Aprile 19th, 2022 Riccardo Fucile
“È PIÙ BASSO, NON HA IL FISICO, DEVE AGGIUNGERE UNO SFORZO MENTALE, O È LEADER O NON È NESSUNO”… “IL PUNTO DEBOLE? I GIOVANI: NON LO CAPISCONO E LUI NON LI CAPISCE”
Che significano questi tatuaggi? Nicolai Lilin copre il dorso delle mani dove si allungano magnifiche arborescenze nere: «Parlarne sarebbe come mettersi a nudo».
A 42 anni, 16 dei quali passati in Italia, il maestro tatuatore che ha scritto romanzi di culto come Educazione siberiana conserva un suo residuo esotico, un alone d’indecifrabile fissità nello sguardo, forse per le troppe cose viste da quando è nato in Transnistria, regione moldava un tempo parte dell’impero sovietico.
Con l’inizio della guerra in Ucraina è stato ripubblicato con una nuova prefazione Putin – L’ultimo zar (Piemme, 218 pagine, 13 euro), documentata biografia dell’uomo che l’ha scatenata: «Un enigma che qui fatichiamo a penetrare. Come una chiave che non s’incastra nella serratura».
«Non arriva dalla nomenklatura sovietica, i suoi bisnonni erano servi della gleba. Conosce le periferie del Paese dove vive il 70 per cento della popolazione. È cresciuto nel vicolo Baskov di Leningrado, lì dovevi lottare. Picchiare chi ti aveva offeso perché senno picchiava te».§
L’apprendistato di tanti, perché per lui è così utile?
«Perché capisce meglio le regole: la lealtà verso il tuo gruppo, la freddezza, il silenzio di cui ha bisogno il potere. È più basso, non ha il fisico, deve aggiungere uno sforzo mentale, deve deciderlo: perché o è leader o non è nessuno. Infatti già da bambino sogna di entrare nel Kgb».
Che qualità mette in campo?
«Diventa curatore degli agenti esterni: uno che per allargare la rete delle spie recluta persone qualunque. Occorre essere un abile psicologo: devi capirne la struttura mentale, cogliere i punti deboli, rimodulare l’offerta. Putin lavora in Germania Est: coltiva rapporti con i terroristi dell’Ovest in lotta contro il capitalismo. E soprattutto, con la criminalità organizzata, due realtà strettamente connesse».
Che traccia rimane della spia nella sua attività politica?
«Il Putin pubblico esordisce nel 1991 quando l’Urss collassa. Di ritorno da Dresda, vive in una casa di 27 metri quadri, non ha soldi. Anatoly Sobchak, sindaco di San Pietroburgo, lo chiama per curare i rapporti con la nuova élite democratica: ovvero oligarchi e delinquenti. Lo stesso lavoro nel Kgb. L’oligarca è chi sa il costo delle cose: materie prime e fabbriche, perché viene dalla struttura statale. La criminalità sa come venderle, magari in Occidente. Si spartiscono il Paese e diventano miliardari».
Ma la conquista delle masse?
«Va capita una cosa: l’apocalisse degli anni Novanta. Il sistema che per settant’anni ha dato sicurezza è liquefatto. La classe media è annichilita. Non esiste legalità. Putin è un reshala, si direbbe nel gergo criminale: uno che risolve problemi e riporta almeno l’illusione dell’ordine. Nel 1999 la sua minaccia ai terroristi ceceni fa furore: “Li ammazzeremo anche nel cesso”».
olo ordine contro disordine?
«No, è uno che risponde di quello che fa. Le cito un episodio. Quando il 12 agosto del 2000 affonda il sottomarino nucleare Kursk e muoiono 107 marinai, lui decide di entrare nella gabbia dei leoni: incontra i familiari, inferociti col governo che non ha fatto abbastanza. Loro sono pronti a strapparne la carne a pezzi. E invece: li fissa negli occhi, uno a uno. Lo sguardo non vaga nell’aria, non si rifugia sul pavimento. Merita l’Oscar, esce tra gli applausi».
Punti deboli?
«I giovani che non hanno vissuto lo sfascio sovietico: non lo capiscono e lui non li capisce. Detesta internet, legge su carta, appartiene al passato».
Che idea si è fatto della sua sfera privata?
«Da scrittore preferisco immaginarla, perché si sa poco: la fIne del matrimonio con Ljudmila e le due figlie protette dal segreto, poi la storia con Mina Kabaeva, ex olimpionica di ginnastica, madre degli ultimi figli, che sta a Lugano. Credo che Putin sia un personaggio da tragedia greca. Una specie di Minotauro. Nel corso del tempo non riuscivano più a coesistergli dentro il pubblico e il privato, la bestia e l’umano. Uno dei due doveva prevalere: il Minotauro ha preso possesso. E ora si aggira nel suo labirinto».
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2022 Riccardo Fucile
OVVIAMENTE SONO ELETTORI SOVRANISTI E DEL M5S
Un sondaggio realizzato da Demos & Pi e commentato oggi da
Ilvo Diamanti su Repubblica sostiene che il 25% degli italiani non crede ai media sulla guerra in Ucraina.
E la differenza è più radicata tra gli elettori del centrodestra. Secondo i risultati della rilevazione quasi metà degli italiani (il 46%) ritiene l’informazione sul tema distorta e pilotata.
Mentre un quarto degli italiani esprime un approccio negazionista. Ritiene cioè che le notizie e le immagini dei massacri siano false o falsificate, amplificate o costruite ad arte dal governo ucraino. E ispirate da Zelensky per delegittimare Putin e criminalizzare l’esercito russo.
In particolare, tra gli elettori di Fratelli d’Italia il 60% è d’accordo con l’affermazione “sulla guerra in Ucraina la maggior parte dell’informazione è distorta e pilotata” e secondo il 29% “le notizie e le immagini dei presunti crimini sono una montatura del governo ucraino”. Le percentuali scendono di poco per gli elettori della Lega (55% e 28%) e del M5s (51% e 29%). Segue Forza Italia con il 48% e il 23% mentre l’ultimo partito è il Pd con 29% e 12%.
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2022 Riccardo Fucile
AVEVA PERSO IL MARITO NEI PRIMI GIORNI DI GUERRA, HA MESSO IN SALVO IL FIGLIO POCHI GIORNI FA E POI E’ TORNATA A COMBATTERE FINO ALL’ESTREMO SACRIFICIO
Aveva perso suo marito nei primi giorni dell’invasione della Russia, ma questo non aveva intaccato la sua forza e la sua perseveranza di rimanere lì, a Mariupol, per difendere la sua città.
Poi, solo pochi giorni fa, era riuscita a mettere in salvo suo figlio facendolo evacuare da quella cittadina nel Sud-Est dell’Ucraina diventata uno dei teatri degli orrori di questa guerra.
Ma lei è sempre rimasta lì, su quel fronte tra i palazzi distrutti, gli ospedali devastati e quelle poche strutture rimaste in piedi dopo gli attacchi missilistici. Fino al giorno di Pasqua, quando Olena Kushnir è morta sotto i colpi dell’esercito russo.
La storia di Olena Kushnir è il simbolo di questa guerra. Lei, medica della Guardia Nazionale Ucraina, aveva già patito sulla sua pelle tutti gli orrori di questa invasione e di questa guerra. Il marito era morto durante una delle prime offensive militari russe nel Sud-Est dell’Ucraina. E, nonostante il dolore per quella perdita, lei non è mai indietreggiata. Nel mese di marzo aveva registrato e pubblicato un video da uno dei bunker improvvisati nella città di Mariupol.
Chiedeva al mondo di non fare film o scrivere libri su questa tragedia chiamata “guerra”, ma di concentrare tutti gli sforzi nell’aiuto dei civili innocenti che sono stati costretti (i più fortunati) a lasciare il loro Paese per fuggire dalle bombe e dalle crudeltà del conflitto:
“Non compatitemi, sono un medico, una combattente, sono ucraina, faccio il mio dovere. A Mariupol ci sono ancora persone, sono nelle cantine, sono sotto terra, hanno bisogno di tutto. Se non volete salvare Mariupol, salvate i suoi cittadini, vi prego. Non vogliamo essere eroi e martiri, non potrete dire che non sapevate, perché sapevate e potevate agire”.
Pochi giorni prima di Pasqua, era riuscita a mettere in salvo suo figlio, facendolo evacuare dalle polveri di quella città fantasma che è diventata Mariupol.
Quel piccolo che ora è rimasto solo dopo la morte sul campo prima del papà soldato e poi della mamma che faceva parte delle 100 donne che stanno combattendo per non far cadere quella città del Sud-Est dell’Ucraina nella mani dell’esercito russo.
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2022 Riccardo Fucile
I FIGLI DI PUTTIN PERO’ NON VANNO A VIVERE A MOSCA DOVE NOTORIAMENTE POTREBBERO SCRIVERE E INSULTARE LIBERAMENTE IL POTERE
Uno spettacolo tra musica e politica. Questo è stato il rock dei
Måneskin sul palco del festival musicale di Coachella in California e una loro canzone è diventata un inno contro la guerra in Ucraina. E il brano, sta facendo il giro dei social di Kiev. E non solo.
“I Måneskin hanno eseguito una canzone dedicata all’Ucraina – si legge su Ukraine now – Il 17 aprile la band italiana ha chiuso la sua esibizione con un nuovo brano Gasoline. In un altro post si sottolinea che “la band italiana Maneskin ha rifiutato un tour in Russia in solidarietà con l’Ucraina”.
Ma l’esibizione non è piaciuta a tutti: “Damiano dei Måneskin urla ‘Fuck Putin!’ dal palco. Ma la domanda è: Chi è Damiano dei Måneskin?”, scrive sabrina F.
“So’ ragazzi, plagiabili, ricattabili, non sanno che c… dicono!!si fanno trasportare dall’onda! E.. come tutti i ragazzi si sentono onnipotenti, forza della gioventù! non si rendono conto fino a quando non ci sbattono” il muso! “..” Sono le cattive compagnie!!”, aggiunge in un altro post Kuky.C’è poi chi, come Andrea, punta ancora più in alto e ritira in ballo la polemica contro i vaccini: “Il governo ha stanziato milioni perché la stampa (tutta) facesse propaganda per i vaccini. Damiano è ottimo medium per influenzare gli stessi giovani che si sono punti solo per tornare a bere spritz”
E c’è pure chi li paragona a “servitori di Satana”, come fa un attivissimo Actarus Z, (nome che è già tutto un programma), che lancia anche un appello a Putin. “Ora capite perchè queste nullità sono arrivate dove sono arrivate ? Forza Putin liberaci da Satana e dai suoi servitori”
Ma sembra che alla maggioranza degli utenti social sia piaciuta la loro Were gonna dance on gasoline, con la quale Damiano, Victoria, Thomas e Ethan hanno aderito alla campagna del Global Citizen #StandUpForUkraine (come molti altri artisti).
E, in particolare, hanno colpito nel segno le parole del frontman della band romana che ha citato il discorso di Charlie Chaplin da Il grande dittatore e, il suo conclusivo “Free Ukrain, fuck Putin!”.
Il frontman Damiano ha citato un discorso di Charlie Chaplin da Il grande dittatore e, prima di lasciare il palco, ha esclamato: ‘Free Ukrain, fuck Putin!'”
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2022 Riccardo Fucile
CHI SI E’ RIFIUTATO DI ALZARSI PER LASCIARE IL POSTO PRENOTATO AI 27 DISABILI ANDAVA DENUNCIATO: 30 SECONDI DI TEMPO PER TOGLIERSI DAI COGLIONI E POI GIU’ DAL TRENO A CALCI IN CULO
L’episodio lo abbiamo raccontato nell’articolo de “la Stampa” che riporta correttamente lo sconcio avvenuto a bordo del treno regionale.
1) Possibile che piu’ vagoni vengano vandalizzati e nessuno intervenga, bloccando il treno e facendo intervenire le forze dell’ordine?
2) Possibile che quando interviene la Polfer per far alzare gli abusivi e far sedere i 27 disabili che avevano pronotato il posto, una trentina di soggetti se me freghino e tornino tranquillamente a casa, mentre i disabili devono scendere dal treno? Ma in che Paese siamo?
3) Non è certo il personale di Trenitalia che deve far alzare chi con disprezzo e arroganza viola la legge, ma la Questura di Genova. Hanno mandato il reparto mobile per una contestazione di tifosi il giorno prima e non lo mandano per un treno fermo in stazione?
4) Ora si deve andare a cercare i video per identificare quella teppa quando bastava impacchettarli al momento e caricarli sui cellulari con una bella denuncia che avrebbe loro raddrizzato la schiena.
E quando si oppone resistenza, esistono i manganelli per rieducare la fogna.
Non ce ne sarebbe stato bisogno, si sarebbe alzati, state tranquilli. Se qualcuno avesse fatto applicare la legge.
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Aprile 19th, 2022 Riccardo Fucile
QUANDO SONO SALITI IL TRENO ERA GIÀ PIENO, E GLI ALTRI PASSEGGERI SI SONO RIFIUTATI DI FARE SPAZIO…ALLA STAZIONE DI SAVONA ERA STATO VANDALIZZATO DA ALCUNI TEPPISTI CHE SI SONO DIVERTITI A SPACCARE LE COLONNINE DI DISINFETTANTE
Non è stato un rientro a casa semplice per 27 disabili che, con i
loro accompagnatori, ieri pomeriggio avrebbero dovuto prendere un treno dalla stazione di Genova Principe per tornare a Milano e invece hanno dovuto rientrare in pullman nel capoluogo lombardo.
I ragazzi sono saliti sul convoglio ma una volta a bordo hanno trovato i posti a loro riservati occupati da altri passeggeri (la maggior parte dei quali turisti di rientro dal fine settimana in Liguria) che, nonostante l’intervento di quattro addetti di Trenitalia e tre agenti della Polfer, hanno rifiutato di alzarsi e viaggiare in piedi costringendo così i ragazzi con i loro accompagnatori a scendere dal convoglio fermo in stazione.
I posti sul treno, per i 27 disabili, erano stati prenotati e riservati (con cartello ad hoc) come comitiva: sui treni regionali infatti non è possibile prenotare un posto a bordo, ma Trenitalia concede comunque la possibilità ai gruppi da venti o più persone di avere posti a sedere riservati.
A Principe, il treno regionale Albenga-Milano delle 14.10 ieri pomeriggio è arrivato in lieve ritardo perché vandalizzato alla stazione di Savona da alcuni teppisti che si sono divertita a scaricare l’estintore e a spaccare le colonnine di disinfettante per le mani, cosa che ha costretto Trenitalia ha sostituire il convoglio con un altro treno meno capiente che, assicurano da Trenitalia, avrebbe comunque permesso – tra posti in piedi e posti a sedere – di ospitare a bordo tutti gli utenti che avevano acquistato il biglietto
Trenitalia, ancora prima che il treno da Savona arrivasse a Genova, aveva già messo a disposizione dei passeggeri in attesa alla stazione di Principe alcuni pullman per consentire a chi difficilmente avrebbe trovato posto a sedere sul treno, di viaggiare seduto verso Milano tanto che sono stati due, oltre a quello dove ha viaggiato il gruppo di disabili, i pullman partiti da Genova alla volta di Milano con personale di Trenitalia che ha informato gli utenti dell’alternativa di viaggio prima dell’arrivo del convoglio a Principe.
«Quello che è accaduto su un treno diretto da Genova a Milano è vergognoso, un episodio da stigmatizzare. Segna la totale mancanza di rispetto e sensibilità verso le persone disabili. Nonostante siano intervenuti gli operatori di Trenitalia e gli agenti della Polfer non c’è stato niente da fare», hanno denunciato il governatore ligure Giovanni Toti e l’assessore regionale ai Trasporti, Gianni Berrino.
«Quello che è accaduto è un fatto doppiamente grave, non solo perché il treno è stato prima vandalizzato da ignoti passeggeri – ha aggiunto Berrino – ma soprattutto per quanto accaduto poi a Genova. Si tratta di un episodio inqualificabile che va condannato con fermezza».
Sul caso dei ragazzi disabili è intervenuta Assoutenti che ha annunciato la presentazione, oggi, di un esposto alle procure della Repubblica di Genova e di Milano con l’ipotesi di violenza privata.
«Si tratta di un episodio molto grave, un esempio di inciviltà e degrado morale che potrebbe realizzare un vero e proprio illecito di natura penale – ha spiegato il presidente di Assoutenti, Furio Truzzi -. Chiediamo alla procura di Genova e a quella di Milano di identificare, anche attraverso l’ausilio delle telecamere di sicurezza, tutti i passeggeri che hanno costretto i ragazzi disabili a scendere dal treno, e di procedere nei loro confronti».
(da La Stampa)
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Aprile 19th, 2022 Riccardo Fucile
“A MARIUPOL CI SONO MARINE DELLA 36ESIMA E 503ESIMA BRIGATA, SOLDATI DELLA GUARDIA NAZIONALE E TANTI VOLONTARI DELLA AZOV. POSSONO ANCORA RESISTERE PER SETTIMANE, MA GLI MANCANO CIBO E ACQUA”… “NOI NEONAZISTI? SIAMO PATRIOTI CHE COMBATTONO PER LA LIBERTÀ. CON NOI CI SONO EBREI, AZERI, TARTARI DI CRIMEA, ARMENI, CATTOLICI, MUSULMANI”
«Resa? Non ne abbiamo mai neppure parlato. I russi possono tranquillamente fare a meno dei loro ultimatum. Gli eroi combattenti di Mariupol si batteranno sino all’ultimo uomo, non cercano il martirio ma sono pronti a morire. Ma i rinforzi arriveranno prima».
Resta quasi interdetto il comandante Michail Pirog quando gli si chiede dell’eventualità che gli ucraini accerchiati da quasi due mesi scelgano di arrendersi per avere salva la vita: «Non è un’opzione contemplata», spiega calmo. A 55 anni, Pirog guida il quarto Battaglione dei volontari della formazione nazionalista Azov, circa mille uomini nel distretto di Zaporizhzhia, la città del Centro-Sud più prossima a Mariupol.
Quanti sono gli ucraini accerchiati che ancora combattono?
«Sono dati riservati. Posso dirle che ci sono Marine della 36esima e 503esima Brigata, soldati della Guardia nazionale e tanti volontari della Azov. Sono unità ancora operative, siamo riusciti a inviare loro rinforzi di armi e munizioni sino a poche settimane fa. Possono ancora resistere per settimane, ma gli mancano cibo e acqua come ai civili»
Qui negli ambienti militari si parla di circa mille soldati ucraini accerchiati contro 10.000 russi. Ha senso?
«Sì, direi che la proporzione è quella. Non so però dire con precisione quali quartieri siano ancora nelle loro mani oltre alla zona delle acciaierie Azovstal, anche perché le posizioni cambiano di continuo: stiamo parlando di una battaglia tra le vie di una grande zona urbana. I posti di resistenza sono parecchi e rendono complicata l’avanzata russa».
Una classica guerriglia urbana con bombe molotov e cecchini?
«Direi più di così. I nostri posseggono ancora razzi, armi anticarro, mortai leggeri. Sono soldati di un esercito, non guerriglieri urbani».
Cosa risponde a chi, anche tra i Paesi europei alleati dell’Ucraina, accusa la Azov di essere una formazione neonazista e razzista?
«Noi siamo patrioti che combattono per la libertà e la democrazia. La propaganda russa falsifica la realtà e ci accusa di nazismo, mentre sono proprio i soldati russi a uccidere civili, a rubare e violentare. Sono loro i nuovi hitleriani. Noi ci battiamo anche per difendere le democrazie europee contro il fascismo espansionista di Putin».
E le vostre origini cosacche? Siete figli delle stesse unità che stavano a fianco delle SS durante la Seconda guerra mondiale.
«Lo sa che c’erano un mucchio di russi collaborazionisti tra le guardie dei lager nazisti? Ma l’Armata Rossa era un’altra cosa. Per noi l’anima cosacca è oggi sinonimo di libertà contro la dittatura oppressiva di Putin. Altro che razzisti! Con noi ci sono ebrei, azeri, tartari di Crimea, armeni, cattolici, musulmani».
Chi vi critica menziona la svastica sulle vostre uniformi e bandiere.
«La svastica è un antico simbolo slavo, pan-europeo, persino indiano. Per noi non ha alcun rapporto col nazismo. Accusereste mai gli indiani per le svastiche antiche millenni? Ma sono discorsi che davvero oggi non hanno senso. La realtà è che ci stiamo difendendo da un’aggressione violenta e fanatica. Abbiamo bisogno di tutto il vostro aiuto».
(da Il Corriere della Sera)
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Aprile 18th, 2022 Riccardo Fucile
E’ UNO DEI PIU’ GRANDI STABILIMENTI METALLURGICI D’EUROPA, AFFACCIATA SUL MARE CHE COPRE 11 KM QUADRATI… UNA FITTA RETE DI CUNICOLI SOTTERRANEI PER RESISTERE A UN ATTACCO NUCLEARE… OBIETTIVO RESISTERE FINO AL 9 MAGGIO PER ROVINARE LA ANNUNCIATA “FESTA DELLA VITTORIA” DI PUTIN
Gli ultimi difensori di Mariupol – non più di 1.500 secondo i russi, il
doppio secondo fonti ucraine – rimangono asserragliati nell’acciaieria Azovstal, ultimo bastione di resistenza nella strategica città portuale, ridotta in macerie da settimane d’assedio.
Ora Mosca ha annunciato che eliminerà i superstiti, un contingente composto dai sopravvissuti della trentaseiesima brigata di fanteria marina, militi della guardia nazionale, volontari stranieri, residui di brigate motorizzate e combattenti del reggimento Azov, il battaglione nazionalista che il Cremlino evoca spesso quando si appella all’obiettivo di “denazificare” l’Ucraina.
È difficile comprendere però quali siano i piani di Mosca per prendere possesso di uno dei più grandi stabilimenti metallurgici d’Europa, un’area affacciata sul mare che copre oltre 11 chilometri quadrati, disseminata di edifici, altoforni, binari e, soprattutto, dotata di una fitta rete di cunicoli sotterranei costruita in epoca sovietica per resistere a un attacco nucleare.
Un bastione imprendibile
Tentare un’irruzione significherebbe far pagare un prezzo di sangue elevatissimo alla fanteria russa, che si troverebbe a combattere in un ambiente complesso e sconosciuto nel quale a poco servirebbe un vantaggio numerico che, secondo Mosca, è di sei a uno, ovvero il doppio della ‘combat ratio’ che la dottrina militare ritiene equilibrata in uno scenario bellico tradizionale, quindi non di guerriglia urbana.
Già un tentativo di blitz delle truppe cecene di Ramzan Kadyrov, settimane fa, sarebbe stato respinto con successo.
Utilizzare le micidiali bombe ‘bunker buster’, già viste in azione ad Aleppo, richiederebbe avere una conoscenza precisa degli obiettivi, cosa non semplice data la vastità dell’area da attaccare.
C’è chi sostiene che solo un attacco chimico consentirebbe di snidare i difensori di Mariupol. “È l’unico modo per farli uscire”, ha spiegato al ‘Guardian’ l’analista militare ucraino Oleg Zhdanov, “lo stabilimento Azovstal è uno spazio enorme con così tanti edifici che i russi semplicemente non possono trovarli”.
“Sono territori molto vasti che non possono essere distrutti dall’aria, per cui i russi stanno usando bombe di calibro pesante”, spiega un altro analista militare ucraino, Sergiy Zgurets.
Nessuna via di fuga
Il capo del Centro di controllo della difesa nazionale della Federazione russa, il colonnello generale Mikhail Mizintsev, ha riferito sabato che i difensori di Mariupol sono rimasti senza cibo e acqua
È però un’affermazione impossibile da verificare e al momento non è chiaro quanto i combattenti ucraini possano andare avanti prima di cedere alla fame e alla sete.
Il reggimento Azov ha infatti preparato da tempo la difesa dell’acciaieria che lo stesso Andriy Biletsky, fondatore della formazione nazionalista, definì “la fortezza di Azov”.
È quindi possibile che lo sterminato complesso ospiti risorse che consentano, per ora, agli assediati di continuare a resistere. Quel che è certo è che non c’è alcuna via di fuga e che l’esercito ucraino non è in grado di intervenire e spezzare l’assedio.
“Quante risorse abbiano i difensori e quanto possano reggere è quello che si chiedono tutti”, aggiunge Zhdanov, “ma non hanno via d’uscita. Sono circondati da ogni lato, devono resistere fino alla fine. Se cedono, non saranno risparmiati”.
Ma a loro potrebbe bastare arrivare al 9 maggio e negare a Vladimir Putin la possibilità di sventolare la conquista di Mariupol come trofeo alla parata del Giorno della Vittoria.
(da AGI)
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Aprile 18th, 2022 Riccardo Fucile
300.000 MORTI, STUPRI, TORTURE, SACCHEGGI, BOMBARDAMENTI
Se fossimo capaci di tenere allenata la memoria oggi non saremmo sopraffatti dallo stupore di ciò che accade in Ucraina.
La Russia che ama la violenza e che la sfoga anche con la guerra non è un’inattesa svolta della storia che inizia 50 giorni fa, con un comodo “prima” e un “dopo” che torna utile a chi vorrebbe risultare assolto.
Se volete sapere come sarà l’Ucraina del futuro vi basta sfogliare la Cecenia del passato: i bombardamenti, i saccheggi, gli stupri, le torture, le esecuzioni e soprattutto lo spaventoso entusiasmo con cui l’esercito russo compie i suoi delitti mentre la propaganda interna li celebra condendoli di eroismo sono ancora lì, tra le cicatrici di una Cecenia che non ha dimenticato, che non può dimenticare.
Le due guerre che la Russia ha combattuto contro la Cecenia (mentre il mondo intorno, chissà perché, era così distratto rispetto all’attenzione furiosa sull’Ucraina) tra il 1994 e il 1996 e poi tra il 1999 e il 2009 hanno devastato il Paese causando qualcosa come 300.000 morti oltre ai circa 5.000 scomparsi.
Ci sarebbero tutti i numeri per una condanna per crimini di guerra già comminata a Putin qualche decennio fa se gli Stati che oggi orripilano non avessero preferito continuare i propri affari tralasciando la barbarie.
Le due guerre in Cecenia di Putin hanno lo stesso copione della guerra in Ucraina: i bombardamenti, i saccheggi, gli stupri, le torture, le esecuzioni
La Cecenia è il libretto delle istruzioni di come Putin immagina l’Ucraina: disarticolata, terrorizzata, distrutta e incapace di non sottomettersi al regime russo.
Sarebbe bastato leggere con attenzione Anna Politkovskaja (celebrandola meno e studiandola di più) per rendersi conto che Ramzan Kadyrov, capo della Repubblica Cecena, incarna perfettamente il tipo che il leader del Cremlino vorrebbe mettere al posto di Zelensky: prono a Putin esegue i suoi ordini accettando di mettere in pericolo il proprio popolo, spedisce i suoi ragazzi in Ucraina a combattere e come Putin elimina i suoi oppositori politici per mantenere saldo il regime.
Se avessimo buona memoria potremmo intravedere dietro la distruzione del reparto maternità dell’ospedale a Mariupol la stessa mano dell’attentato russo contro l’ospedale di maternità di Grozny quando l’esercito di Putin, era il 21 ottobre 1999, bombardò il reparto maternità con un missile provocando 27 morti, quasi tutti donne e neonati, che si aggiunsero alle vittime di un mercato affollato lì vicino in cui morirono 120 persone. Erano civili rimasti cadaveri allineati per terra, proprio come le immagini che ci arrivano dall’Ucraina.
La strategia militare russa in Ucraina non è una novità
Le stragi di Bucha e Irpin hanno lo stesso sapore mortifero di Samashki, dove tra il 7 e l’8 aprile del 1995 le truppe russe avevano eseguito una zachistka, quella che Putin chiamò “un’operazione di pulizia”, uccidendo oltre 100 persone, quasi tutti civili.
I militari spararono deliberatamente e arbitrariamente contro i civili e le loro abitazioni, bruciando case con dei lanciafiamme.
È scritto nero su bianco in un rapporto della Commozione delle Nazioni Unite per i diritti umani del marzo 1996: “la maggior parte dei testimoni – si legge in quel rapporto – ha riferito che molte truppe erano ubriache o sotto l’effetto di droghe. Hanno arbitrariamente aperto il fuoco o lanciato granate negli scantinati dove si erano nascosti i residenti, per lo più donne, anziani e bambini”.
La lista sarebbe lunga: Novye Aldi, Katyr Yurt, Komsomolskoye. La strategia militare russa in Ucraina non è una novità. Come abbiamo permesso che tutto questo accadesse ancora è la domanda a cui prima o poi dovremo rispondere.
(da Globalist)
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