Aprile 5th, 2022 Riccardo Fucile
PER POTERSI SEDERE A UN TAVOLO DEI NEGOZIATI, LA RUSSIA HA BISOGNO DI OTTENERE UN VANTAGGIO SUL TERRENO. QUANTIFICABILE IN UNA PENETRAZIONE LUNGO LA FASCIA COSTRIERA DI ALMENO 40, 50 CHILOMETRI
Consapevole di non aver raggiunto uno solo degli obiettivi militari dell’invasione, Putin si prepara a una fase due della guerra che vedrà nell’est ucraino (il Donbass) e nella fascia costiera a sud del Paese le sue principali direttrici. Lo farà – come riferiscono fonti di intelligence Nato – contando su una forza d’urto dimezzata rispetto a quella inizialmente impiegata nell’invasione. Non più di 90 battle groups, per un totale di circa 100 mila uomini.
Che dovrebbero riprendere l’offensiva a Sud e a Est in un periodo compreso tra la terza e la quarta settimana di aprile. Che è il tempo necessario – da quando è cominciata la ritirata strategica a Nord – non soltanto per rigenerare la capacità operativa dell’Armata di invasione ma anche per spostare nella regione del Donbass la forza aviotrasportata al momento riparata in territorio bielorusso.
La fase due dell’offensiva russa dovrebbe fare tesoro degli errori esiziali consumati nelle prime sei settimane di guerra. I soldati inviati in Ucraina non erano abbastanza addestrati, informati e motivati. La catena di comando ha fallito, soprattutto nei gradi intermedi.
L’aviazione, che avrebbe dovuto rapidamente dominare i cieli e aprire la strada all’offensiva di terra, non ha funzionato come ci si sarebbe aspettato. Ciò ha esposto i carri armati agli attacchi da terra, con i Javelin e gli altri sistemi anti carro, e dall’aria, con i caccia ucraini che sono pochi, ma comunque hanno continuato a volare.
La logistica è stata molto carente, lasciando le truppe senza rifornimenti ed isolate.
La previsione che oggi sentono di poter formulare fonti di intelligence Nato è che sia a Est che a Sud la ripresa dell’offensiva russa seguirà un metodo diverso. A cominciare dalla rinuncia a ingaggiare obiettivi militari ucraini al momento non aggredibili se non a costo di perdite insostenibili, come la città di Odessa
Grazie anche a linee di rifornimento di munizioni e armamento Nato che hanno sin qui assicurato e continuano ad assicurare, anche in queste ore, un sostegno importante ai reparti ucraini e che non sembrano essere state intaccate in modo significativo dall’offensiva russa.
Putin dunque non molla perché sa che si gioca tutto. E la guerra si annuncia lunga. Anche perché, per potersi credibilmente sedere a un tavolo dei negoziati ha bisogno di ottenere un vantaggio strategico sul terreno.
Quantificabile – sono ancora fonti di intelligence Nato a stimarlo – in una penetrazione lungo la fascia costriera a sud dell’Ucraina di almeno 40, 50 chilometri.
Una porzione di territorio per altro di valore strategico fondamentale per la stessa Ucraina, trattandosi di un vitale sbocco sul mare delle sue attività manifatturiere e commerci. Putin sa bene che quando si fermerà la guerra, il risultato diplomatico dipenderà infatti dalla situazione sul terreno
( da la Repubblica)
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Aprile 5th, 2022 Riccardo Fucile
“I RUSSI HANNO TRASFORMATO INTERE PARTI DELLA CITTÀ IN UN CAMPO DI CONCENTRAMENTO. BUCHA È LA VENDETTA DEI RUSSI ALLA RESISTENZA UCRAINA”
L’ultima foto che circola nelle chat è quella di una famiglia trucidata. Si vede un lettone e
quattro corpi. In basso c’è la figlia, avrà 6 anni. È senza vestiti, le mani legate da quella che sembra una garza bianca, la stessa che le avvolge la bocca e il mento. Non si vede il volto, ma solo il buco del proiettile dritto nel cuore.
«Perché questa cattiveria?», si chiede Anatoly Fedoruk, dal 1998 sindaco di Bucha, la città a 37 chilometri da Kiev diventata il teatro dell’inimmaginabile. Il bilancio delle vittime non è ancora chiaro, «ma si parla di centinaia di persone trucidate, torturate, buttate in fosse comuni», racconta Fedoruk.
Ora dove si trova?
«A Bucha. Non abbiamo né linea, né elettricità, né gas. La temperatura è sotto zero».
Aveva capito che si trattava di un massacro?
«Sì, ma non pensavo che la mia gente sarebbe stata uccisa per divertimento o per rabbia. I russi hanno sparato a tutto ciò che si muoveva: passanti, persone in bicicletta, alle auto con la scritta “bambini”. Bucha è la vendetta dei russi alla resistenza ucraina».
A Mosca dicono che sono immagini false.
«Che vengano qui di persona a vedere di chi sono le armi, di chi sono le mani, da quanti giorni i corpi giacciono nelle strade».
Lei ha visto prima di tutti le immagini che hanno sconvolto il mondo.
«Non le scorderò mai. Hanno trasformato intere parti della città in un campo di concentramento. Le persone sono state chiuse negli scantinati per settimane, senza acqua e cibo. Chi usciva a cercarne veniva ucciso».
Cosa la fa arrabbiare di più?
«Il cinismo. Questo è il secondo esercito al mondo, dei professionisti. Ma siccome non sono riusciti nell’operazione militare hanno organizzato un “safari” sui civili».
I media russi, rilanciati dai social, la accusano di non aver segnalato subito il massacro quando ha annunciato la liberazione della città, come prova di una messa in scena. Cosa risponde?
«Questo lo apprendo da lei, è assurdo. La città è stata tagliata fuori dal mondo per settimane. Solo quando l’hanno liberata abbiamo potuto vedere la realtà e renderci conto della dimensione dell’orrore. Appena ho visto e capito ho raccontato».
Lei dove ha passato quest’ ultimo mese?
«A casa mia. Un giorno i soldati sono entrati e mi hanno puntato una mitragliatrice alla testa. Hanno chiesto di me ma non mi hanno riconosciuto, non avevo il passaporto. Poi sono stato ospitato dai cittadini».
Zelensky è venuto da voi.
«Il suo sostegno è fondamentale. Ci serve anche quello dell’Europa e degli Usa. Speriamo che Putin e i suoi criminali vengano puniti».
Che cosa farà ora?
«Prima di ricostruire penso a dare un nome a ogni morto».
(da Il Corriere della Sera)
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Aprile 5th, 2022 Riccardo Fucile
INCAPPUCCIATO E CON LE MANI LEGATE DIETRO LA SCHIENA COME I CIVILI UCRAINI MASSACRATI A BUCHA
Le mani legate dietro la schiena, un cappuccio sulla testa, il corpo riverso sull’asfalto: così sono stati trovati centinaia di corpi di civili nelle strade di Bucha, periferia Nord Ovest di Kyiv, massacrati dall’esercito russo che batteva in ritirata pochi giorni prima dell’arrivo delle truppe ucraine.
Così, un manifestante russo, ha deciso di protestare a Mosca contro la guerra, facendosi fotografare in alcuni punti di interesse della capitale.
Le immagini della protesta sono state condivise dal sito indipendente russo Holod.media, hanno come sfondo il Giardino di Alessandro, vicino alla Cattedrale di Cristo Salvatore, in via Nikolskaya e sulla Vecchia Arbat.
Lo staff del sito è riuscito a sfuggire alla censura russa scappando dal Paese: il Cremlino aveva messo il sito nel mirino, come per tutti i media indipendenti non allineati alla versione ufficiale governativa, ma il dominio non è stato ancora messo offline. Holod.media non ha fornito dettagli sul possibile arresto dell’attivista né ha reso riconoscibile l’uomo per tutelare la sua incolumità.
A Bucha secondo le stime delle autorità locali sono stati massacrati almeno 400 civili, alcuni dei quali torturati in stanze di seminterrati prima di ricevere un colpo alla testa. Mosca si è affrettata a bollare la notizia come “false flag” ma il New York Times ha fornito le prove della responsabilità delle truppe russe tramite il confronto con immagini satellitari.
In seguito alla pubblicazione delle immagini dalle strade dei sobborghi di Kyiv il presidente americano Joe Biden ha chiesto un processo per crimini di guerra nei confronti di Vladimir Putin. Il ministro degli Esteri ucraino Dmitro Kuleba ha proposto come ulteriore sanzione “per smettere di finanziare la macchina da guerra di Putin” il blocco alle importazioni di petrolio, gas e carbone dalla Russia.
(da agenzie)
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Aprile 5th, 2022 Riccardo Fucile
LA CENSURA DEL REGIME COLPISCE ANCORA
“Stop war”, “Stand with Ukraine”. Questi i due messaggi che campeggiano, da settimane,
sugli spazi pubblicitari a bordo campo in molti degli stadi europei che ospitano partite dei maggiori campionati e delle principali competizioni continentali (per club e per Nazionali).
Messaggi di pace e di vicinanza al popolo ucraino che non sono piaciuti all’emittente russa MatchTV che trasmette (a questo punto trasmetteva) a Mosca e dintorni le partite del campionato tedesco, la Bundesliga.
E proprio per via di quei messaggi per chiedere la fine del conflitto, sabato scorso è stata decisa l’interruzione della trasmissione in diretta dell’incontro tra Borussia Dortmund e Lipsia.
La parta era trasmessa sul canale “Match!Calcio3” che fa parte dell’emittente televisiva MatchTV in Russia. Una trasmissione che seguiva gli accordi e i bandi firmati a inizio stagione, con la trasmissione delle partite principali di ogni singola giornata del massimo campionato tedesco.
Ma la diretta di Borussia Dortmund-Lipsia è durata meno di 13 minuti. Dopo che sui tabelloni luminosi a bordo campo sono apparsi quei messaggi – “Stop war”, “Stand with Ukraine” -, l’emittente russa ha deciso di interrompere il collegamento, la telecronaca e la trasmissione del match.
“Purtroppo dobbiamo interrompere la trasmissione per motivi al di fuori del nostro controllo. In generale calcio e politica dovrebbero essere tenuti separati. Ma questa regola non è sempre rispettata in Bundesliga”.
Parole pronunciate dal commentatore Igor Kytmanov che ha interrotto la diretta. Una decisione in linea con la censura che sta silenziando tutti i media che non si piegano alle regole decise dal Cremlino e legiferate dalla Duma russa proprio nei giorni successivi all’inizio dell’invasione dell’Ucraina.
Parlare di “guerra”, dunque, è diventato reato a Mosca e dintorni. E anche in questa direzione va letta la decisione di MatchTv: non possono passare messaggi contro la guerra.
(da agenzie)
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Aprile 5th, 2022 Riccardo Fucile
GEORGY PETRUNIN ERA IL COMANDATE DI SAMARA
Ancora un generale russo morto in Ucraina, il nono dall’inizio della guerra, segno delle enormi difficoltà che Putin sta riscontrando.
L’ultimo a cadere è Georgy Petrunin, erede di una famiglia che per sette generazioni ha servito negli eserciti zarista, sovietico e russo.
I dettagli sulla sua uccisione non sono stati forniti.
Era il comandante della polizia militare di Samara, ma la città dove è morto non è stata rivelata. Petrunin aveva prestato servizio nelle guerre in Siria e Cecenia.
Il colonnello dovrebbe essere sepolto martedì a Volgograd. La notizia arriva mentre Putin si prepara a inviare migliaia di nuovi coscritti inesperti, per combattere in Ucraina mentre la sua invasione continua a bloccarsi
(da agenzie)
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Aprile 5th, 2022 Riccardo Fucile
“DURERÀ 25, ANNI, LAVORI FORZATI, VIA IL NOME UCRAINA. IMPOSSIBILE OGNI COMPROMESSO DEL TIPO NATO-NO, UE-SI’
Cosa intende Mosca per denazificazione? Non solo la sconfitta totale sul campo di
battaglia degli avversari ucraini ma anche una successiva opera di «pulizia» di tutti gli apparati statali politici e militari, la rieducazione della popolazione «per la durata di almeno una generazione», la cancellazione totale del nome Ucraina.
La fonte è al di sopra di ogni sospetto perché l’inquietante «road map» è pubblicata dal sito dell’agenzia «Novosti», di stretta osservanza putiniana.
L’inquietante e brutale piano di pulizia è raccontato in un lungo articolo firmato dall’editorialista Timofey Sergeytsev dal titolo «Cosa dovrebbe fare la Russia con l’Ucraina», pubblicato nelle stesse ore in cui il mondo scopriva gli orrori dei massacri sui civili a Bucha.
La denazificazione è una richiesta che il Cremlino ritiene irrinunciabile anche se fino a oggi non era mai stata esplicitata nel dettaglio. «La denazificazione è necessaria in quanto una parte significativa del popolo – molto probabilmente la maggioranza – è stata dominata e attratta dal regime nazista » attacca Novosti.
Dunque il primo obiettivo è che «i nazisti che hanno preso le armi dovrebbero essere distrutti al massimo sul campo di battaglia».
Giova ricordare che Putin in più circostanze ha equiparato Zelensky e il suo governo l’esercito regolare ucraino che contrasta l’invasione russa ai battaglioni che si rifanno a una simbologia nazista.
Tutto nel medesimo calderone. E dunque « oltre ai vertici, sono colpevoli anche una parte significativa delle masse, che sono naziste passive, complici del nazismo».
L’operazione di pulizia, poi, non dovrà essere solo fisica e militare ma investire anche la sfera della cultura e dell’educazione «che si realizza attraverso la repressione ideologica (soppressione) degli atteggiamenti nazisti e una severa censura: non solo nell’ambito politico, ma anche necessariamente nell’ambito della cultura e dell’istruzione».
E per il firmatario dell’articolo va da sé che «la denazificazione può essere effettuata solo dal vincitore». Niente forze di pace internazionali, niente Onu. Si tratta di un regolamento di conti tutto interno alla Russia. E come si chiarisce poco più avanti «non può compiersi con un compromesso, sulla base di una formula come “ Nato – no, UE – sì».
Un obiettivo di tale portata non si raggiunge dall’oggi al domani: «I termini della denazificazione non possono in alcun modo essere inferiori a una generazione» poiché «la nazificazione dell’Ucraina è continuata per più di 30 anni, almeno a partire dal 1989».
In che senso? «La particolarità della moderna Ucraina nazificata sta nell’amorfa e nell’ambivalenza, che permettono al nazismo di essere mascherato da desiderio di “indipendenza” e da un percorso “europeo” (occidentale, filoamericano) di “sviluppo”».
Dunque come procedere? «Il nome “Ucraina” non può essere mantenuto come titolo di qualsiasi entità statale completamente denazificata in un territorio liberato» ma qui Novosti lascia aperta la possibilità che per territorio liberato non si l’intero Paese attuale ma solo la sua parte orientale.
Si tornerebbe dunque plasticamente a un tempo di Guerra fredda, con due Ucraine sul modello delle due Germanie. Resta che «a differenza, per esempio, della Georgia e dei paesi baltici , l’Ucraina, come la storia ha dimostrato, è impossibile come stato nazionale e i tentativi di “costruirne uno” portano naturalmente al nazismo». Quindi «la denazificazione dell’Ucraina è anche la sua inevitabile de-europeizzazione».
In tempo di pace, la denazificazione dovrebbe procedere lungo alcune direttrici: «liquidazione delle formazioni armate naziste… formazione di organi di autogoverno pubblico e di milizie… installazione dello spazio informativo russo… ritiro dei materiali didattici e il divieto di programmi educativi a tutti i livelli contenenti linee guida ideologiche naziste… pubblicazione dei nomi dei complici del regime nazista, coinvolgendoli nei lavori forzati per il ripristino delle infrastrutture… creazione di organismi permanenti di denazificazione per un periodo di 25 anni». Un lavaggio dei cervelli in piena regola.
Chiosa finale: «Per mettere in pratica il piano di denazificazione dell’Ucraina, la stessa Russia dovrà finalmente separarsi dalle illusioni filo-europee e filo-occidentali, realizzarsi come l’ultima istanza per proteggere e preservare i valori dell’Europa storica». Insomma, il messaggio non vale solo per gli ucraini sotto le bombe.
(da Il Corriere della Sera)
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Aprile 5th, 2022 Riccardo Fucile
MOSCA NEGA I CRIMINI DI GUERRA IN UCRAINA, COME FECE NEL 1940 CON L’ECCIDIO DEGLI UFFICIALI POLACCHI A KATYN, O CON LE “PULIZIE” DEI CECENI E L’AVVELENAMENTO DEGLI OPPOSITORI
«Mai più». In Europa, il mantra, scritto su monumenti e manifesti, vorrebbe scongiurare un orrore impossibile, rimasto nella memoria dalla guerra più crudele mai sperimentata finora.
In Russia, sugli adesivi appiccicati ai parabrezza e sui quaderni scolastici, sulle fiancate dei missili e sugli striscioni alle manifestazioni, si scrive «Possiamo replicare». Non è uno scongiuro, è una minaccia.
Una promessa. Un auspicio. Un modello. E le repliche sono state messe in scena, più e più volte. Grozny. Aleppo. Donbass. Bucha.
Quello che ha colpito l’immaginazione del mondo, nelle guerre russe degli ultimi decenni, è stata quella spietatezza indiscriminata, lo sfoggio di brutalità inutile, senza alcun criterio non soltanto di umanità, ma di ragionevolezza nell’utilizzare la forza bellica.
La distruzione come metodo di conquista, con Mariupol come monumento più recente a questo modello di guerra. Lo sterminio come metodo di sottomissione di un popolo che si dichiara “fratello”.
Il politologo russo Abbas Galyamov si chiede se la strage dei civili a Bucha sia stata una «violenza spontanea dei soldati e ufficiali russi per vendicarsi della loro umiliante sconfitta», oppure se sia avvenuta «per ordine del partito della guerra che vuole silurare il negoziato», e confessa che preferirebbe la seconda ipotesi, perché non vuole «credere che cittadini russi siano capaci in massa di atrocità così epiche»
Che però sono già state commesse diverse volte, e non sono state degli incidenti, delle eccezioni, degli eccessi scappati di mano, sono state stragi volute, e negate con la stessa veemenza con la quale il Cremlino oggi nega Bucha.
Come aveva negato nel 1940 l’eccidio degli ufficiali polacchi a Katyn, attribuendolo a un “fake” dei tedeschi.
Come aveva negato nel 2000 le “zachistke”, le “pulizie” dei ceceni, che facevano sparire dai villaggi tutti gli abitanti di sesso maschile, portati a torturare nei “campi di filtraggio”, oppure uccisi per le strade, esecuzioni sommarie, esattamente come a Bucha.
Come aveva negato l’uso di armi chimiche in Siria, l’avvelenamento di oppositori, le torture nelle carceri: era sempre una «provocazione dei media occidentali», volta a screditare un Paese che non ha mai ammesso nessuna colpa e non ha mai chiesto scusa o almeno manifestato rammarico per nulla.
Quando, nel 1945, l’Armata Rossa si portò via dalla Germania treni interi – gli aneddoti sulle mogli degli ufficiali sovietici che sfoggiavano le sottovesti di pizzo delle tedesche, scambiandole per abiti da sera, sono ormai storia, come i lampadari e i divani art decò nelle dacie di celebri scrittori e generali – gli europei considerarono questo saccheggio la ricompensa per un popolo poverissimo, e il suo sacrificio.
Quarant’anni dopo, con il crollo del Muro, gli ex sovietici scoprirono che i tedeschi che avevano sconfitto vivevano infinitamente meglio dei vincitori.
Ottant’anni dopo, quella guerra terribile viene sognata dai russi come il momento più intenso e giusto della propria storia, un trionfo di violenza che giustifica una missione nazionale, una vittoria conseguita all’insegna del motto staliniano «se il nemico non si arrende, va annientato»
Volodymyr Zelensky oggi si chiede, insieme a quel 5% dei russi che nei sondaggi dichiarano di provare “vergogna” per il proprio Paese come hanno potuto le madri russe tirare su “saccheggiatori e carnefici”.
Una risposta possibile si nasconde in quel culto della guerra, che equipara forza e violenza, e considera la grandezza come diritto a imporre e sottomettere.
«La Russia è un Paese governato dai forti, le leggi sono riservate ai deboli», sintetizza un pensiero nazionale radicato il politologo Vladimir Pastukhov, in uno degli ultimi numeri della Novaya Gazeta ormai chiusa.
Se le dittature resistono per decenni, non è soltanto perché reprimono il dissenso: creano una piramide della violenza, nella quale ciascuno accetta di venire abusato dal superiore, in cambio del diritto di abusare dei sottoposti.
Una sorta di nonnismo su scala nazionale, dove i generali mandano gli ufficiali a morire senza munizioni per accontentare il capo supremo, tenenti e capitani si premiano saccheggiando le case ucraine, e i soldati affamati raccattano possono sentirsi parte di una “potenza” violentando e uccidendo civili con le mani legate.
È la banalità del male degli autoritarismi, ed è quella la diversità dalla civiltà occidentale che la Russia rivendica da anni, quel “difetto genetico” che, secondo il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, impedisce all’Europa di accettare la Russia.
Ogni volta che Mosca ha fatto un passo indietro rispetto a all’Occidente è stato proprio per difendere il diritto sovrano a usare la forza: i primi screzi delle critiche europee alle pulizie etniche dei ceceni sono diventati crepe con la repressione degli oppositori e dei media liberi, e voragini con i brogli elettorali e la discriminazione delle persone Lgbtq.
Non è stato il famigerato “accerchiamento della Nato”, a spingere la Russia putiniana lontano dall’Europa, ma il rifiuto di un sistema dove avere potere non significa automaticamente poter massacrare impunemente gli avversari. Grozny. Aleppo. Bucha. Mariupol. To be continued.
( da La Stampa)
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Aprile 5th, 2022 Riccardo Fucile
UN SOPRAVVISSUTO RACCONTA LA MATTANZA DI BUCHA: “C’ERANO RUSSI, UOMINI DI KADYROV E I BURIATI DELLE REGIONI SIBERIANE. CERCAVANO “I NAZISTI”… MA IN REALTÀ SONO STATI FUCILATI ANCHE QUELLI CHE AVEVANO LO STEMMA UFFICIALE DELL’UCRAINA”
Ero lì. So chi sono. C’erano russi, kadyroviti, buriati. Gli hanno sparato alla nuca e al
cuore». Il metodo russo è questo: sparano alla nuca di persone disarmate. I buriati, russi delle regioni siberiane. I kadyroviti. E ci sono anche soldati bielorussi.
Questa che scriviamo è solo la storia di una foto. Non certo un quadro di tutti gli orrori avvenuti a Bucha, meno che mai (per quello purtroppo ci vorrà tempo) in tutte le città occupate dai russi in Ucraina.
La foto con otto uomini ammazzati e gettati in un cortile, dove sono stati ritrovati giorni dopo, quando Bucha è stata liberata. A raccontarla è, al collettivo giornalistico Vot Tak, un ucraino che era lì, Vladislav Kozlovsky, che ha vissuto nella città occupata per un mese.
«L’anno scorso ho vissuto e lavorato come sommelier a Kiev, ma dopo lo scoppio della guerra sono tornato nella zona di Steklozavod (Bucha), dove vivono mia madre e mia nonna. Il 2 marzo le truppe occupanti sono entrate nella nostra città, ero vicino al quartier generale della difesa territoriale con diversi amici. A tutti quelli che non avevano armi è stato ordinato di nascondersi in un rifugio antiaereo vicino alla base». Poi sono arrivati loro, e «tra loro c’erano per lo più russi e bielorussi, sono facili da riconoscere dal loro caratteristico dialetto». «Eravamo seduti nella completa oscurità. Non c’era luce, acqua o calore, ovviamente. Poi altri hanno preso il loro posto». E son stati i peggiori.
«Il 7 marzo hanno fatto uscire prima donne e bambini, poi uomini. Ci hanno messo in ginocchio e hanno iniziato a perquisirci. Avevo i miei soldi e il mio orologio con me. Hanno preso tutto, proprio come gli altri, quindi mi hanno derubato. Cercavano “i nazisti”, ma in realtà sono stati fucilati anche quelli che avevano lo stemma ufficiale dell’Ucraina».
I dettagli dell’esecuzione sono crimini di guerra: «Gli hanno sparato alla nuca o al cuore. Tra loro c’erano russi e, ritengo dall’aspetto, buriati». Kozlovsky ha visto proprio quegli otto, «penso che otto di loro siano stati uccisi. Ieri ho visto i loro corpi dietro un edificio di pietra in un mucchio di roba in una delle foto di Bucha. Quando sono riuscito a tornare a Kiev, non dimenticherò come la gente piangeva alla vista del pane, perché da tempo morivano di fame».
(da agenzie)
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Aprile 5th, 2022 Riccardo Fucile
“È IMPAZZITO, AVEVA PREVISTO CHE IL POPOLO UCRAINO LO AVREBBE ACCOLTO LANCIANDOGLI FIORI : VOLEVA CAMBIARE IL POTERE A KIEV E INSERIRE IL SUO BURATTINO, MA È ANDATO FUORI DI TESTA QUANDO GLI UCRAINI HANNO RESISTITO”
Per molti anni Mikhail Khodorkovsky è stato l’uomo più ricco di Russia. Poi è diventato il nemico numero uno di Vladimir Putin, l’oligarca dissidente. Ex ceo del gigante petrolifero Yukos, è stato in carcere nove anni, condannato per evasione fiscale. Rilasciato nel 2013, ha riparato in esilio.
E ora, intervistato dalla Cnn, fa il punto sulla guerra in Ucraina e soprattutto su Putin: “Lui è impazzito perché aveva previsto che il popolo ucraino lo avrebbe accolto lanciandogli dei fiori quando ha invaso il Paese.
All’inizio quello che voleva fare era cambiare il potere a Kiev e inserire il suo burattino. Ma è andato fuori di testa quando gli ucraini hanno resistito all’invasione”, ha premesso.
Dunque, Khodorkovsky dà la sua versione dei fatti sulle ragioni dell’escalation a Kharkiv e Kiev: “Il fatto che le persone a Kharkiv non lo abbiano accolto con i fiori, non solo lo ha fatto arrabbiare, ma penso davvero che lo abbia fatto letteralmente impazzire. È stato allora che ha iniziato a bombardare Kharkiv e Kiev”, spiega
Quindi, l’ex oligarca spiega quali, a suo giudizio, sono le vie per provare a uscire dal conflitto: “Putin adesso ha tre possibilità: continuare a fare pressione sull’Ucraina, usare armi di distruzione di massa per costringere gli ucraini a ritirarsi o avviare negoziati reali”. Infine, la profezia: lo zar Putin avrebbe il tempo contato.
“Sì, sono convinto che Putin non abbia ancora molto tempo. Forse un anno, forse tre”, conclude Khodorkovsky riferendosi alla possibilità che lo zar muoia oppure che venga deposto.
(da La Stampa)
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