Marzo 23rd, 2022 Riccardo Fucile
FATELO PAGARE DA MOSCA IN RUBLI SPORCHI DI SANGUE
Il professor Alessandro Orsini è sotto contratto Rai. Il docente della Luiss, diventato
famoso per le sue posizioni per così dire non ostili al regime russo di Vladimir Putin, è da due puntate retribuito dalla trasmissione di Rai3 “Carta bianca” condotta da Bianca Berlinguer.
A Viale Mazzini si parla di un compenso di “circa 2mila euro a puntata”. Il contratto prevederebbe sei appuntamenti.
Il professore Orsini teorizza dall’inizio della guerra in Ucraina che “Putin ha vinto”. E che “Biden vuole la guerra perché gli conviene”. E “se ce la guerra è colpa dell’occidente”. Dunque secondo Orsini “bisogna avere il coraggio di ammettere che Putin ha già vinto”.
Interpellata dal Foglio Bianca Berlinguer non conferma e non smentisce: “I contratti della Rai devono rimanere in Rai, come succede in tutte le reti. Non ho altro da aggiungere”.
Orsini è la punta di diamante insieme a Mauro Corona e Andrea Scanzi. Eppure anche ieri Carta bianca è stata battuta negli ascolti dalla concorrenza della televisione commerciale: ieri sera infatti si è fermata al 5,1 per cento di share, superata da Di Martedì su La7 (7,1 per cento) e Fuori dal Coro (5,6 per cento).
(da il Foglio)
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Marzo 23rd, 2022 Riccardo Fucile
NEL PAESE I POCHI CHE HANNO IL CORAGGIO DI ESPRIMERSI CONTRO IL “REGIME AUTORITARIO” DI “MAD VLAD” PARLANO DI DUE CAMPAGNE: LA PRIMA È L’OPERAZIONE MILITARE SPECIALE CONDOTTA AL DI FUORI DEI CONFINI DELLA RUSSIA, LA SECONDA È UNA “OPERAZIONE SPECIALE CONTRO IL POPOLO RUSSO”
Un complotto. Un complotto in combutta con una potenza straniera. Kirill Kleimonyov, direttore delle news del Primo Canale della tv russa, ieri è andato in studio a spiegarlo ai telespettatori. Marina Ovsyannikova, la producer che ha protestato in diretta al Tg contro la guerra in Ucraina, non ha agito da sola sull’onda dell’indignazione.
«Appena prima aveva chiamato l’ambasciata britannica. Chi di voi parla di solito con l’ambasciata britannica? Io no di sicuro. Ha tradito il suo Paese e tutti noi, ci ha tradito in modo freddo, calcolato, in cambio di un premio concordato. Come Giuda con i suoi 30 denari».
Il tradimento della Patria e le trame straniere: mancava solo questo all’armamentario, linguistico e pratico, del nuovo stalinismo russo.
Secondo la «Novaya Gazeta», uno degli ultimi giornali che cercano di barcamenarsi tra le maglie della censura, l’espressione «nemico del popolo», «vrag naroda», quintessenza stessa delle purghe staliniane, è già tornata di moda nei commissariati di polizia.
Così si sono sentite apostrofare molte tra le 15mila persone arrestate per aver protestato contro la guerra. Con lo stalinismo è tornata la paranoia. Dove «la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza», diceva George Orwell in «1984». E in Russia la guerra si chiama «operazione speciale», vietato dire altro. Ieri Roskomnadzor, l’autorità di controllo dei media, ha bloccato agentura.ru, sito fin qui miracolosamente sopravvissuto e dedicato all’analisi dell’attività dei servizi di sicurezza.
Erano stati i due fondatori, Andrei Soldatov e Irina Borogan a parlare, pochi giorni fa, delle prime purghe putiniane all’interno del Fsb.
E sempre ieri un tribunale ha dichiarato organizzazioni estremistiche Instagram e Facebook, per non aver impedito manifestazioni di violenza verbale contro la Russia. A Mosca e dintorni la legge che conta davvero è la cosiddetta «legge telefonica», intesa come telefonata che i giudici ricevono dall’alto con le indicazioni del verdetto atteso.
A volte gli effetti sono paradossali: le aziende che hanno fatto pubblicità sulle due piattaforme potrebbero essere ora messe sotto accusa per sostegno di un’organizzazione estremistica.
Lo stesso potrebbe accadere a chi distribuisce biglietti da visita con l’indicazione propri indirizzi sui due social media. A discuterne, già nel pomeriggio di ieri, erano un paio di giornali dedicati al mondo del business. Ma è nella repressione della gente comune che il potere sembra dare il peggio di sè.
Il «regime autoritario» sta conducendo non una ma due campagne, scrive Andrey Kolesnikov, analista politico ed editorialista della storica rivista «Tempi nuovi». La prima è l’operazione militare speciale condotta al di fuori dei confini della Russia. La seconda è una «operazione speciale contro il popolo russo». Tra gli arrestati dei giorni scorsi una manifestante passeggiava tenendo in bella vista un cartellone completamente bianco.
Un altro aveva un cartellone con due file di asterischi, nella prima tre nella seconda cinque: riferimento alle parole «net voinè», no alla guerra. Un’altra ancora sul suo cartello aveva scritto semplicemente: «due parole». Vietato anche questo. A Kaliningrad una donna di 59 anni, Olga Nedvetskaya, è stata spedita in ospedale psichiatrico. Il suo gesto di protesta: cantare e ballare in pubblico accompagnata da musiche tradizionali ucraine.
Il brutto è che tutto questo, secondo Kolesnikov, conta fino a un certo punto: «i dati sono imprecisi, ma la tendenza sembra chiara: l'”operazione speciale” ha il sostegno dell’opinione pubblica, il gradimento di Putin è cresciuto. C’è una radicalizzazione delle posizioni: chi era contro l’autocrate è ancora più convinto; lo stesso vale per chi era a favore». E il peggio deve ancora venire: «con chi è isolato e non è in grado di fuggire dal paese, il potere può fare quello che vuole. Senza alcun riguardo, anche formale, per la Costituzione o le leggi.
Con l’indottrinamento totale dei bambini attraverso il sistema educativo. Questo regime non ha bisogno solo di sostenitori, ma di carne da cannone». Chi poteva è scappato. Molti professionisti, artisti, protagonisti dello show business. Come Ivan Urgant, uno dei presentatori più conosciuti della tv russa, autore di «Ciao Italia», benevola presa in giro del nostro Paese. Se ne è andato in Israele condannando la guerra sui social. Il primo canale ha già fatto trapelare che da settembre la sua trasmissione avrà un altro presentatore, suo grande rivale nei favori del pubblico.
(da il Giornale)
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Marzo 23rd, 2022 Riccardo Fucile
IL “KING-PIPPER” LEGHISTA RI-LANCIA IL LISTONE UNICO IN VISTA DEL VOTO IN SICILIA. NONOSTANTE I COMPLIMENTI DI BERLUSCONI E’ GELO CON FORZA ITALIA CHE ANNUNCIA: “IN SICILIA PRESENTEREMO UNA NOSTRA LISTA”
Matteo Salvini lancia il laboratorio Sicilia. Per le prossime Regionali siciliane, a cui tutti
nella Lega attribuiscono un valore strategico e di traino in vista delle Politiche 2023. E pazienza se i nodi, nell’isola maggiore, sembrano i più intricati tra i molti che nel centrodestra sono ancora da sciogliere.
E così, la prima reazione da parte degli alleati è assolutamente gelida. Salvini ne ha parlato ieri durante il Consiglio federale leghista: «In vista delle elezioni in Sicilia è allo studio una lista che potrebbe accogliere varie sensibilità del centrodestra».
Il coordinatore siciliano Nino Minardo cita come possibili destinatari della proposta gli «autonomisti, i centristi e i civici». La lista avrebbe già un nome: «Prima l’Italia».
Non è banale che il capo leghista parli di un progetto che, almeno da quel che si può capire oggi, farebbe scomparire dalle liste elettorali il simbolo della Lega.
È vero, i maliziosi (fuori e anche dentro alla Lega) annotano che «far scomparire “l’Albertino” in Sicilia non è come farlo sparire in Lombardia o in Veneto».
Il simbolo con Alberto da Giussano infatti pesa ovviamente assai di più nelle sue roccaforti. E, anzi, ha annunciato Salvini, nei prossimi mesi tornerà a sventolare anche a Pontida dopo i due anni di stop causati dalla pandemia.
L’idea della federazione, secondo quanto si spiega dentro alla Lega, avrebbe avuto un avallo importante, quello di Silvio Berlusconi. Che durante la festa per l’unione con Marta Fascina, ha tributato riconoscimenti importanti al segretario leghista, «unico vero leader italiano». In realtà, alla festa si è parlato di federazione in termini generali, senza riferimenti alla Sicilia.
Eppure, il primo no sembra arrivare proprio da Forza Italia: «In Sicilia presenteremo la nostra lista». Mentre il coordinatore azzurro Gianfranco Micciché parla di «scelta intelligente, generosa e coraggiosa da parte di Salvini. Così si rafforza l’alleanza e aumenteranno i consensi per la coalizione».
Come a dire che ci sarà la lista «Prima l’Italia», ma anche quelle del centrodestra nazionale. Ma Salvini è convinto che Berlusconi si convincerà.
Fratelli d’Italia forse non avrebbe nemmeno commentato l’ipotesi: impensabile cancellare il simbolo di quello che secondo alcuni sondaggi sarebbe oggi il primo partito. Se non fosse che i cronisti hanno chiesto lumi a Ignazio La Russa: «Prima l’Italia? Buona fortuna, è proprio un bel nome…». Per poi aggiungere: «Ma in Sicilia funziona meglio “Prima la Sicilia”, che secondo Musumeci diventerà bellissima….». In realtà, il fatto è che il progetto di Salvini è indirizzato – come spiegato da Minardo – a centristi e autonomisti. E infatti, è lì che si trovano i primi consensi.
Il segretario Udc Lorenzo Cesa auspica «da tempo un’iniziativa politica nuova capace di aggregare forze politiche nel perimetro del centrodestra, volta a rispondere alle nuove sfide che abbiamo dinanzi. E la Sicilia e i siciliani chiedono questo sforzo di generosità e lungimiranza». Insomma, Salvini dovrà tessere una tela complicata.
(da il Corriere della Sera)
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Marzo 23rd, 2022 Riccardo Fucile
I MORTI SONO STATI AMMASSATI NELLE FOSSE COMUNI, OPPURE SEPOLTI NEI GIARDINI… LA TESTIMONIANZA DI UN CITTADINO: “TRE BAMBINI CHE CONOSCEVO SONO MORTI PER DISIDRATAZIONE. NELLA MIA CITTÀ. NEL XXI SECOLO. LA GENTE STA MORENDO DI FAME”
Le bombe continuano a cadere, anche se praticamente Mariupol non c’è più. L’ottanta per cento della città è distrutto: palazzi e scuole, ospedali, teatri, piazze. Restano solo macerie incandescenti mentre i carri armati continuano a sparare nelle strade deserte. La conquista è fondamentale per l’avanzata di Mosca, che punta ad avere il controllo della costa del Mar d’Azov e a creare un ponte tra la Crimea e la Russia.
Venti giorni di bombe non hanno piegato chi tra quelle strade raccoglie i ricordi di una vita. In tanti sono fuggiti, ma più di 200mila persone sono intrappolate in quello che descrivono come «un inferno gelido». Non c’è cibo, non c’è elettricità, non c’è il riscaldamento, comunicare con l’esterno è diventato quasi impossibile. I morti sono stati ammassati nelle fosse comuni, oppure sepolti in quello che resta dei giardini, sfidando i missili e le bombe.
«Dima, mamma è caduta il 9 marzo. Veloce, quasi senza accorgersene», si legge in un bigliettino indirizzato a Dimitry e scritto dal fratello, che ha indicato nome e cognome numero di telefono, indirizzo, numero di appartamento.
Stava fuggendo dalla città e voleva essere sicuro che le sue parole arrivassero a destinazione: «La casa è stata distrutta, bruciata. Dima, scusami per non aver salvato la mamma! L’ho sepolta nel cortile dell’asilo». Per farlo, ha rischiato, scavando nel terreno gelato – «profondità due metri» – mentre i proiettili attraversavano l’aria. Nel bigliettino è disegnata anche una mappa.
A Mariupol ogni cosa è cambiata, ogni famiglia è distrutta. «Qui c’è la casa dove sono nato, quello che ne rimane. La normalità non tornerà più. Non sento i miei genitori da due settimane e nessuno sa cosa stia succedendo – racconta Oleg Klimenko, che abita vicino a Kharkiv – Mariupol verrà completamente distrutta». Chi è rimasto, è intrappolato «in un Hunger Game», un gioco al massacro, prosegue Klimenko.
Anche la casa di Alevtina Scevtsova, poco distante dal teatro bombardato dai russi, non esiste più. L’intero centro della città portuale sul Mar Nero si è sgretolato sotto le esplosioni. Alevtina è riuscita a scappare e con la sua bambina di 8 anni. Si trova a Kryvyi Rig, non lontano da Dnipro. «Quando è iniziato l’assedio, era il compleanno di mio fratello – racconta – volevamo festeggiare, mio marito ha detto che la Russia aveva attaccato». L’escalation è stata terrificante, «l’8 marzo sono saltate le finestre. Dormivamo nel corridoio, vestiti».
Poi sono arrivati i razzi, i missili, le bombe sull’ospedale pediatrico, l’attacco aereo al teatro, le esplosioni che hanno distrutto la scuola d’arte dove erano nascosti in 400. Anche Natalia Hayetska è riuscita a fuggire insieme ai genitori, anziani. «Eravamo senza acqua ed elettricità. Le persone coprivano i cadaveri con coperte. Altri scavavano fosse nei cortili, sapendo che nessuno sarebbe andato a dare a quei corpi una vera sepoltura», ricorda.
La madre Halyna Zhelezniak, 84 anni, è sconvolta: «È la prima volta nella mia vita che provo tanto orrore». E il marito Ihor aggiunge: «Non credo riuscirò a rivedere Mariupol com’ era. Non vivrò abbastanza». I loro racconti sono simili a quelli di molti altri testimoni scappati dalla guerra, che hanno ancora negli occhi case, strade e palazzi rasi al suolo. Ieri 5.926 persone hanno lasciato la città con i propri mezzi e hanno raggiunto Zaporizhzhia.
«Mariupol non esiste più – commenta Victoria, 27 anni – Tre bambini che conoscevo sono morti per disidratazione. Nella mia città. Nel XXI secolo. La gente sta morendo di fame».
Di atrocità in atrocità, i racconti si susseguono. Memorie di roghi in strada, scontri a fuoco, cadaveri esposti nelle vie. Perfino interventi chirurgici eseguiti con coltelli da cucina e oggetti trovati in casa. Viktoria Totsen, 39 anni, fuggita in Polonia, ricorda: «Gli aerei volavano sopra le nostre teste ogni cinque secondi e lanciavano bombe ovunque».
Il marito Oleksii Kazantsev racconta: «Quando eravamo nel nostro palazzo, nello scantinato, ci sembrava che ci colpissero continuamente e cercavamo di capire perché la nostra casa fosse un obiettivo. Quando siamo usciti, ci siamo resi conto che la stessa cosa era successa in tutta la città. Avevano lanciato bombe su ogni palazzo, senza distinzione».
Domenica il colonnello generale Mikhail Mizintsev, direttore del centro di gestione della difesa nazionale di Mosca, aveva invitato gli abitanti della città portuale ad arrendersi in cambio dell’incolumità. Un’offerta che è stata rifiutata. «Il colonnello Mizintsev, che in precedenza aveva guidato l’operazione militare russa in Siria, è personalmente responsabile dell’assedio», ha detto su Twitter il portavoce dell’amministrazione militare regionale di Odessa, Sergey Bratchuk.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2022 Riccardo Fucile
LA SENTENZA CONSENTE AL CREMLINO DI TOGLIERLO DAI GIOCHI PER LE ELEZIONI PRESIDENZIALI DEL 2024 E DEL 2030 GRAZIE A UN PROCESSO FARSA DOVE PURE I TESTIMONI SI SONO RIMANGIATI LA DEPOSIZIONE CONTRO NAVALNY (CHE CONTINUA A DIFFONDERE INCHIESTE SULLA CORRUZIONE DEL CERCHIO MAGICO DI PUTIN)
«Il numero nove non significa nulla», scrive sul suo Instagram Yulia Navalnaya, «Nove è
soltanto un numero, non ha importanza, è solo la targhetta affissa alla mia branda», replica suo marito da dietro le sbarre.
Alexey Navalny reagisce alla condanna con il solito indistruttibile umorismo, e promette che non si limiterà «ad aspettare» la fine della prigionia, nel marzo del 2031, ma continuerà a lavorare per abbattere il regime di Vladimir Putin.
D’ora in poi sarà però molto più difficile: dopo due sentenze congiunte, per «truffa» ai danni dei finanziatori della sua Fondazione anticorruzione, e per offesa alla corte in un altro processo precedente, il leader dell’opposizione russa diventa un «criminale recidivo», e viene condannato a un carcere «severo», dove non potrà comunicare facilmente con la famiglia e gli avvocati come ha fatto finora dalla prigione a “regime comune” di Vladimir.
È evidente che il Cremlino vorrebbe buttare via la chiave – la nuova sentenza impedisce a Navalny di fare campagna alle elezioni presidenziali sia del 2024 che nel 2030, mentre la condanna che sta attualmente scontando l’avrebbe visto tornare in libertà l’anno prossimo – ma soprattutto vuole silenziarlo, proprio mentre i suoi collaboratori sono in testa al movimento contro la guerra in Ucraina.
Ed è stata proprio la guerra a oscurare un processo farsa, che si tiene direttamente nel carcere, con i giornalisti a seguire il dibattimento su una tv a circuito chiuso che si guasta ogni volta che parla l’imputato.
Un processo dove due testimoni dell’accusa si sono rimangiati la deposizione in aula, dichiarando di non sentirsi anzi minimamente «truffati» da Navalny.
Un processo dove decine di testimoni della difesa hanno cercato di salvare Navalny e la sua fondazione – messa nel frattempo fuorilegge come «estremista» – con deposizioni come quelle della celebre giornalista Evgeniya Albatz, che ha dichiarato i soldi che aveva dato per finanziare le indagini anticorruzione dell’oppositore «il miglior investimento della mia vita».
Una condanna scontata – talmente scontata che l’oppositore aveva chiesto alla moglie Yulia di non venire a sentirla in aula, ma di volare in Germania da figlio Zakhar per fargli coraggio – decisa ancora prima di iniziare il processo da quel «gruppo di nonni impazziti che ci governa», come li ha definiti Navalny nel suo ultimo discorso. Navalny promette che non si fermerà, e devolve il premio Sakharov del Parlamento europeo alla nuova versione internazionale della sua fondazione.
E l’ultimo regalo dei navalniani il giorno prima della sentenza, la devastante video inchiesta sul gigantesco “yacht di Putin” ormeggiato a Carrara, dimostra che le cartucce da sparare ci sono.
Le sanzioni contro gli oligarchi e i funzionari del Cremlino, le magioni e gli yacht sequestrati in tutto il mondo, dalla Liguria a Londra, sono tutti colpi messi a segno da Navalny, che con le sue inchieste ha svelato la corruzione dei vertici russi con nomi, cognomi, indirizzi e numeri di conto.
La sua idea della lotta alla corruzione come parte integrante della lotta alla democrazia – del resto, già nel 2014, dopo l’annessione della Crimea, la lista degli oligarchi da sanzionare venne stilata in Occidente anche grazie alle dritte di Navalny – ora diventa una delle armi internazionali contro il regime di Putin.
Dalla sua prigione, il leader dell’opposizione russa però incalza, e per la prima volta parla del rischio di una «distruzione del Paese» di una Russia che collassa insieme al regime che l’ha portata in guerra.
Potrebbero essere le sue ultime parole, per tanto tempo. Da un carcere severo non potrà più consegnare ai suoi avvocati i suoi post per Instagram, e dirigere la sua rete. Ieri, subito dopo la sentenza, i difensori di Navalny, Olga Mikhailova e Vadim Kobzev, sono stati prelevati dalla polizia mentre parlavano con i giornalisti, in un chiaro segnale di intimidazione.
Le visite regolari degli avvocati e della moglie al carcere di Vladimir erano una fragile garanzia che il regime non avrebbe cercato di distruggere il dissidente celebre in tutto il mondo, ma dopo aver lanciato la guerra il Cremlino ha anche buttato alle ortiche qualunque remora residua al rispetto dei diritti e all’opinione pubblica internazionale. La repressione aumenta ogni giorno: ieri a Mosca è avvenuto il primo arresto per il nuovo reato di «discredito delle forze armate»: un tecnico della polizia di Mosca rischia fino a 10 anni di carcere per aver diffuso informazioni sulla guerra in Ucraina.
E il prossimo nella lista è il famoso giornalista Aleksandr Nevzorov, incriminato per aver raccontato sui suoi canali YouTube e Telegram il massacro di Mariupol. E ieri è stato respinto l’ultimo ricorso per almeno sospendere la liquidazione di Memorial: la più antica ong di diritti umani russa si era appellata al tribunale europeo di Strasburgo, ma la Russia è uscita dal Consiglio d’Europa e non si sente più vincolata dalle regole europee.
(da La Stampa)
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Marzo 23rd, 2022 Riccardo Fucile
E’ TRA LE FILA DELLA LEGIONE INTERNAZIONALE: “NON CI SONO GIUSTIFICAZIONI PER NON REAGIRE“
Tra le fila dell’International Legion of Territorial Defense of Ukraine, l’unità militare creata dal presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy per dar supporto alla difesa del Paese contro l’invasione russa, c’è anche Giulia Jasmine Schiff.
È la 23enne di Mira, nel Veneziano, ex allieva dell’Accademia Aeronautica di Pozzuoli che fu espulsa quattro anni fa dopo aver denunciato alcune violenze subite da alcuni commilitoni durante il rito del “battesimo del volo”.
Denunciò botte e vessazioni, confermate da un video. Venne sbattuta a mo’ di ariete contro l’ala di un velivolo.
Poco dopo l’episodio, il 6 settembre 2018, fu espulsa per “insufficiente attitudine militare”. Oggi combatte al fronte.
Il giorno dopo l’esplosione del conflitto, scrisse sui social: “Non vedo da parte dell’Europa la reazione che meriterebbe lo scempio che sta subendo l’Ucraina da parte di Putin. Non ci sono giustificazioni per non reagire. Bisogna soccorrere un Paese che non si può difendere da solo invaso da una delle potenze del mondo tra l’altro con motivazioni ridicole, a maggior ragione che è nostro vicino di casa”.
È partita in gran segreto pochi giorni dopo, per poi mettersi in contatto con l’inviata de Le Iene Roberta Rei, alla quale ha girato diversi video registrati sul campo che saranno trasmessi da questa sera.
“Mi ha telefonato dicendomi: ‘domani parto’. Sono rimasta impietrita”, spiega la giornalista di Mediaset. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, Schiff sarebbe l’unica donna della legione, e sarebbe già stata impiegata – dopo un rapido addestramento – in alcune missioni intorno alla capitale Kyiv.
“L’ho fatto — avrebbe confessato a proposito dell’arruolamento fra i legionari — perché sono nata per questo, per aiutare i nostri fratelli ucraini e per evitare che la guerra giunga fino a noi. Sono controcorrente: mentre tanti fuggono io mi dirigo verso le zone dei combattimenti”.
(da NetQuotidiano)
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Marzo 23rd, 2022 Riccardo Fucile
SAREBBERO STATI MEMBRI DELL’OPPOSIIONE E COMUNI CITTADINI
La linea ferroviaria che collega l’Ucraina con la Bielorussia è stata sabotata per impedire
al governo di Minsk di inviare aiuti e materiali bellici alle truppe impegnate sul campo.
Nei giorni scorsi alcuni media polacchi avevano riportato notizie non confermate secondo le quali erano stati gli stessi ferrovieri a sabotare le linee.
Secondo lo Stato Maggiore delle Forze Armate di Kiev a sabotare la ferrovia sono stati i membri dell’opposizione e alcuni comuni cittadini ostili al conflitto.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha più volte lanciato l’allarme su un possibile ingresso della Bielorussia nel conflitto a fianco della Russia.
Ma il presidente Alexandr Lukashenko non intenderebbe mettere in pericolo la stabilità del suo regime. Due giorni fa il reggimento di paracadutisti che era stato schierato da Minsk al confine con l’Ucraina è stato ritirato e ha fatto ritorno al suo quartier generale di Brest.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2022 Riccardo Fucile
QUELLO CHE E’ ORMAI DIVENTATO UN RIFUGIO CONTRO I BOMBARDAMENTI DEI CIVILI
Spiegare la guerra a un bambino è praticamente impossibile: per sua stessa natura non capirà mai le ipocrisie, i giochi di potere e la profonda crudeltà che spingono gli adulti a innescare conflitti che causano sofferenza, distruzione e migliaia di morti: questo concetto trova perfetta esplicazione in un video circolato molto ieri, che mostra alcuni bambini nascosti in una stazione della metropolitana di Kyiv che invece di pensare al motivo per cui sono lì, cioè per ripararsi dalle bombe in seguito al suono delle sirene, giocano facendo “lo scivolo” sulle passerelle delle scalinate.
La donna che è con loro, probabilmente la madre, accenna un sorriso mentre assiste a un momento di quotidianità incastonato in un contesto che tutto è fuorché quotidiano. Immagina che il parco giochi perfetto per le bambine sia all’aperto, in strada, e non sotto terra.
Non può spiegare i motivi per cui sono costrette a giocare lì. Come lo dici a un bambino: “Ho paura che Putin possa colpirti con un razzo”? Semplicemente impossibile, così come impossibile è fermare l’immaginazione e la voglia di divertimento di chi – per sua fortuna e con enorme merito – il concetto di guerra non riesce neanche a contemplarlo.
Secondo le autorità ucraine sono almeno 109 i bambini morti dall’inizio del conflitto. Lo scorso 18 marzo nella città di Leopoli è stata organizzata una protesta in Piazza Mercato con altrettanti passeggini vuoti a simboleggiare le giovanissime vittime. La maggior parte di loro ha perso la vita nel bombardamento del teatro di Mariupol, all’esterno del quale erano state poste due scritte “bambini” visibili dall’alto che però non hanno dissuaso i caccia di Putin dal distruggere il rifugio.
(da NetQuotidiano)
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Marzo 23rd, 2022 Riccardo Fucile
MANCANO I RIFORNIMENTI E REGNA IL CAOS… SOLO IERI UCCISI TRECENTO SOLDATI RUSSI
Siamo giunti al ventisettesimo giorno di guerra e lo stato maggiore ucraino convinto che
le forze russe avrebbero scorte di munizioni e cibo in grado di sostenerne l’offensiva per «non più di tre giorni». Sempre secondo le autorità militari di Kiev la situazione sarebbe la stessa per quanto riguarda le scorte di carburante, parlando di un vero e proprio «fallimento logistico» da parte di Mosca.
A frenare le operazioni belliche, sempre stando alla stessa fonte, sarebbe anche il morale bassissimo delle truppe d’invasione: l’esempio riportato a supporto di tale teoria è quanto avvenuto nel distretto di Okhtyrka, nell’oblast (provincia) di Sumy, dove la «disobbedienza dei militari russi» avrebbe indotto circa 300 soldati a rifiutarsi di eseguire gli ordini.
Gli ufficiali dell’esercito del Cremlino incontrerebbero serie difficoltà anche a rimpiazzare i caduti con delle «leve improvvisate» nella regione di Lugansk dove, sostiene Kiev, la Russia «continua a mobilitare i cittadini» dell’autoproclamata repubblica. Tuttavia «gran parte della popolazione non sostiene la politica degli occupanti, non vuole prendere le armi e si nasconde ai rappresentanti della potenza occupante».
Ulteriore testimonianza del momento di grave impasse dell’esercito russo, anche il fatto che nei reparti sia saltata qualsiasi composizione per specializzazione. Al contrario, la maggior parte del personale mandato in linea non avrebbe un serio addestramento militare «perché non ha mai prestato servizio».
Ad essere arruolati «Sono cittadini che hanno passaporti russi e quelli che hanno solo un passaporto pseudo-repubblicano, ovvero rilasciato a Lugansk o Donetsk, sono registrati come volontari». In un tale contesto, non sorprende che le forze russe stiano subendo perdite pesantissime: sempre secondo lo stato maggiore ucraino, nella sola giornata di ieri sarebbero caduti circa trecento soldati dell’esercito invasore.
(da La Stampa)
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