. Anche Grillo è sconcertato.
La prenderebbe con ironia, se non si fosse dovuto precipitare a Roma per trovare una soluzione a un groviglio che sembrava inestricabile. Tanto complicato da costringerlo persino a rivedere le liturgie che finora lo avevano sempre accompagnato nei suoi viaggi nella Capitale.
A partire dalla scelta del quartier generale dove incontrare i big del partito: non più l’hotel Forum, a due passi da Montecitorio, ma l’hotel Parco dei Principi, nel cuore di Roma Nord, dove la densità di studi notarili e di avvocati rendeva più semplice l’organizzazione di incontri che hanno poco a che fare con la politica e molto più con i tribunali. Il Garante ha voluto ascoltare soprattutto loro, gli avvocati, per trovare una soluzione lampo che potesse dare ossigeno ai Cinque stelle.
«Le delibere sono valide, alla luce del regolamento del 2018», gli hanno spiegato i legali del Movimento. Quel regolamento, nei loro ragionamenti, certifica la «piena regolarità» delle votazioni passate e si confida, quindi, che il giudice possa revocare la sospensione. Scartata, dunque, l’ipotesi di nominare un nuovo Comitato di garanzia (lo stesso di cui facevano parte Luigi Di Maio, Virginia Raggi e Roberto Fico), di far indire al Comitato non appena insediato un voto per lo statuto di Giuseppe Conte e, successivamente, un altro voto per la sua elezione a presidente del partito.
Questa mossa – hanno avvertito i legali – avrebbe avuto un rischio e cioè quello, in vista delle sentenza del tribunale di Napoli prevista per il 1° marzo, di riconoscere di fatto le ragioni di chi aveva presentato ricorso. Un’ammissione di colpevolezza, quindi, prima ancora che ci fosse stata la sentenza. La strada di eleggere un comitato di Garanzia, però non è archiviata. È un’uscita di sicurezza sempre in piedi, se la richiesta di revoca della sospensione dovesse essere respinta.
Ma è una strada complicata, perché si dovrebbe tornare con ogni probabilità a bussare alla porta di Davide Casaleggio per chiedergli di usare Rousseau. Conte avrebbe preferito evitare lo smacco politico di un ritorno alla piattaforma di Casaleggio, «ma aggirare Rousseau porterebbe al rischio di un ulteriore ricorso», gli hanno detto gli avvocati. Messi in guardia – per assurdo – anche da Lorenzo Borrè, l’avvocato della parte avversa, quella dei ricorrenti di Napoli che hanno provocato il terremoto.
Non è però solo una questione politica e di forma, ma anche di soldi. Casaleggio avrebbe chiesto 30 mila euro per far votare il nuovo Comitato di garanzia sulla sua piattaforma. E sempre su Rousseau si sarebbe dovuto votare il nuovo statuto. La cifra, dunque, sarebbe potuta salire a 60mila euro. Non solo. Il figlio del cofondatore M5S chiedeva anche che venisse saldato un arretrato.
Riguarda una votazione che Grillo aveva indetto lo scorso luglio, durante lo scontro con Conte per la leadership, quando con un post sul blog annunciò di voler dare vita a un Direttorio di 5 membri a cui affidare la guida del partito. Poi la votazione non si tenne più, perché i pontieri riuscirono a ricucire lo strappo con Conte, ma Casaleggio ora rivendica il lavoro preparatorio fatto e mai pagato.
Il passaggio, però, trova già le prime contromosse dell’avvocato Lorenzo Borré, che ha ottenuto il congelamento dei vertici M5S. «La revoca può essere richiesta solo su circostanze e fatti sopravvenuti. La questione del regolamento “ritrovato” non è un fatto sopravvenuto. Né è comunque rilevante perché l’ordinanza è stata emessa anche sul presupposto della mancanza del quorum (senza considerare che l’ordinanza non ha esaminato gli altri motivi di impugnazione perché assorbiti da quello relativo al mancato raggiungimento del quorum)». Poi Borré, sottolineando come una eventuale revoca sia comunque soggetta a reclamo, precisa: «L’esistenza di un eventuale regolamento approvato su richiesta del capo politico non è idonea a legittimare l’esclusione dal voto adottata nella vigenza di uno statuto che consente tale esclusione solo a fronte di un regolamento adottato su richiesta del comitato direttivo».
La trasferta romana di Grillo è servita però anche a riannodare i fili lacerati del partito. Ha visto Luigi Di Maio e i due hanno convenuto sulla necessità di ritrovare una «compattezza interna» e di fare squadra con Conte, sempre che ci sia una disponibilità anche da parte sua. Grillo però chiede anche di non logorare il leader e di remare tutti nella stessa direzione.
Lo ha fatto presente a Di Maio come anche alla capogruppo in Senato Mariolina Castellone e a Virginia Raggi, incontrata più tardi. Una processione silenziosa, uno alla volta alla corte del fondatore, come chiesto da Roberto Fico, assente per un’influenza.
«Non vediamoci tutti insieme solo per fare una foto da pubblicare sui social», è il ragionamento espresso dal presidente della Camera a Grillo, «altrimenti non risolveremo nessun problema».-
(da la Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 11th, 2022 Riccardo Fucile
LA SOLUZIONE ERA GIA’ PRESENTE NEL REGOLAMENTO MA NON SE NE ERANO ACCORTI
Riunione con Conte Grillo e legali dal notaio Amato durata 2 ore e mezza. Nel corso della riunione hanno concordato tutti i legali, si apprende da fonti M5s, che le delibere sono valide alla luce del regolamento del 2018: si presenterà al tribunale di Napoli immediatamente istanza di revoca alla luce di questo documento che certifica la piena regolarità offrendo al giudice della causa di poter prendere atto della validità e quindi efficacia delle delibere contestate.
Si confida che gli elementi emersi consentano di poter ottenere una tempestiva revoca, si sottolinea.
Come ricostruisce La Stampa, la soluzione era già sotto gli occhi di tutti ma nessuno, a partire da Vito Crimi, se n’era accorto.
Un documento del 2018 avrebbe reso possibile “la presentazione immediata di una istanza di revoca della sospensione cautelativa dal tribunale di Napoli”. Secondo il quotidiano torinese Conte “è furioso. Crimi non aveva capito – fanno sapere fonti M5S – che con quel documento si sarebbe potuta evitare la sospensione cautelativa dello Statuto e il conseguente azzeramento dei vertici grillini”.
Al momento viene quindi scartata l’ipotesi di un nuovo Comitato di garanzia e quindi successivamente di rieleggere l’ex premier come presidente del Movimento 5 Stelle.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 11th, 2022 Riccardo Fucile
ARRESTATI DUE SINDACI, 37 INDAGATI, CONTESTATA ANCHE L’ASSOCIAZIONE A DELINQUERE
Il deputato di Fratelli d’Italia Tommaso Foti è indagato nell’inchiesta della Procura di
Piacenza: risponde a piede libero di corruzione e di traffico di influenze illecite. Tra l’altro l’imprenditore Nunzio Susino, per l’accusa, gli avrebbe consegnato 3.000 euro “al fine di ottenere il compimento di atti contrari ai doveri d’ufficio” da parte dell’assessore all’Urbanistica del Comune di Piacenza, Erika Opizzi, anche lei di FdI e anche lei indagata “per agevolare la stipula, a condizioni favorevoli per il privato”, della convenzione per la gestione di un parcheggio.
I carabinieri di Piacenza hanno eseguito misure cautelari nei confronti di 37 indagati, tra cui imprenditori edili, sindaci e funzionari tecnici degli enti locali dell’Alta Val Trebbia e del capoluogo.
Sono stati contestati i reati di associazione a delinquere, concussione, corruzione, abuso d’ufficio, traffico di influenze illecite, turbata libertà degli incanti e della libertà del procedimento di scelta del contraente, frode nelle pubbliche forniture, falso materiale e ideologico commesso dal pubblico ufficiale, truffa e voto di scambio.
Intercettazioni: “Gli ho dato 3 mila euro, se dice che si può fare si fa”
“Se lui dice che la cosa si può fare si fa”. Lui sarebbe Tommaso Foti, deputato di Fratelli d’Italia citato in un’intercettazione da Nunzio Susino, iconsiderato al vertice dell’associazione a delinquere. L’11 maggio 2019 Susino informava un’altra persona di essersi rivolto a Foti, indagato a piede libero, in ragione della sua influenza sull’assessore del Comune di Piacenza Erika Opizzi, del suo stesso partito.
“La Erika Opizzi… Quella assessore… l’assessore all’urbanistica… ce l’ha in mano lui la Opizzi… La Opizzi gli sta facendo preparare un documento (…) perché lui alla Opizzi le spiega lui cosa ci deve scrivere (…) La Opizzi ce l’ha messa lui lì”.
In un’altra conversazione intercettata, del 24 maggio 2019, sempre Susino fa riferimento a 3.000 euro che avrebbe dato al parlamentare: “A Foti per questo problema qua io gli ho dato 3.000 euro”, secondo l’accusa perché si spendesse sempre con l’assessore perché si attivasse per predisporre una convenzione favorevole alla sua azienda.
Due sindaci in carcere, uno ai domiciliari
La misura prevede anche quattro custodie in carcere, sette ai domiciliari, un divieto di dimora. Il Gip di Piacenza ha disposto il carcere per quattro persone: l’imprenditore edile Nunzio Susino, considerato al vertice di un’associazione a delinquere composta da otto persone, Maurizio Ridella, anche lui imprenditore e poi due sindaci: di Cerignale, Massimo Castelli, responsabile nazionale piccoli Comuni Anci e il primo cittadino Corte Brugnatella, Mauro Guarnieri.
I domiciliari sono stati decisi, invece, per il sindaco di Bobbio Massimo Pasquali, l’imprenditore Filippo Giardini, il responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Ferriere, Carlo Labati, i collaboratori dell’Unione dei Comuni Val Trebbia e Luretta Roberto Raffo, Matteo Guerci, l’ex responsabile ufficio tecnico del Comune di Bobbio Claudio Tirelli, il direttore del servizio Edilizia della Provincia di Piacenza Stefano Pozzoli. Per il vicesindaco di Zerba, Claudia Borré, divieto di dimora nel Comune. I fatti vanno dal 2018 a tutt’oggi.
Non solo mazzette, anche lavori
Lavori pubblici assegnati illecitamente all’imprenditore Susino e ad altri a lui collegati da parte dell’Unione dei Comuni della Val Trebbia e Val Luretta, dei Comuni di Corte Brugnatella, Cerignale, Ferriere, Coli, Ottone, Serba. In cambio, sindaci e funzionari pubblici avrebbero ricevuto finanziamenti elettorali e altre ricompense, in denaro, lavori o altre utilità.
Non solo mazzette in contanti, ma anche lavori di manutenzione per le case proprie o dei parenti. Sarebbero questi, secondo le accuse della procura piacentina, le monete di scambio che sindaci e funzionari comunali ottenevano in cambio della garanzia di assicurarsi gli appalti pubblici. Negli atti che hanno portato all’emissione delle misure cautelari, si parla, ad esempio, della tinteggiatura delle pareti dell’appartamento della zia all’intera ristrutturazione di un’abitazione, senza dimenticare, ovviamente, la ricezione di denaro contante.
Un imprenditore al vertice del “sistema”
Si condensa così l’accusa di associazione a delinquere che la Procura di Piacenza muove a Susino, considerato il promotore, ad altri due imprenditori, ai sindaci di Cerignale e Corte Brugnatella, Massimo Castelli e Mauro Guarnieri e a tre funzionari amministrativi. Un “sistema corruttivo”, “una situazione di corruzione diffusa che andava avanti da anni” l’ha definito la procuratrice di Piacenza Grazia Pradella in conferenza stampa
La misura emessa dal Gip è in via di esecuzione nelle province di Piacenza, Alessandria, Lodi e Pavia da parte di circa 300 carabinieri del comando provinciale di Piacenza. Sono previsti anche due commissariamenti giudiziari d’azienda e una misura interdittiva del divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione nei confronti di una società.
Foto del voto sulla scheda elettorale
In un caso, alle elezioni comunali del 2019, un imprenditore avrebbe consegnato somme di denaro agli elettori per far eleggere un sindaco, chiedendone prova con la foto della scheda elettorale.
“Questo sistema corruttivo – ha detto la procuratrice Grazia Pradella – ha attraversato tutti gli schieramenti politici e ha costituito un vero e proprio sistema, con ipotesi di corruzione elettorale. Ci sono sindaci eletti perché gli elettori sono stati pagati, un esempio classico di corruzione diffusa che andava avanti da anni senza che nessuno si fosse posto alcun problema”.
Sono in corso approfondimenti, che potrebbero interessare anche le elezioni regionali del 2020, con riferimento alle preferenze per l’elezione dei consiglieri.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »