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MATTARELLA RESPINGE LE DIMISSIONI DI DRAGHI E LO RINVIA ALLE CAMERE: CINQUE GIORNI PER TENTARE UNA RICOMPOSIZIONE

Luglio 14th, 2022 Riccardo Fucile

DRAGHI: “E’ VENUTO MENO IL PATTO DI FIDUCIA SU CUI SI REGGEVA IL GOVERNO”

Mario Draghi si è dimesso, e il presidente Mattarella non ha accolto le sue dimissioni. Dopo la decisione del M5s di non partecipare al voto di fiducia al Senato sul Dl Aiuti, in cui il governo ha incassato la fiducia malgrado l’astensione del M5s, il premier Mario Draghi è salito al Colle, dove per poco meno di un’ora ha avuto un incontro «interlocutorio» con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Tornato a Palazzo Chigi ha convocato un Consiglio dei Ministri, in cui ha comunicato le sue dimissioni da presidente del Consiglio. Allo stato attuale, l’esecutivo guidato da Mario Draghi ha la fiducia sia alla Camera sia al Senato.
Draghi è successivamente salito al Quirinale per rimette il suo incarico nelle mani del presidente Mattarella, lo stesso presidente che lo convocò nel febbraio 2021 per formare e guidare un nuovo esecutivo dal profilo istituzionale, dopo la crisi del governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte.
Mattarella non ha accolto le dimissioni di Draghi, rimandandolo alle Camere. L’ex numero uno della Bce ha comunicato ai ministri che mercoledì 20 luglio riferirà in Parlamento. In apertura del Consiglio dei ministri, Draghi ha comunicato la propria decisione con un breve discorso. Ecco il testo integrale:
Buonasera a tutti,
Voglio annunciarvi che questa sera rassegnerò le mie dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica.
Le votazioni di oggi in Parlamento sono un fatto molto significativo dal punto di vista politico. La maggioranza di unità nazionale che ha sostenuto questo governo dalla sua creazione non c’è più. È venuto meno il patto di fiducia alla base dell’azione di governo. In questi giorni da parte mia c’è stato il massimo impegno per proseguire nel cammino comune, anche cercando di venire incontro alle esigenze che mi sono state avanzate dalle forze politiche. Come è evidente dal dibattito e dal voto di oggi in Parlamento questo sforzo non è stato sufficiente.
Dal mio discorso di insediamento in Parlamento ho sempre detto che questo esecutivo sarebbe andato avanti soltanto se ci fosse stata la chiara prospettiva di poter realizzare il programma di governo su cui le forze politiche avevano votato la fiducia. Questa compattezza è stata fondamentale per affrontare le sfide di questi mesi.
Queste condizioni oggi non ci sono più. Vi ringrazio per il vostro lavoro, i tanti risultati conseguiti.
Dobbiamo essere orgogliosi di quello che abbiamo raggiunto, in un momento molto difficile, nell’interesse di tutti gli Italiani.
Grazie.
Dopo aver ricevuto il presidente Draghi al Quirinale, il presidente Sergio Mattarella in una nota ha comunicato che il presidente Mario Draghi «ha rassegnato le dimissioni dal Governo», ma il presidente della Repubblica «non ha accolto le dimissioni e ha inviato il Presidente del Consiglio a presentarsi al Parlamento per rendere comunicazioni, affinché si effettui, nella sede propria, una valutazione della situazione che si è determinata a seguito degli esiti della seduta svoltasi oggi presso il Senato della Repubblica».
(da agenzie)

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IL SONDAGGISTA RENATO MANNHEIMER: “SE I GRILLINI PENSANO DI FAR CADERE IL GOVERNO PER RECUPERARE VOTI SI SBAGLIANO”

Luglio 14th, 2022 Riccardo Fucile

“LA LORO LEADERSHIP HA PERSO CREDIBILITÀ E LO ZOCCOLO DURO È SEMPRE MENO DURO. CONTE GODE DI UNA FORTE POPOLARITÀ PERSONALE, PERÒ NON È FACILE TRASFORMARLA IN VOTI”

Renato Mannheimer, sociologo e sondaggista, avverte Conte che far cadere il governo lo punirebbe e dice al centrodestra che vincerà solo se ritrova l’unità.
Alla vigilia del voto di fiducia in Senato, l’ipotesi di elezioni anticipate sembra più concreta. È così?
«Posso solo prevedere che i 5Stelle non avranno il coraggio di fare qualcosa che si rivelerebbe contro i loro interessi elettorali».
Eppure, i falchi grillini premono su Conte sostenendo che solo con lo strappo si risalirebbe nei sondaggi.
«Si sbagliano. Se 5 anni fa hanno ottenuto tanti voti è stato non perché erano all’opposizione, ma per le idee contro i politici tradizionali, il famoso vaffa. Ora i 5Stelle sono cambiati, si sono parlamentarizzati e non basta stare all’opposizione, far casino distruggendo il governo, per recuperare voti. Inoltre, la loro leadership ha perso credibilità, gli stessi che riuscivano a mobilitare la gente ora si scontrano con più dubbi nell’elettorato ampio e lo zoccolo duro è sempre meno duro. I consensi calano di giorno in giorno, si è visto anche alle amministrative».
Che ripercussioni ci sarebbero sul M5S se Conte arrivasse alla rottura?
«Conte gode ancora di una forte popolarità personale, conquistata quando era premier, però non è facile trasformarla in voti. Se scegliesse lo strappo ci sarebbero altre defezioni verso il gruppo di Di Maio. E la già grave crisi del M5S peggiorerebbe».
Il centrodestra preme per una fine anticipata della legislatura. Salvini lancia l’ultimatum: se i 5S usciranno dall’aula si va al voto; la Meloni insiste sul ritorno alle urne e Berlusconi chiede una verifica, convinto che il governo possa andare avanti senza il M5S, ma assicura che Fi non teme il voto. Negli scenari possibili la coalizione sarebbe vincente?
«Si. Ma solo se rimane una coalizione, se i leader si mettono d’accordo e di fronte hanno una lunga trattativa per i candidati comuni nel maggioritario. Anche il centrodestra ha i suoi problemi, è sembrato ultimamente diviso e soprattutto Fi si differenzia da Lega e FdI».
Per Renzi è meglio la crisi del caos e si potrebbe proseguire con un Draghi bis, ma il premier dice che non è disponibile per un secondo governo. Situazione bloccata o gioco di pressioni reciproche?
«Abbiamo imparato che in politica le situazioni bloccate non esistono: Mattarella non voleva un secondo mandato e poi ha dovuto accettarlo. Così, anche Draghi dice no al bis ma non si sa che potrebbe succedere. Lo stesso Mattarella potrebbe fargli cambiare idea. Se fossi un politico, non rischierei».
Si profila un autunno caldo e si teme l’esplosione delle tensioni economico- sociali: in quest’ ottica sarebbe preferibile un chiarimento prima di allora?
«Il problema è che sono previste le elezioni l’anno prossimo e tutti i partiti hanno interesse a distinguersi, anche dal governo: i 5Stelle, la Lega, lo stesso Pd che è il più governista ma sottolinea i temi civili, come lo ius scholae. Per questo, un vero chiarimento è difficile. Ma ogni partito dovrebbe trovare la ragionevolezza per affrontare un autunno molto duro, tra crisi del gas e delle forniture, inflazione, ora anche il Covid».
Il Pd rimane governista ma respinge la possibilità di andare avanti senza 5s e il suo campo largo sembra fallito: che prospettive ha?
«Il campo largo non c’era neanche prima, perché non era difficile prevedere che il M5S diminuisse consensi, viceversa ci sarebbe un’ampia prateria al centro ma bisognerà vedere se Letta vuole continuare a guardare verso i grillini o cambiare idea».
I tentativi di far nascere un nuovo centro hanno concrete possibilità, anche se per Berlusconi lo spazio è già occupato da FI?
«Berlusconi è il centrodestra e un nuovo centro autonomo ha un elettorato potenziale ampio, 10-15 %, solo che di leader ce ne sono troppi, Renzi, Calenda, Toti, perfino Mastella. Così, i voti si divideranno tra centrodestra e centrosinistra, ognuno con i suoi problemi».
(da agenzie)

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KATERINA TIKHONOVA, FIGLIA MINORE DI PUTIN ED EX BALLERINA, È STATA NOMINATA A CAPO DEL SERVIZIO DI IMPORTAZIONI PARALLELE, UN’ALTRA POLTRONA ALTAMENTE REMUNERATA

Luglio 14th, 2022 Riccardo Fucile

NELL’ANNUNCIARE LA NOMINA LA CONFINDUSTRIA DI MOSCA NON HA ACCENNATO AL GRADO DI PARENTELA, SEGUENDO LE INDICAZIONI DI PUTIN

Katerina Tikhonova, figlia minore di Putin, è stata scelta per guidare il Consiglio di coordinamento per la sostituzione delle importazioni e l’indipendenza tecnologica, l’organismo creato dal padre che mira a ridurre la dipendenza russa dai prodotti occidentali.
Nell’annunciare la nomina l’Unione russa degli industriali e degli imprenditori si è guardata bene dallo specificare l’importante parentela della 35enne ex ballerina, seguendo le tacite indicazioni dello stesso presidente che non parla mai della sua famiglia.
Chiudendo definitivamente il sipario sudi loro nel 2015 disse lapidario: «Le mie figlie vivono in Russia e hanno studiato solo in Russia, sono orgoglioso di loro. Parlano fluentemente tre lingue straniere. Non parlo mai della mia famiglia con nessuno». Entrambe avute dalla moglie Ljudmila, dalla quale ha divorziato nel 2013 dopo 30 annidi matrimonio, Maria e Katerina brillano entrambe per le loro fulminee carriere.
Della più giovane si dice da tempo di un prossimo ruolo di vertice in Russia Unita, il partito di Putin. Oltre a occuparsi delle importazioni parallele e di ballo, in particolare il rock n’roll, la Tikhonova è anche direttrice generale della National Intellectual Development Foundation, mentre in passato è stata vicedirettrice dell’Istituto per la ricerca matematica sui sistemi complessi dell’Università statale di Mosca.
Molti la ricordano anche per il matrimonio durato cinque anni con il giovane miliardario russo Kirill Shamalov, il cui padre è un caro amico di Putin, e per la sua attuale relazione col ballerino Igor Zelensky, nessuna parentela con il presidente ucraino, che fino a poco tempo fa dirigeva il tedesco Bavarian State Ballet. Il tutto in soli 35 anni di vita.
La sorella Maria Vorontsova, 37 anni, ha scelto la carriera accademica e attualmente è una riconosciuta esperta di malattie genetiche rare nei bambini, ricercatrice di spicco presso il Centro nazionale di ricerca medica per l’endocrinologia del ministero della Salute della Russia.
Fino a qualche mese fa era sposata con l’uomo d’affari olandese Jorrit Faassen con il quale condivide un figlio, primo nipote di Putin.
Ma se il presidente russo non parla delle figlie ufficiali figuriamoci di quelle ufficiose o di quelle clandestinamente a venire. Sì perché a maggio scorso si era sparsa la voce che la sua ormai ex amante, la 39enne ginnasta Alina Kabaeva, fosse incinta di una bambina e che una volta informato Vladimir abbia sbottato: «Ne ho già a sufficienza di figlie».
Effettivamente nel conto va messa un’altra figlia della Kabaeva, sul quale però circolano solo leggende, e anche la bella 18enne Luiza Rozova che Putin avrebbe avuto da una relazione extraconiugale con Svetlana Krivonogikh, 45 anni, ex donna delle pulizie in poco tempo diventata co-proprietaria di un’importante banca e multimilionaria.
Tutte le donne che hanno a che fare con Putin, che siano parenti di fatto, acquisiti o amanti, hanno fatto strada e sono diventate ricche. Non fa eccezione la cugina Anna Tsivileva, presidente dell’importante compagnia mineraria russa di carbone JSC Kolmar Group e moglie di Sergey Tsivilev, governatore della regione di Kemerovo ricca di carbone.
Tra i cugini vanno menzionati anche due esponenti di sesso maschile, peraltro mai amati da Vladimir, diventati ricchi grazie al prezioso cognome.
Si tratta di Igor Putin e del figlio Roman. Il primo è un faccendiere dedito al riciclaggio, attualmente presidente di una società di investimento, mentre il secondo è a capo di varie società coinvolte in scandali per corruzione, nonché della Federazione Russa di Taekwondo
(da agenzie)

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DI MAIO A MUSO DURO CONTRO CONTE: “PIANIFICAVA LA CRISI DA MESI”

Luglio 14th, 2022 Riccardo Fucile

“CHI SUBI’ IL PAPEETE 1 ADESSO FA IL PAPEETE 2”

«Chi subì il Papeete 1 adesso sta facendo il Papeete 2. È chiaro a tutti che se oggi non votano la fiducia aprono la stagione del Papeete bis. Un marchio che non si toglieranno più. E da loro non accettiamo lezioni di coerenza».
Sono le parole del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, parlando all’assemblea congiunta di Insieme per il Futuro, il gruppo parlamentare creatosi dopo la scissione dell’ex esponente pentastellato dal M5s.
Di Maio ha nuovamente puntato il dito contro i vertici del M5s, accusandoli di aver pianificato la crisi per mesi e mesi, per porre fine al governo guidato da Mario Draghi.
E il leader di Ipf ha aggiunto: «Sperano in 9 mesi di campagna elettorale per risalire nei sondaggi, ma così condannano solo il Paese al baratro economico e sociale: non potevamo essere complici di questo piano cinico e opportunista, che trascina il paese al voto anticipato e al collasso economico e sociale».
«Gli sta sfuggendo la situazione di mano – ha proseguito Di Maio – qui si rischia seriamente il voto anticipato. Stanno giocando, ma oggi se perdiamo Mario Draghi rischiamo il disastro economico. Gli effetti della crisi sono devastanti: saltano i fondi del Pnrr, si va in esercizio provvisorio, non si riescono a fare provvedimenti contro il caro bollette e il caro energia, non si riuscirà a introdurre il salario minimo, non si riuscirà a fare il taglio del cuneo fiscale, salta la battaglia per il tetto massimo al prezzo del gas in Ue, si indebolisce l’Italia ai tavoli internazionali».
E il leader di Ipf incalza ancora: «Non votare la fiducia al governo è un fatto grave, va chiesta una verifica di maggioranza: una crisi di governo è un chiaro atto di irresponsabilità. Oggi è una forza politica che alcuni dirigenti hanno distrutto per egoismi e opportunismi, trasformandola in un partito padronale. Aprire la crisi solo per risalire nei sondaggi è qualcosa di folle, oltre che di irresponsabile, di populista e sovranista, del resto conosciamo già i precedenti».
Cinzia Leone passa con Ipf
E infine Di Maio lancia un appello ai pentastellati che, a suo dire, non vorrebbero staccare la spina al governo: «In molti non si riconoscono più in quello che, di fatto, non è più il Movimento 5 Stelle».
Tra questi, la senatrice palermitana Cinzia Leone, membro della commissione Finanze, che quest’oggi ha abbandonato il gruppo del M5s al Senato, passando a Insieme per il futuro. Con questo passaggio, i senatori e le senatrici del M5s scendono a quota 61, lo stesso numero dei rappresentanti della Lega a Palazzo Madama.
(da agenzie)

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RESISTENZA IN UCRAINA: ATTENTATI CONTRO FUNZIONARI RUSSI E COLLABORAZIONISTI NELLE CITTA’ OCCUPATE DAGLI INVASORI, UCCISO IL SINDACO IMPOSTO DAI RUSSI

Luglio 14th, 2022 Riccardo Fucile

FORTE SENTIMENTO ANTI-RUSSO, PER I TRADITORI E’ SOLO QUESTIONE DI TEMPO

Attentati contro gli occupanti russi e i collaborazionisti, a testimonianza che siamo di fronte ad una vera e propria resistenza che agisce anche dietro le linee nemiche e che gode di appoggi da parte di quella parte di popolazione non filo-russa che non è fuggita.
Il sentimento di opposizione a Mosca nelle aree dell’Ucraina occupata «sta portando a prendere di mira funzionari russi e filo-russi» come testimonia l’uccisione lunedì scorso – mediante autobomba – del sindaco dell’amministrazione nominata dagli occupanti a Velykyy Burluk.
Lo scrive e ll’intelligence britannica nel consueto aggiornamento della situazione in Ucraina in cui definisce «probabile» una escalation degli attacchi contro i funzionari nominati da Mosca, «aumentando le già notevoli sfide che devono affrontare gli occupanti russi e potenzialmente aumentando la pressione sulle formazioni militari e sulle forze di sicurezza».
In questo contesto – scrive l’intelligence di Londra – «la Russia continua a cercare di minare la legittimità dello stato ucraino e consolidare il proprio governo e il controllo amministrativo sulle parti occupate» del paese, come dimostra «l’iniziativa per gemellare città e regioni russe e ucraine» per dare vita ad amministrazioni locali `postbelliche´. Significativo anche il decreto varato che punta a «rendere più facile per gli ucraini ottenere la cittadinanza russa».
(da agenzie)

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IL RISTORATORE ROMANO CHE OFFRE UNA CENA A UN’AMBULANTE E SUO FIGLIO

Luglio 14th, 2022 Riccardo Fucile

IL GESTO DI SOLIDARIETA’ DEL TITOLARE DEL MATER PANTHEON, UNA PIZZERIA DEL CENTRO: “QUALCUNO SI STUPISCE? PER ME E’ LA NORMALITA’, E’ UN ATTO UMANO”

Li ha visti passare nel cuore della notte capitolina davanti al suo locale, una pizzeria nel centro di Roma. Lei stava camminando, con i suoi braccialetti e le sue collane da vendere per le strade della capitale, accompagnata come sempre da suo figlio, stretto in una fascia legata alle spalle della donna.
Il piccolo, nonostante la tarda ora, non aveva ancora cenato e la madre non aveva i soldi per comprare qualcosa per riempire i loro stomaci. E allora Daniele Pasquali, titolare e gestore di un locale nella zona del Pantheon, ha deciso di offrire loro la cena
Un gesto di solidarietà e di umanità. A scattare la foto è stato un cliente del locale che ha voluto omaggiare il titolare del Mater Pantheon per quel suo aiuto dato a quella venditrice ambulante. E nel giro di poche ore, quello scatto è stato condivido sui social.
Lo stesso Daniele Pasquali, come riportata il quotidiano La Repubblica, ha commentato così quanto accaduto:
“Le ho chiesto se il bambino, che era sveglio, avesse mangiato. Era mezzanotte, forse mezzanotte e mezza e il piccolo non aveva ancora messo qualcosa sotto ai denti. Così le ho offerto della pizza. Mi è sembrato un gesto normale, naturale. La ragazza lavora sempre qui intorno, ogni tanto le compro un braccialetto, la conosco insomma. È stato un atto umano, a quanto pare stupisce, per me è la normalità e mi auguro possa diventarlo davvero per tutti”.
Alcuni tranci di pizza e altri prodotti per saziare la fame della madre e del figlio che avevano affrontato una lunga giornata per le vie di Roma, nel tentativo di vendere collane, braccialetti e portachiavi ai passanti.
Il titolare della pizzeria non voleva che quella foto finisse sui social e fosse condivisa, proprio perché ha descritto quel gesto come “normalità”. Ovviamente, però, quello scatto è stato pubblicato su diverse pagine che hanno celebrato il comportamento del ristoratore.
(da agenzie)

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“NESSUNO NEL M5S HA VALUTATO L’IMPATTO DELLA CRISI DI GOVERNO SUI MERCATI FINANZIARI, CON LA CRISI RISCHIANO DI SALTARE GLI ADEMPIMENTI DI DICEMBRE DEL PNRR”

Luglio 14th, 2022 Riccardo Fucile

VERDERAMI: “DOPO BORIS JOHNSON, PUTIN VEDREBBE USCIRE DI SCENA ANCHE DRAGHI, I DUE PIÙ IMPORTANTI SOSTENITORI DELLA LINEA IN DIFESA DELL’UCRAINA”: MA CHE STRANO, EH?

Dopo la telefonata con Conte, Draghi non si era soffermato più di tanto a capire se il leader grillino stesse davvero lavorando per convincere in extremis i suoi a dare la fiducia al governo, o se la sua fosse solo tattica. E siccome «più delle parole valgono i comportamenti», era deciso ad attendere l’esito del voto di oggi al Senato.
Se il Movimento darà seguito alla decisione di uscire dall’Aula e non voterà insieme al resto della maggioranza il decreto Aiuti, il premier salirà al Quirinale e si dimetterà, formalizzando la richiesta che aveva già annunciato a Mattarella: non essere rinviato alle Camere.
Draghi rifiuta l’idea di gestire un «non governo», di trasformarsi nel premier di un gabinetto balneare qualsiasi, esposto negli ultimi mesi di mandato ad ulteriori agguati e nuovi ultimatum.
D’altronde è consapevole di essere vissuto dalla sua maggioranza come un intralcio: «Se i partiti potessero…», ha detto l’altro giorno troncando la battuta.
Chi lo ascoltava non ha avuto bisogno di sentire il resto della frase per intendere. Non è ancora chiaro come terminerà la legislatura, se il capo dello Stato chiederà a Draghi di restare a Palazzo Chigi per l’ordinaria amministrazione in vista delle urne.
Ma per quanto il premier ritenga che le forze politiche non siano ancora pronte alle elezioni, non ha calcolato la rapidità che mostrano quando in ballo c’è la loro sopravvivenza.
Infatti i partiti hanno iniziato a guardare al dopo Draghi, mentre Draghi non si è ancora dimesso. Nel Pd già si erano tenuti dei colloqui informali, durante i quali il segretario Letta auspicava si arrivasse alle elezioni «almeno dopo il varo della Finanziaria», mentre altri teorizzavano fosse meglio «andare al voto prima, per catalizzare i consensi».
Sapendo di avere poche possibilità di vincere, tentano almeno di pareggiare. Al punto che persino l’area da sempre ostile al premier sussurra che «se Draghi se la giocherà bene potrà tornare dopo le elezioni».
Sull’altro versante, i dirigenti più vicini alla Meloni hanno preso a fare i conti sui collegi, mentre i leader del centrodestra – come d’incanto – dopo un anno di liti furibonde hanno uniformato il tenore delle dichiarazioni.
Ieri la differenza tra Salvini e Berlusconi sugli sviluppi della crisi era solo tattica. Se il Cavaliere alla Stampa aveva detto di essere favorevole a un altro governo Draghi senza M5S, è perché voleva tendere una trappola ai grillini: spingerli a rompere con il governo, lasciar credere che non avrebbero pagato dazio con le urne, per poi virare verso il voto.
Che in fondo è la soluzione auspicata da tutte le forze della coalizione: le elezioni impediscono la nascita di un rassemblement al centro e soprattutto evitano che si avvii il confronto per la modifica del sistema di voto. Con il Rosatellum pensano di avere la vittoria (e Palazzo Chigi) già in mano. Persino nell’ala irriducibile dei Cinqustelle le urne vengono viste come il male minore, visto che «almeno qualche seggio al Senato potremo pensare di conquistarlo». E tanto basta per descrivere la disperazione di chi quattro anni fa era entrato in Parlamento al seguito della maggiore forza nazionale.
D’altronde è stato questo il tenore delle discussioni tra i grillini in questi giorni. Durante le riunioni del Movimento, nessun rappresentante dell’ala oltranzista – da quel che si è venuto a sapere – ha valutato nelle sue analisi l’impatto della crisi di governo sui mercati finanziari e sugli equilibri geopolitici in questo contesto di crisi internazionale.
Analisi che invece sono al centro delle valutazioni nel governo, perché «nel giro di pochi giorni – dopo il capo del governo inglese – Putin vedrebbe uscire di scena anche il capo del governo italiano. Certo, Johnson e Draghi sono personalità molto diverse, ma sono stati i più importanti sostenitori della linea atlantista, in difesa dell’Ucraina dall’aggressione russa».
Ed è persino complicato spiegarlo ai partner europei, che – come racconta una fonte accreditata di Palazzo Chigi – fino al pomeriggio di ieri «non si erano resi conto della gravità della situazione politica a Roma». Proprio per questo nel Pd c’è chi – maledicendo la «linea suicida del campo largo» – confida ancora che Draghi si ravveda, «speriamo che venga chiamato da Washington e da Bruxelles e che magari lo convincano a restare. Perché con la crisi rischiano di saltare gli adempimenti di dicembre del Pnrr. Quanto a noi verremo additati in Europa come quelli che si erano messi con i populisti».
Che Draghi cambi idea appare complicato. Eppoi i partiti hanno già iniziato a fare altri calcoli, sui candidati, sui collegi, sulla data delle elezioni. È il Palazzo che balla sulle sue macerie.
Francesco Verderami
(da il “Corriere della Sera”)

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COMUNQUE VADA, UNA COSA È CERTA: CONTE CI PERDE LA FACCIA E CERTIFICA LA VOCAZIONE TAFAZZIANA DEL M5S

Luglio 14th, 2022 Riccardo Fucile

SE FA CADERE IL GOVERNO SARÀ BOLLATO COME IRRESPONSABILE, SE RICUCE CON DRAGHI DA PAVIDO CACADUBBI… IL M5S NON E’ CALATO NEI SONDAGGI PER “COLPA DELL’APPOGGIO A DRAGHI”, META’ DEI VOTI LI HA PERSI PRIMA PER UNA GESTIONE FALLIMENTARE

Se il Conte uno era per autodichiarazione il premier del «populismo gentile» e il Conte due per definizione di Nicola Zingaretti (poi revocata) il «fortissimo punto di riferimento dei progressisti», il Conte tre aspetta ancora qualcuno che battezzi autorevolmente la sua nuova fase con un’immagine più generosa di quella che ne dà in privato lo scissionista Luigi Di Maio: «L’aspirante Di Battista».
Non aiuta, a scolpire il segno della nuova stagione contiana da capo politico del M5S, l’indecisione con cui in queste ore l’ex presidente del Consiglio veste e sveste i panni del barricadero, la fiducia al governo in Aula no, ma l’uscita dalla maggioranza nemmeno, però non siamo qui a portare l’acqua a Draghi e al Pd, e tuttavia la nostra responsabilità non verrà meno, purché resti chiaro che siamo contro il mainstream , e i poteri forti contro di noi.
Del resto, non è facile affrontare una giornata nella quale alle otto del mattino bisogna far sfogare gli umori dell’indecifrabile Consiglio nazionale 5S, all’ora di pranzo rassicurare Sergio Mattarella che non si vuole portare il Paese allo sbando, alle quattro del pomeriggio cercare da Mario Draghi una scappatoia che insieme salvi faccia, la propria, e governo, e infine alle nove della sera assicurare all’inflessibile senatrice e vicepresidente Paola Taverna che il partito non arretrerà di un millimetro dalle proprie ragioni.
Il tutto sperando che il giorno dopo Marco Travaglio non resti deluso dalla performance e Di Battista, quello vero, non faccia altre battute sarcastiche sul Movimento che cala le braghe («E anche oggi il M5S esce dal governo domani», è l’ultima di qualche giorno fa).
Voti la fiducia a Draghi e secedono un pugno di senatori. Non la voti e si scinde un plotone di deputati. Se fai il Conte due, ti tirano le pietre, se fai il Conte tre, pure.
L’ex presidente del Consiglio, sempre molto attento alla sua fortuna critica, è consapevole che comunque vada la sua immagine pubblica non resterà immacolata agli occhi di tutti, tanto che ieri, mentre arzigogolava sulla formula dello spericolato compromesso per non votare la fiducia oggi in Senato pur restando comunque al governo, già prevedeva amaro: «Mi immagino le ironie, lo so cosa dirà qualcuno adesso, che sono un temporeggiatore, ma io sono una persona responsabile».
E allora ecco il Conte governativo che aspetta appunto «un segnale da Draghi» cosicché il Conte tribuno possa rivendere all’assemblea dei parlamentari e alla ormai ristretta platea degli elettori una narrazione consona al partito fondato con un vaffa, lo scalpo dell’ex banchiere che ha ceduto alle richieste dei rappresentanti del popolo.
Uscire salvo da questa crisi-non crisi è arduo, anche perché a furia di affastellare ragioni per lasciare Draghi al suo destino, prima le armi all’Ucraina, poi la presunta offesa del premier che chiede la testa del leader a Grillo, ma anche i maltrattamenti al superbonus, la mancata difesa del reddito di cittadinanza, il salario minimo, però nella versione del programma M5S, guai se è quello di Andrea Orlando, nessuno ha più capito bene dove fosse per Conte il problema vero e quindi per Draghi la possibile soluzione.
Azzeccare la combinazione di parole e opere necessaria a siglare la pace è diventato più difficile di un terno al lotto, come si direbbe in un sali e tabacchi della natìa Volturara Appula.
Enrico Letta, per una volta d’accordo con Matteo Salvini, ha parlato chiaro: se crolla tutto, si vota. Ma Conte a votare subito non ci pensa nemmeno e i suoi pur battaglieri senatori ancora meno. Vogliono segnare il punto e andare avanti. Fuori dal governo ma dentro al Parlamento. Come dice l’amico sociologo Domenico De Masi serve il tempo di fare un po’ di opposizione, recuperare due o tre punti percentuali e reimbarcare Di Battista.
Senza più Letta, nel caso, ma forse ancora con la benedizione laburista di Pier Luigi Bersani, gli scambi pensosi al telefono con Goffredo Bettini e la sintonia con il segretario della Cgil Maurizio Landini.
Caro Maurizio il tuo programma è il mio programma, è il senso dell’intervento di Conte al recente convegno romano del sindacato con tutti i leader del campo largo e, in fondo, tra i voti degli iscritti Cgil ha pescato il primo Berlusconi, hanno pescato Bossi e Salvini, perché non può essere il suo turno?
E Grillo che dice? Ognuno nel M5S dà una interpretazione diversa della linea di “Beppe”, a Conte pare importare il giusto, cioè poco, è qui a giocare la partita anche per dimostrare di non essere eterodiretto dal Garante, per provare che non è più il facente funzioni di nessuno, come il Conte uno che esordiente dai banchi del governo a Montecitorio sussurrava deferente a Di Maio: “Questo posso dirlo?” .
Subcomandante sì, ma solo nel senso chiapateco. Il primo Chiapas di lotta e forse, chissà, ancora di governo.
(da La Repubblica)

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DRAGHI E IL DILEMMA DELLE DIMISSIONI: L’ULTIMA MEDIAZIONE DI MATTARELLA E IPOTESI VOTO A SETTEMBRE

Luglio 14th, 2022 Riccardo Fucile

OGGI IL PREMIER PUO’ SALIRE AL COLLE: LA CRISI DI GOVERNO E LE POSSIBILI SOLUZIONI

Il Movimento 5 Stelle non parteciperà al voto sul Ddl Aiuti. E Mario Draghi è pronto a salire al Colle oggi stesso. Per dare le dimissioni. Lasciando così le decisioni finali sul governo a Mattarella.
Con l’ombra del voto a settembre (il 25) o a ottobre (il 10). E la possibilità di varare un esecutivo tecnico che scriva la legge di bilancio prima di portare il paese alle urne.
Sul fronte del Colle però la prospettiva è diversa. Il presidente della Repubblica pensa di poter rimandare il governo alle camere per un nuovo voto di fiducia. Che però rischia di aprire una fase nuova della maggioranza. Ma su questo il centrodestra è diviso. Da una parte Salvini dice che la Lega non resterà in un governo senza il M5s. Dall’altra Berlusconi vorrebbe andare avanti anche senza i grillini.
Cominciamo da Draghi. Ieri durante la telefonata con Giuseppe Conte ha spiegato al leader M5s che gli obiettivi che i grillini si prefiggono si possono raggiungere più facilmente restando in maggioranza invece che uscendone. Questo però è vero anche per lui.
Nel senso che se lascia ora tutti i dossier più importanti gestiti dal suo esecutivo (Il Pnrr, la politica energetica, la riforma delle tasse) verranno gestiti da altri. Forse da Daniele Franco, se sono vere le voci che danno il suo fedelissimo pronto a prendere il suo posto per un governo balneare. Forse proprio da quei politici che oggi vogliono cacciarlo da Palazzo Chigi. Per la decisione finale potrebbe non esserci fretta.
Nel senso che se davvero oggi Draghi salisse al Quirinale per dare le dimissioni, Mattarella potrebbe rinviare il governo alle camere per verificare la fiducia.
Il giorno decisivo a questo punto sarebbe martedì 19 luglio, ovvero il primo disponibile per un voto in Parlamento. Draghi potrebbe incassare la fiducia e andare avanti. Oppure concedere il bis che ha sempre negato finora. Con un rimpasto che tagli fuori i grillini dal governo, come ha chiesto Forza Italia.
Ma, spiega oggi La Stampa in un retroscena, non sarebbero queste le intenzioni di SuperMario. Attorno a lui, racconta Ilario Lombardo, si comincia a parlare di dimissioni e qualcuno ha messo in guardia i leader sulle sue reali intenzioni.
Per questo spunta la data del 10 ottobre per il voto anticipato. Anche perché il premier si è via via irrigidito anche dopo i blitz di Salvini. Quando diceva di non volersi infilare «in una tempesta di distinguo» intendeva proprio questo. Ovvero fare la pace con i 5s e trovarsi altre crepe in maggioranza.
Da parte sua Draghi non ha intenzione di tirare a campare. Francesco Verderami sul Corriere della Sera spiega che il premier non vuole mettersi a capo di un esecutivo “balneare”.
SuperMario rifiuta l’idea di gestire un “non governo”, spiega il quotidiano, e sa di essere vissuto dai partiti come un intralcio. «Se i partiti potessero…», ha detto qualche giorno fa senza finire la frase. Ma non ce n’era nemmeno bisogno. Il pronostico del quotidiano è che Draghi chiederà a Mattarella di non rinviarlo alle camere. Potrebbe restare per l’ordinaria amministrazione accompagnando il paese alle urne? Tecnicamente è possibile ma lui preferirebbe di no.
«Meglio tirare a campare che tirare le cuoia», diceva Andreotti. Draghi la pensa diversamente.
Anche secondo Repubblica il governo Draghi è ai titoli di coda. Il premier salirà al Colle dopo l’Aventino del M5s in quella che per il Quirinale è ancora una crisi extraparlamentare. E dipenderà da SuperMario cosa succederà subito dopo le eventuali dimissioni. Anche perché nel gennaio scorso, quando Conte era in bilico, Mattarella lasciò all’allora presidente del Consiglio la possibilità di andare avanti cercando voti tra i “Responsabili”.
Ma i beninformati vicino al premier escludono che lui voglia tirare a campare: «Se andasse avanti facendo finta di niente – spiegano – dal giorno dopo sarebbe il Vietnam, ognuno sarebbe legittimato a votare solo quello che gli aggrada: il governo sarebbe paralizzato, restare non avrebbe senso»
Un altro governo o le elezioni
Il Fatto invece riferisce che sul fronte del Colle gli scenari ufficialmente non si fanno. Ma rispetto all’indisponibilità di Draghi a un bis ci sono solo due soluzioni alternative. La prima è quella di mandare il paese al voto subito: le elezioni in questo caso sarebbero segnate per il 25 settembre. Così il nuovo esecutivo avrebbe (in teoria e solo in caso di rapidissima formazione) anche il tempo di fare la manovra.
La seconda, un governo sotto la guida di Franco, con il compito di fare la legge di Bilancio. Per poi portare il Paese al voto a febbraio.
Ma d’altro canto Mattarella è anche l’unico che può convincere Draghi a restare. La moral suasion del presidente della Repubblica è l’ultimo scoglio che frena il mare della crisi.
In questo il presidente è spalleggiato dal Partito Democratico. L’agenzia di stampa AdnKronos fa sapere che Enrico Letta è pronto a chiedere una verifica per capire se una maggioranza c’è ancora oppure no. La moral suasion tentata in ogni modo dai dem si è infranta con la decisione dell’Aventino messa nero su bianco da Conte davanti ai parlamentari pentastellati. Una scelta, si osserva dal Pd, che rimette in discussione molto cose. Un chiarimento che per il segretario del Pd andrà fatto in Parlamento.
Ogni forza della maggioranza qui dovrà assumersi le proprie responsabilità se continuare o meno l’esperienza di governo. E nel caso la fiducia venisse meno per il Pd, come già detto oggi da Letta davanti ai gruppi, la conseguenza logica sarebbero le elezioni.
(da Open)

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