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SE VI STATE CHIEDENDO PERCHÉ PUTIN HA SBATTUTO IN CARCERE NAVANLY, GUARDATE IL DOCUMENTARIO SUL PRINCIPALE OPPOSITORE DEL DITTATORE FIRMATO DA DANIEL ROHER

Aprile 8th, 2022 Riccardo Fucile

IL FILM È UNO SPACCATO SULLA RESISTENZA RUSSA E RIPERCORRE LE MANIFESTAZIONI DI PIAZZA, L’AVVELENAMENTO IN AEREO, LA TELEFONATA PER SCOPRIRE I MANDANTI CHE INCHIODA PUTIN, L’ARRESTO E IL CARCERE

C’è un nuovo guaio per Vladimir Putin e per il suo controllo del potere a Mosca. Stavolta viene da un film, Navalny, proiettato in anteprima a New York.
Protagonista di questo documentario straordinario, un thriller che tiene aggrappati alla sedia, è Alexey Navalny, carismatico oppositore del regime putiniano.
L’opera del canadese Daniel Roher ricostruisce le dinamiche dell’attentato a Navalny il 20 agosto 2020 e il suo dramma politico e personale. Ma l’importanza del film è nell’essere il primo documento a darci la misura di quanto forte, determinata, diffusa, pronta a tutto, sia la resistenza russa alla dittatura di Putin.
Lo avevamo sospettato. Abbiamo visto anche recentemente coraggiose dimostrazioni contro la guerra. Abbiamo seguito alcune voci dissidenti contro Putin e la sua devastante guerra. Ma non avevamo ancora visto, nella coerenza di un’opera a tutto campo, quanto l’ispirazione, l’esempio di un leader d’opposizione come Navalny possa toccare i cuori di milioni di persone.
I sondaggi ci raccontano che la maggioranza dei russi è schierata con Putin e che i dissidenti sono una minoranza. Ma da questo documentario si capisce che la minoranza è talmente motivata da rendere possibile un cambiamento al Cremlino. A patto che ai pochi milioni che resistono oggi se ne aggiungano altri.
Ben costruito, con molte immagini inedite, il film parte da un’intervista di Roher a Navalny dopo l’attentato e poco prima del ritorno a Mosca nel gennao del 2021. All’arrivo l’arresto.
Da li, un flashback che ci riporta alle battaglie, alle denunce, ai comizi affollatissimi, ai 182mila volontari che lo appoggiano. E ai momenti chiave della sua battaglia: il viaggio a Tomsk, in Siberia, dove gli agenti del Fsb organizzano l’avvelenamento con il Novichok. Le convulsioni in aereo, l’atterraggio di emergenza a Omsk, l’intervento dei medici che gli danno antidoti provvidenziali, il volo in Germania dove viene curato e dove si prova che l’intossicazione è da Novichok.
C’è poi l’incontro con Christo Grozev, il giornalista investigativo di Bellingcat , che riesce a ricostruire alcune dinamiche chiave che puntano il dito direttamente sul Cremlino.
Putin nega qualunque coinvolgimento in una conferenza stampa live. Sbertuccia Navalny come un debole. Ma capiamo che la debolezza è da un’altra parte. E quanto la tecnologia possa essere importante: Christo recupera i nomi dei possibili esecutori materiali dell’attentato setacciando biglietti aerei per Tomsk, compra informazioni a buon mercato, riesce a mimetizzare il numero da cui Navalny chiama i suoi attentatori.
E, in un momento chiave, il leader politico si presenta come assistente di uno dei capi della Fsb a Konstantin Kudryavtsev, il chimico nel commando organizzato per avvelenarlo. Assistiamo in diretta alla telefonata. Navalny chiede a Kudryavtsev dettagli su quel che è successo a Tomsk per fare un rapporto sul fallimento dell’operazione e quello, convinto di parlare a un suo superiore, confessa tutto. La registrazione viene messa su Internet. Putin è furioso. Kudryavtsev scompare e non sarà mai più ritrovato. Poi, dopo cinque mesi in Germania per curarsi, la decisione di Navalny di rientrare a casa, a Mosca, dove rischia una condanna per … violazione della condizionale.
I protagonisti del giallo sono Navalny stesso, la sua assistente Maryia Pevchickh, la coraggiosa moglie Yulia e, nei momenti più intimi, i figli Daria e Zahar.
Incontro alcuni di loro al Walter Reade Theater, al Lincoln Center, a un ricevimento dopo l’anteprima. Yulia mi dice che il film «mobiliterà una protesta che porterà alla liberazione di Alexey», condannato giorni fa a nove anni di carcere.
Daria, che studia psicologia a Stamford, è commovente nel ricordo del padre in prigione: «Non ho mai avuto dubbi, non gli ho mai chiesto di smettere, anche se ero addoloratissima, perché lui è dalla parte della ragione. E vincerà contro la barriera delle menzogne». Christo mi dice che «ognuno ha la sua versione dei fatti e mente anche senza saperlo.Ma i dati non mentono mai. E i dati che ho recuperato con Alexey inchiodano Putin alle sue responsabilità ».
Daniel, il regista, appena 29 anni, ha cominciato con l’idea di raccontare la storia di Bellingcat : «È stato Christo – rivela – a dirmi due anni fa che stava per scoprire cose importanti sull’attentato a Navalny e ho dirottato il progetto. Ora la sfida è politica». Navalny è anche un film che ci conferma quanto la Russia sia una cugina europea. E che l’Europa – non la Francia, la Germania, l’Italia, ma l’Europa – resta un punto di riferimento chiave per i russi: pur nella loro tradizione, come noi pensano di appartenere alla storia, alla cultura, all’economia europea. Dall’11 aprile il film sarà distribuito in 800 sale in America e in Canada. Presto anche in Italia.
E Daniel, felice per aver vinto al Sundance, a gennaio, il premio per il miglior film votato dal pubblico, mi dice che la grande sfida, anzi la promessa della Warner Brothers, che l’ha prodotto con la Cnn, è trovare il modo di distribuirlo a Mosca: «Spero che in Russia possano vedere in molti il film, anche in modo clandestino, su Internet, via streaming o grazie alle copie private». Se dovesse succedere, se il film sarà davvero visto in Russia, non possiamo non credere, come dice Navalny, che quella minoranza che oggi forma la resistenza a un regime, non possa ingrandirsi davvero, grazie a chi sceglierà di venire allo scoperto. Del resto, la storia conferma: sulle fake news vince l’evidenza dei fatti.
(da la Repubblica)

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MOSCA È ENTRATA NEL CLUB DEGLI STATI PARIA: CON L’ESPULSIONE DAL CONSIGLIO DEI DIRITTI UMANI, LA RUSSIA SI UNISCE A VENEZUELA, CUBA E CINA

Aprile 8th, 2022 Riccardo Fucile

TRA LE 23 NAZIONI CHE NON HANNO VOTATO PER IL BANDO CI SONO I SOLITI DEMOCRATICI: COREA DEL NORD, SIRIA, IRAN E BIELORUSSIA. E OVVIAMENTE PECHINO, CHE TEME CHE IL VOTO POSSA INDURRE QUALCUNO A TIRARE FUORI LA QUESTIONE DEI DIRITTI CIVILI E I CAMPI DI CONCENTRAMENTO (PARDON, “RIEDUCAZIONE”) PER GLI UIGURI NELLO XINJIANG

Le Nazioni Unite hanno finalmente fatto qualcosa di utile riguardo alla guerra di Vladimir Putin all’Ucraina, dato che l’Assemblea Generale ha votato giovedì per sospendere la Russia dal Consiglio dei Diritti Umani. Il voto è un segno tra i tanti di questa settimana che la scoperta di probabili crimini di guerra russi in Ucraina sta causando maggiori problemi al Cremlino.
Il voto dell’ONU è stato di 93-24, più della maggioranza di due terzi necessaria. L’effetto pratico è trascurabile, ma il simbolismo conta qualcosa quando la Russia è bandita da un Consiglio dei Diritti Umani che include nomi come Venezuela, Cuba e Cina. Apparentemente il Cremlino è troppo imbarazzante come arbitro dei diritti umani anche per le Nazioni Unite – leggiamo nell’editoriale del WSJ.
Le 23 nazioni che hanno votato con la Russia includono i soliti sospetti: Cuba, Corea del Nord, Siria, Iran, Bielorussia e Cina.
Trattare l’appartenenza al Consiglio dei Diritti Umani in questo modo creerà un nuovo pericoloso precedente, intensificherà ulteriormente il confronto nel campo dei diritti umani, portando un maggiore impatto sul sistema di governance delle Nazioni Unite, e produrrà gravi conseguenze”, ha detto l’ambasciatore cinese all’ONU Zhang Jun.Traduzione: Pechino teme che il voto possa indurre qualcuno a tirare in ballo i campi di rieducazione per gli uiguri nello Xinjiang.
Cinquantotto paesi si sono astenuti dal voto, dopo che la Russia aveva tranquillamente minacciato i paesi di punizione se avessero votato per la sospensione. Tra i paesi che non si sono astenuti figurano l’Arabia Saudita, l’Indonesia, il Messico e la Giordania.
Il Kuwait merita una speciale menzione disonorevole per essersi astenuto. I suoi leader hanno dimenticato come gli Stati Uniti li hanno salvati dalle prigioni di Saddam Hussein nel 1991? Anche l’India mantiene il suo steccato morale e strategico in questa guerra, che diventa più difficile da difendere man mano che la barbarie della Russia diventa ovvia.
Su questo punto, si stanno accumulando prove che la brutalità della Russia è deliberata. Der Spiegel, la rivista tedesca, ha riferito che l’intelligence tedesca ha intercettato il traffico radio dei soldati russi che operano a nord di Kiev, vicino a Bucha dove sono state scoperte le fosse comuni.
Fonti hanno detto alla rivista che le intercettazioni indicano “che l’omicidio di civili è diventato un elemento standard dell’attività militare russa, potenzialmente anche parte di una strategia più ampia. L’intenzione è quella di diffondere la paura tra la popolazione civile e quindi ridurre la volontà di resistere”. Questo è conforme alla strategia russa di bombardamento indiscriminato delle città ucraine.
Le atrocità stanno aumentando il sostegno occidentale per più sanzioni alla Russia e più armi per l’Ucraina. L’Unione Europea ha approvato giovedì nuove sanzioni che includono una graduale eliminazione delle importazioni di carbone russo e il blocco delle navi russe dai porti dell’UE. La Germania e altri paesi possono trovare sostituti pronti per il carbone russo, anche se ci vuole tempo.
Ma la vergogna è che l’UE non vuole ancora vietare l’importazione di petrolio e gas russo. Questo significa che ogni giorno l’Europa sovvenziona la guerra della Russia finanziando il Cremlino. Se un divieto è troppo, l’UE dovrebbe almeno mettere i pagamenti per l’energia russa in un conto di garanzia fino a quando Putin terminerà la sua guerra, come ha suggerito il nostro Holman Jenkins.
Il Senato degli Stati Uniti si è anche mosso giovedì per fornire più aiuto all’Ucraina, approvando una legge “lend lease” che permetterà al Pentagono di accelerare la consegna di attrezzature militari e altre forniture all’Ucraina. Permette anche che l’equipaggiamento sia consegnato come un dono per ora, con la promessa di ripagare in una data successiva. Speriamo che la Camera approvi rapidamente il disegno di legge.
L’Ucraina ha vinto la battaglia di Kiev, ma la battaglia per il Donbas a est sarà probabilmente ancora più selvaggia. L’Ucraina sa che se Putin occupa un quarto del paese, può congelare il conflitto e riarmarsi per futuri attacchi. Potrebbe anche pianificare un assalto alla città portuale di Odessa per tagliare tutta l’Ucraina dall’accesso al Mar Nero.
Questa guerra potrebbe essere lunga, e la determinazione dell’Occidente dovrà corrispondere alla brutalità di Putin.
(da Wall Street Journal)

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LITUANIA, LA NUOTATRICE OLIMPICA NUOTA IN UN LAGO ROSSO DAVANTI ALL’AMBASCIATA RUSSA

Aprile 8th, 2022 Riccardo Fucile

QUEL SANGUE SIMBOLEGGIA LA RESPONSABILITA’ DELLA RUSSIA PER I CRIMINI DI GUERRA

Si chiama «Swimming Through» la performance con cui la campionessa lituana Ruta Meilutyte ha voluto denunciare gli orrori nella guerra in Ucraina.
Medaglia d’oro a Londra 2012, la 25enne si è mostrata in un video in cui nuota davanti all’ambasciata russa a Vilnius in un lago rosso sangue, realizzato con vernice ecologica.
«Lo stagno insanguinato – ha spiegato – simboleggia la responsabilità della Russia per aver commesso crimini di guerra contro gli ucraini. Il nuoto è invece la necessità di uno sforzo continuo per combattere».
La nuotatrice lituana fin dall’inizio della guerra ha espresso solidarietà al popolo ucraino sui suoi social e, a seguito della performance, ha sottolineato che «è fondamentale continuare ad agire, diffondendo informazioni veritiere, facendo volontariato, protestando, donando e facendo pressioni sui governi affinché agiscano».
(da agenzie)

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L’EX BAMBINA DI SCHINDLER’S LIST ORA AIUTA I RIFUGIATI UCRAINI

Aprile 8th, 2022 Riccardo Fucile

AVEVA TRE ANNI QUANDO’ APPARVE NEL FILM DI SPIELBERG. OGGI NE HA 32

La bambina col cappottino rosso di “Schindler’s List” e’ in questi giorni al confine tra Ucraina e Polonia ad aiutare i profughi in fuga dall’invasione russa.
Oliwia Dabrowska aveva tre anni quando Steven Spielberg la filmo’ per le scene nel ghetto di Cracovia mentre i suoi abitanti venivano “liquidati” dalle truppe naziste.
Ne ha oggi 32 e, oltre ad adoperarsi personalmente in prima linea alla frontiera, ha lanciato ripetuti appelli sui suoi profili social, rilanciati oggi da Deadline: “Tutto aiuta. Ci servono materiali e soprattutto donazioni in denaro. Ci servono volontari. La situazione e drammatica e l’ho visto con i miei occhi”.
Nel film, girato interamente in bianco e nero, il cappottino rosso di Oliwia e’ la sola macchia di colore: simbolo dell’alternanza di speranza e disperazione, violenza e compassione, colpevolezza e innocenza al centro del messaggio di Spielberg. In uno dei suoi post su Instagram Oliwia ha ‘photoshoppato’ il fotogramma che la ritrae bambina, cambiando il colore del cappotto in azzurro e giallo, come nella bandiera ucraina
Ha anche raccontato di momenti drammatici vissuti negli ultimi giorni, come quando la Russia ha bombardato Yavoriv, a soli 20 chilometri dal confine: “Ho paura ma questo mi motiva ancora di piu’ ad aiutare i profughi”.
Rievocando il significato della scena nel 2018, in occasione del 25esimo anniversario di “Schindler’s List”, Spielberg spiego’ che per lui la scena della bambina con cappotto rosso rappresentava una chiamata alle armi contro atrocita’ come quelle commesse dai nazisti: “Nel libro da cui e’ tratto il film, Oscar Schindler non riesce a capacitarsi di come una bambina potesse camminare illesa nel Ghetto di Cracovia quando tutti gli altri venivano caricati su camion o uccisi. Una bambina con il cappotto rosso apparentemente invisibile veniva ignorata dalle Ss pur indossando un soprabito del piu’ brillante dei colori”. Per Spielberg quello rappresento’ un simbolo: significo’ che Roosevelt e Eisenhower, e probabilmente anche Churchill e Stalin, sapevano dell’Olocausto e non fecero nulla per fermarlo. Fu una bandiera rossa che, chiunque avesse prestato attenzione, avrebbe potuto vedere”.
(da agenzie)

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C’È CHI FUGGE DALLE BOMBE E CHI DA PUTIN, LA RUSSIA STA SPERIMENTANDO IL PIÙ GRANDE ESODO DAI TEMPI DELLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE:

Aprile 8th, 2022 Riccardo Fucile

UNA VERA E PROPRIA FUGA DI CERVELLI CON UN MILIONE DI ACCADEMICI, GIORNALISTI, ARCHITETTI E ARTISTI CHE NON SI VOGLIONO PIÙ FAR IMBAVAGLIARE DAL CAPO DEL CREMLINO

Dal suo avvio lo scorso 24 febbraio l’invasione russa dell’Ucraina ha creato un numero impressionante di profughi. Secondo un portavoce dell’Alto Commissariato Onu peri Rifugiati interrogato giovedì da Libero «le persone che hanno cercato rifugio fuori dal paese sono 4,32 milioni mentre gli sfollati interni sono 7,1 milioni». In altre parole, oltre un ucraino su quattro ha lasciato la propria casa nel giro dell’ultimo mese per mettersi al riparo dalle incursioni militari di Mosca.
I paesi sui quali l’ondata di oltre 4 milioni di profughi si è riversata sono quelli che confinano con l’ex Repubblica sovietica: la Polonia (con 2,5 milioni di rifugiati), la Romania (654,000), l’Ungheria (400 mila) e la piccolissima e molto povera Moldavia che, con una popolazione complessiva di 3,5 milioni di abitanti, ospita anche lei 400mila profughi.
Chi scappa da Odessa, Kharkiv, Mariupol non vorrebbe però finire in un paese povero: secondo uno studio condotto dall’Istituto Ifo di Monaco di Baviera analizzandole le amicizie su Facebook degli ucraini con persone in altri Paesi e il numero di persone che vivono in ciascuno di essi, un terzo dei profughi vorrebbe trasferirsi in Polonia mentre il 12.4% sceglierebbe l’Italia, e il 12% la Repubblica Ceca tallonata all’11,9% dalla Germania. Si va insomma dove si conosce qualcuno sperando poi di trovare lavoro.
Da quando Mosca ha mosso le sue truppe verso Kiev anche un milione di russi ha fatto fagotto e chiuso casa. Con almeno due differenze da non dimenticare. La prima: 4,3 milioni di ucraini rappresentano oltre il 10% della popolazione totale dell’ex Repubblica sovietica, mentre un milione di russi su 147 milioni sono una goccia nel grande mare che va dagli Urali a Vladivostok.
La seconda: chi lascia la Federazione Russa non è un profugo messo in fuga dai razzi o dai colpi di mortaio ma è spesso un esponente della borghesia cittadina che non teme di trovare un cumulo di macerie al posto della propria casa e che ha in tasca un biglietto di andata e ritorno.
Secondo un’indagine della tedesca Deutsche Welle, quello sperimentato nelle prime cinque settimane del conflitto sarebbe il più grande esodo dalla Russia da oltre cento anni, più precisamente dai tempi della Rivoluzione d’ottobre.
I numeri non sono precisi perché le due nazioni più investite dagli arrivi di cittadini russi sono Georgia e Armenia, nessuna delle quali richiede un visto per arrivare da Mosca o San Pietrobugo.
Ciascuno dei due paesi avrebbe già accolto almeno 100 mila russi arrivati mentre i primi carri armati con la Z puntavano sul Donbass e su Odessa. Chi parte o meglio chi è già partito, cerca di arrivare in Azerbaijan, a Dubai, in Turchia, Grecia, Bulgaria, Serbia, Kazakistan, Kyrgyzstan, Uzbekistan ma anche Tajikistan, Mongolia e America Latina.
A RIGA O A TEL AVIV
Chi lascia di norma non è un allevatore o un contadino ma un cittadino che vive di social media – che Vladimir Putin ha chiuso – che si alimenta di informazioni – che Putin ha finito di imbavagliare – e che teme come dalla mattina alla sera nel Paese possa essere proclamata la legge marziale. Non è quindi la condizione economica a fare paura: nei servizi da Mosca della radio tedesca DLF oggi si apprendeva che i supermercati sono (ancora) pieni e che forti rincari legati alle sanzioni antirusse si sono sentiti solo su alcune categorie di prodotti come i pannolini per l’infanzia. Insomma: le preoccupazioni non riguardano il presente ma il futuro prossimo. Se
secondo il centro demoscopico Levada il 20% dei russi, ossia 30 milioni di persone, non sostiene la guerra di Putin, a lasciare sono solo pochi privilegiati.
Non stiamo parlando di oligarchi ma di chi si può comunque permettere un soggiorno all’estero a tempo indeterminato. Programmatori, accademici, giornalisti, artisti e star della tv che alle radunate di nazionalisti volute da Putin preferisce l’esilio nella fresca Riga o nella torrida Tel Aviv. Con loro se ne vanno architetti, blogger, designer, attori e registi nella più grande fuga di cervelli dalla Russia in tempi moderni.
(da Libero)

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PROCESSO OPEN ARMS, LE ACCUSE DEI MEDICI A SALVINI: “I PROFUGHI ERANO ALLO STREMO, ANDAVANO SBARCATI”

Aprile 8th, 2022 Riccardo Fucile

LE TESTIMONIANZE DEI SANITARI SALITI A BORDO INSIEME AL PROCURATORE

“Vivevano situazioni molto al limite, erano tutti molto provati. Come si può dire che potessero stare ancora a bordo?”. Parola di Vincenzo Asaro, dirigente dell’Asp di Agrigento, salito sulla Open Arms il 20 agosto 2019 insieme all’allora procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, che proprio all’esito di quel sopralluogo ha dato il via libera allo sbarco della nave e aperto un fascicolo a carico dell’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Il leader della Lega è in aula, siede accanto al suo legale, Giulia Bongiorno, quasi annoiato. Passa il tempo a trafficare con il cellulare
A parlare in aula delle condizioni in cui si trovavano i 147 migranti dopo oltre venti giorni di permanenza a bordo è il dottore Vincenzo Asaro. E non ha dubbi. “Erano mediocri” sottolinea “Il protrarsi di quella situazione rappresentava un fattore di rischio molto elevato per la loro salute psicofisica. Avrebbe potuto determinare un aggravamento delle loro condizioni e rappresentare un rischio sia per i migranti che per il personale della nave”.
La Open Arms, spiega, era affollata, tra uomini, donne e bambini non era possibile alcun tipo di privacy o separazione. Erano tutti su un ponte di circa cento metri quadri, “meno di uno a testa” sottolinea. “I migranti dormivano sul ponte della nave, non c’erano altre alternative perché non c’era nulla. Dentro i bagni alla turca potevano in qualche modo lavarsi” ma non avevano a disposizione cambi, né di vestiario, né di biancheria intima. Un rischio, soprattutto per le donne. Mancava anche il sapone, per l’igiene potevano usare solo acqua desalinizzata.
“Non abbiamo fatto accertamenti individuali sulle loro condizioni di salute, sarebbe stato impossibile, non c’erano spazi a sufficienza per vedere le persone una alla volta” spiega il medico, ma ricorda in modo preciso che a decine gli si avvicinavano per mostrargli ferite, lesioni, dermatiti. I casi più gravi, ricorda, erano stati già portati a terra con i “medevac”, le evacuazioni sanitarie urgenti. Ma a bordo, rimanevano anche donne in avanzato stato di gravidanza. Il diario medico, aggiunge, elencava le problematiche più comuni, soprattutto scabbia e pidocchi. Tipiche del sovraffollamento.
“Alcune persone si erano già buttate in mare, tentando di raggiungere le coste di Lampedusa – sottolinea il medico – Le condizioni più preoccupanti erano di tipo psicofisico”. E no, non avrebbero retto ad ulteriori giorni di navigazione, necessari per raggiungere la Spagna, come dal Viminale si ordinava. “”Stiamo parlando di persone in condizioni di grave disagio – conclude – Provammo un sentimento di grande tristezza vedendoli. Erano in una condizione di mancanza di tutto”.
Anche l’equipaggio iniziava a mostrare segni di stanchezza. “E faticava a mantenere la calma a bordo”. Troppo tempo ad aspettare, troppo tempo passato a guardare quella terra che non potevano raggiungere. E il terrore di essere riportati in Libia.
“Per loro rappresentava la morte” chiarisce Cristina Camilleri, la psichiatra responsabile del Dipartimento salute mentale di Agrigento, anche lei nel pool di periti scelti dalla procura di Agrigento.
“La situazione era di urgenza – chiarisce – si doveva evitare che si trasformasse in emergenza”. Un po’, spiega, come nei momenti che precedono l’infarto. Soprattutto fra gli uomini – i cui corpi “lacerati, cuciti, oltraggiati” raccontavano la storia delle torture subite – la situazione era tesa. “Erano terrorizzati, temevano di essere riportati in Libia ed era quello che avevano deciso di evitare a tutti i costi” spiega la dottoressa. Fra le donne a prevalere era un grave stato depressivo. E soprattutto due si trovavano in condizioni gravi.
“La sorella di uno dei profughi che si erano buttati in acqua aveva avuto una reazione grave- ricorda – tanto che era stata curata con tranquillanti”.
Un’altra donna invece “era in stato catatonico, non mangiava, non rispondeva”. In molte hanno raccontato di aver subito torture e violenze sessuali, ma se le gravidanze di molte delle naufraghe fossero conseguenza di quegli abusi “mi è stato chiesto per favore di non chiederlo – sottolinea – perché tante viaggiavano insieme a mariti e compagni”.
(da agenzie)

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IL BOTTINO DI UN SOLDATO RUSSO CATTURATO: NELLO ZAINO DELLO SCIACALLO MONETE, IPHONE E GIOIELLI

Aprile 8th, 2022 Riccardo Fucile

DELINQUENTI DEGNI DEL LORO CAPO CRIMINALE

Nella razzia sistematica delle case degli ucraini il tenente russo, Denis Vladimirovich Gorovenko, comandante del plotone della compagnia di fanteria motorizzata dell’unità militare 71.718 (70 PMI della 42a divisione della 58a armata della Federazione Russa) ha preso come souvenir una montagna di vecchie monete sovietiche.
Più che essere un collezionista di vecchie memorabilia dell’Urss, quella merce è piuttosto richiesta dai collezionisti.
Quando lo hanno catturato gli hanno trovate nello zaino diverse centinaia di monete, così come alcuni cellulari Apple, cosmetici e piccoli gioielli d’oro da donna.
Secondo diversi siti ucraini questo militare avrebbe dichiarato con orgoglio di essere venuto a fare la guerra anche per ottenere il suo piccolo bottino. Oggi le foto di quello che gli è stato confiscato girano sul web assieme al suo passaporto e alle sue fotografie identificative.
Il sito InformNapal è tra i più attivi nel raccogliere informazioni di questo tipo, sia per dimostrare l’intento predatorio dei militari russi, sia da utilizzare queste informazioni una volta finita la guerra.
(da agenzie)

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A OBUKHOVYCHI, LE TRUPPE DI MOSCA HANNO USATO I CIVILI COME SCUDI UMANI PER PROTEGGERSI DAL CONTRATTACCO DELLE FORZE UCRAINE

Aprile 8th, 2022 Riccardo Fucile

L’HA SCOPERTO E VERIFICATO BBC, CHE HA RACCOLTO LE TESTIMONIANZE DEGLI ABITANTI DEL VILLAGGIO: I MILITARI RUSSI HANNO RACCOLTO CIRCA 150 PERSONE, SOPRATTUTTO ANZIANI E BAMBINI, PER AMMASSARLE NELLA PALESTRA DI UNA SCUOLA

A Obukhovychi, un villaggio nel Nord dell’Ucraina nelle vicinanze della zona di esclusione di Chernobyl, le truppe russe hanno usato i civili come scudi umani per proteggersi dal contrattacco delle forze ucraine.
L’ha scoperto e verificato Bbc, che ha raccolto le testimonianze degli abitanti del villaggio.
L’episodio sarebbe avvenuto la notte del 14 marzo, quando le forze russe si trovavano in difficoltà sotto il fuoco di quelle ucraine. I militari russi, secondo i testimoni, sarebbero andare di porta in porta e avrebbero raccolto, sotto la minaccia delle armi, circa 150 abitanti del villaggio, la maggior parte persone anziane e bambini. I civili sarebbero poi stati ammassati nella palestra di una scuola, usata come scudo di protezione per le forze russe.
Ancora una volta, come già riferito da altri testimoni in altre città liberate, i soldati «erano ubriachi», «sparavano alle persone solo per divertirsi, senza motivo».
Un 25enne, a cui i russi hanno sparato a una gamba, ha detto alla Bbc di essere stato tenuto prigioniero per 15 giorni all’aperto a temperature sotto lo zero, legato e imbavagliato.
Human Rights Watch dice di aver documentato crimini di guerra commessi dalle forze russe nelle aree di Kiev, Kharkiv e Chernihiv, nell’Ucraina settentrionale, tra cui un caso di stupro ripetuto e due casi di esecuzione sommaria.
Amnesty International ha pubblicato ulteriori testimonianze, raccolte sul campo, su esecuzioni extragiudiziali di civili ucraini da parte dell’esercito russo che fanno pensare a crimini di guerra.
«Nelle ultime settimane abbiamo raccolto prove di esecuzioni extragiudiziali e altre uccisioni illegali da parte delle forze russe. Molte di queste prove devono essere indagate come probabili crimini di guerra. Stiamo parlando di atti di inspiegabile violenza e di sconvolgente brutalità, come le uccisioni di civili privi di armi nelle loro case o in strada», ha detto Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.
«L’uccisione intenzionale di civili è una violazione dei diritti umani e un crimine di guerra». Finora Amnesty International ha ottenuto prove di uccisioni di civili in attacchi indiscriminati a Kharkiv e nella regione di Sumy, di un attacco aereo che ha ucciso civili in coda per il cibo a Chernihiv e della situazione delle popolazioni civili sotto assedio a Kharkiv, Izium e Mariupol. Le persone intervistate hanno raccontato ad Amnesty International di essere rimaste prive di elettricità, acqua e riscaldamento sin dai primi giorni dell’invasione e di aver avuto scarse quantità di cibo a disposizione.
Due abitanti di Bucha hanno detto che i cecchini aprivano regolarmente il fuoco contro chi andava a recuperare cibo da un negozio che era stato distrutto.
(da la Stampa)

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“ABBIAMO SPARATO A UN CICLISTA”, “INTERROGALI E POI GLI SPARI”: LE INTERCETTAZIONI, FATTE DAI SERVIZI SEGRETI OCCIDENTALI, DEI SOLDATI RUSSI AL FRONTE MENTRE PARLANO CON LE RISPETTIVE FAMIGLIE

Aprile 8th, 2022 Riccardo Fucile

“MA QUANDO LI STERMINATE TUTTI QUESTI UCRAINI?”…“PAPÀ, DEVI SBRIGARTI AD UCCIDERE TUTTI GLI UCRAINI COSÌ TORNI PRESTO A CASA”

I soldati russi usano spesso radio non criptate per comunicare tra loro e telefonini comuni per parlare con casa. Per i servizi segreti occidentali è stato facile intercettare comandi tattici e trasmetterli in tempo reale agli ucraini. Per le compagnie telefoniche del Paese è stato ancora più semplice tenere sotto controllo le sim che chiamavano numeri russi. Ne è uscito un quadro sconvolgente della loro condizione di vittime oltre che di carnefici della guerra.
L’UOMO IN BICICLETTA
I servizi segreti tedeschi, Bnd, sono riusciti ad accoppiare le loro intercettazioni radio con il video registrato da un drone che aveva già sconvolto il mondo. Combaciano l’ora e la geolocalizzazione. Il filmato mostra un carro armato che mira e centra un civile che si muove tra le macerie del villaggio. Ha le mani sul manubrio, non appare minimamente in grado di nuocere al corazzato. Anche così, dalle immagini mute in bianco e nero, appare un’esecuzione crudele e ingiustificata.
L’intercettazione tedesca rende ancora più assurdo quel colpo: pochi secondi o minuti dopo l’orario segnato sul film del drone, dallo stesso luogo, un soldato comunica euforico ad un collega «abbiamo sparato a un ciclista». Come si trattasse di un successo al tiro a segno.
INTERROGATORI MORTALI
Le intercettazioni tedesche, visionate da Der Spiegel , sembrano mostrare un modus operandi per il quale le stragi immaginate guardando i cadaveri di Bucha e Borodyanka non sono affatto il risultato di schegge impazzite o reparti fuori controllo.
Dagli accenti e dai nomi dei soldati intercettati, appare che dopo la conquista compiuta da militari molto giovani, siano arrivati anche elementi più anziani, sicuramente ceceni e forse anche mercenari del gruppo Wagner. Nelle conversazioni dei soldati le atrocità sono descritte come giochi o come banali ordini portati a termine. La violenza che semina terrore diventa così arma di guerra per piegare la volontà di resistenza del popolo e dei militari. La regola, spiegata da un soldato all’altro, era «prima si interrogano i soldati prigionieri, poi si spara».
BENZINA PER LO STUPRO
Dai cellulari dei soldati russi, emergono attraverso l’intelligence ucraina, racconti di un abbruttimento umano che lascia sgomenti. Un militare delle milizie indipendentiste filorusse telefona alla compagna che sembra vivere in un’area occupata dalle truppe di Mosca. Lui parla in russo, lei gli risponde, piangendo, in ucraino. «Serghey, tu non puoi capire quel che sta succedendo qui. I soldati ammazzano, sparano, violentano anche i bambini». «Lo dici per sentito dire o perché l’hai visto?» «Non volevo dirtelo, ma non riesco più a stare zitta. Quando sono arrivati, gli abbiamo aperto la porta, gli abbiamo dato pane e salame. Ma poi di notte sono tornati con delle taniche di benzina. Ve le diamo in cambio delle due ragazze. Capisci? Avevano 13 e 15 anni». «Ma chi ha fatto una roba del genere?» «Non lo so. Avevano la fascia rossa».
MEDAGLIE E SANGUE
I russi chiamano spesso con disprezzo gli ucraini «kholki». È un riferimento all’immagine folklorica degli antichi cosacchi con i baffoni e il ciuffo sulla testa rasata. Un soldato telefona a quella che sembra la moglie. Entrambi infilano una parolaccia dietro l’altra che, qui, sono lasciate all’immaginazione. «Questi khokli ci fanno soffrire». «Ho paura, guarda che sono già andata al funerale di tre tuoi coscritti. Non farti fregare».
«A me lo dici? Il comandante ha detto che meritiamo la medaglia, ma io gli ho risposto di tenersela e di rimandarmi a casa». «Ma perché non li sterminate tutti questi khokli?» «Credi sia facile? Non è mica un film questo. Da quando sono qui, non ho visto ancora un soldato ucraino. Gli spariamo le cannonate. Mica è semplice beccarli».
Nel gergo militare, sin dai tempi sovietici, i russi si riferiscono alle perdite come «carico 200» e ai feriti come «carico 300». In questa intercettazione, sempre zeppa di volgarità, un soldato sembra parlare con la sua compagna. «Eravamo 80 e siamo rimasti in 13. Da giorni non faccio altro che caricare cadaveri. Carico 200 e carico 300». «Tu però stai attento?». «È da due settimane che vivo sottoterra. Ho paura di ogni rumore che sento. Quando torno, se torno, penso che dovrei chiedere di andare a lavorare al camposanto. Al carico 200 ormai sono abituato e almeno lì c’è silenzio. Guarda, a Capodanno non voglio neanche sentire i fuochi d’artificio. Penso che mi chiuderò in cantina».
SBRIGATI A UCCIDERE
Lui chiama la moglie. «Ho già sentito la mamma e mi ha raccontato della bambina. È vero che a scuola hanno fatto una colletta per i soldati al fronte?». «Sì è vero, ma non solo soldi, anche oggetti, cibo, regali». «La bambina ha preparato dei guanti per me, mi ha detto mamma». «Ti ha anche spiegato cos’ ha scritto sul bigliettino?». «No, cosa?». «Papà, devi sbrigarti ad uccidere tutti gli ucraini così torni presto a casa». I due genitori ridono.
Un soldato telefona al padre. Hanno entrambi l’accento delle estreme regioni orientali della Federazione russa. Potrebbero essere di Buriazia e Carcassia confinanti con la Cina. In quelle steppe i molossi turkmeni, gli alabai, sono cani diffusi, utili per difendere le greggi e le case dai lupi. «Avete da mangiare? Siete a posto?» «Sì, sì, siamo a posto. Abbiamo tutto. Anzi ieri abbiamo anche mangiato un alabai». «Davvero? Un alabai? Era buono?». «Eccome. E comunque ho trovato anche una sorpresa per la mamma e un iPad per mia moglie».
(da il Corriere della Sera)

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