Destra di Popolo.net

RIFIUTA DI FAR PAGARE 20 EURO DI GELATO CON IL BANCOMAT, IL CLIENTE LA DENUNCIA ALLA GUARDIA DI FINANZA

Luglio 16th, 2022 Riccardo Fucile

LA TITOLARE DI UNA GELATERIA DEL VICENTINO HA DOVUTO PAGARE UNA MULTA DI 30 EURO: ECCO LA PRIMA SANZIONE DOPO L’ENTRATA IN VIGORE DELL’OBBLIGO DEI PAGAMENTI ELETTRONICI NEGLI ESERCIZI COMMERCIALI

Rifiuta di far pagare 20 euro di gelato con il bancomat, il cliente la denuncia alla Guardia di Finanza, e così la titolare di un negozio del vicentino ha dovuto pagare una multa di 30 euro comminata dalla Prefettura.
Le Fiamme Gialle hanno così applicato l’entrata in vigore dell’obbligo dei pagamenti elettronici negli esercizi commerciali, scattata il 30 giugno scorso.
Nella gelateria di Brogliano (Vicenza), la titolare si era rifiutata di ricevere il pagamento mediante Pos da parte di un cliente, che si è rivolto al 117 del Comando Provinciale Gdf di Vicenza.
I militari della sezione di Arzignano (Vicenza) hanno contestato alla gelataia la violazione e hanno trasmesso il rapporto al Prefetto di Vicenza, competente per l’irrogazione della sanzione amministrativa, aumentata del 4% del valore della transazione.
L’obbligo di accettazione dei pagamenti con Pos – precisano le Fiamme Gialle vicentine – è indipendente dall’entità del corrispettivo, dalle modalità di svolgimento dell’attività e dalla natura dell’operatore economico.
La sanzione è dovuta alla mancata accettazione della richiesta del cliente di effettuare il pagamento “con carta”, e non per l’eventuale indisponibilità del Pos; non è applicabile nei casi di oggettiva impossibilità tecnica, per problemi di connettività o di malfunzionamenti tecnici.
(da agenzie)

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CONTE RIAPRE AL DIALOGO: “LA PARTITA E’ ANCORA APERTA”

Luglio 16th, 2022 Riccardo Fucile

IL M5S POTREBBE TORNARE A INSISTERE SUI NOVE PUNTI CONSEGNATI A DRAGHI… “SE C’E’ UNA RISPOSTA CHIARA” SI RESTA NELL’ALLEANZA (LA LINEA DEI GOVERNISTI)… ALLE 18,30 RIUNIONE CONGIUNTA DI DEPUTATI E SENATORI

«Risposte chiare sui temi che abbiamo posto». Sarebbe questa la posizione che sta prevalendo nell Consiglio nazionale del M5s, una riunione quasi permanente iniziata dopo l’annuncio di Giuseppe Conte di non votare la fiducia al governo guidato da Mario Draghi.
A riferirlo è l’agenzia stampa Adkronos che spiega come questa sia la linea del fronte governista.
L’obiettivo sarebbe quindi chiedere a Draghi risposte più concrete sulla lettera scritta da Conte con i nove punti su cui impegnarsi per continuare ad avere l’appoggio del M5s.
Il prossimo appuntamento è stato fissato alle 18.30, con la riunione dove saranno presenti deputati e senatori del Movimento.
La partita, in via di campo Marzio, è ancora aperta. Ma la linea che sembra prevalere al momento è questa.
(da agenzie)

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APPALTI E CORRUZIONE NEL CARROZZONE ANAS: INDAGATO TOMMASO VERDINI, IL FIGLIO DELL’EX PARLAMENTARE BERLUSCONIANO DENIS

Luglio 16th, 2022 Riccardo Fucile

L’INCHIESTA FA TREMARE LA POLITICA: NON È CHE POI SPUNTERANNO INTERCETTAZIONI DI VERDINI JUNIOR CON POLITICI IMPORTANTI A CUI CHIEDE FAVORI PER I DIRIGENTI DELL’ANAS INDAGATI CON LUI PER CORRUZIONE?… NELLA VICENDA COINVOLTO ANCHE IL LEGALE DI FRANCESCA VERDINI, COMPAGNA DI SALVINI

Tommaso Verdini, il figlio dell’ex parlamentare berlusconiano Denis, è indagato per corruzione e traffico di influenze in un’inchiesta dei pm di Roma sulla società pubblica Anas.
Il rampollo, a capo della società di lobbing Inver, è stato perquisito dalla Guardia di finanza lunedì, insieme all’ex ad Simonini e altri cinque alti dirigenti del colosso pubblico, indagati anche loro a vario titolo per traffico di influenze e corruzione.
L’inchiesta sta ricostruendo da mesi un sistema di consulenze e appalti pubblici banditi da Anas, società di stato che gestisce le arterie stradali del paese e che dal 2017 è sotto il controllo di Ferrovie dello stato (i cui manager sono del tutto estranei agli accertamenti investigativi).
Al centro della vicenda risulta esserci la Inver di Verdini junior, che ha sede nella prestigiosa via della Scrofa a Roma e che offre consulenze alle aziende impegnate nei lavori pubblici. Le consulenze nel mirino degli investigatori ottenute da Verdini valgono diverse centinaia di migliaia di euro. I detective della finanza hanno scoperto che attraverso Inver, Verdini attraeva imprenditori interessati a partecipare alle gare di Anas.
INFORMAZIONI PRIVILEGIATE
In pratica, secondo l’accusa, una volta ingaggiato come consulente, Verdini sarebbe riuscito a garantire alle aziende l’accesso a informazioni privilegiate e documentazione riservata relativa ai bandi di gara, in modo da “favorire” i clienti che partecipavano ai bandi. Per esempio forniva i dati sui capitolati, così da poter preparare le offerte nel miglior modo possibile.
Informazioni che sarebbero state veicolate a Verdini da un gruppo di alti dirigenti Anas, indagati per questo insieme al loro ex ad Simonini. Da quanto risulta a Domani, al momento non sono state individuate dagli inquirenti dazioni di denaro.
Tuttavia l’ipotesi è che il do ut des si sarebbe sostanziato nel fatto che Verdini junior avrebbe supportato i dirigenti della società pubblica per avanzamenti di carriera, promozioni o conferme di incarichi. Perciò l’indagine vuole provare a dare un nome alle sponde politiche del figlio di Denis, necessarie a ricompensare i dirigenti Anas che avrebbero aiutato illecitamente la società di lobby.
Nell’indagine sono stati acquisiti indizi di riunioni in diversi luoghi della capitale tra gli indagati. Una delle tesi di chi indaga, tutta da verificare, è che i protagonisti di questo sistema siano tutti legati tra loro e dai rapporti con la famiglia Verdini.
Abbiamo provato a contattare Tommaso tramite il padre per ottenere una replica, ma non abbiamo ricevuto a ora risposta. Dall’entourage di famiglia, però, spiegano a Domani che si tratta solo di un malinteso e che, «sia Tommaso Verdini che la società hanno sempre lavorato nel pieno rispetto delle regole». Vedremo a breve se i pm crederanno alla difesa oppure no.
IL PACCO DI VERDINI
Una prima conferma ai sospetti degli inquirenti sul sistema consulenze e appalti è arrivata grazie al sequestro di un pacco. Era stato spedito con il corriere da Verdini junior a Vito Bonsignore, già berlusconiano di ferro e oggi imprenditore nel settore strade, che lavora negli appalti pubblici pure con Anas. Cosa conteneva la scatola intercettata dai detective? Documentazione della società di stato che Verdini junior aveva recuperato e inviato a Bonsignore. Tutte informazioni riservate che nessuno dei due avrebbe potuto avere. Il sequestro è stato naturalmente notificato alle persone coinvolte.
Da qui i pm hanno ritenuto poi di procedere alle perquisizioni. Il giovane Verdini e l’esperto Bonsignore si conoscono anche per un altro grande affare. Fino alla fine del 2021 il figlio di Verdini è stato consigliere nella società autostrada Ragusa-Catania, partecipata proprio dalla holding di Bonsignore, costituita per realizzare la via di collegamento siciliana di cui parla da anni. Verdini junior è stato inserito nel consiglio di amministrazione della società «in considerazione della sua competenza e capacità» e per «implementare tutti i processi necessari comprese le procedure amministrative e autorizzative previste dalla normativa».
C’è poi un dato curioso, che mette in collegamento Bonsignore all’altro coindagato di Verdini: con l’autorizzazione del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) la società statale all’epoca amministrata da Simonini aveva deciso di versare 36 milioni a Bonsignore per i costi di progettazione dell’autostrada mai fatta. E pare che sia questa una delle motivazioni che ha spinto il governo Draghi a sostituire Simonini.
A difendere la scelta di Simonini, nominato in quel ruolo dal governo Conte I, fu l’allora ministro Cinque stelle dei Trasporti, Danilo Toninelli: «Non c’è stata alcuna cattiva gestione da parte di Simonini», aveva detto l’ex ministro, aggiungendo: «I passaggi sono stati decisi col supporto tecnico-giuridico dell’Anas».
IL LEGALE DI FRANCESCA VERDINI
La vicenda giudiziaria non coinvolge, ad ora, né Denis, né l’altra figlia Francesca, compagna del leader della Lega Matteo Salvini. Spulciando i documenti societari dei Verdini, però, è possibile evidenziare un sistema di rapporti, amicizie, legami familiari e d’affari interessante. Partiamo proprio da Inver, il nome dell’azienda sotto inchiesta.
Verdini junior detiene il 70 per cento della proprietà, ma tra i consiglieri troviamo anche Francesco Rizzo, lui stesso socio di Inver fino a maggio scorso con il 20 per cento del capitale. Rizzo è un giovane avvocato toscano, legatissimo ai Verdini. È, infatti, il legale di fiducia di Francesca, sorella di Tommaso.
Una volta vendute le quote di Inver, l’avvocato Rizzo è stato nominato alla fine di giugno nel consiglio di amministrazione della società pubblica-privata Sitaf, che gestisce il traforo del Frejus.
Il capitale è spartito tra i Gavio e Anas, quest’ultima al centro delle verifiche della Guardia di finanza nell’ambito dell’indagine su Verdini. Rizzo è stato peraltro collaboratore di Cosimo Ferri, pure lui legatissimo a Verdini padre.
(da editorialedomani)

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CONTE PAGA IL PREZZO DELLO STRAPPO, IL 74% DEI POST SU TWITTER SU DI LUI SONO NEGATIVI

Luglio 16th, 2022 Riccardo Fucile

L’ANALISI DI REPUTATION SCIENCE: RISALE DRAGHI

La crisi di governo sul web è cominciata tre giorni prima che Mario Draghi annunciasse le proprie dimissioni ed è poi esplosa nella giornata del 14 luglio, quando ha fatto registrare oltre 57 mila conversazioni. Questo uno dei dati dell’analisi di Reputation Science, società leader in Italia nell’analisi e gestione della reputazione, che ha analizzato anche il sentiment degli utenti Twitter in merito ai protagonisti della crisi. Giuseppe Conte paga il prezzo della crisi: il 74% dei tweet a lui riferiti ha infatti sentiment negativo, mentre le negatività sul presidente del Consiglio Mario Draghi si fermano al 39%.
Un rapporto, quello tra il Movimento 5 Stelle e Twitter, messo in crisi già dalla scissione del 21 giugno. La nascita del gruppo Insieme per il futuro – spiegano gli analisti di Reputation Science – ha infatti generato un’onda di critiche nei confronti dei tre leader del Movimento 5 Stelle, in particolare verso Luigi Di Maio, ora leader della nuova formazione politica (sentiment negativo al 70%).
Draghi e Conte al centro delle conversazioni web
Reputation Science ha analizzato le conversazioni online sulla crisi di governo. Un primo dato da evidenziare è che l’hashtag #crisidigoverno ha iniziato a circolare online tre giorni prima della crisi vera e propria: l’11 luglio si contavano già un migliaio di contenuti, con utenti che criticavano la possibile scelta di aprire una crisi governativa con le condizioni politiche ed economiche esistenti.
Il vero e proprio boom si è avuto il 14 luglio, con un picco di attenzione in tarda serata, quando il presidente del Consiglio ha annunciato le dimissioni, poi ‘congelate’ dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Dall’11 luglio a oggi sono quindi 86 mila i contenuti online contenenti l’hashtag #crisidigoverno, di cui 57 mila solo nelle 24 ore a cavallo tra 14 e 15 luglio.
Gli altri leader di partito
Protagonisti indiscussi delle ultime 24 ore sono stati il premier Draghi, che da solo ha ottenuto il 36% delle citazioni online tra tutti i leader politici, e il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte (19%). Allargando lo sguardo agli altri leader di partito, i due che più hanno fatto sentire la propria voce sono Matteo Renzi di Italia Via (11%) e Luigi Di Maio del nuovo gruppo Insieme per il futuro (11%). Quinto, con il 6% delle citazioni, il segretario del Partito democratico Enrico Letta.
Rispetto ad altre rilevazioni, l’analisi di Reputation Science segnala una diminuzione delle conversazioni intorno alle figure politiche del centrodestra: Matteo Salvini della Lega (5%), Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia (4%) e Silvio Berlusconi di Forza Italia (3%). Fanalini di coda Beppe Grillo, rimasto ai margini della vicenda, e Carlo Calenda di Azione, entrambi con il 2%.
Gli hashtag più utilizzati
Un tema messo in luce dall’analisi di Reputation Science è la nascita di hashtag per manifestare consenso e dissenso in merito alla crisi e alle figure coinvolte, già a partire dal 12 luglio. Quello che negli ultimi tre giorni ha riscosso maggior successo in Rete è #iostocondraghi, che nel periodo 12-15 luglio ha generato 17 mila tweet. Ma non è l’unico hashtag sulla figura del presidente del Consiglio dimissionario ad essere entrato in TT: nelle ultime 72 ore si segnala la presenza anche di #draghivattene (8,4 mila contenuti) e #avanticondraghi (1,3 mila), dagli orientamenti opposti. Tra il 14 e il 15 luglio, un altro hashtag ha avuto ‘fortuna’ su Twitter: è quello riferito al leader del M5S, #contefaischifo.
Questo, in particolare, ha avuto grande eco mediatica nelle ore in cui si consumava la crisi di governo, con un’impennata proprio nella sera del 14 luglio (7,2 mila). Sintomo di come gli utenti di Twitter non abbiano apprezzato sin da subito la decisione di mettere a rischio il governo Draghi.
Sentiment: il 74% dei tweet su Conte è negativo. Calano le negatività su Draghi
Qual è il sentiment della Rete associato ai protagonisti della crisi di Governo? Reputation Science ha analizzato le conversazioni Twitter delle ultime 24 ore per sondare le emozioni della Rete in riferimento alla crisi governativa messa in atto dal Movimento 5 Stelle.
Il sentiment associato al presidente del Consiglio dimissionario, nonostante le vicissitudini politiche, rimane per la maggior parte positivo: i commenti sono positivi o hanno carattere informativo nel 61% dei casi. Quattro commenti su dieci sono invece negativi (39%).
Una percentuale in calo rispetto all’ultima rilevazione di Reputation Science, che ad aprile aveva evidenziato come il 52% dei tweet sul premier Draghi avessero un sentiment negativo, complici anche gli attacchi della galassia Novax/filo Putin. Elemento che, seppur in misura minore, riemerge anche in questa analisi: tra i critici più feroci nei confronti del premier compare ancora l’account Twitter “Il Sofista”, già incontrato per le sue posizioni filo putiniane, contro il vaccino e contro il governo dell’ex Bce.
Conte paga il prezzo della crisi
Paga invece la crisi Giuseppe Conte, definito da alcuni utenti “un mediocre che rischia di far fuori un fuoriclasse come Draghi”. I tweet delle ultime 24 ore sul leader del Movimento 5 Stelle presentano un tasso di negatività del 74%, mentre solo un commento su dieci è positivo (9%) e il restante 17% è caratterizzato da un tono neutro/di carattere informativo.
Numerosi gli attacchi provenienti da partiti ed esponenti di primo piano di Italia Viva, Più Europa e Azione. Tra i contenuti che hanno raccolto maggior interesse su Twitter – e che hanno contribuito ad alimentare il dibattito e orientare la percezione nei confronti dell’ex premier – compaiono infatti gli attacchi di Francesco Bonifazi (I danni che Giuseppe Conte ha fatto a questo Paese sono enormi. Quello di far dimettere Draghi il peggiore di tutti – 2,6 mila reazioni), di Italia Viva (Orgogliosi di aver sostenuto Draghi e di aver mandato a casa Conte – 1,5 mila reazioni), di Più Europa (1,2 mila) e del suo segretario Benedetto della Vedova (900 reazioni), che hanno parlato di “totale irresponsabilità”, e di Azione e Carlo Calenda (600 reazioni).
L’opinione degli utenti sulla scissione del M5S
La ‘rottura’ tra gli utenti Twitter e la leadership del Movimento 5 stelle – spiegano gli analisti di Reputation Science – era in corso già da tempo. L’analisi delle conversazioni Twitter intorno alla scissione del Movimento e la fuga in avanti del gruppo Insieme per il futuro, datata 21 giugno, restituisce infatti un quadro secondo il quale mediamente solo il 7% dei contenuti era apertamente positivo nei confronti dei tre politici a 5 stelle, a fronte di un 30% di neutralità (tweet a carattere informativo) e del 63% di negatività, con toni anche molto spinti.
Nei giorni immediatamente successivi alla scissione di fine giugno, il politico che ha scontato il maggior numero di negatività su Twitter è Luigi Di Maio (70%): tra le opinioni più sferzanti sulla scissione da lui generata, hanno avuto grande eco mediatica gli editoriali di Marco Travaglio e gli interventi di Carlo Calenda. Anche per il fondatore del Movimento Beppe Grillo, nonostante su Twitter possa contare su 2,4 milioni di follower, un contenuto su due (50%) era negativo: la critica più diffusa è sicuramente quella di chi gli rinfaccia le parole sulla “vecchia politica”, accusandolo di essere diventato “come tutti gli altri”. Se la cavava leggermente meglio Giuseppe Conte (1,1 milioni di follower): su Twitter le negatività associate alla sua figura erano ‘solo’ il 45% del totale. I
l sentiment polarizzato deriva dall’esperienza governativa di Conte: molti sono, infatti, gli utenti che ancora lo criticano aspramente per quanto fatto quando era Presidente del Consiglio. Una percentuale di negatività che, in seguito alla crisi di governo messa in atto proprio dal Movimento 5 Stelle, è salita fino a toccare il 74% dei tweet che lo citano.
(da agenzie)

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NON SI SA SE SIA PIÙ DIFFICILE LA VITA DI CONTE CHE DEVE SEGUIRE I CONSIGLI DI TRAVAGLIO, O QUELLA DI TRAVAGLIO CHE DEVE DARE UN SENSO ALLA LINEA DI CONTE. MA QUESTO RAPPORTO FA PERDERE LUCIDITÀ A ENTRAMBI”

Luglio 16th, 2022 Riccardo Fucile

IL FOGLIO: “SECONDO TRAVAGLIO PRIMA DRAGHI HA COMPLOTTATO PER BUTTARE IL M5S FUORI DAL GOVERNO, POI HA COMPLOTTATO PER TENERE IL M5S NELL’ESECUTIVO, INFINE HA COMPLOTTATO PER CACCIARE SE STESSO DAL GOVERNO DANDO LA COLPA AL M5S”

In questo periodo è complicato dare consigli a Giuseppe Conte sulla linea da seguire ed è difficile spiegare la sua linea politica cercando di trovarci un senso. Fare le due cose insieme è invece un lavoro improbo che solo Marco Travaglio può fare. Da tempo il direttore del Fatto quotidiano incita il M5s a vendicarsi del “Conticidio”, che sarebbe il “golpe” che ha defenestrato Conte da Palazzo Chigi nel gennaio del 2021.
E’ il tarlo che rode entrambi, tanto da trasformare la linea del partito di maggioranza relativa in un piano di ritorno in stile Conte di Montecristo. Desiderio di rivalsa e sondaggi in calo, però, fanno vedere cospirazioni ovunque. L’attacco al governo, innescato dal Fatto, è partito dall’ipotesi che Draghi avesse tentato di disarcionare Conte dalla guida del M5s parlandone male con Beppe Grillo. Fallito il piano, dice Travaglio, Draghi ha complottato con Luigi Di Maio per pianificare una scissione in modo da rendere il M5s ininfluente e cacciare i grillini fuori dal governo.
Che poi, il supposto complotto Draghi-Di Maio coincida con i suggerimenti di Travaglio a Conte, ovvero uscire dal governo, non turba il direttore che si troverebbe a operare in concorso esterno con il golpe. Ma quando Draghi ha detto chiaramente che non c’è un suo governo senza il M5s, Travaglio ha scoperto l’ennesima trama del premier, opposta a quella precedente: Draghi ricatta Conte per trattenere il M5s nel governo. Alla fine, dopo che il M5s non ha votato la fiducia al governo di cui fa parte e Draghi si è logicamente dimesso, il consigliori di Conte ha sentenziato: “Draghi si è sfiduciato da solo” perché “cercava la fuga” da tempo.
In sostanza, prima Draghi ha complottato per buttare il M5s fuori dal governo, poi ha complottato per tenere il M5s nel governo, infine ha complottato per cacciare se stesso dal governo dando la colpa al M5s. Non si sa se sia più difficile la vita di Conte che deve seguire i consigli di Travaglio, o quella di Travaglio che deve dare un senso alla linea di Conte. Ma questo rapporto pare faccia perdere lucidità a entrambi.
(da il Foglio)

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DIETRO ALLO STRAPPO E ALLE PAGLIACCIATE PORTATE AVANTI DA CONTE C’È UNO STRANO TRIO: IL REDIVIVO ROCCO CASALINO, LA BARRICADERA PAOLA TAVERNA E L’EX ATTORE TEATRALE RICCARDO RICCIARDI

Luglio 16th, 2022 Riccardo Fucile

LA MANO DI CASALINO ANCHE DIETRO L’INDISCREZIONE SUL M5S PRONTO A RITIRARE I MINISTRI

“Ma ti rendi conto? L’incidente di Sarajevo! C’è la guerra e Letta parla di pistole, è anche irrispettoso…”. Rocco Casalino era furioso mentre esprimeva a un parlamentare 5S tutto il disappunto sull’esempio usato dal segretario del Pd per rappresentare le conseguenze dello strappo di Conte.
Dipendesse da Casalino, non ci sarebbe da esitare un secondo: via dal governo, via dal campo largo. Dopo mesi di basso profilo, sembra tornato il Casalino dei vecchi tempi, quello che teneva i dem e Draghi sul gozzo più di quelli che storcevano il naso sui suoi esordi al Grande fratello.
Tutte le cronache interne al Movimento concordano sul fatto che l’ex portavoce di Conte a Palazzo Chigi non perda occasione per consigliare al leader di tenere una linea inflessibile. Casalino insieme a due vice di Conte, la senatrice Paola Taverna e il deputato Riccardo Ricciardi. Il triumvirato dello strappo, la trimurti dell’antidraghismo e del ritorno all’opposizione.
Uno strano trio anche per estrazione politica.
Taverna è una che ha sempre detestato la sinistra, era più a suo agio nel governo con la Lega, al contrario Ricciardi è un Fratoianni del Movimento, uno che contesta Draghi per convinzione ideologica ma, a differenza di Di Battista, il Movimento lo vede senz’altro nel campo opposto alla destra.
Questa vocazione non ha scoraggiato Casalino, maestro di pragmatismo, dal puntare su di lui. Ricciardi, un passato da giovane attore teatrale, è tra i grillini più spigliati e telegenici. “In tv ci deve andare lui”, suggerì Rocco che, dopo la caduta del Conte bis, nei mesi della sua personale traversata nel deserto, ha lavorato per aumentare la visibilità del vicepresidente.
Irritando non poco Luigi Di Maio, bersaglio frequente delle polemiche di Ricciardi, che non a caso è stato il più lesto a chiederne l’espulsione, proprio su Repubblica, pochi giorni prima che il ministro degli Esteri se ne andasse dal M5S.
Nei gruppi parlamentari è di nuovo tutto un “Rocco dice che”, “qui c’è la mano di Rocco”, “ora Rocco fa uscire lo spin” (lo spin, per i non addetti ai lavori, è il tentativo di orientare il dibattito e l’informazione con una velina dettata alle agenzie di stampa).
Ieri mattina, per esempio, erano tutti convinti che ci fosse la mano di Casalino dietro l’indiscrezione secondo la quale il M5S era pronto a ritirare i propri ministri ancora prima di mercoledì, quando Mario Draghi parlerà alle Camere.
Raccontano nel Movimento che i triumviri abbiano cercato di forzare la mano, presentando come già presa una decisione che era stata solo discussa nel corso della riunione notturna del Consiglio nazionale e di una più ristretta seduta mattutina di Conte con i ministri e i sottosegretari (contrari a rompere).
Certo è che l’ex premier ha chiesto di smentire la notizia del ritiro dei ministri un paio d’ore dopo. “Allo stesso Casalino che l’aveva diffusa”, giurano quei 5S che a uscire dal governo non ci pensano proprio. Ma per Casalino sono solo malignità, tanto che nel pomeriggio si è attaccato al telefono con parlamentari e giornalisti per capire chi avesse fatto uscire la notizia.
Un’indagine interna come quelle dei tempi del Sacro Blog e del magistero casaleggiano, quando l’identificazione del colpevole di una soffiata si chiudeva con la condanna all’oscuramento mediatico.
Ora non c’è tempo di pensare a purghe e rese dei conti, dà già abbastanza da fare lo scontro tra barricaderi e governisti, questi ultimi – maggioranza nel gruppo alla Camera – consapevoli di quanto alto sia il rischio di non tornare in autunno sul proprio scranno in caso di voto anticipato. Un problema estraneo a Casalino che, cascasse il mondo, è sicuro della candidatura alle politiche e realisticamente pure dell’elezione.
Un po’ meno sicura della candidatura è Taverna, che deve sempre fare i conti con la rogna del limite dei due mandati, ultimo dogma grillino ancora intonso. Taverna non vuol sentir parlare di fine corsa.
Quando, qualche settimana fa, Conte annunciò che in estate si sarebbe tenuto il referendum tra gli iscritti per decidere sulla conferma della regola si presentò nell’ufficio di Conte alla sede nazionale del Movimento, a due passi da Montecitorio, e le sue urla in romanesco si sentirono su tutto il piano: “Me dovevi almeno avvertì!”.
Taverna, del resto, voleva strigliare pure Beppe Grillo, reo di aver detto che il limite dei due mandati non si tocca, poi il post pubblicato su Internet contro il fondatore (“Non è tuo il Movimento”) fu cancellato e attribuito a una inverosimile svista dello staff.
La vita della vicepresidente del Senato nel M5S è intessuta di una fitta rete di alleanze e inimicizie assolute, come quella con la sua capogruppo in Senato Maria Domenica Castellone, memorabili alcune loro litigate in pubblico, ora è molto vicina a Roberta Lombardi, l’anti-Raggi, che pure molti grillini continuano a considerare – a dispetto dei risultati da sindaca di Roma – la principale aspirante al posto di Conte.
Ma almeno sul no al termovalorizzatore di Roma sono tutti d’accordo e, in fondo, è grazie al pretesto romano che il triumvirato è riuscito a portare il M5S sulla soglia dell’agognata opposizione.
Lo spin, per intenderci, è preso pari pari dalle indimenticabili campagne mediatiche della Forza Italia d’annata: arrivava la velina e tutti gli azzurri da bravi soldatini dovevano ripetere la parola d’ordine settimanale.
Ora basta un sms, ma i 5stelle si confermano una versione estrema della creatura di Berlusconi che, anche lui, assommava personaggi delle provenienze più variegate.
Il populismo mediatico è questo: ripetere una sciocchezza plausibile fino a farla diventare dogma. Poi ovviamente succede che, nell’assoluta assenza di logica e idee, gli slogan prendano la mano. E a quel punto, per l’allegra banda rossobruna, diventino realtà.
(da La Repubblica)

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NEANCHE A CASA LO VOGLIONO PIU’: IERI SERA DOPO AVER LASCIATO LA SEDE DEL MOVIMENTO 5 STELLE, GIUSEPPE CONTE SI È INCAMMINATO A PIEDI VERSO CASA MA, UNA VOLTA ARRIVATO AL PORTONE, HA CITOFONATO E NESSUNO GLI HA APERTO

Luglio 16th, 2022 Riccardo Fucile

DOPO ALCUNI MINUTI DI ATTESA E GRANDE IMBARAZZO, È ANDATO VIA IN AUTO

Un Giuseppe Conte un po’ interdetto in piedi davanti a un portone, sullo sfondo Trinità dei Monti.
Si guarda intorno, si sistema la giacca, incrocia le braccia. Poi, dopo alcuni minuti di attesa che davanti alle telecamere sembrano essere
interminabili, fa cenno alla guardia del corpo e rientra in macchina.
Ieri sera, 15 luglio, al leader pentastellato nessuno avrebbe aperto la porta di casa, costringendolo alla ritirata.
A riportarlo è l’agenzia di stampa Alanews, secondo la quale il presidente del M5s, lasciata la sede del Movimento, si è incamminato verso casa seguito dai cronisti.
Una volta arrivato davanti al portone, nessuno avrebbe risposto alla sua richiesta di entrare nell’edificio, lasciandolo in balia dell’imbarazzo di un’ironica coincidenza. E allora lui è andato via in auto.
(da agenzie)

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UNA TELEFONATA POTREBBE FAR CAMBIARE IDEA A DRAGHI SULLE DIMISSIONI

Luglio 16th, 2022 Riccardo Fucile

C’E’ UNO SPIRAGLIO CHE VIAGGIA SU UNA DIREZIONE INTERNAZIONALE: EUROPA E USA

Una telefonata allunga la vita. Ma nel caso del governo Draghi dovrebbe avere un prefisso internazionale. Mentre la crisi italiana diventa un affare europeo e mondiale le elezioni sono uno scenario sempre più vicino, il presidente del Consiglio è sempre più lontano da Palazzo Chigi.
Gli occhi sono puntati su mercoledì 20 luglio: è il giorno in cui Mario Draghi si presenterà in Senato. Ad oggi, per definire irrevocabili le dimissioni date giovedì in consiglio dei ministri e respinte da Mattarella. Ma affinché la storia abbia un happy end c’è ancora uno spiraglio. Che viaggia su due direzioni distinte. La prima sono le repliche dei partiti al discorso che SuperMario sta preparando. Se dovesse registrare un atteggiamento diverso il premier potrebbe ripensarci. La seconda direzione è invece internazionale. E passa per un colloquio con chi potrebbe convincerlo a riprovarci.
Tenere duro sì ma come?
Un retroscena de La Stampa racconta oggi che alla camera ardente di Eugenio Scalfari il premier è stato avvicinato da un suo sostenitore. «Tenga duro, presidente», gli ha detto. La risposta è stata perfettamente alla Draghi: «Cosa intende? Tenga duro e faccia marcia indietro dalla mia decisione? Oppure tenere duro e confermare le dimissioni?». La verità è che il premier non crede molto nei “tempi supplementari” evocati dal più draghiano dei leghisti, ovvero Giancarlo Giorgetti. Per lui la partita è finita. Anche perché, come ha ricordato Open, c’è il fantasma di un altro SuperMario. Fu Monti a essere chiamato come l’uomo della provvidenza per salvare il paese in quel novembre 2011 in cui sembrava che la crisi dello spread dovesse spazzare via tutto. Lo stesso Monti che un anno dopo venne mollato da tutti i partiti alla vigilia delle elezioni.
Fino a passare per quello che i danni li aveva fatti.
Certo, fa notare Ilario Lombardo, Draghi ha ben presente che «il governo ha ancora cose da fare». Una è il decreto “corposo” di fine luglio che dovrebbe tagliare il cuneo fiscale e confermare gli aiuti su benzina e bollette. Secondo i retroscena la dotazione del provvedimento è cresciuta da 10 a 23 miliardi.
Arrivati dalla Ragioneria dello Stato e che servirebbero per rendere più corposo il taglio delle tasse in busta paga. E, sorpresa, il governo ha intenzione di procedere in ogni caso. Anche se fosse dimissionario. Ma confermando soltanto gli sconti per il carburante e l’energia. Il suo orientamento per mercoledì invece è di mettersi in ascolto. Dei partiti e delle repliche dei leader al loro discorso. Se sapranno convincerlo, è il ragionamento, potrebbe ripensarci. Altrimenti?
Washington e Ue
Altrimenti ci sono le elezioni. In programma per l’ultima settimana di settembre o per la prima di ottobre. Per consentire all’eventuale nuovo governo uno spiraglio temporale per fare la legge di bilancio 2023 ed evitare l’esercizio provvisorio. Questo, ovviamente, se e soltanto se le urne avessero un esito chiaro e inequivocabile. Perché se succedesse quello che è successo nel 2018 allora bisognerebbe attendere il 2024 per avere un nuovo governo in carica. Intanto però il Corriere della Sera tratteggia un altro scenario. Quello in cui il premier potrebbe convincersi a restare soltanto se una telefonata internazionale gli facesse cambiare idea.
Di chi? Da Washington o dall’Europa, è il ragionamento. Una conversazione con Emmanuel Macron è stata già programmata (e forse potrebbe essere già avvenuta nel frattempo). Ma se si svolgerà, sarà fuori dal cerimoniale diplomatico.
Sì, perché Draghi da sempre usa il suo cellulare quando deve sentire gli altri capi di Stato. D’altro canto in tutto l’Occidente si esprime preoccupazione per il possibile addio del premier. E non solo per le possibili conseguenze sulla tenuta economica dell’Italia. Roma, dall’inizio della guerra in Ucraina, si è schierata con nettezza con la Commissione Ue nel sostegno, anche militare, a Kiev. In un momento in cui le istituzioni europee temono che, tra la popolazione del Vecchio continente, possa serpeggiare una certa stanchezza nel supporto all’Ucraina e una certa riottosità al sacrificio economico, la perdita di un uomo come Draghi assume ancora più rilevanza.
Comunicazioni in anticipo?
Intanto il premier lunedì volerà ad Algeri con una pattuglia di ministri, per chiudere una serie di accordi con gli algerini non solo in materia di gas. Una missione inizialmente prevista in due giorni. Invece, come ha fatto sapere l’esecutivo ieri, si ridurrà a un giorno solo. Alimentando così le ipotesi di un anticipo delle sue comunicazioni che invece dovrebbero rimanere fissate a mercoledì. Una volta spiegate le sue ragioni, e rivendicato il tanto lavoro fatto in 17 mesi per far fronte alla pandemia, e poi alla guerra e alle sue conseguenze economiche, il premier salirà al Colle, questo lo schema, per rassegnare le sue dimissioni. Senza aspettare il voto.
Ma chi porterà il paese alle elezioni? L’ipotesi di un “traghettatore” nei panni dell’attuale ministro dell’Economia Daniele Franco per arrivare almeno a fine anno e mettere in sicurezza i conti non avrebbe trovato sostegno tra le forze politiche. «Se non ci è riuscito Draghi – osserva più di un parlamentare con l’agenzia di stampa Ansa – impossibile che ce la faccia Franco, nessuno ci starebbe». Avere Draghi fino all’autunno, osserva un senatore, resta comunque una «garanzia». Per andare al voto e correre poi per avere Camere e governo nel pieno delle funzioni almeno attorno alla metà di novembre. E consentire così di varare una manovra, anche «light». Scongiurando l’esercizio provvisorio.
(da La Stampa)

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LA MOSSA DISPERATA DI CONTE: UN DRAGHI BIS SENZA M5S PER PRENDERE TEMPO E GUADAGNARE VOTI STANDO ALL’OPPOSIZIONE

Luglio 16th, 2022 Riccardo Fucile

MA RIFIUTANDOSI DI DIMETTERSI I MINISTRI M5S HANNO BLOCCATO L’OPERAZIONE

Quattro giorni al D-Day e il quadro resta pieno di incognite, anche se si fanno sempre più visibili le mosse dei giocatori.
Paradossalmente quello che nelle ultime 24 ore ha lavorato di più per l’ipotesi di un Draghi bis senza i 5 Stelle è stato proprio il leader del Movimento, Giuseppe Conte.
Infatti l’idea di ritirare i suoi ministri dal governo prima delle comunicazioni di Draghi di mercoledì prossimo aveva lo scopo (neanche tanto difficile da scoprire) di provocare le condizioni per salvare capra e cavoli: far nascere un governo senza il Movimento, così da permettere alla legislatura di andare avanti fino in fondo, e al contempo garantire ai 5 stelle un adeguato periodo di opposizione, per ripresentarsi con un volto di nuova combattività agli elettori.
Come si sa Il no di Patuanelli, D’Incà e Dadone ha tolto corpo – almeno per ora – a questa mossa. Ma almeno ha messo in chiaro la strategia di Conte: rigenerare il movimento facendo opposizione almeno all’ultimo governo di questa legislatura (dopo essere stata l’unica forza presente in tutti gli altri tre).
Non sembri solo una mossa della disperazione di Conte: in realtà sull’idea del Draghi bis senza i 5 stelle (o magari con la permanenza di uno o due degli attuali ministri del movimento) sta puntando anche Enrico Letta e con lui i leader di tutte quelle forze politiche che temono il voto in autunno, e non sono pochi.
Perché in questa situazione ovviamente il centro-sinistra senza “campo largo” andrebbe al suicidio, e perché dall’altra parte Salvini e Berlusconi consegnerebbero il centro-destra e Palazzo Chigi a Giorgia Meloni.
Un governo Draghi bis porterebbe in dote a tutte queste forze anti voto in autunno la possibilità e il tempo per rimettere mano alla legge elettorale. Strategie chiare (anche se ovviamente non enunciabili in questi termini) che però devono fare i conti con ostacoli non da poco: la indisponibilità perdurante di Draghi, la richiesta di linearità del percorso istituzionale di Mattarella e ovviamente la spinta di chi alle elezioni ci vorrebbe andare il prima possibile. A cominciare ovviamente da Giorgia Meloni, ben decisa a giocarsi con forza tutte le sue carte. A favore del voto in autunno c’è anche la facile previsione che molti fanno su quanto sarebbe difficile la navigazione dell’ultimo governo della legislatura, e non solo per le opposizioni concentriche di Fratelli d’Italia e Movimento 5 Stelle. Dietro la safety car di Draghi tanti piloti, primo tra tutti Salvini, avrebbero la necessità vitale di enfatizzare temi e obiettivi cari al loro elettorato
(da Open)

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