Luglio 25th, 2022 Riccardo Fucile
NELL’ESILARANTE COMIZIO DI DOMODOSSOLA SE LA PRENDE CON LE SCUOLE CHE “PER NON DISCRIMINARE QUALCHE BAMBINO CHE SI SENTE FLUIDO FANNO L”APPELLO PER COGNOME”… E’ SEMPRE STATO COSI’. MA LUI DOVE HA STUDIATO?
Nel suo comizio nel corso della festa della Lega a Domodossola, Matteo Salvini ha dato sfogo ad anni di campagna elettorale repressa tirando fuori gli argomenti più disparati giustificandoli con esempi del tutto campati per aria.
Sul palco se l’è presa ad esempio con “alcune scuole” che farebbero l’appello chiamando gli studenti per cognome: “Non ci sono ‘Elena’, ‘Giorgio’, ‘Riccardo’, no. Si fa l’appello per cognome, per non discriminare, perché magari a sette anni c’è qualche bambino che si sente fluido. Questo non è futuro ma una follia assoluta”.
Un messaggio volto a denigrare le minoranze sessuali esasperando un concetto costruendo una realtà fasulla: l’appello viene sempre fatto per cognome, dalle elementari alle superiori.
E certamente non per evitare di colpire la sensibilità di bambini che potrebbero sentirsi non binari.
Nella retorica di chi attacca i movimenti Lgbt i bambini vengono continuamente tirati in mezzo, molto più che dai promotori di campagne progressiste, che si limitano a parlare di “giornate di sensibilizzazione”. Emblematica la reazione di Riccardo Molinari, presidente del gruppo della Lega alla Camera, che appena capisce dove sta andando a parare il discorso di Salvini inizia a fare delle smorfie e poi guarda verso il basso. Chissà se si è pentito di trovarsi su quel palco.
(da NextQuotidiano)
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Luglio 25th, 2022 Riccardo Fucile
DAI RAPPORTI CON L’EX AMBASCIATORE LEWIS EISENBERG ALLA SCELTA DI ISCRIVERSI ALL’ASPEN INSTITUTE, TRA I PIÙ PRESTIGIOSI THINK TANK D’OLTREOCEANO: PROSEGUE LA MARCIA VERSO I POTERI FORTI
Un mese fa, nella ressa di Villa Taverna, un brusio ha iniziato a farsi sentire, “è
arrivata”. Chi ha messo via i flute, chi ha staccato gli occhi da un hamburger e le orecchie dal jazz set sul palco. Alla tradizionale festa del 4 luglio all’ambasciata americana Giorgia Meloni è stata un’osservata speciale. Un mese dopo tornano ad accendersi su Fratelli d’Italia
Non arriva impreparata, la Meloni. Perché non da mesi, ma da anni ha iniziato a tessere una tela di relazioni che disinneschi la più tipica delle mine sul cammino della destra verso il governo. E cioè i dubbi e le preoccupazioni di quell’establishment internazionale dal cui expedit, piaccia o meno, bisogna passare per governare il Paese: finanza, cancellerie europee, Washington DC.
Su quest’ultimo fronte l’ex ministra della Gioventù ha fatto i compiti a casa. Lavorando per sfatare il cliché di una destra italiana intrisa di antiamericanismo. Missione compiuta? Si scoprirà nelle prossime settimane.
Meloni vanta ottime entrature a Via Veneto, era in cordiali rapporti con l’ex ambasciatore Lewis Eisenberg e ha avuto una buona intesa con l’incaricato d’affari uscente, Thomas Smitham, pronto a lasciare il posto al successore Shawn Crowley. Un anno fa poi la scelta – svelata da Formiche.net – di iscriversi all’Aspen Institute, tra i più prestigiosi think tank d’oltreoceano.
Un lavoro di squadra. Perché a costruire il “recinto” di sicurezza americano in questi anni non c’è stata solo la presidente del partito. C’è Adolfo Urso, senatore e presidente del Copasir, un veterano. Che nel tempo ha lavorato per accreditare FdI oltreoceano, forte della guida del comitato di Palazzo San Macuto ma soprattutto della presidenza di Farefuturo, la fondazione di finiana memoria che nel direttivo conta atlantisti navigati, come l’ambasciatore Gabriele Checchia.
Ad Urso, già ministro del Commercio estero nel governo Berlusconi due, si deve fra l’altro la recente connection con il più grande think tank americano di ispirazione repubblicana, l’International Republican Institute.
Fondato negli anni ’80 sotto l’egida di Ronald Reagan, è un punto di riferimento per l’“old party” moderato, si ispira alla figura dello scomparso John McCain e nel team conta pezzi da 90 dell’Elefantino, da Mitt Romney a Tom Cotton fino a Marco Rubio. Da più di un anno il pensatoio americano ha iniziato a muoversi a Roma, con la regia del direttore del Programma Europa Thibault Muzuergues, e ha trovato in FdI una sponda solida.
C’è poi Giulio Terzi di Sant’Agata, ambasciatore, già ministro degli Esteri nel governo Monti. Voce ascoltata nel partito, suona uno spartito che piace nel mondo a stelle e strisce: durissimo con Russia e Cina, inflessibile sui diritti umani.
Andrea Delmastro, deputato e responsabile Esteri, è un altro tessitore di peso della rete meloniana fra Washington e Bruxelles. C’è anche la sua firma sulla netta presa di posizione della Meloni sulla guerra in Ucraina, con una condanna senza appello di Vladimir Putin, una carta che si può giocare nelle relazioni transatlantiche una volta al governo.
Conta ancora Carlo Fidanza: europarlamentare di punta, è sparito dai radar negli ultimi mesi dopo la polemica sulla “rete nera” in FdI nata da un’inchiesta di Fanpage, ma dietro le quinte è attivo e segue da vicino la diplomazia meloniana.
Sempre a Bruxelles, è attivissimo Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia, prima linea di quel Partito conservatore europeo che la Meloni guida da più di due anni e che ripara FdI dallo “stigma” sovranista all’Europarlamento.
Negli ultimi mesi la rete si è allargata, anche ad esterni. Lo scorso aprile non è passato inosservato, ad esempio, l’intervento alla convention di Milano di Stefano Pontecorvo, ex inviato della Nato in Afghanistan, corteggiato dal partito e chiamato in causa come consigliere, anche se un ruolo attivo al momento è escluso.
Fratelli d’Italia, dunque, ma anche un d’America. Il cammino americano della Meloni ha imboccato due strade diverse, ma tangenti. La prima con un progressivo avvicinamento al Partito repubblicano. Con Donald Trump la leader di FdI ha condiviso per ben tre volte il palco della Conservative Political Action Conference (Cpac), la più importante kermesse conservatrice negli States, riunita ogni anno ad Orlando, in Florida. Risale a due anni fa, poi, il primo invito alla National Prayer Breakfast, appuntamento imperdibile per i repubblicani che vede Trump ospite fisso.
Una simpatia, quella verso l’ex presidente, che in Italia in un primo momento ha preso il volto di Steve Bannon, l’ex consigliere del Tycoon finito ora sotto processo al Congresso americano per l’assalto a Capitol Hill del 6 luglio.
L’ombra di Trump genera ancora sospetti fra le cancellerie europee, e non a caso negli ultimi tempi la Meloni ha riorientato la bussola americana del partito. Bannon non è stato più invitato ad Atreju, l’annuale convention romana, e nell’Elefantino sono altri i riferimenti cui guarda FdI, forte dell’appartenenza alla famiglia conservatrice europea che a Trump ha sempre guardato storto.
La seconda strada è fatta di rapporti istituzionali, e deve ancora essere battuta. Perché, se sul piano politico gli agganci americani sono ormai solidi, lo stesso non si può dire dell’establishment di Washington DC. “Con l’amministrazione Biden ci sono stati tre, quattro tentativi di avvicinamento, ma non hanno avuto grandi riscontri”, racconta una fonte interna. Un gap da colmare, se l’aspirazione è davvero trasferirsi a Palazzo Chigi
(da formiche.it)
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Luglio 25th, 2022 Riccardo Fucile
“DRAGHI BRUCIATO? NON FAREI PREVISIONI” : DITE AL LEGHISTA CHE LA POLITICA NON E’ PER I PAVIDI TERRORIZZATI ALL’IDEA DI PRENDERE UNA POSIZIONE
“Non farei previsioni di nessun tipo”. Così il ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ribatte davanti alla platea dei giovani del festival di Giffoni a chi gli chiede se ormai la figura di Mario Draghi, dopo i fatti degli ultimi giorni, sia bruciata sia come premier che come presidente della Repubblica.
“Tutto può succedere, bisogna essere ottimisti – dice – ma soprattutto quello che dico spesso anche ai miei interlocutori stranieri è: ‘Non preoccupatevi troppo di quello che accade nella politica italiana. La forza dell’Italia non sta nella politica, sta negli imprenditori, in quelli che mandano avanti questo Paese nonostante la politica. Il nostro è un Paese che va avanti comunque, diciamo così, anche con una politica scadente. C’è una nostra capacità intrinseca, abbiamo anche una mostra molto bella sul genio italiano. Se avessimo anche una pubblica amministrazione e una politica d’eccellenza l’Italia arriverebbe subito dopo gli Stati Uniti, sicuramente prima della Germania”.
(da agenzie)
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Luglio 25th, 2022 Riccardo Fucile
“L’UNICA FORMULA È QUELLA DI UNA COALIZIONE LARGA MA SENZA CINQUESTELLE. A LETTA SUGGERISCO DI TIRAR FUORI IL CARATTERE”
«L’unica formula è quella di una coalizione larga ma senza cinquestelle. E
soprattutto niente ossessioni: rendono solo Meloni una martire. A Enrico Letta suggerisco di tirar fuori il carattere o molto presto sarà un altro ex segretario del Pd». Clemente Mastella, oggi sindaco di Benevento, a lungo in parlamento, ministro nei governi di Berlusconi, di D’Alema e di Prodi, nelle campagne elettorali si esalta.
Nonostante non intenda candidarsi personalmente, «per rispetto agli elettori beneventani che mi hanno scelto di nuovo meno di un anno fa», ha appena presentato il nuovo simbolo di «Noi di centro».
Sindaco Mastella, anche questa campagna elettorale breve che nasce da una caduta traumatica del governo, si gioca al centro?
«Come sempre. È una campagna elettorale che il centrosinistra può vincere a patto di non porre veti ma nello stesso tempo fissando un perimetro. Il Pd ha l’autorevolezza per tracciarlo».
I sondaggi, però, danno il centrodestra in netto vantaggio.
«Il centrodestra ormai è più una destra. È un fatto di numeri: il partito di Berlusconi prende la metà dei voti di Salvini e un terzo di quelli di Meloni. Peraltro al Nord, dove di più è stata sofferta la caduta del governo Draghi, industriali, commercianti, piccoli imprenditori che votavano Lega ora sono molto arrabbiati. Si asterranno. Muovendosi nella direzione di un progetto di solidarietà nazionale, il centrosinistra se la gioca».
E lei è pronto a fare la sua parte.
«Noi siamo al centro e rappresentiamo una realtà territoriale importante. Ho commissionato qualche sondaggio: in Campania Noi di centro può raccogliere il 9 per cento, in Puglia il 5, in Basilicata il 4, in Molise il 5. Aspetto i risultati di Calabria, Sardegna e Abruzzo. L’identità democristiana e parademocristiana è forte. Sono un punto di riferimento, soprattutto dopo anni di disastri. Posso attirare consensi sul centrosinistra oppure no».
Insomma lei si propone. Ma sono tanti i soggetti centristi che si fanno avanti. Che pensa di Azione di Calenda? È in crescita.
«Guardi, io a Benevento ho vinto contro il candidato di sinistra e contro quello di destra. Li ho battuti entrambi. E si segni questa data: il 28 luglio si vota per il presidente della Provincia, vuole scommettere che il mio candidato batterà l’avversario del Pd sostenuto dal centrodestra? Do anche un pronostico: finisce 60 a 40. Io sono per un’alleanza larga ma il mio simbolo può vincere anche da solo, al Senato. In Campania prendo certamente più voti di Di Maio e probabilmente più voti anche di quel che resta del M5S. Non so se Calenda possa avere le stesse aspettative».
Anche lui sembra disposto ad andare al voto da solo.
«Vedremo dove arriva da solo con la sua idea di sfidare il Pd nel collegio di Roma 1. Non ho niente contro Calenda, anzi lo stimo. Ma dovrebbe essere più umile. Non è l’unico ad avere qualcosa da dire».
Quindi la sua ricetta è un’alleanza larga senza M5S. I punti fondamentali del suo programma
«La mia idea è di adottare la formula rivelatasi vincente in Campania e in Puglia: un’alleanza larga, senza cinquestelle, puntando su sindaci e amministratori, sia perché si candidino, sia perché indichino candidati. E riguardo ai temi ne pongo almeno tre, fondamentali: attenzione ai diversamente abili, trascuratissimi, ingabbiati nel labirinto della burocrazia, lotta alla disuguaglianza tra Nord e Sud anche riprendendo il reclutamento nell’amministrazione pubblica, revisione immediata del Pnrr, i cui benefici non stanno arrivando ai Comuni».
Lei è stato ministro di un governo di centrodestra: vuole dare un suggerimento alla possibile leader dello schieramento, Giorgia Meloni?
«Giorgia, non ti illudere, non succederà: Salvini e Berlusconi ti fregheranno comunque».
(da agenzie)
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Luglio 25th, 2022 Riccardo Fucile
“ERA NOSTRO DOVERE GARANTIRE STABILITÀ AL PAESE E CONTINUITÀ A QUESTO GOVERNO. MAI AVREI IMMAGINATO DI TERMINARE QUESTA LEGISLATURA CON TALE AMAREZZA E DELUSIONE, SENTIMENTI CHE OGGI MI PORTANO A LASCIARE IL GRUPPO”
“Era nostro dovere garantire stabilità al Paese e continuità a questo governo che ben stava lavorando, portando al termine naturale la legislatura, fra qualche mese, con altruismo e coerenza”.
Così, tramite una nota la deputata ed ex atleta paralimpica Giusy Versace annuncia il suo addio a Forza Italia, partito nel quale militava dal 2018. “Mai avrei immaginato di terminare questa legislatura con tale amarezza e delusione, sentimenti che oggi mi portano a lasciare il gruppo ed a dimettermi dagli incarichi che mi sono stati affidati ringraziando per la fiducia che mi è stata riposta”, conclude Versace.
(da agenzie)
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Luglio 25th, 2022 Riccardo Fucile
NELLA COALIZIONE DRAGHIANA PUÒ TROVARE POSTO ANCHE LA LISTA TOTI
Una grande alleanza progressista, socialdemocratica, liberale appare all’orizzonte a
soli cinque giorni dalla crisi di governo.
Comun denominatore l’aver sostenuto fino all’ultimo Mario Draghi e, soprattutto, il voler contrastare le destre di Salvini e Meloni. Dopo aver ribadito l’addio a Giuseppe Conte e al Movimento 5 stelle, Enrico Letta è a lavoro sulla lista Democratici e progressisti, che punta ad andare oltre il Pd, inserendo candidati come Roberto Speranza e Pierluigi Bersani.
Il dialogo con Articolo 1, del resto, è già ben avviato, come con i Verdi di Angelo Bonelli e con Sinistra italiana di Nicola Fratoianni. Nel listone a guida dem ci sarà spazio anche per i socialisti di Enzo Maraio e per Demos di Mario Giro, che ha già condiviso il percorso delle agorà democratiche. Ma la cornice delle alleanze è ben più ampia e ancora tutta da definire. Potenzialmente si può andare da Luigi Di Maio a Renato Brunetta, passando per Matteo Renzi e Carlo Calenda.
Anche se il leader di Azione continua a escludere di poter giocare nella stessa squadra del ministro degli Esteri, ex capo M5S. Il quale, con la sua nuova formazione Insieme per il futuro, lavora a una lista collegata a quella dem, magari in collaborazione con il sindaco di Milano Beppe Sala, o in tandem con il Centro democratico del sottosegretario Bruno Tabacci.
Altra lista nella coalizione draghiana potrebbe essere quella che fa riferimento al presidente della Liguria Giovanni Toti, leader di Italia al Centro, nella quale è pronto ad accogliere i transfughi di Forza Italia, a cominciare dai ministri Brunetta e Gelmini, forse anche Mara Carfagna.
La loro scelta di lasciare Berlusconi è stata apprezzata e definita «coraggiosa» dallo stesso Letta, i margini per un avvicinamento sono più che concreti. Meno scontata la stretta di mano tra il segretario Pd e Matteo Renzi, con il quale i trascorsi politici sono noti, come pure le divergenze personali.
Il leader di Italia Viva, che ha lanciato una Leopolda straordinaria a inizio settembre per dare ulteriore spinta alla sua campagna elettorale, resta comunque un interlocutore naturale di questo nuovo schema senza i 5 Stelle. Come lo è Carlo Calenda, a patto che smetta di mettere sul tavolo distinguo e veti nei confronti degli altri possibili alleati.
La costruzione di questo fronte progressista e anti sovranista partirà domani, con la relazione di Letta davanti alla direzione Pd, dove si inizierà ufficialmente a delineare il percorso che porta al 25 settembre
(da agenzie)
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Luglio 25th, 2022 Riccardo Fucile
E PUTIN TORNERA’ A MINACCIARE LA GUERRA ATOMICA
Anche se la battaglia del Donbass è tutt’altro che conclusa, stando alle dichiarazioni dei leader ucraini e dell’intelligence occidentale Kyiv si sta attivamente preparando ad aprire un nuovo capitolo della guerra nel prossimo futuro: la controffensiva su larga scala nel sud dell’Ucraina, con l’obiettivo chiave di liberare la città occupata di Kherson.
Il governo di Kyiv ha più volte dichiarato l’intenzione di liberare l’unica capitale regionale finora catturata dalla Russia dopo l’inizio dell’invasione su larga scala avvenuto il 24 febbraio. La Russia ha preso il controllo di questa città lo scorso 2 marzo senza grande opposizione, a seguito del rovinoso collasso del fronte ucraino nel sud nei primi giorni di guerra.
Ora gli esperti militari di tutto il mondo concordano sul fatto che la riconquista di Kherson è al momento il modo più fattibile per Kyiv per ottenere una vittoria importante e cercare di ribaltare le sorti della guerra. Questo però non significa in alcun modo che sia una impresa facile.
Dopo la conquista di Lysychansk e di Severodonetsk, l’offensiva russa nel Donbass sembra aver perso slancio sia per la breve “pausa operativa” annunciata dal comando russo, che, soprattutto, l’introduzione sul campo di battaglia dei micidiali lanciarazzi multipli HIMARS che con i propri missili GMLRS stanno devastando la logistica russa e distruggendo i depositi di munizioni nella regione.
Negli ultimi giorni i russi hanno ripreso l’offensiva, ma ancora in maniera molto limitata. Come afferma il think tank americano Institute for the Study of War, le forze russe nelle ultime settimane non hanno fatto progressi significativi verso Slovyansk o lungo il saliente di Siversk-Bakhmut. Stanno anzi continuando a sprecare la propria potenza offensiva in combattimenti localizzati per il controllo di insediamenti piccoli e relativamente poco importanti in tutta la regione di Donetsk. In particolare, nonostante i trionfalistici annunci da parte separatista, le truppe russe ad oggi non sono ancora state in grado di raggiungere la città di Seversk.
Allo stesso modo, le truppe russe non sono riuscite a lanciare assalti diretti contro Bakhmut e si sono in gran parte bloccate nei combattimenti per piccoli insediamenti a est ed a sud della città.
Gli sforzi per avanzare su Slovyansk dal saliente di Izyum si sono per lo più arenati (per la seconda volta negli ultimi mesi) e da settimane non registrano guadagni significativi.
Tutto ciò è ancora più negativo per Mosca se si considera che le truppe russe stanno facendosi così fatica a muoversi su un terreno aperto e relativamente poco popolato, quindi teoricamente più favorevole alle loro tattiche.
Nel caso in cui dovessero riuscire ad avanzare ulteriormente verso l’autostrada E40 nelle vicinanze di Slovyansk e Bakhmut, infatti, si troverebbero di fronte un terreno che rischia di diventare molto più favorevole ai difensori ucraini, a causa della crescente densità di popolazione e della natura urbana di queste aree.
In sintesi, dunque: la ripresa delle offensive di terra attive dopo la breve pausa operativa non si è ancora tradotta in significativi progressi russi nel Donbass. E se ciò anche dovesse succedere nelle prossime settimane, è molto probabile che l’offensiva si possa fermare nuovamente, e stavolta per un tempo più lungo, di fronte alla tenace resistenza opposta dalle forze di Kyiv.
Nel frattempo, l’Ucraina ha già iniziato a lanciare una limitata campagna militare nella regione di Kherson come contrappeso all’offensiva russa in Donbass, che ha permesso di ottenere la liberazione di un totale di 44 villaggi e piccole città in poche settimane. Queste avanzate sono state, però, più che altro, tentativi di sondare le difese russe e tenere le forze russe impegnate lontano dal Donbass. Non si è trattato, quindi, di una offensiva sostanziale con l’obiettivo di ottenere guadagni territoriali sostanziali.
Ma le cose stanno cambiando: secondo il direttore dell’MI6 britannico, Richard Moore, nelle prossime settimane ci sarà probabilmente una nuova pausa operativa nelle azioni dell’esercito russo in Ucraina, e ciò darà a Kyiv l’opportunità tanto attesa di lanciare la sua controffensiva.
Il Ministro della Difesa ucraino Oleksiy Reznikov ha dichiarato che il presidente Volodymyr Zelensky ha incaricato le Forze Armate di preparare piani dettagliati per la liberazione del sud dell’Ucraina, in particolare della regione di Kherson, poiché le sue zone costiere sono considerate vitali per l’economia nazionale.
Al momento, la linea del fronte della regione di Kherson, lunga 200 km e confinante con la regione di Mykolaiv controllata dagli ucraini, è difesa da unità russe considerate generalmente considerate come esaurite della 49esima Armata Combinata, che comprende alcune unità aviotrasportate d’élite, il 22° Corpo d’Armata ed unità della Guardia Nazionale russa.
Secondo le stime più attendibili, la Russia dovrebbe aver schierato nell’area circa 10 gruppi di battaglioni tattici (BTG), ovvero circa 5 volte in meno dei 50 BTG che Mosca ha schierato nella zona più cruciale del Donbass, quella tra Izyum e Bakhmu
Ciononostante, il comando russo sta cercando in tutti i modi di raccogliere le forze necessarie per rafforzare le sue difese anche nel sud, considerato il fatto che Kherson è l’obiettivo sempre più evidente di un futuro contrattacco ucraino in preparazione.
Il 12 luglio, gli utenti dei social media e i media locali di Melitopol (un’altra città occupata del sud dell’Ucraina) hanno pubblicato video che mostrano “un’interminabile” colonna militare russa in movimento proprio verso Kherson.
E che la controffensiva si stia avvicinando, lo ha confermato direttamente anche il vice primo ministro ucraino Iryna Vereshchuk quando ha esortato, lo scorso 10 luglio, i civili della regione di Kherson ad evacuare urgentemente, poiché “le forze armate ucraine stanno preparando un contrattacco”. “È chiaro che ci saranno combattimenti, duri bombardamenti di artiglieria… e quindi invitiamo la popolazione a evacuare con urgenza per non essere usati come scudi umani”, ha dichiarato il vice primo ministro Iryna Vereshchuk alla televisione ucraina, senza però specificare quando potrebbe essere condotta questa controffensiva.
Va aggiunto che, in chiara preparazione all’attacco, le Forze Armate ucraine hanno già iniziato a colpire lo strategico ponte Antonivskij sul fiume Dnjepr, ad est della città di Kherson, con missili GMLRS lanciati da sistemi HIMARS che hanno causato danni visibili alla struttura.
Il governatore dell’amministrazione nominata dai russi, Vladimir Saldo, ha annunciato che il ponte è stato chiuso al traffico merci per le riparazioni, ma che resta per ora aperto ai veicoli passeggeri, a seguito degli attacchi che sono durati per due giorni di seguito.
Un funzionario locale ucraino, Serhiy Khlan, ha affermato che gli attacchi contro il ponte hanno reso impossibile alle forze russe il trasporto di attrezzature pesanti attraverso il fiume Dnjepr.
È molto probabile che il ponte resti ancora per un po’ utilizzabile, afferma l’intelligence militare britannica, pur continuando a rappresentare una vulnerabilità importante per le forze russe. È infatti uno degli unici due punti di attraversamento sul Dnjepr con cui la Russia è in grado di rifornire le sue forze nel territorio che ha occupato a ovest del fiume.
Il controllo degli attraversamenti del Dnjepr diventerà quasi certamente il fattore chiave per l’esito dei futuri combattimenti nella regione.
Come potrebbe essere condotta l’offensiva ucraina contro Kherson?
In che modo possa essere condotta l’offensiva contro Kherson lo spiega in suo dettagliato articolo probabilmente colui che oggi è riconosciuto essere il più famoso giornalista ucraino esperto di questioni militari, ovvero Illia Ponomarenko del Kyiv Independent.
A grandi linee il piano da lui delineato è il seguente: circondare la città di Kherson occupata dai russi, tagliando fuori la guarnigione russa presente in città, dai rifornimenti, fino ad ottenerne la sua resa.
Uno dei fattori che favoriscono la controffensiva ucraina nella regione è la presenza, di recente confermata anche da diverse fonti open source, di un numero crescente di truppe scarsamente addestrate composte in buona parte da soldati mobilitati con la forza nel Donbass occupato.
Ciò dimostra una costante debolezza russa in tutta questa campagna militare: la cronica mancanza di soldati, dovendo affidarsi sempre di più a personale non addestrato o reclutato in maniera sbrigativa.
Da questo se ne deriva che la Russia non è neppure in grado di inviare rapidamente rinforzi nell’area in caso di un attacco ucraino, poiché per farlo dovrebbe ridurre drasticamente o addirittura abbandonare del tutto l’offensiva nel Donbass. Tutto ciò i pianificatori ucraini lo sanno bene ed intendono sfruttarlo al massimo.
Inoltre, come afferma Kirill Mikhailov, esperto del Conflict Intelligence Team (CIT), “i russi non hanno la forza per difendere completamente l’intera linea del fronte a Kherson”. Ciò aiuta ancora di più gli ucraini a sfruttare i punti più deboli di questa enorme linea del fronte per sfondarla con un attacco massiccio.
Per realizzare questo ambizioso piano, però, l’esercito ucraino dovrebbe anzitutto dimostrare di essere in grado di distruggere le linee di rifornimento ed i depositi di munizioni russe con ondate devastanti di attacchi di artiglieria, prima di far entrare in azione con la controffensiva terrestre.
Secondo Ponomarenko, solo allora ed al momento più opportuno, “le unità di terra ucraine potrebbero avanzare di circa 20-30 km verso sud, avvicinandosi alla periferia di Kherson, ed in particolare allo sfortunato campo d’aviazione di Chornobaivka, utilizzato dall’aviazione russa” (e già pesantemente danneggiato da decine di devastanti attacchi ucraini durante il corso della guerra).
Sono tre in particolare gli obiettivi chiave che, a quel punto, secondo Ponomarenko, l’Ucraina deve raggiungere per completare con successo la manovra di accerchiamento delle truppe russe:
Prendere il controllo dell’autostrada M14/P47 che si trova ad est di Kherson e collega questa città con Nova Kakhovka, una delle basi principali dei russi nella regione di Kherson e luogo di alcuni dei più devastanti recenti attacchi con i missili GMLRS degli HIMARS contro i depositi di munizioni russi.
Distruggere i due ponti sul fiume Dnjepr, ovvero il ponte Antonivskij (di cui abbiamo ampiamente già parlato in precedenza) ed il ponte ferroviario presente vicino alla città di Antonivka, alla periferia di Kherson. I due ponti sono fondamentali per assicurare ai russi la possibilità di difendere la propria guarnigione a Kherson, e mantenere il controllo del territorio occupato ad ovest del fiume.
Infine, prendere il controllo della centrale idroelettrica di Kakhovska, che si trova a Nova Kakhovka, circa 55 km a est di Kherson. Questo step è importante doppiamente, in quanto la diga che crea il bacino artificiale usato per la centrale funge anche da ponte lungo il quale passa l’autostrada M14/P47.
Una volta che l’autostrada M14/P47 verrà interrotta dall’Ucraina, le forze russe non avrebbero quindi più modo di attraversare il Dnjepr. Con i due ponti precedentemente citati distrutti, l’unico altro modo per attraversare il fiume fino alla sua riva destra si trova molto più a nord, ovvero nella città di Zaporizhzhya, città controllata dagli ucraini, a circa 200 km di distanza da Kherson.
Se questa operazione avesse successo, dunque, la città di Kherson si troverebbe diretta sulla linea del fronte e tagliata fuori dai rifornimenti e rinforzi. La guarnigione russa presente a Kherson si troverebbero di fronte anche un enorme ostacolo naturale, il fiume Dnjepr, che le impedirebbe di ritirarsi con facilità verso est.
Il fiume, infatti, arriva a raggiungere la larghezza di 350 m in diverse zone vicino alla città. Inoltre, l’artiglieria ucraina sarebbe abbastanza vicina da impedire alle forze russe di cercare di attraversare in modi alternativi il fiume per ritirarsi, ad esempio usando ponti galleggianti – ed abbiamo già visto in azione tutto questo nel Donbass quando l’artiglieria ucraina ha sventato con successo svariati tentativi russi di attraversare il Seversky Donets.
Il terreno locale offre sicuramente opportunità all’Ucraina per completare questo piano: la mancanza di strade nella regione ed i pochi ponti presenti sul Dnjepr rendono più complicata che altrove la logistica dell’esercito russo e costringono le forze di Mosca a concentrare i rifornimenti in poche località vicino alle stazioni ferroviarie, che sono perfetti obiettivi dei sistemi HIMARS forniti dagli americani.
Tuttavia, è lecito aspettarsi che le forze russe cercheranno di contrattaccare sia via terra che via aerea per evitare a tutti i costi di finire accerchiate. Per evitare questo è fondamentale, secondo Ponomarenko, che l’Ucraina sia in grado di infliggere il maggior numero possibile di danni alla difesa aerea russa e, allo stesso tempo, creare una sua forte griglia di difesa aerea contro gli attacchi russi.
Se i sistemi di difesa aerea russi S-300, S-400, Tor-Ms e Buk-Ms venissero distrutti dagli attacchi di artiglieria ucraina – ed i sistemi HIMARS hanno dimostrato di poter già essere in grado di farlo, ad esempio nella regione di Luhansk, dove hanno distrutto un sistema S-400 – si aprirebbe anche la possibilità di usare a pieno i micidiali droni ucraini Bayraktar TB2.
Questi droni, che abbiamo ampiamente visto in funzione nella prima parte della guerra, sono in grado di garantire la rapida individuazione dei bersagli, in modo che i sistemi HIMARS (ed altri MLRS avanzati in possesso dell’esercito ucraino) possano colpire e distruggere gli eventuali convogli russi in fuga.
Nei piani di Ponomarenko, la combinazione di tutte queste tattiche, e la capacità degli ucraini di mantenere il blocco della città nel tempo, dovrebbero bastare per obbligare i russi a lungo andare a dichiarare la resa della guarnigione presente nella città.
“Grazie alla conoscenza del terreno ed ai difetti della strategia militare russa, il piano ucraino potrebbe avere dunque una chance realistica di successo”, afferma Ponomarenko.
Mosca prepara le contromisure
La Russia sembra però essere sempre più conscia delle proprie vulnerabilità, ogni giorno che passa. Si moltiplicano, perciò, gli appelli delle voci favorevoli alla guerra affinché il Presidente russo Vladimir Putin dichiari la mobilitazione generale ed abbandoni la farsa della operazione militare speciale.
In prima linea in queste critiche è ancora una volta l’ex comandante dei militari separatisti nel 2014, il nazionalista Igor Girkin, che ha presentato un’ampia lista di azioni militari, economiche e politiche che, secondo lui, il Cremlino deve seguire per vincere la guerra in Ucraina.
Secondo Girkin i russi dovrebbero puntare anzitutto alla annessione dell’intero territorio della cosiddetta “Novorossiya” (che Girkin sostiene comprendere le regioni di Kharkiv, Dnipropetrovsk, Mykolaiv, Odesa, Zaporizhzhia, Kherson, Donetsk, Luhansk e Kryvyi Rih) nella Federazione Russa.
Inoltre, per Girkin, il Cremlino dovrebbe sostenere anche la creazione di secondo Stato definito della “Malorossiya” (che comprende tutta l’Ucraina fino al confine con la Polonia), e che secondo Girkin dovrebbe essere riunificato con la Russia entrando a far parte dello Stato dell’Unione Russia-Bielorussia.
Nei suoi post di tono sempre più apocalittico, Girkin avvisa allo stesso tempo che in mancanza di una mobilitazione generale e di obiettivi ben chiari, la Russia rischia di perdere questa guerra. “Gli ucraini si sono dimostrati pronti alla guerra molto più di noi, ed abbiamo perso tempo come nel primo anno della Grande Guerra Patriottica. Ed ora non è detto che ci sarà un secondo, terzo o quarto anno”.
Tali parole sono sintomo di una preoccupazione sempre più serpeggiante nell’estrema destra nazionalista russa schierata a favore della guerra. Anche se nessuno lo dice ancora apertamente, aumenta costantemente il numero di coloro che considerano ormai la guerra come persa senza un cambio di passo radicale ed incolpano di questa situazione lo stesso presidente Vladimir Putin.
Stavolta, però, gli appelli sempre più disperati di Girkin non sono rimasti del tutto inascoltati. Il 20 luglio, il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha per la prima volta definito obiettivi geografici più ampi per le operazioni russe in Ucraina, andando oltre le sole regioni di Donetsk e Luhansk.
Nella sua intervista concessa a Margarita Simonyan, caporedattore dell’emittente statale Russia Today, Lavrov ha dichiarato che la geografia dell'”operazione speciale” è cambiata rispetto a marzo ed ora comprende non solo le due Repubbliche popolari di Luhansk e Donetsk, ma anche le regioni occupate di Kherson e Zaporizhzhya, oltre ad una serie di altri territori non specificati.
Lavrov ha quindi avvertito che questi obiettivi si espanderanno ulteriormente se l’Occidente continuerà a fornire all’Ucraina armi a lungo raggio.
La minaccia nucleare
Sia chiaro, i richiami di Lavrov a obiettivi territoriali così massimalisti sono totalmente avulsi dalla realtà lenta e stridente delle recenti operazioni russe in Ucraina, soprattutto in mancanza di quella mobilitazione generale così richiesta a gran voce da Girkin e dagli altri ultranazionalisti russi. Nondimeno, le sue parole sono estremamente rilevanti.
Si sta, infatti, delineando una nuova via di uscita per Putin da questa impasse: quella che secondo il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, John Kirby, il Cremlino sta già iniziando a mettere in atto da un po’ di tempo.
Kirby afferma che il Cremlino ha già nominato funzionari governativi locali, reso obbligatorio l’uso del rublo come valuta corrente nei territori occupati, così come sostituito le infrastrutture di telecomunicazione e trasmissione ucraine con quelle russe, e costretto gli ucraini che risiedono nei territori occupati a richiedere passaporti russi per svolgere qualsiasi attività di rilievo.
Il prossimo passaggio, la cui tempistica finale dipenderà principalmente dalla velocità con cui si sta degradando la capacità di combattimento dell’esercito russo in Ucraina, è quello di tenere referendum per l’annessione dei territori occupati nella Federazione Russa, forse già l’11 settembre, il giorno in cui si voterà anche per le elezioni locali e governatoriali in tutta la Federazione Russa.
Sebbene la tempistica possa sembrare troppo ristretta – è difficile pensare che per allora i russi abbiano completato la conquista della regione di Donetsk nel Donbass – la pressione della incombente controffensiva ucraina sta complicando parecchio gli sforzi russi per consolidare il controllo delle regioni occupate, e non è chiaro come il Cremlino riuscirà a generare la potenza offensiva necessaria per conquistare nuove significative quantità di territorio ucraino.
Di qui la decisione presa dal Cremlino di velocizzare il più possibile questo piano alternativo, che viene considerato come fondamentale alla corte di Putin per porre il governo di Kyiv ed il resto del mondo di fronte al “fait accompli”.
A seguito della annessione di questi territori, infatti, Putin si sentirebbe legittimato a introdurre la sua arma finale: le minacce nucleari. Poiché la dottrina nucleare russa consente esplicitamente l’uso di armi nucleari tattiche per difendere il territorio russo, Putin potrebbe dichiarare che ciò si applica direttamente o indirettamente anche ai territori appena annessi.
In tal modo minaccerebbe apertamente l’Ucraina ed i suoi partner di un attacco nucleare se le controffensive ucraine per liberare il territorio occupato dalla Russia dovessero continuare anche dopo il suo avvertimento.
L’Ucraina ed i suoi partner occidentali si trovano così di fronte ad una finestra di opportunità sempre più ristretta per lanciare la controffensiva ucraina nel sud del Paese, prima che il Cremlino metta in atto questo piano.
Nella visione del Cremlino la minaccia o persino l’uso limitato di armi nucleari tattiche, rappresenta l’unica strada per Mosca per ripristinare la sua deterrenza, dopo che la disastrosa invasione ha mandato in frantumi la sua capacità di deterrenza convenzionale.
Nonostante le precedenti allusioni russe alla volontà di Mosca di usare armi nucleari si siano rivelate vane, questa volta, dunque, la disperazione di Putin di fronte ad un possibile fallimento, rischia di rendere le nuove minacce decisamente più concrete, con tutte le conseguenze del caso.
(da Fanpage)
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Luglio 25th, 2022 Riccardo Fucile
IL “NEW YORK POST” LO GIUDICA “INDEGNO” E IL “WALL STREET JOURNAL” LO MASSACRA PER NON AVER PROTETTO CAPITOL HILL DALL’ASSALTO IL 6 GENNAIO 2021. È IL SEGNO CHE PER L’ESTABLISHMENT REPUBBLICANO BIANCA ORMAI È IMPRESENTABILE
Dal «Rieleggete Trump» del 2020 a Trump «indegno» del 2022. Il New York Post di
Rupert Murdoch scarica l’ex presidente, mentre Trump è sull’orlo dell’annuncio della sua ricandidatura alle presidenziali Usa 2024. E all’editoriale del tabloid conservatore si aggiunge quello dell’altro quotidiano dell’editore americano, il più élitario Wall Street Journal.
Dal palco del summit degli studenti conservatori dell’organizzazione Turning Point, a Tampa, in Florida, «The Donald» dice di essere la persona «più perseguitata della storia» e conferma che sta scaldando i motori per la nuova discesa in campo. «Non vogliono che mi candidi, perché non vogliono che vi rappresenti – ha detto il tycoon accolto dall’ovazione di migliaia di giovani – Se annunciassi di non candidarmi, le indagini finirebbero subito. E invece sapete cosa? Non c’è possibilità che io lo faccia».
Ma a confermare che la fronda nei suoi confronti sta crescendo, nonostante il fortissimo ascendente che ancora Trump esercita sulla base elettorale repubblicana, è anche la svolta del tabloid conservatore newyorkese, dopo le conclusioni della Commissione d’inchiesta sull’assalto al Congresso, che ha stabilito come Trump il 6 gennaio 2021 «ha tradito il suo giuramento alla Costituzione», «non ha difeso il Paese» e ha «abdicato ai suoi obblighi».
Il New York Post, che aveva sostenuto «The Donald» due anni fa, ora gli volta le spalle per le stesse ragioni: «L’unica cosa che Trump voleva in quel pomeriggio era mettere sotto pressione il vicepresidente Mike Pence affinché non certificasse il voto. Ha pensato che la violenza dei suoi fedeli sostenitori avrebbe raggiunto l’obiettivo».
E al Nyp si aggiunge anche l’altro colosso di casa Murdoch, che non si è mai lanciato in endorsement nei confronti di alcun candidato, ma ora scrive: «Trump ha giurato di difendere la Costituzione e come Commander-in-Chief aveva l’obbligo di proteggere Capitol Hill dall’attacco. Ma ha rifiutato di farlo», afferma il board editoriale del giornale, osservando come «nei 18 mesi» seguiti all’assalto «non ha mostrato neanche l’ombra di pentimento».
«Inadeguato» lo definisce pure la deputata del Grand Old Party, vicepresidente della Commissione del 6 gennaio, Liz Cheney, che sostiene Trump debba «restare il più lontano possibile dallo Studio Ovale» e si dice pronta a perdere le primarie nel Wyoming pur di «difendere la Costituzione e la verità». Il suo intervento è il simbolo della battaglia tra le due anime del Partito repubblicano, quella trumpiana e quella anti-Trump.
«The Donald» nel frattempo non perde il suo smalto e parla a ruota libera dalla Florida: «Stiamo diventando come il Venezuela», dice della presenza «del comunismo nel nostro Paese». E ancora: «Il cambiamento climatico è una bufala».
Eppure, sempre per restare in casa Murdoch, anche la filo-trumpiana Fox comincia a dare sempre più attenzione a Ron DeSantis, il governatore della Florida che aspira alla Casa Bianca e, sempre nel week end, ha organizzato una convention del Gop che mostra come lo Stato sia al centro delle sfide sul futuro del partito.
Vari sondaggi mostrano che gli elettori repubblicani si stanno allontanando da Trump e avvicinando a DeSantis. Il governatore, che punta alla rielezione a novembre, sta battendo Trump nella raccolta fondi.
(da Il Giornale)
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Luglio 25th, 2022 Riccardo Fucile
FDI 25%, PD 23,2%, LEGA 12,4%, M5S 10,1%, FORZA ITALIA 7,1%, AZIONE 6%, VERDI+ SINISTRA 3,6%, ITALIA VIVA 2,9%, ITALEXIT 2,8%, MDP 2,2%, INSIEME PER L’ITALIA DI MAIO 1,5%
Il sondaggio settimanale di Swg per La7 offre un clamoroso quadro delle intenzioni di voto degli italiani dopo la caduta del Governo Draghi.
Ne guadagnano solo Meloni, Letta e Calenda in salita di oltre un punto in percentuale, crolla la Lega che ormai ha meno della metà dei voti di Fdi e pare in discesa libera, perdendo un punto e mezzo.
Il M5S perde consensi, ma riesce a stare oltre il 10%, la soglia di guardia (Di Maio gli rosicchia un 1,5% per Insieme per l’Italia).
In caduta libera anche Forza Italia che comincia a sentire il fiato sul collo di Azione+Europa, distaccato ormai di un solo punto e in netta crescita.
Situazione che convincerà altri esponenti di Fi ad abbandonare Berlusconi. Oltre il 3% e stabile l’alleanza Verdi-Sinistra, risale Renzi a un decimale dalla soglia di sbarramento.
Italexit sotto la soglia per poco mentre Mdp è pronto a portare in dote al Pd un 2,2% che permetterebbe a Letta di superare la Meloni, in caso di lista unica.
Annotazione finale: il campo largo ipotetico di Letta è a circa 5 punti dalla coalizione di centrodestra che sta perdendo colpi,
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