Luglio 16th, 2022 Riccardo Fucile
BLITZ DI CRIPPA, CAPOGRUPPO ALLA CAMERA, CHE CONVOCA PER OGGI LA RIUNIONE DEI DEPUTATI: LA PATTUGLIA DEI GOVERNISTI FA PESARE I SUOI NUMERI
Tutti contro tutti: i ministri contro i falchi, i deputati contro i senatori, Giuseppe Conte in mezzo agli spasmi di un partito che è una polveriera e dove all’improvviso si è capito l’effetto raggiunto: di questo passo non si va all’opposizione, ma direttamente al voto anticipato.
Un dramma per decine e decine di eletti che non torneranno mai più nei palazzi. «Il voto non lo temiamo. Se ci si arriverà, saremo pronti», rassicura invece Conte.
Ma ad aggiungere malumore c’è la distanza ravvicinata di Luigi Di Maio, uscito dai 5 Stelle e con dentro le sue sentinelle e pure qualche rimpianto addosso: con tutti i suoi parlamentari che lo hanno seguito in Insieme per il futuro oggi come oggi il ministro degli Esteri avrebbe potuto ribaltare gli equilibri del Movimento e allora sì davvero salvare il governo.
Lui, da fuori, martella: non parla più di M5S, lo chiama «il partito di Conte», passa di radio in tv, sparge fiele, «sta colpendo il governo per vendetta contro qualcuno».
E così in via di Campo Marzio il risveglio post-dimissioni di Mario Draghi è amaro, si fa vedere anche Olivia Palladino, la compagna di Conte.
Nelle riunioni fiume, informali ma anche ufficiali con il Consiglio nazionale, si alza spesso la voce. L’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è uno di quelli che si inalbera parlando ai compagni di partito, «se l’obiettivo di tutta questa operazione era uscire dal governo allora bisognava dirlo chiaramente, invece di fare tutte queste manfrine».
Raccontano su tutte le furie anche il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, quando sul tavolo delle possibilità viene messa anche quella di ritirare i membri del governo già lunedì, prima del discorso in aula del presidente del Consiglio.
Esponente di vecchia data del M5S, quasi curiale nei modi, stavolta è invece inferocito, «non esiste, se me lo chiederete risponderò di no». In mezzo a tutto questo Conte ondeggia, gli prende un coccolone quando scopre che Davide Crippa, il capogruppo alla Camera, convoca per oggi un’assemblea dei deputati. Così, in autonomia.
È il tentativo di far pesare il gruppo a Montecitorio, organizzare una falange governista da contrapporre ai senatori barricaderi e ai vicepresidenti che tifano per lo strappo.
«Non potete cascare dal pero, che l’inceneritore fosse la nostra linea rossa l’abbiamo detto a maggio, era tutto detto in chiaro», ha ricordato invece uno dei vice, Michele Gubitosa. Ma al di là delle colpe, ormai è tutto un fiume di sospetti e a volte rancori personali, «i vice — accusa un 5 Stelle di primo piano — la fanno facile, tanto sono sicuri di essere ricandidati e rieletti, che gli frega a loro…».
Chiunque esprima un dubbio, invece, è già virtualmente iscritto al fronte dimaiano. Al tutto va aggiunto il tocco comico, con Riccardo Fraccaro, altro ex ministro, che sul proprio profilo Whatsapp pubblica un fotomontaggio con Giuseppe Conte in versione Matteo Salvini al Papeete, quando fece cadere il governo gialloverde; poi lo cancella, ma è tardi perché ormai lo screenshot gira di chat e in chat e allora scoppiato il mini-caso Fraccaro fa sapere di aver condiviso quell’immagine per sbaglio, e non si capisce se è peggio che la versione sia di comodo o se si tratti della verità.
Dopodiché, qualsiasi decisione arriverà alla fine delle maratone di riunioni, la si potrebbe sottoporre alla consultazione degli iscritti online. Del resto accadde per il sì al governo Draghi, per il sì al Conte uno e per il sì al Conte due.
Certo è che coinvolgere la base avrebbe un esito praticamente scontato, nell’inner circle dell’ex presidente del Consiglio non è passato inosservato il sentiment sotto alla diretta del suo annuncio, tre giorni fa, di non votare la fiducia sul decreto aiuti. Una schiacchiante maggioranza di soddisfatti, loro sì — a differenza dei maggiorenti del partito persi in grandi strategie — ben coscienti di quanto stava accadendo: con quell’atto si stava staccando la spina al governo Draghi.
(da agenzie)
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Luglio 16th, 2022 Riccardo Fucile
SOLO UNA FIDUCIA PIENA DELLA MAGGIORANZA POTREBBE FARLO RIPENSARE, SU QUESTO DRAGHI E’ IRREMOVIBILE
Non ci sono “giochetti” in grado di indurre un ripensamento in Mario
Draghi. Perché le dimissioni nascono da una presa d’atto più profonda: “Il governo non ha più agibilità politica”, si è persuaso.
Ecco perché ai tanti che lo cercano, all’indomani della rottura, lascia la stessa impressione: “È irremovibile, non si vede come da qui a mercoledì possa cambiare idea”, scuotono il capo anche a Palazzo Chigi.
Ma non è una volontà muta e insensibile alle condizioni esterne ad animare il premier. “Ci sono buone ragioni per andarsene e buone ragioni per restare”, confida infatti a uno degli interlocutori. Non aggiunge molto altro, non declina le buone ragioni per restare. Ma è in quello spazio che mercoledì si consumerà la scelta di Draghi, se spazio ancora c’è.
Nelle ore in cui sulla scena politica si consuma il primo tempo della crisi, quello dei redde rationem interni ai partiti, delle minacce e dei veti trasversali, il presidente del Consiglio trascorre la giornata lontano da Palazzo Chigi. Non si registrano nuovi contatti con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, i due non si incrociano neanche alla camera ardente di Eugenio Scalfari, cui vanno a rendere omaggio. Del resto giovedì si sono detti quello che c’era da dire, hanno concordato il passaggio parlamentare che congela le dimissioni.
Dopo una visita lampo ad Algeri, lunedì, per firmare accordi importanti per l’Italia nel mezzo dell’emergenza energetica, mercoledì il premier prima al Senato poi alla Camera renderà le sue comunicazioni, spiegherà perché a suo parere “la maggioranza non c’è più”.
In quel discorso potrebbe annunciare (c’è un precedente, lo fece Berlusconi) il suo passo indietro e andare al Quirinale senza neanche ascoltare il dibattito. Ma probabilmente si fermerà in Aula, a sentire quello che gli azionisti della sua (ex) maggioranza hanno da dire. E a quel punto, in replica, potrebbe prendere atto che le condizioni per andare avanti non ci sono.
Scatterebbero le dimissioni e con ogni probabilità lo scioglimento delle Camere, perché altri governi possibili non se ne vedono (“Se non riesce Draghi…”, dice un dirigente Pd).
Ma se invece leader politici e capigruppo si alzassero uno a uno, da Matteo Salvini alla Cinquestelle Mariolina Castellone, a chiedere a Draghi di restare, con una fiducia piena e un mandato forte ad affrontare fino al 2023 le grandi emergenze del Paese, e se traducessero questa volontà in una risoluzione della larga maggioranza da sottoporre a un voto di fiducia, allora sì si aprirebbe un altro scenario.
Uno scenario che appare lontano in queste ore anche a un ottimista come Bruno Tabacci, uno che negli anni ha visto Draghi affrontare ossi duri come i falchi della Bce: “Non so con quali speranze si possa guardare a mercoledì, perché se queste sono le premesse”, se Conte medita sfracelli e Salvini accarezza l’idea delle elezioni, “la legislatura si chiude”, non senza “pesanti conseguenze” per il Paese. Voto il 2 ottobre, questa la data più probabile del voto.
Altri tentativi, è chiaro, sono già in atto. Matteo Renzi raccoglie 30mila firme in calce a una petizione per chiedere al premier di restare, con ministri “di sua stretta fiducia”. Per aggirare il no del premier a un governo senza il M5s a sinistra c’è anche chi ipotizza il distacco da Conte dei “governisti” e un esecutivo con un pezzo dell’attuale Movimento. Manovre politiche che non sembrano in grado di sedurre il premier. Perché per affrontare le “sfide” dei prossimi mesi serve al governo forte fiducia e piena agibilità politica. Quelle condizioni che ad ora Draghi non vede ma che i pontieri stanno cercando di creare.
Se da qui a mercoledì le “buone ragioni per restare” non si concretizzeranno, il premier resterà comunque per la gestione degli affari correnti.
In agenda c’è e resterà il decreto di Aiuti di fine luglio per dar fiato a famiglie e imprese sempre più in difficoltà. Certo, si rammarica Andrea Orlando, “con un governo nella pienezza delle sue funzioni potrebbe avere tutt’altra ambizione e forza”.
Ci sono a bilancio più di 8 miliardi: è quello il perimetro entro cui il dimissionario Draghi si muoverebbe (per la conversione potrebbero essere richiamate le Camere, anche se sciolte). Poi il premier potrebbe affrontare grandi emergenze, sviluppi imprevisti della guerra, partecipare ai prossimi Consigli europei. Ma senza la forza di adesso. Sarebbe il governo uscito dalle urne a fare la prossima manovra e cercare di non fallire gli obiettivi del Pnrr.
(da La Repubblica)
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Luglio 16th, 2022 Riccardo Fucile
IL LIMITE DI 4 ANNI, 6 MESI E UN GIORNO PER OTTENERE LA PENSIONE A CHI È AL PRIMO MANDATO SCATTA IL 24 SETTEMBRE 2022, MA I PARLAMENTARI RESTANO IN CARICA FINO ALLA PRIMA SEDUTA DEL NUOVO PARLAMENTO E, PER I TEMPI TECNICI NECESSARI, L’INSEDIAMENTO AVVERREBBE DOPO QUELLA DATA
Anche deputati e sanatori al primo mandato possono dormire sonni tranquilli. Il voto anticipato non è più una minaccia.
Dal 2012, infatti, la normativa sul vitalizio per i parlamentari ha subito delle modifiche. Per avere diritto alla pensione al compimento dei 65 anni, senatori e deputati devono avere maturato contributi da attività parlamentare per almeno 4 anni, 6 mesi e un giorno. Il rischio è perdere tutti i contributi versati.
Se mercoledì, con Draghi che torna alle Camere, il governo dovesse davvero giungere al capolinea e il presidente della Repubblica decidesse di sciogliere immediatamente le Camere per chiamare i cittadini alle urne, i parlamentari al primo mandato perderebbero il vitalizio? Il giorno X, infatti, non è ancora arrivato. I fatidici 4 anni sei mesi e un giorno scattano il 24 settembre 2022. Quindi, come previsto dalla norma, i circa 50 mila euro di contributi già versati dai parlamentari andrebbero persi? Assolutamente no.
I 427 deputati al primo mandato, insieme ai 234 “neo-senatori” (cioè il 68% dei deputati e il 73% dei senatori) possono – su questo fronte – dormire sonni tranquilli. Anche se con il taglio dei parlamentari in tanti rischiano di non rientrare a Palazzo Madama o a Montecitorio, almeno il vitalizio è assicurato.
Certo, perderebbero alcuni mesi di stipendio da parlamentare ma non c’è nessuna necessità di fare i salti mortali per rimanere incollati alla poltrona e tentare di far proseguire la legislatura. Ma perché questo accade? Secondo la legge i parlamentari restano in carica fino alla prima seduta del nuovo Parlamento e, per i tempi tecnici necessari, l’insediamento avverrebbe dopo il 24 settembre.
L’articolo 61 della Costituzione stabilisce che «le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. Finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti». Quindi 70 è il limite massimo. Ma esistono anche dei tempi minimi. Un decreto del presidente della Repubblica, datato 1957, parla di 45 giorni necessari per la presentazione delle liste. E questo limite minimo si allunga a 60 considerando il voto degli italiani all’estero.
Un decreto del 2003 afferma che il ministro dell’Interno deve comunicare al collega degli esteri l’elenco provvisorio degli italiani aventi diritto al voto e residenti all’estero almeno 60 giorni prima del voto. Poi dalle elezioni alla prima riunione delle nuove Camere possono trascorrere al massimo 20 giorni. In pratica dal discorso di Draghi di mercoledì all’eventuale insediamento dei nuovi parlamentari passerebbero circa 80 giorni. Arriviamo pertanto ai primi giorni di ottobre. Tradotto: vitalizio maturato e messo nel cassetto.
La possibilità di perdere tutti i contributi versati – se non si raggiunge il limite dei 4 anni, 6 mesi e un giorno – è un sistema punitivo rispetto a quello di tutti gli altri cittadini/lavoratori (che non perdono i contributi anche al cambio dell’attività), ma i parlamentari hanno il vantaggio di non avere il vincolo di contribuzione ventennale. Comunque per i parlamentari esisteva sempre una via d’uscita per salvare la pensione. Con la fine delle legislatura prima dei 4 anni, 6 mesi e un giorno a deputati e senatori basta versare circa 3 mila euro al mese per riscattare quelli mancanti per raggiungere il limite previsto.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Luglio 16th, 2022 Riccardo Fucile
UN PICCOLO MANUALE PER DESTREGGIARSI TRA I PROBLEMI E PER RICHIEDERE QUANTO È PREVISTO DALLA LEGGE IN CASO DI VOLO ANNULLATO O DI VALIGIA EVAPORATA
Per chi deve viaggiare in aereo, in queste settimane da incubo, un «in
bocca al lupo» è d’obbligo. Non per il buon esito del volo, ma perché quel volo lo si riesca a prendere. Doveva essere l’estate della ripresa e lo è stata, sì, fin troppo: compagnie aeree e aeroportuali, dopo aver licenziato il personale negli ultimi due anni, adesso non riescono a gestire volumi di traffico ormai prossimi ai livelli pre-pandemia.
Il risultato? Voli cancellati in massa, ritardi record e persino un disservizio che in Europa si credeva quasi «estinto»: la valigia smarrita o consegnata in ritardo.
Due notizie recenti danno la misura della gravità della situazione: l’aeroporto di Heathrow (Londra), uno dei maggiori al mondo, d’ora in poi e per tutta l’estate non accoglierà più di 100mila passeggeri al giorno. La compagnia tedesca Lufthansa ha annunciato la cancellazione di duemila voli estivi, che si aggiungono agli oltre 700 della settimana 8-14 luglio.
L’epicentro del caos è nel nord Europa: secondo una classifica diffusa da Bloomberg su dati di Official aviation guide, nella classifica dei disservizi nessuno fa peggio di Bruxelles-Zaventem, seguito dagli scali di Francoforte ed Eindhoven. Tra i peggiori dieci aeroporti non ce n’è nessuno italiano, mentre sono due le aerostazioni del nostro Paese presenti nella top 10: Bergamo è in cima e Catania occupa il quinto posto.
A ogni modo, meglio prepararsi al peggio. Spesso, in queste settimane, i viaggiatori si sentono dire dalla compagnia aerea che il volo è stato cancellato all’ultimo momento «per circostanze indipendenti» dalla volontà del vettore. È un modo per mettere le mani avanti e non pagare l’indennizzo, che il regolamento europeo 261 stabilisce in 250, 400 o 600 euro a seconda della lunghezza della tratta, in aggiunta al rimborso totale del prezzo del biglietto.
Ci sono pochissimi casi in cui l’indennizzo non è dovuto: il maltempo o un allarme sicurezza, ad esempio. Neanche lo sciopero è sempre una circostanza eccezionale. È bene tenerlo a mente in vista di quello previsto per domenica 17 luglio sui cieli italiani: coinvolgerà i dipendenti di Ryanair, easy-Jet e Volotea, più i controllori di volo di diversi aeroporti tricolori.
Se la compagnia aerea cancella il volo per sciopero – fermo restando il diritto al rimborso – non è detto che abbia ragione a respingere una richiesta di indennizzo del viaggiatore. Negli ultimi anni, due sentenze della Corte di giustizia europea hanno stabilito che, se la vertenza sindacale si trascina da tempo e lo sciopero è stato annunciato con netto anticipo, il vettore può essere giudicato responsabile; si deve valutare caso per caso.
Se il volo ritarda, invece, i diritti dei viaggiatori variano a seconda della tratta e della durata dell’attesa.
Le norme europee prevedono assistenza in aeroporto, con pasti e bevande se il ritardo è superiore alle 2 ore per viaggi fino a 1.500 chilometri, almeno tre ore per quelli più lunghi.
E se il volo non parte prima del giorno successivo, la compagnia aerea deve pagare l’hotel a tutti i passeggeri e il trasporto tra aeroporto e sistemazione notturna.
Poi c’è il capitolo bagagli: anche in questo caso le norme indicano, come responsabile, la compagnia aerea. In caso di smarrimento o consegna ritardata, il risarcimento può arrivare fino a 1.300 euro.
Ma è fondamentale compilare il modulo Pir presso l’ufficio lost and found dell’aeroporto, indicando dimensioni, colore e marca del bagaglio, che si considera ufficialmente «disperso» dopo 21 giorni
A quel punto si può chiedere il risarcimento alla compagnia, allegando anche scontrini e ricevute per tutta la merce acquistata per sostituire gli oggetti personali svaniti nel nulla.
(da la Repubblica)
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