Marzo 31st, 2022 Riccardo Fucile
ANZI, PUNTANO A FARLA FALLIRE, BORIS JOHNSON HA ANNUNCIATO CHE LONDRA FORNIRÀ A KIEV ARMAMENTI “ANCORA PIÙ LETALI”… L’EDITORIALE DEL “TIMES”: “LA STRADA PIÙ SICURA VERSO UNA SOLUZIONE ACCETTABILE È CHE L’UCRAINA PREVALGA MILITARMENTE SULLA RUSSIA”
Le fonti occidentali – pur sotto anonimato – sono esplicite: «Siamo molto cauti», dicono a proposito dei colloqui di pace fra Russia e Ucraina, perché «nulla di quanto abbiamo visto finora ci ha dimostrato che Putin e i suoi colleghi siano particolarmente seri: è più che altro una manovra diversiva per guadagnare tempo».
Uno scetticismo che trova eco nelle parole del ministro della Difesa britannico, Ben Wallace: «Non siamo nati ieri», ha chiosato, aggiungendo che «bisogna giudicare la Russia dalle sue azioni, non dalle sue parole, perché c’è una grande distanza fra le due». E pure il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, aveva indicato di non scorgere nulla nei negoziati in corso che suggerisca progressi «in una maniera costruttiva».
Insomma, c’è un asse anglo-americano che sembra remare contro la trattativa: anzi, che probabilmente punta a farla fallire, perché intravede come obiettivo strategico non tanto la fine della guerra quanto la sconfitta sul campo della Russia. E infatti Boris Johnson ha annunciato che Londra fornirà a Kiev armamenti «ancora più letali», mentre il capo di stato maggiore, l’ammiraglio Sir Tony Radakin, ha aggiunto che la Gran Bretagna si sta spostando verso «una nuova fase» nel suo sostegno militare all’Ucraina.
La convinzione del governo di Londra è che, nel momento in cui le forze di Kiev sono riuscite a passare al contrattacco, la natura del supporto occidentale deve cambiare in base al nuovo scenario: l’idea è quella di fornire missili a lunga gittata e artiglieria pesante per provare a scacciare le armate di Putin anche dall’Est del Paese. E Johnson vorrebbe pure che gli americani mandassero missili anti-navi e sistemi di difesa aerea più avanzati. La strategia attuale, spiegano da Downing Street, è continuare a sostenere l’obiettivo ucraino di respingere l’invasione.
La filosofia che sta dietro questo approccio è stata esplicitata dal Times , che nell’editoriale di ieri scriveva che «la strada più sicura verso una soluzione accettabile è che l’Ucraina prevalga militarmente sulla Russia: l’Occidente non deve farsi sedurre dai discorsi di Mosca su accordi di pace, ma fornire a Kiev gli strumenti per finire il lavoro».
È una linea che però non trova d’accordo gli europei, che si sforzano di tenere un canale aperto col Cremlino: e infatti da Londra filtrano timori che Francia e Germania possano chiedere di allentare la pressione sulla Russia, magari alleggerendo le sanzioni, non appena Putin segnali la volontà di non espandere ulteriormente le sue mire territoriali. È una divergenza, questa in seno allo schieramento occidentale, che finora è stata mascherata dalle dichiarazioni unitarie: ma che rischia di diventare palese col passare dei giorni. Mentre l’Ucraina continua a sanguinare.
(da il Corriere della Sera)
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Marzo 31st, 2022 Riccardo Fucile
I MILITARI SONO RIMASTI IRRADIATI NELLA ZONA DI ESCLUSIONE DELLA CENTRALE NUCLEARE… YEMELIANENKO, EX RESPONSABILE DELLA SICUREZZA: “UN ALTRO LOTTO DI TERRORISTI RUSSI COLPITI DA RADIAZIONI IRRADIATE NELLA ZONA DI CHERNOBYL. ORA VIVRETE PER IL RESTO DELLA VOSTRA BREVE VITA CON QUESTO”
Ucraina, Chernobyl: cosa succede? I soldati russi vengono regolarmente portati al Centro
repubblicano bielorusso di ricerca e pratica per la medicina delle radiazioni e l’ecologia umana.
Lo riferiscono i media bielorussi citati da Ukrainian Pravda. Energoatom (Compagnia nazionale di generazione elettronucleare) osserva che i soldati russi sono esposti a significative radiazioni esterne e interne nella zona di esclusione di Chernobyl.
Il 26 marzo il ministero dell’Ambiente ucraino ha annunciato che nella zona di esclusione vicino alla centrale nucleare di Chernobyl erano stati individuati 31 incendi per una superficie totale di 10.111 ettari e la contaminazione radioattiva era in aumento.
Le truppe russe che lasciano il sito nucleare di Chernobyl hanno una «malattia acuta da radiazioni».
Il Pentagono ha confermato che le truppe russe si stavano ritirando dalla centrale nucleare, ma un dipendente del Consiglio pubblico dell’Agenzia statale dell’Ucraina per la gestione delle zone di esclusione ha affermato che stavano scappando «irradiati».
Ha detto che erano stati trasportati su alcuni autobus in uno speciale centro medico per le radiazioni a Gomel, in Bielorussia, per curare l’avvelenamento da radiazioni.
In un post su Facebook, Yaroslav Yemelianenko, che ha lavorato per proteggere il sito, ha dichiarato: «Un altro lotto di terroristi russi colpiti da radiazioni irradiate nella zona di Chernobyl è stato portato oggi al centro bielorusso di radioterapia a Gomel».
«Scavate le trincee nella foresta di Rudu, puttane? Ora vivrete il resto della vostra breve vita con questo. Ci sono regole per gestire questo territorio. È obbligatorio seguirle perché la radiazione è fisica – funziona indipendentemente dallo stato o dagli inseguimenti. Se aveste avuto un’intelligenza minima al comando o nei soldati, queste conseguenze avrebbero potuto essere evitate».
Ha continuato citando un canale televisivo bielorusso che diceva «circa 7 PAZ medici sono arrivati al Centro repubblicano scientifico e pratico per la medicina delle radiazioni e l’ecologia umana»
(da il Messaggero)
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Marzo 31st, 2022 Riccardo Fucile
NEL MARZO DEL 2020 È STATA EVITATA UN’AZIONE DI SPIONAGGIO DA PARTE DI MOSCA, I CUI OBIETTIVI ERANO LE BASI DELL’AERONAUTICA MILITARE DI GHEDI IN LOMBARDIA E DI AMENDOLA IN PUGLIA…L’ALT DEL GENERALE PORTOLANO ALLE TRUPPE RUSSE: “IN ITALIA SI FA COME CAZZO DICO IO”
Il caso della missione russa in Italia ai tempi del Covid non è chiuso, anzi deve ancora aprirsi.
Fonti qualificate della Difesa e dell’Intelligence rivelano che nel marzo del 2020 è stata evitata un’azione di spionaggio da parte di Mosca, i cui obiettivi erano le basi dell’aeronautica militare di Ghedi in Lombardia e di Amendola in Puglia.
Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica è pronto ad approfondire quanto accadde «prima durante e dopo» l’accordo tra l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte e Vladimir Putin, che nei giorni più drammatici della pandemia offrì assistenza sanitaria a Roma tranne poi inviare solo 28 medici, 4 infermieri e ben 72 militari, molti dei quali appartenenti al servizio segreto delle Forze Armate russe.
La scorsa settimana, nell’intervista a Fiorenza Sarzanini per il Corriere della Sera , Conte aveva respinto «dubbi e insinuazioni», spiegando che «i direttori delle Agenzie di intelligence Aise e Aisi hanno assicurato che non c’è mai stata attività impropria» da parte dei russi. Tesi ribadita davanti al Copasir.
Ma proprio un esponente del Copasir, Enrico Borghi, membro della segreteria pd, in una dichiarazione all’Eco dell’Ossola ha commentato: «È per l’impegno della nostra sicurezza se quella missione ha avuto un esito non problematico. Dire che non ci sono stati problemi, infatti, non significa che non ce ne sarebbero potuti essere. E se non ce ne sono stati è perché c’è stato chi li ha evitati».
Così si torna ai due mesi in cui la colonna militare con le insegne della Federazione iniziò a scorrazzare per la Lombardia. Secondo il New Yorker , grazie a quella spedizione Mosca avrebbe elaborato il vaccino Sputnik, ricavandolo dal Dna di un cittadino russo ammalatosi di Covid in Italia. In ogni caso c’è (molto) altro. Al convoglio inviato da Putin venne assegnata una scorta di militari italiani.
A deciderlo fu il generale Luciano Portolano, che all’epoca guidava il Comando Operativo Interforze e aveva avuto uno scontro con il generale Sergej Kikot, capo della missione «Dalla Russia con amore».
Dinnanzi alle insistenze di Kikot, che sosteneva di potersi muovere «su tutto il territorio italiano» in base a un «accordo politico di altissimo livello», Portolano rispose altrettanto duramente: «Qui siamo in Italia e si fa come (bip) dico io».
Il comandante del COI – raccontano più fonti della Difesa – stabilì le regole d’ingaggio, in base alle quali i russi si sarebbero dovuti mantenere «ad almeno cinquanta chilometri dai siti sensibili».
Le stesse fonti rilevano come Portolano, in successivi colloqui operativi della Difesa, avesse paventato i rischi di un’operazione ibrida.
Il primo indizio si ebbe quando i russi proposero di sanificare un’area del bresciano nelle vicinanze di Ghedi. Lì c’è una base dell’aeronautica militare italiana – nella quale opera il 61.mo Stormo – che nei piani dei sovietici ai tempi della Guerra Fredda era considerata un obiettivo da distruggere, perché in una parte riservata all’aviazione statunitense sarebbero state custodite una dozzina di bombe nucleari. La richiesta di Kikot venne ovviamente respinta, mentre alla Difesa saliva l’insofferenza verso «gli ospiti».
Già il titolare del dicastero, Lorenzo Guerini, non aveva accettato di buon grado la missione di Mosca e aveva ridotto da 400 a 104 unità il suo contingente.
A maggio decise di rimandare tutti a casa. Accadde dopo che i russi chiesero di spostarsi in Puglia, regione a loro assai cara perché – questa fu la tesi – è la terra di san Nicola, venerato anche dagli ortodossi, al punto che Putin donò una statua del santo e la fece porre davanti alla basilica di Bari.
Le motivazioni religiose furono il secondo (e decisivo) indizio che l’obiettivo di Kikot non fosse quello di sanificare il territorio.
A parte il fatto che l’epicentro della pandemia continuava a essere la Lombardia, e che in Puglia i casi di Covid erano limitati, proprio in quella zona c’era un altro «sito sensibile»: Amendola, il maggior aeroporto militare italiano, dov’ è di stanza il 32.mo stormo con le macchine tecnologicamente più avanzate. Gli F-35.
Era il momento di dire ai russi «dasvidania». Non è ancora il momento di dire che il caso è chiuso .
(da il “Corriere della Sera”)
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Marzo 31st, 2022 Riccardo Fucile
L’IRA DELL’EVERSORE: “COSA STA SUCCEDENDO?… CHE IL MONDO TI SCHIFA
Doveva essere la soluzione per aggirare i ban di Twitter e Facebook dopo l’attacco al
congresso statunitense a gennaio 2021. Truth Social, invece, si sta rivelando un flop.
Il social network di Donald Trump, lanciato il 21 febbraio 2022, ha perso il 93% dei nuovi iscritti.
Fin dalle prime settimane la piattaforma ha avuto un numero di utenti molto basso, complici anche i diversi problemi tecnici e le lunghe liste d’attesa per utilizzare l’app. Già all’inizio di marzo, il Daily Beast aveva analizzato i dati sulle visite a Truth Social.
Oggi, mercoledì 30 marzo, ha fatto sapere che il calo del traffico continua a ritmi preoccupanti. Le installazioni dall’App Store di Apple sono crollate da 800 mila a 60 mila circa. L’ex presidente statunitense ha detto che l’app «si sta aprendo lentamente e gli utenti la adorano».
Ma il Daily Beast ha rivelato che in privato Trump è andato su tutte le furie chiedendo ai suoi consiglieri che cosa stesse succedendo.
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2022 Riccardo Fucile
SONDAGGI: SOLO IL 30% FAVOREVOLE A RISPETTARE GLI IMPEGNI NATO… CONDANNANO LA RUSSIA A PAROLE MA GUAI A RISCHIARE, MEGLIO PERDERE LA DIGNITA’CHE FORNIRE ARMI ALL’UCRAINA
Due diversi sondaggi sulle spese militari dicono che gli italiani sono contrari all’aumento dei fondi per le armi.
La rilevazione di Euromedia Research pubblicata oggi da La Stampa e quella di Izi di cui parla Il Fatto Quotidiano sostengono che il campione interrogato non vuole più soldi per le armi anche se è quasi unanime la condanna nei confronti della Russia per aver scatenato la guerra.
Nel dettaglio, il sondaggio illustrato da Alessandra Ghisleri dice che il 61.4% degli italiani si dichiara contrario all’aumento delle spese militari non ritenendola una scelta giusta in questa particolare fase storica.
Il 27.3% invece è favorevole a definire e mantenere gli impegni presi e tra questi troviamo il 40% degli over 65 anni.
Il 37,6% degli intervistati ritiene che aumentare quella spesa significhi distogliere risorse dagli investimenti con necessità prioritarie. In questa definizione si riconoscono il 40% degli elettori di Lega e Fratelli d’Italia e il 45.0% di quelli del Movimento 5 Stelle.
Nel sondaggio di Izi la maggioranza degli intervistati – un campione di 1.029 persone che hanno risposto tra il 28 e il 29 marzo – condanna la Russia come Paese invasore, ma non crede che l’Italia e la Nato debbano aiutare il popolo ucraino a ogni costo.
Nel merito quasi il 73% degli intervistati non è d’accordo con la decisione del governo Draghi sull’aumento delle spese militari. Il 30,7% non crede che questa sia la risposta giusta agli ultimi avvenimenti mondiali, mentre per il 42% questa è la strada per nuovi conflitti e per la Terza Guerra Mondiale.
Il 20,3% si dice invece molto o abbastanza d’accordo con la decisione.
Anche sull’invio di armi a Kiev l’opinione pubblica è schierata per il no. Alla domanda su come aiutare l’Ucraina solo il 20,2% parla di aiuti economici e armi.
Il 21% vuole soltanto le sanzioni, il 46,3% vuole solo un aiuto diplomatico per arrivare al Cessate-il-fuoco. Sette italiani su dieci non vogliono quindi l’invio di armi contro l’Ucraina aggredita.
Nei giorni scorsi altre rilevazioni hanno contato i favorevoli e i contrari all’aumento della spesa militare. Secondo il sondaggio di Swg per il Tg di La7 il 54% degli italiani dice no, il 34% è favorevole e il 12% non sa. Una rilevazione di Emg per Cartabianca riporta numeri simili: il 54% è contrario, il 23% favorevole.
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2022 Riccardo Fucile
“IL TEMPO LAVORA CONTRO ENTRAMBI“
Michele Valensise, già segretario generale della Farnesina e ambasciatore in Germania, in
un’intervista rilasciata a Il Messaggero dice che Vladimir Putin punta a una guerra lunga in Ucraina e che anche se l’operazione sta andando male lo Zar non vorrà perdere la faccia.
«La logica, la razionalità di un’azione scatenata in questo modo, è tutta da dimostrare. Sicuramente l’“operazione militare speciale”, come Putin obbliga a chiamare la sua guerra, ha avuto uno sviluppo molto diverso dalle aspettative di Mosca, per via di fattori come la straordinaria resistenza ucraina, la morsa molto stretta delle sanzioni, l’incapacità tecnica dimostrata dalle truppe russe. Tutto questo era difficile da prevedere, possono esserci tante concause, inclusa l’analisi non accurata dei rapporti di forza sul terreno, ma i dubbi sulla razionalità della decisione permangono».
Riguardo i negoziati di pace, secondo Valensise un congelamento della situazione «lascerebbe aperta la soluzione definitiva, senza pregiudicarla, per successivi negoziati. La si farebbe insomma decantare in attesa di tempi migliori. Gli ucraini sembrano disponibili. I russi non sappiamo».
Mentre, spiega l’ex ambasciatore a Marco Ventura, a Putin razionalmente converrebbe «contribuire a una via d’uscita la più rapida possibile, perché il tempo sta lavorando contro l’Ucraina, distrutta ogni giorno di più, soprattutto in termini di vite umane, che a differenza dei palazzi non si potranno ricostruire, ma anche contro la Russia, alle prese con qualche difficoltà interna e con un problema di reputazione internazionale. La sua credibilità non è più quella di un grande Paese e attore globale quale è».
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2022 Riccardo Fucile
ALL’INTERNAZIONALE DEI MASSACRATORI DI BAMBINI NON PIACE CHE L’ATTORE DOPPI IL LEADER UCRAINO
“Sarò la “voce” italiana di Zelensky nella sit-com “Servant of the people”, sarò i suoi fiati, le sue pause, la sua risata roca”, aveva annunciato pochi giorni fa l’attore nonché presentatore televisivo Luca Bizzarri.
Ma, a poche ore dalla notizia, condivisa sui social con un post su Facebook, sono piovuti gli insulti dei filo-putiniani che hanno aggredito Bizzarri per la sua scelta di doppiare Zelensky.
I soliti leoni da tastiera hanno insultato l’attore reo di aver ‘preso’ a loro avviso, le parti del presidente ucraino.
Da chi ha scritto: “Imbarazzante la difesa che fai di questo individuo qui che da mesi sta cercando di scatenare la terza guerra mondiale ma a te non frega basta portare la pagnotta a casa, ahime un altro venduto alla logica delle democrazie imperialistiche”, a “Non mi stupisce che Zelensky sia il vostro nuovo eroe”, a chi scrive: “Servo che non sei altro. Doppia Putin”.
Offese, naturalmente, gratuite e senza senso espresse dai soliti odiatori seriali che non sono stati nemmeno in grado di distinguere il senso del post condiviso da Bizzarri.
“Servant of The People” andrà in onda su La7, che ne ha acquisito i diritti in esclusiva per l’Italia. Nello sceneggiato l’attuale Presidente dell’Ucraina, che all’epoca era uno dei più influenti attori comici e satirici, interpreta un comune cittadino, insegnante di storia del Liceo, che viene inaspettatamente eletto Presidente in seguito alla diffusione e al successo virale di un suo video che denuncia la corruzione nel Paese. Una trama profetica che nella realtà, sì sarebbe avverata di lì a poco con l’elezione – il 20 maggio del 2019 – proprio di Volodymyr Zelensky a Presidente dell’Ucraina.
(da NetQuotidiano)
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Marzo 30th, 2022 Riccardo Fucile
GUARDIA NAZIONALE E TAGLIAGOLE CECENI CONTRO FSB E SVR
«Hasaviurt»: la parola viene sussurrata nei canali Telegram considerati un megafono dei
falchi del Cremlino, evocata nei talk show propagandistici, e Ramzan Kadyrov si ferma a un passo dal pronunciarla quando invoca una battaglia per Kiev «fino alla fine».
Hasaviurt è il nome del villaggio daghestano dove, nell’estate del 1996, il generale russo Aleksandr Lebed’ firmò con i comandanti degli indipendentisti ceceni una tregua che avrebbe dovuto aprire la strada alla secessione della Cecenia dalla Federazione Russa. Un processo interrotto dalle bombe russe lanciate su Grozny nel 1999 dal neopremier Vladimir Putin, ma rimasto nel vocabolario politico moscovita come sinonimo di “tradimento”, almeno per i falchi, e di ammissione della sconfitta in una guerra ingiusta per gli ormai quasi estinti liberali.
I segni del tradimento sarebbero la dichiarazione del negoziatore russo Vladimir Medinsky sulle condizioni di pace proposte dagli ucraini, e nell’annunciato ritiro delle truppe russe da Kiev promesso da Sergey Shoigu, che sostiene che l’obiettivo della guerra fin dall’inizio fosse “soltanto” il Donbass.
È curioso che a ridimensionare gli obiettivi russi in Ucraina, almeno in pubblico, sia proprio quel ministro della Difesa la cui sparizione di dieci giorni – attribuita, secondo insistenti voci, a un attacco di cuore successivo a una strigliata al Cremlino – abbia preoccupato perfino il Pentagono.
Se i falchi dell’esercito si trasformano davvero in colombe, il motivo sarebbe l’impossibilità fisica di proseguire la guerra.
Un bagno di realtà offerto dall’esercito ucraino, dopo che gli ufficiali russi in partenza per il fronte si erano messi in valigia le alte uniformi da sfoggiare il 9 maggio alla parata a Kiev, come ha rivelato Zelensky.
Il 9 maggio è una data che per Putin ha una «importanza religiosa», dice il politologo di opposizione Abbas Galyamov: è l’anniversario della vittoria su Hitler, ed entro quel giorno il presidente russo deve presentare al suo Paese una vittoria, una vittoria qualunque, se non a Kiev, a Mariupol, o almeno a Donetsk.
Resta ovviamente senza risposta l’interrogativo su chi, e perché, abbia promesso a Putin una vittoria impossibile.
Esperti di servizi segreti russi come Andrey Soldatov indicano da settimane l’esistenza di un conflitto tra militari e intelligence, con l’ex Kgb – cioè la polizia politica Fsb e lo spionaggio estero Svr – tagliati fuori dai preparativi per la guerra. Una teoria in parte contraddetta dall’arresto (peraltro smentito) di Sergey Bededa e Anatoly Bolukh, i generali dell’Fsb responsabili dell’Ucraina, possibili capri espiatori del fallimento sul campo.
Ma altre fonti, come la talpa “Wind of Change” che comunica da mesi con il dissidente Vladimir Osechkin, insistono che i piani di guerra siano stati covati in segreto altrove, da qualcuno che prometteva una rapida vittoria.
Questo potrebbe spiegare anche l’evidente imbarazzo e paura del capo dell’Svr Sergey Naryshkin, interrogato da Putin davanti alle telecamere su cosa fare del Donbass, così come la rivelazione di Zelensky che a informare degli attentati contro di lui siano stati ufficiali dei servizi russi. Pur essendo un uomo dell’ex Kgb, il presidente russo parrebbe essersi allontanato dagli ex compagni.
L’economista Anders Aslund, che ha lavorato con il governo russo negli anni ’90, sostiene che a scontrarsi a Mosca sono, da un lato, i servizi, Fsb e Svr, e dall’altro la Guardia nazionale, i ceceni di Kadyrov e l’Fso, il servizio segreto personale di Putin, le sue guardie del corpo che controllano tutto e tutti.
Sarebbero loro la “corte putiniana”, i pretoriani ai quali il presidente si è affidato sempre di più, fino a promuovere gli uomini della sua scorta a governare intere regioni o corpi d’armata.
Privilegiare la fedeltà rispetto alle competenze, una logica che ha coinvolto anche le forze armate: nonostante la sua sontuosa uniforme da generale, Shoigu non è un militare, viene dalla protezione civile, e la sua ascesa nella classifica delle simpatie di Putin negli ultimi anni è probabilmente dovuta più all’essere uno “yes-man”, mal visto dai generali di carriera.
Voci, fughe di notizie, depistaggi dentro altri depistaggi, in fiumi di disinformazione funzionale a scaricare le colpe, o a seminare dissidi in campo avverso: d’altra parte, solo la vittoria ha tanti padri, la nuova Hasaviurt, il giorno che si compisse, potrebbe trovarsi subito orfana.
Quello che è sicuro è che a Mosca è in atto uno scontro non tra buoni e cattivi, ma soltanto tra pragmatici dotati di maggior realismo rispetto ai cortigiani per i quali accontentare il dittatore è più importante che sacrificare altre decine di migliaia di soldati, e affamare decine di milioni di russi.
Dover confidare nella vittoria dei falchi dell’ex Kgb rispetto ai “cortigiani” offre già la misura del compromesso possibile, e della sua durata: «Ogni volta che Putin ha annunciato il ritiro dalla Siria, il contingente russo non ha fatto che aumentare», tranquillizza il suo pubblico spaventato dalla “nuova Hasaviurt” il propagandista televisivo Vladimir Solovyov.
(da “La Stampa”)
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Marzo 30th, 2022 Riccardo Fucile
“VENIVO INTERROTTO, NON ERA IL MIO POSTO. NON AVEVO NESSUNA VOGLIA DI CALARMI NELL’ARENA, COME SE FOSSIMO DEI GLADIATORI. C’ERA UN CLIMA DA OSTERIA, NON CI ANDRÒ MAI PIÙ ”
Premette che non lo ha fatto con supponenza. “Semplicemente, era impossibile discutere. E allora mi sono detto: ma perché devo prestarmi a queste buffonate? Per questo me ne sono andato da Cartabianca”.
Il professor Vittorio Emanuele Parsi insegna Relazioni internazionali alla Cattolica di Milano. È un accademico serio, trent’anni di aule, convegni, decine di pubblicazioni. Martedì sera ha abbandonato il collegamento con il programma di Bianca Berlinguer su Rai Tre quando i tre tenori della sparata ipersonica Alessandro Orsini, Andrea Scanzi e Donatella Di Cesare, contrapposti in studio alla ballerina ucraina Anastasia Kuzmina e a Guido Crosetto, hanno iniziato a deragliare dai binari della discussione e gli hanno impedito di formulare analisi di senso compiuto sulla guerra in Ucraina.
“Il mio errore è stato quello di non capire prima di andarci che tipo di trasmissione fosse”, racconta al Foglio. “Già da come venivo interrotto ho capito che non fosse il mio posto. Poi quando si è passati al dibattito da osteria ho realizzato che non c’era nient’altro da fare se non andarsene. Non avevo nessuna voglia di calarmi nell’arena, come se fossimo dei gladiatori”.
Eccolo, allora, lo show del martedì sera: che pur dando fondo al tridente delle presunte vittime del maccartismo ha perso ancora una volta la sfida dello share con Di Martedì, nonostante Floris conducesse dal salotto di casa con il Covid. E continuamente intervallato da spazi pubblicitari.
Quello di Parsi potrebbe sembrare l’atto d’accusa di uno snob del mezzo televisivo. Eppure il politologo torinese, che ha appena pubblicato un saggio con il Mulino (Titanic: naufragio o cambio di rotta per l’ordine liberale) e giustamente vorrebbe pure poterlo presentare, con il talk-show ha un rapporto di lunga data.
“Ho iniziato a partecipare alle trasmissioni quando avevo 35 anni. E sempre gratis. Credo che l’accademico così come l’intellettuale non debbano rinunciare a parlare a tutti: andare dove c’è la gente. E però questo livello così basso non lo avevo mai visto. Credo nel dibattito pubblico, non nella pubblica canea”, dice oggi.
Perché il format è diventato questo prodotto decotto che al libero contrapporsi delle idee preferisce la polarizzazione estrema?
“Forse perché è più attento alla costruzione di carriere televisive che al veicolare informazioni che siano utili al pubblico. Certo, cercare di acquisire notorietà in un momento come questo, mentre c’è gente che muore davvero, lo trovo sinceramente deprecabile. E anche fare i censurati ma stare sempre in tv non è proprio il massimo”.
Funziona così, lo abbiamo ripetuto in più occasioni: il circo prevede che ci sia il matto, l’influencer, l’indignato, la ballerina.
E poi anche l’esperto, “ma solo da noi il criterio di competenza viene tenuto completamente al riparo dall’oggetto della discussione. Come se l’accademico in se avesse il potere di dire qualsiasi cosa, avesse la verità assoluta in tasca. E poi c’è un meccanismo francamente insostenibile”, sostiene Parsi.
Quale? “L’utilizzo delle metafore, delle analogie, come se la complessità dello scenario internazionale fosse semplificabile con le dinamiche del quotidiano. Già Giovanni Sartori ci aveva avvertiti. Ecco, quando noi accademici andiamo in tv dobbiamo stare molto attenti a distinguere il livello delle analisi dalle reazioni di pancia”.
In pratica ci vuole una sorta di Aventino degli esperti dalle trasmissioni urlate? “Fortunatamente non tutto è governato con queste regole. Ci sono programmi più pacati, seppur popolari, in cui è ancora possibile discutere: penso a Tagadà, ItaliaSì. Sulla tv svizzera italiana c’è un format che si chiama ’60 minuti’. Sei esperti scelti con criterio discutono, moderati da un conduttore che non ti parla continuamente sopra. Condividendo le regole del gioco, il metodo, che è centrale. Perché se contesti quello salta tutto, è impossibile far confrontare idee contrapposte. Lì si fa vero servizio pubblico”.
Ma allora perché, pur con un continuo dissanguamento di ascolti, da noi il talk si porta sbracato, selvaggio?
“È una tv vecchia, fatta con idee vecchie e per i vecchi”. E quindi difficilmente potrà avere un futuro, parrebbe di credere. “Io credo che il pubblico alla fine si stancherà della riproposizione costante di queste dinamiche da arena. Non serve a comprendere le cose ma a prendere una parte”.
Dopo l’esperienza a Cartabianca ha smesso con la tv?
“No, ci torno oggi stesso. Ripeto, gli accademici non devono rinunciare a parlare al grande pubblico. Servono però confini e cornici precise. Una cosa è certa: a Cartabianca non ci metterò mai più piede”.
(da il Foglio)
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