Luglio 27th, 2022 Riccardo Fucile
E POI MATTEO ZOPPAS, IL PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA BONOMI E CARLO NORDIO ALLA GIUSTIZIA… NESSUNO DEL SUO PARTITO PERCHE’ NON SI FIDA DELLA SUA CLASSE DIRIGENTE
«Noi di Fratelli d’Italia siamo pronti a vincere, e pronti a governare», ha detto Giorgia Meloni qualche giorno fa. Se il primo assunto è più che plausibile, visti i sondaggi e il gioco delle alleanze che favorisce la destra, il secondo assioma è falso. La conservatrice che sogna palazzo Chigi – al netto delle conventio ad excludendum di chi considera una bestemmia che un’esponente post fascista possa diventare premier di un paese chiave della Ue e del G7 – non è affatto preparata alla sfida del governo.
Non tanto per capacità personali, rispetto a Matteo Salvini e Silvio Berlusconi è considerata, anche dai rivali, più capace e competente. Ma perché in lunghi anni di opposizione non è stata in grado di creare una classe dirigente degna di nota all’interno del partito, che possa gestire la macchina del governo. Soprattutto in tempi complessi, tra rigurgiti pandemici, una guerra nel cuore dell’Europa, inflazione da record e rischi di recessione economica.
CHI SCENDE E CHI SALE
Meloni ne è consapevole, e negli ultimi mesi – vista la crescita esponenziale del suo consenso – non è stata con le mani in mano. Ha messo fuori la testa dal suo inner circle familistico (il suo uomo di punta è Francesco Lollobrigida, marito della sorella Arianna), e provato a attrarre forze esterne da poter spendere una volta vinte le elezioni.
Ha conosciuto così soggetti del mondo delle imprese e delle istituzioni, ha rapporti con manager di società partecipate e delle multinazionali, e relazioni che potrebbero portare a una lista di ministri assai diversa rispetto a chi scommette su un governo composto dai vari Daniela Santanché e Ignazio La Russa.
«Lei, in realtà, è terrorizzata dall’idea di fare ministro qualche dirigente di FdI: teme sempre che possa uscire qualche scheletro nell’armadio. Un video con un saluto romano, qualche cattiva frequentazione come accaduto per il fedelissimo Carlo Fidanza, inchieste penali simili a quella che ha colpito l’europarlamentare Nicola Procaccini, indagato per turbativa d’asta per lo scandalo di Terracina», dice un componente dell’esecutivo nazionale di FdI.
Degli uomini di partito Meloni salva pochi profili, che potrebbero ottenere uno scranno governativo: sicuramente Adolfo Urso, oggi presidente del Copasir che potrebbe ambire alle deleghe ai servizi segreti, e Maurizio Leo, responsabile economico del partito (considerato anche dagli avversari serio e preparato) che spera di ottenere una delega forte in campo fiscale.
«Il cognato Lollobrigida, o fedelissimi come Andrea Delmastro, Giovanbattista Fazzolari o Edmondo Cirielli difficilmente avranno incarichi di rilievo. Forse qualche posto di sottogoverno senza deleghe decisive, una vicepresidenza al Senato o alla Camera, ma nulla di più», aggiunge. Un caso diverso, invece, è quello di Alessio Butti: anche lui nell’esecutivo di FdI, è l’uomo che Meloni (Silvio Berlusconi permettendo) vorrebbe come sottosegretario alle telecomunicazioni. Politico di provincia che ha fatto rapida carriera, Butti lavora da mesi ai piani sulla rete unica e sulle televisioni, ed è convinto assertore della necessità di nazionalizzare le aziende che lavorano nel campo della sicurezza nazionale e nei settori industriali strategici. Nazionalizzazioni che (sulla falsa riga di quello fatto da Emanuel Macron in Francia con il colosso energetico Edf) potrebbero presto diventare il punto centrale dell’agenda Meloni.
Come Butti anche Alfredo Mantovano, magistrato ed ex sottosegretario di An che da qualche tempo si è riavvicinato a Fratelli d’Italia, è molto ascoltato dalla Meloni: qualcuno dice che il conservatore potrebbe aspirare – fosse FdI a dare le carte nella formazione del governo – a un ministero centrale in tema di diritti come quello sulla Famiglia. O a quello della Giustizia.
I MINISTRI DEI SOGNI
Meloni qualche giorno fa si è scagliata contro il New York Times, dopo che l’autorevole quotidiano ha scritto che una sua salita al potere rappresenterebbe per l’Italia «un futuro desolante».
La leader ha parlato di una fantomatica «macchina del fango», ma sa bene che sulla sua leadership pende la spada di Damocle dei consessi internazionali: l’Italia è un paese con un mostruoso debito pubblico, ed è difficile che un governo sovranista – che ha come modelli politici Donald Trump e Viktor Orbán – possa reggere a lungo contro i mercati, le élite di Bruxelles e quelle della Casa Bianca di Joe Biden.
Dunque, sono in tanti in queste ore a consigliare Meloni di presentare nomi tranquillizzanti nei ministeri chiave.
La leader, che insieme a Fabio Rampelli (oggi suo avversario interno: non dovrebbe avere nemmeno lui ruoli di governo) organizzava le feste per il solstizio d’estate, vorrebbe così un ex giudice, Carlo Nordio, ministro della Giustizia, ma soprattutto sogna che uno come Claudio Descalzi possa essere disponibile a trasformarsi nella punta di diamante di un governo a guida Meloni.
Quello dell’attuale amministratore delegato dell’Eni è un nome che circola tra i pochi consiglieri di cui Giorgia si fida: il manager ha ottimi rapporti sia con lei sia con Salvini, e in primavera il suo terzo mandato arriverà a scadenza.
Ora, con il tema dell’energia diventato ancora più rilevante nell’agenda politica, Descalzi potrebbe anelare a un inedito quarto mandato: diventerebbe il più longevo numero uno della storia della multinazionale, superando Enrico Mattei o i regni dei predecessori Paolo Scaroni e Franco Bernabé.
In realtà Meloni credeva che elezioni si sarebbero tenute a scadenza naturale nel 2023, e aveva ipotizzato di chiedere a Descalzi (che come lei è favorevole al nucleare da fusione e alle trivelle per potenziare le estrazioni di gas casalingo) di fare il ministro in caso di vittoria. In un dicastero di primissimo piano, come quello degli Esteri o dello Sviluppo economico.
Non è escluso che le elezioni anticipate portino a una doppia nomina: l’arrivo di Descalzi al governo di centrodestra e un nuovo ad all’Eni.
Che sarà probabilmente indicato da Descalzi in persona: dopo l’assoluzione definitiva dalle accuse di corruzione internazionale, il manager è uno degli uomini più influenti d’Italia, capace di chiudere accordi energetici fondamentali con l’Algeria, di cucire relazioni strette con il Quirinale e con gli americani, che lo considerano un atlantista convinto e alleato fedele.
Altro esterno a Fratelli d’Italia che Meloni vede bene nel suo futuribile dream team è il poco noto Cesare Pozzi. Un docente di economia applicata che insegna a Foggia e alla Luiss di Roma. Il professore, di Varese, è stato invitato alla conferenza programmatica di FdI di qualche mese fa, e ha parlato davanti a una platea semivuota delle sue ricette economiche per il rilancio del paese: i fan di Meloni non sapevano probabilmente che la leader ne ha massima stima, e che nelle chiacchiere con i suoi consiglieri ne parla come di un possibile ministro dell’Economia.
A chi le ricorda che il docente non ha un nome di peso, lei risponde secca: «Se i grillini sono riusciti a mettere un perfetto sconosciuto come Giuseppe Conte a capo del governo, perché io non posso mettere Pozzi a via XX Settembre?». Si vedrà.
Per ora, va segnalata qualche recente dichiarazione di Pozzi, rilasciata durante un dibattito a tre con Gianni Alemanno e il collega leghista Antonio Rinaldi. «Il debito pubblico? In verità l’Italia è il paese più solvibile della storia dell’umanità» ha detto qualche giorno fa. «Abbiamo vissuto non al di sopra, ma al di sotto delle nostre possibilità. Lo scudo antispread della Bce? Non ha senso. La burocrazia della Banca centrale è totalmente inadeguata, non valuta l’impatto delle decisioni sui territorio e sulle famiglie». Alemanno, nel video, annuisce felice.
ALLA RICERCA DEL PIL
Meloni ha in mente anche altri papabili per il suo possibile esecutivo. Uno di questi è Matteo Zoppas, rampollo della dinastia degli elettrodomestici e già presidente di Confindustria Veneto: favorevole al passaggio delle grandi navi a Venezia, fautore di una maggiore autonomia della sua regione da Roma, è considerato dalla Meloni un possibile ministro dello Sviluppo economico. A oggi è figura di raccordo tra il partito e i piccoli imprenditori che nel nord est hanno sempre avuto la Lega come supremo riferimento politico ma che, con l’avvento di Salvini e della sua Lega nazionale, hanno cominciato a squadernare proposte politiche alternative.
Anche Carlo Bonomi, attuale presidente di Confindustria, è uscito sui giornali con i galloni di ministro meloniano. «È vero, le confermo che Meloni da qualche tempo ha curato molto i rapporti con lui. C’è apprezzamento reciproco, lei vuole intensificare i rapporti con il “partito del Pil” del nord, in concorrenza con la Lega.
Anche Bonomi, come Zoppas, potrebbe essere chiamato a fare il ministro», spiega ancora il dirigente di Fratelli d’Italia, «ma Giorgia sa bene che è tentativo difficile, visto che il mandato del presidente scade nel 2024».
GLI OSTACOLI ALLA PREMIERSHIP
Naturalmente, negli auspici di Meloni a capo della compagine a cui sta lavorando deve esserci lei, e solo lei: i sondaggi premiano la lista delle destre e più di tutte quella di Fratelli d’Italia che, secondo gli esperti, nelle urne potrebbe arrivare a toccare – o persino superare – il 25 per cento dei consensi.
Per ottenere l’incarico o quantomeno il mandato esplorativo, Meloni si è mossa con intelligenza: dopo la battaglia (perduta) per il Quirinale pare abbia recuperato un rapporto almeno cortese con il rieletto Sergio Mattarella e con il potente segretario generale Ugo Zampetti; ha sposato l’asse atlantico di fronte alla guerra della Russia contro l’Ucraina senza tentennamenti; provato a rassicurare gli emissari dell’ambasciata americana e i moderati che temono i suoi estremismi.
Il problema però resta: come accaduto durante il convegno di Vox in Spagna durante il quale Meloni ha urlato con voce marziale contro «la lobby gay, la finanzia internazionale, la burocrazia di Bruxelles e la cultura della morte», la leader non intende rinunciare al richiamo della foresta.
Il discorso della post fascista ha fatto tremare i moderati, ma quello che molti non capiscono è che Meloni, anche se è solo del 1977, non è una politica moderna. Ha un’impostazione strategica novecentesca. Così come il Partito comunista non voleva che si formasse nulla a sinistra e talvolta peccava in estremismi, anche lei teme più di ogni altra circostanza la nascita di una formazione politica che le contenda l’egemonia a destra.
«Queste uscite sono un rischio calcolato: anche se li tiene lontano dal cuore del partito, non vuole perdere l’appoggio elettorale di nostalgici e reducisti, che in Italia sono tanti. Diciamo che in Spagna le è un po’ scappata la mano», dice sorridendo chi teorizza con lei, dentro FdI, la necessità di usare talvolta toni identitari estremi, anche a costo di perdere qualche voto.
IL CRISTONEOFASCISMO
Questa mobilitazione politico-confessionale si è diffusa in Spagna con Vox, che negli anni è riuscito a imporsi quale erede del partito conservatore, intercettando nell’istituzione ecclesiale l’ago di una bilancia morale e la tara della propria strategia politica.
Di recente, il teologo Juan José Tamayo ha messo in guardia da ciò che definisce l’ultimo baluardo di un cattolicesimo nazionale, che si riteneva capitolo chiuso dopo gli anni bui della dittatura di Francisco Franco. Viceversa, per il teologo spagnolo in Spagna si sta assistendo alla nascita del «cristoneofascismo».
Si tratta di un movimento che ha già un precedente pericoloso in paesi come il Brasile, dove l’alleanza tra il governo di Bolsonaro e i cristiani evangelici ha scalzato le politiche di solidarietà per una visione accentratrice del potere. Negli Stati Uniti, la stessa tendenza fondamentalista aveva ravvisato nella presidenza di Donald Trump l’escatologia perfetta del binomio «faith/fight».
Nel libro La internacional del odio (Icaria, 2020), Tamayo sottolinea come la religione sia solo uno strumento politico che, inserendo la dialettica amico-nemico in una suprema battaglia tra bene e male, genera una «nuova religione che si nutre di odio, lo coltiva, lo alimenta tra i suoi seguaci e lo inocula nella cittadinanza».
Vox, che riceve il sostegno di una lobby dell’ultra-destra cattolica come Hazte Oír, ribadisce il suo ruolo di guida morale facendo leva sui suoi nemici: femminismo, immigrazione, Islam, Lgbt, diritti civili quali aborto e matrimonio egualitario. Gli stessi che Meloni pochi giorni fa ha elencato nel suo discorso.
MUJER, MADRE, CRISTIANA
Per la leader di FdI essere cristiana è così importante da avervi dedicato un capitolo intero nella sua biografia (Io sono Giorgia, Rizzoli, 2021). Eppure, basta sfogliarne le pagine per coglierne le dissonanze anche solo rispetto al cristianesimo tradizionale.
Meloni è colei che nel 2016 annunciò alla manifestazione per la difesa della famiglia tradizionale del Family day di essere incinta, salvo poi avere una figlia in una relazione fuori dal matrimonio.
È anche colei che oppone alle pratiche di devozione cristiana la passione per l’angelologia, parlando in modo schivo del suo rapporto personale con l’angelo custode. Il cristianesimo intriso di sincretismo di Meloni è ben riassunto in poche righe del menzionato capitolo, dove l’emozione seguita al crollo della volta di Notre Dame in fiamme si giustappone a quella per l’alba nel luogo pagano di Stonehenge.
Ciononostante, Meloni continua a ricordare il suo essere «mujer, madre, italiana, cristiana». Motto che gli spagnoli conoscono bene, perché analogo a quello del numero tre di Vox, Iván Espinosa de los Monteros, definitosi «uomo, spagnolo, cristiano, etero, sposato, padre di famiglia, patriota, capitalista, conservatore».
Espinosa è il marito di Rocío Monasterio, portavoce di Vox all’assemblea di Madrid, ma ha anche nel suo dna familiare un legame con le pagine buie del nazi-fascismo europeo: il nonno fu comandante sotto Francisco Franco mentre il fratello di lui, Eugenio Espinosa de los Monteros, era stato ambasciatore di Spagna nella Berlino del Terzo Reich.
GIORGIA E IL DRAGO
Il cristianesimo di cui si fa portavoce la leader di FdI ha poco dell’annuncio di gioiosa salvezza, più volte ribadito da papa Francesco.
L’immagine dei cristiani delineata dai post sulla sua pagina Facebook, invece, è quella di una minoranza perseguitata dai paesi medio-orientali alla stessa Europa. Postare, a distanza di due settimane, il dissenso alla decisione di oscurare i simboli cristiani in un cimitero a Pieve di Cento (8 aprile 2019) e l’attacco nella comunità cristiana in Sri Lanka (21 aprile 2019), le permette così di promuovere una caratteristica distintiva del vero credente: il martirio.
Per Meloni, il cristiano è, prima di tutto, un martire non solo del fondamentalismo islamico – come ha più volte ribadito con post dedicati a Pakistan, Turchia o Libia –, ma anche in casa propria, dove le «radici cristiane d’Europa» sono costantemente minate.
Per la leader di FdI il nemico è la «izquierda». La sinistra non è più solo un rivale politico, ma un «odiatore della patria che ha cominciato ad amare l’Europa solo quando è diventato orfano dell’Unione sovietica […] e ha cercato di trasformare l’Europa dei popoli e delle diversità in una specie di stato sovietico, tutto burocrazia, imposizioni dall’alto e omologazione». Facendo della sinistra il riflesso sbiadito di un comunismo che vuole ateizzare il mondo, la leader di FdI fa di sé la sentinella di un nugolo di credenti militanti.
Accanto al suo nome, nel profilo Twitter compare la lettera ?, dall’arabo nasarah, nazareno, che è come i musulmani nella tradizione storica definivano i cristiani «infedeli». Il simbolo ha cominciato a diffondersi sui social a partire dal 2014, quando molti cristiani iracheni sono morti sotto la furia islamista dell’Isis. Il simbolo non solo ricorda che Meloni è cristiana, ma anche parte di una resistenza cui non resta che combattere: «Difendere la nostra identità si può, basta recuperare la forza di farlo» scriveva in un post datato 21 luglio 2021 dopo l’incendio della cattedrale francese di Nantes.
LA BENEDIZIONE DI VIGANÒ
Se in Spagna i cristoneofascisti trovano una sponda in alcuni esponenti del clero spagnolo, in Italia l’investitura ecclesiale viene da personalità come mons. Carlo Maria Viganò, già nunzio apostolico negli Stati Uniti e oggi apertamente critico verso papa Francesco.
il prelato ha inviato un videomessaggio ai manifestanti riuniti in piazza del Popolo: «Usciamo dal labirinto comprendendo che è in atto una guerra mondiale, combattuta non con armi reali, ma con armi non convenzionali, come la censura delle informazioni, l’asservimento dei medici, la complicità di politici, magistrati e forze dell’ordine […]. Una guerra tra luce e tenebre, tra bene e male».
Nel suo discorso, l’ex nunzio ha proposto come soluzione un «filo di Arianna» caratterizzato dalla difesa dei seguenti valori: «La famiglia, il tessuto sociale e religioso della nazione, la nostra cultura, che è ineludibilmente cristiana, cattolica e romana». Un’analogia stringente con i valori sotto attacco così presentati da Meloni nel suo intervento a Madrid: «famiglia, identità sessuale, spiritualità cristiana, lavoro, frontiere, storia, libertà espressione, patria».
Ma la storia insegna che elementi dal peso apparentemente spirituale possono svuotarsi di senso senza un adeguato riconoscimento ecclesiastico. Come la venerazione della Madonna del manganello, presunta protettrice dei fascisti a cui erano state dedicate diverse statue in Calabria nel Ventennio: in quel caso, sotto una parvenza di sacro erano nascoste delle insidie.
IL PIANO B
Le sue radici missine non sono il principale ostacolo sulla strada di palazzo Chigi. Meloni sa che esistono ostacoli maggiori. In primis, il probabile fuoco amico da parte di Salvini e soprattutto di Berlusconi. Con l’ex Cavaliere il rapporto è pessimo: un dirigente di Forza Italia dice che il leader di FI, di recente, gli ha spiegato che lui non lascerà mai la guida del centrodestra e del governo «a una semplice diplomata».
Il nome del forzista Antonio Tajani, circolato sui giornali come premier che verrà, è solo l’inizio dell’offensiva berlusconiana contro la leader di Fratelli d’Italia.
In secondo ordine, la Meloni è cosciente che la Bce, le élite di Bruxelles e i mercati finanziari potrebbero reagire malissimo a un suo incarico. «Basta poco che lo spread schizzi alle stelle e che i burocrati della Ue minaccino implicitamente di chiudere i rubinetti del Recovery fund: Giorgia sa che a quel punto la sua candidatura si dissolverebbe in poche ore. Perciò stiamo lavorando anche a un piano B», spiegano dal partito.
Quello in cui Meloni stravince, ma lascia che il premier lo faccia qualcun altro. A quel punto lei pretenderebbe di fare il ministro degli Esteri e/o il vicepremier, usando l’incarico per istituzionalizzarsi come leader ancor più spendibile al turno successivo.
«Lei è giovanissima, sa che ha il futuro davanti. E ha visto che anche da un ministero importante, come ha fatto Salvini al Viminale, si può continuare a crescere. Basta poi evitare di fare scivoloni modello Papeete».
Nel piano B i nomi nella testa di Meloni sono pochi. Dagospia ha lanciato l’ipotesi Letizia Moratti. Anche se l’ex ministra dell’Istruzione ha nicchiato, è un fatto che le due donne si sentano molto spesso da mesi. La leader ha grande opinione di Giulio Tremonti, che ambirebbe molto a fare il premier più che il ministro dell’Economia. Il docente di diritto tributario non è certo un profilo che possa tranquillizzare i mercati. Il suo nome, con maggiori probabilità, potrebbe essere usato dalla destra vittoriosa per la campagna di conquista delle agenzie indipendenti più pesanti, soprattutto nella vigilanza del settore bancario come la Consob.
L’altro nome che qualcuno faceva fino a qualche settimana fa era quello di Giancarlo Giorgetti. «Con Meloni non li unisce né l’estrazione sociale né quella geografica, una è di Roma sud e l’altro del varesotto, ma si stimano e sono legati dall’antisalvinismo», dice chi conosce bene entrambi. Giorgetti è certamente uno dei pochissimi dirigenti della destra ad aver fatto nel corso del tempo un passaggio da uomo di partito a esponente delle istituzioni, ma la defenestrazione improvvisa di Mario Draghi, a cui il ministro è molto legato, per mano del suo capo Salvini hanno indebolito la sua posizione dentro e fuori il partito, ed è dubbio che possa essere lui un premier di mediazione tra le tre forze di destra.
POTERE CROSETTO
Il vero nome di garanzia per Meloni è quello di Guido Crosetto, il cofondatore di Fratelli d’Italia “parcheggiato” dal 2018 (si vocifera con uno stipendio intorno ai 400mila euro annui, assai più alto di quello da parlamentare) all’Aiad, la federazione che rappresenta le aziende dei settori dell’aerospazio e della difesa.
Toni moderati e rapporti trasversali sia in politica sia nel deep state (ha interlocutori nei servizi, nelle partecipate come Leonardo, perfino in Azione, Italia viva e nel Pd, soprattutto dentro la corrente di Base riformista del ministro della Difesa Lorenzo Guerini), da tempo Crosetto fa finta di non occuparsi di politica, e di essere un semplice osservatore esterno.
In realtà resta il consigliere privilegiato di Meloni, colui che riesce a mettere pace tra lei e Salvini quando la coppia litiga, sicuramente l’interlocutore preferito da Berlusconi dentro Fratelli d’Italia, che l’ex presidente del Consiglio considera ancora un’incognita e un pericolo, soprattutto per i suoi interessi aziendali che restano la bussola delle sue strategie politiche.
Crosetto, anche non dovesse essere chiamato a palazzo Chigi, non avrebbe comunque alcun impedimento a diventare influente ministro in quota FdI. Già sottosegretario alla Difesa, qualcuno vaticina il suo passaggio alla poltrona più importante su cui oggi siede Guerini, altri invece lo vedono sottosegretario alla presidenza del Consiglio, nella stanza dei bottoni vicina a quello del futuro premier.
«Guido è bravissimo, ma guadagna molto bene all’Aiad: non è un caso che si sia dimesso da parlamentare appena eletto nel 2018», dice chi lo conosce da una vita. Sia come sia, anche dovesse rimanere fuori dall’esecutivo, Meloni gli chiederà di gestire la delicata partita delle nomine della partecipate: già oggi all’Aisi, a Leonardo, alla Rai o all’Enel, nelle agenzie di stato vecchi boiardi, civil servant e aspiranti consiglieri di amministrazione lo cercano per ottenere un’entratura nel regno di Giorgia.
Colei che quasi tutti danno già, la sera del 25 settembre, come vincitrice sicura. Ma che per ora si rifiuta di incontrare chicchessia, a parte il vicedirettore del Dis Bruno Valensise, che sogna di diventare numero uno dell’Aisi quando l’attuale numero uno dei servizi interni Mario Parente terminerà il mandato: Meloni è pragmatica, e prima di impegnarsi o di fare promesse vuole contare tutte le schede nelle urne.
(da “Domani”)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 27th, 2022 Riccardo Fucile
IL VERBALE DELLA TESTIMONIANZA ALLEGATO ALL’INCHIESTA FERONIA
Sono passati due anni, da quel 22 luglio 2020, quando Gianfranco Sciscione, ex
presidente del consiglio comunale di Terracina, venne interrogato dalle guardie costiere e riferì delle indiscrezioni raccolte su una presunta bustarella destinata all’attuale eurodeputato di FdI: “È vero. Mi parlarono di una busta contenente 40mila euro diretti a Nicola Procaccini” – le sue parole sono riportate anche da la Repubblica.
Un sospetto poco felice, che spunta in un verbale allegato all’inchiesta “Feronia”, culminata sei mesi fa con l’arresto dell’allora vicesindaco di Terracina, Pierpaolo Marcuzzi.
Proprio in quel periodo, Marcuzzi era addirittura tra i favoriti per una candidatura alle regionali con Fratelli d’Italia. Poi, la settimana scorsa di nuovo ai domiciliari nell’indagine “Free Beach” in cui lo stesso Procaccini, uno degli uomini di fiducia di Giorgia Meloni, è indagato a piede libero con le accuse di turbativa d’asta e induzione indebita a dare o promettere utilità. Acque torbide è dir poco, insomma.
L’inchiesta ”Feronia”
L’inchiesta denominata ”Feronia” partì da un luna park installato sul suolo demaniale a Terracina da una famiglia rom, un’indagine destinata ad allargarsi verso le pressioni che Marcuzzi avrebbe fatto per ottenere finanziamenti diretti allo stadio di Borgo Hermada, essendo presidente della locale squadra di calcio, alle gare inquinate a favore di imprenditori amici del politico e alla consegna a domicilio da parte di quest’ultimo di schede elettorali con dentro i bigliettini con le indicazioni di voto.
L’indagine, poi, aveva portato alla richiesta di giudizio per l’ormai ex vicesindaco, già imputato nel processo sulla riqualificazione dell’area della Pro Infantia: ora rischia di dover rispondere di falso ideologico, tentata truffa aggravata, turbativa d’asta e induzione indebita a dare o promettere utilità a fini elettorali.
In quel caso, il rappresentante di un comitato civico consegnò agli investigatori la registrazione di una telefonata tra lui e Sciscione in cui l’allora presidente del consiglio comunale gli riferiva di indiscrezioni raccolte su mazzette consegnate a Marcuzzi e Procaccini.
Le dichiarazioni di Sciscione
Inevitabilmente, gli inquirenti si rivolsero a Sciscione che, alle ultime elezioni, si era candidato a sindaco. L’allora presidente del consiglio comunale confermò, sostenendo di essere stato avvicinato dal titolare di una pescheria, il quale gli avrebbe detto che una persona voleva parlargli di quelle bustarelle, di cui però non aveva prove avendo consegnato denaro contante, non tracciabile.
Fu, poi Sciscione stesso a dire che una persona appunto voleva fargli delle rivelazioni sulla consegna di “una busta contenente 50mila euro al signor Marcuzzi e un’altra busta contenente 40mila euro che invece aveva consegnato ad una persona ben vestita che avrebbe dovuto farla recapitare al signor Nicola Procaccini” (Repubblica). Denaro che, a quanto pare, sarebbe servito per la campagna elettorale delle europee 2019.
(da Il Corriere della Città)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 27th, 2022 Riccardo Fucile
“MI TROVAVO IN UNA CONDIZIONE DI DISAGIO A ESSERE CAPOGRUPPO E PORTARE AVANTI UNA LINEA CHE NON CONDIVIDEVO”
“La riflessione se uscire dal partito è d’obbligo. Ho deciso di dare le dimissioni di capogruppo alla Camera per il fatto che non condivido la scelta che è stata fatta e soprattutto le conseguenze, ovvero la rottura del patto progressista che non vedo molto lineare come prospettiva. Da un lato noi un mese fa abbiamo convinto dei territori che magari con il Partito Democratico erano stati in opposizione ad andare in una lista unitaria, con l’idea che la coalizione avrebbe portato a un progetto politico molto più ampio, a un fronte unitario in elezioni successive.
Andare a rompere quel patto, così come si era delineato, oggettivamente non era una conseguenza imprevista ma ampiamente prevedibile. Ho percepito in molti colleghi e in interventi che ho sentito che l’idea che la situazione potesse precipitare fosse improbabile, anche perché non si è mai andati a votare in autunno, ma non era così imprevedibile”.
Così Davide Crippa, all’indomani delle sue dimissioni da capogruppo alla Camera del Movimento 5 Stelle intervenuto a 24 Mattino su Radio 24. Sulla questione dimissioni ha poi aggiunto: “Mi trovavo in una condizione di disagio ad essere comunque capogruppo e dover portare avanti una linea che non condividevo fino in fondo. Oggi lascio spazio a chi può condividere quella linea e a chi può cercare di metterla in campo alla Camera. Da 13-14 anni sono alla Camera e questa scelta comunque non è semplice”.
Sull’ipotesi di passaggio ad Insieme per il futuro dice: “Se passerò al movimento di Di Maio? Non ho fatto questa scelta all’epoca e oggi stiamo vivendo un momento molto delicato e non è detto che chi per forza la pensi in maniera diversa o in dissenso rispetto a Conte debba essere incasellato da un’altra parte”
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 27th, 2022 Riccardo Fucile
“CON LA MELONI, L’ITALIA DIVENTEREBBE COME L’UNGHERIA. SALVINI È UN PERSONAGGIO DA BAR” … “I 5STELLE HANNO FATTO UNA SOLA COSA GIUSTA: IL REDDITO DI CITTADINANZA, PERCHÉ NON POSSIAMO LASCIAR MORIRE LA GENTE DI FAME”… “IL PD È UN PARTITO BORGHESE, CHE HA PERSO I RAPPORTI CON LE CLASSI POPOLARI. LE DISUGUAGLIANZE SONO INSOSTENIBILI”
«Corriamo il pericolo più grave nella storia della Repubblica». Addirittura, ingegner De
Benedetti?
«Mai finora avevamo vissuto il rischio di uscire dalla nostra collocazione internazionale, di rompere le nostre alleanze storiche. Neppure nel 1948».
Allora c’erano i comunisti.
«Ma dopo l’attentato a Togliatti furono proprio i sovietici, nel loro cinismo, ad avvertire i comunisti di casa nostra di non provare a fare la rivoluzione. La linea era tracciata: c’era stata Yalta; poi ci sono stati i trattati di Roma che hanno creato l’Europa. L’Italia è stata messa sui binari. Ora, per la prima volta, rischia di deragliare».
Perché dice questo?
«Perché la vittoria della destra alle prossime elezioni sarebbe una catastrofe».
Centrodestra. C’è pure Berlusconi.
«Destra. Berlusconi non c’è più. Ci sono le sue badanti, che rispondono a Salvini. E c’è la Meloni. Ha visto il suo discorso in Spagna, dai franchisti di Vox?».
Ha riconosciuto di aver sbagliato i toni.
«I toni erano inequivocabilmente e tecnicamente fascisti. Del resto la sua storia, la sua cultura è quella. Ma i contenuti sono anche peggio».
Perché? Giorgia Meloni ha espresso posizioni di destra.
«No. Non è una questione ideologica. Qui non abbiamo di fronte i conservatori britannici. La nostra destra è biecamente fascista e nazionalista. La Meloni ha detto in sostanza: abbasso Bruxelles, viva le nazioni. Il suo modello è Orbán. Con lei alla guida, l’Italia diventerebbe come l’Ungheria».
Ma l’Europa ormai c’è. E ci sono i fondi del Pnrr.
«Con questa destra tutto è a rischio, anche il Pnrr. Bruxelles, Parigi, Berlino ci frapporrebbero ogni sorta di ostacolo, per evitare il contagio. Si ricordi che in Germania hanno Alternative für Deutschland. In Francia Marine Le Pen è al 42% e ha portato novanta deputati all’Assemblea Nazionale. Poi c’è l’America».
Che c’entra l’America?
«So per certo, dalle mie fonti nel Dipartimento di Stato, che l’amministrazione americana considera orripilante la prospettiva che questa destra vada al governo in Italia».
Le sue parole accenderanno polemiche. L’Italia è un Paese sovrano. La gente vota. E decide.
«Certo. Ma la gente deve essere informata. Deve sapere a cosa va incontro. Questa destra va fermata. E per fermarla si deve costruire un fronte repubblicano, con un programma marcatamente riformista».
È la formula che ha usato Calenda.
«Lodevole. Ma non sufficiente. Perché va allargata il più possibile».
Calenda in effetti dice che da trent’ anni si chiede di votare contro qualcuno, e poi non si riesce a governare.
«Non è così. È vero, si chiedeva di votare contro Berlusconi. Ma Berlusconi non metteva a rischio la democrazia e la collocazione internazionale dell’Italia».
Proprio lei lo dice, che di Berlusconi è stato l’avversario storico?
«Berlusconi significava il degrado del civismo, l’evasione fiscale eretta a sistema, le leggi ad personam sulla giustizia. Ma non gli è mai passato per l’anticamera del cervello di rompere con l’Europa e con gli Stati Uniti d’America».
Proprio lei, in un’intervista al «Corriere», due mesi fa ha criticato la linea atlantista sull’Ucraina.
«Che c’entra? Ho detto che secondo me l’Italia sbaglia a mandare armi che alimentano la guerra. Ma considero Putin il peggior criminale su piazza. Non la penso certo come Salvini».
Salvini le sembra meno peggio della Meloni?
«Salvini è un personaggio da bar. Ha aperto la campagna elettorale proclamando che con lui non entrerà un solo immigrato. Che fa, gli spara a vista? Siamo seri. Salvini mi ha pure querelato, quando gli diedi dell’antisemita. E ho vinto la causa».
Perché antisemita?
«Perché ha corteggiato Casapound e Forza Nuova. Se non sono fascisti quelli… Lui si è proclamato amico di Israele; ma una cosa è Israele, un’altra sono gli ebrei».
Chi dovrebbe entrare nel fronte repubblicano?
«Tutti. Letta, Renzi, Calenda, Speranza, Brunetta, Gelmini…».
Anche i 5 Stelle?
«I 5 Stelle sono finiti; non possono provocare altri danni. Hanno fatto una sola cosa giusta: il reddito di cittadinanza, perché non possiamo lasciar morire la gente di fame. Solo che non l’hanno capita, e si sono inventati i navigator…».
Perché quindi imbarcare pure i 5 Stelle?
«Perché dobbiamo entrare in una logica di Cln. Nel Comitato di liberazione nazionale c’erano tutti, comunisti e monarchici, azionisti e cattolici: perché bisognava combattere un nemico comune, Mussolini».
Ingegnere, oggi in Italia non c’è Mussolini.
«Certo che no. La storia non si ripete mai due volte. La Meloni e Salvini non ci metterebbero in camicia nera. Ma metterebbero a rischio la democrazia, l’Europa, i nostri valori. E isolerebbero l’Italia. Proprio come fece Mussolini».
Chi dovrebbe essere il candidato premier del Fronte repubblicano? Draghi?
«Se lui se la sentisse, certo. Ma credo che Draghi voglia fare il presidente del Consiglio europeo al posto di Michel, nel 2024. Il candidato premier non è così importante. È importante lo spirito con cui bisogna unirsi. Anche rinunciando ai simboli di partito».
Perché il Pd dovrebbe rinunciare al suo simbolo?
«Perché da solo non ce la farà mai. Il Pd è un partito borghese, votato da persone di buon senso. Ma ha perso i rapporti con le classi popolari. Le disuguaglianze sono ormai insostenibili, e non mi pare che Letta se ne occupi».
Draghi come ha governato?
«Draghi è il meglio che possiamo mettere in campo. Ha riportato in alto il prestigio del nostro Paese, ha affrontato bene la pandemia, sostituendo Arcuri con Figliuolo. Il bilancio dei suoi 17 mesi è positivo. Resta il fatto che l’Italia oggi è più povera, più indebitata, più ingiusta rispetto all’inizio della legislatura. E una vittoria di questa destra sarebbe il colpo finale, con una recessione severa in arrivo».
Aldo Cazzullo
(da il “Corriere della Sera”)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 27th, 2022 Riccardo Fucile
SULLE SPOGLIE DI “FARSA ITALIA” SI ACCANISCONO CALENDA E LETTA A CACCIA DEI VOTI DEGLI ELETTORI MODERATI … L’ASSE TRA AZIONE E PD PUÒ ESSERE DECISIVO IN 40 COLLEGI (L’OBIETTIVO E’ “LA NON VITTORIA” DEL CENTRODESTRA)
Finora Calenda ha ballato da solo ed è così che si è distinto. Diventando centrale nel gioco politico. Crescendo progressivamente nei sondaggi. Fino a proporre Azione come una sorta di polo attrattivo sia per gli elettori riformisti che non hanno mai condiviso lo slogan «o Conte o morte», sia per quelli moderati che non hanno accettato la fine del governo Draghi.
Il suo obiettivo è intercettare i voti in libera uscita dei forzisti e trasformare il 25 settembre nel giorno della «non vittoria» per il centrodestra, impedendogli di conquistare la maggioranza dei seggi al Senato e sbarrandogli la strada di Palazzo Chigi.
Un progetto ambizioso, che prima delle urne passa da una scelta strategica: Calenda deve infatti decidere se continuare a ballare da solo o accettare di allacciarsi al Pd. «Insieme metteremmo in discussione il risultato in una quarantina di collegi», gli ha spiegato Letta. Che non può fare a meno di lui e non può nemmeno sostituirlo con Conte: se ci provasse — secondo alcune ricerche in possesso del Nazareno — i democratici perderebbero e Azione andrebbe oltre la doppia cifra.
Perciò il Pd gli chiede di danzare insieme e gli chiede di portare con sé anche Renzi, senza il quale il tentativo di bloccare il centrodestra non avrebbe chance.
Insomma Calenda è ritenuto indispensabile dai democratici, per quanto venga sprezzantemente definito dai compagni un «trotzkista di centro». E lui si è preso del tempo prima di dare una risposta, che non è solo un rendiconto sui seggi. Deve tenere in considerazione il rischio di finire schiacciato nella contesa bipolare, anche per effetto della par condicio che in campagna elettorale — se Azione non si coalizzasse — gli assegnerebbe spazi ridotti sui media radio-televisivi.
Ma soprattutto deve valutare quali conseguenze produrrebbe nell’opinione pubblica la scelta di campo. Perché, per quanto possa essere derubricato ad «accordo tecnico», un’alleanza nei collegi con il Pd muterebbe nell’elettorato la percezione del suo partito, ne intaccherebbe la diversità.
La decisione potrebbe influire anche sulla squadra che sta costruendo e che prevede oltre all’arrivo di Gelmini anche quello di Carfagna, con l’ipotesi di un partito del Sud da collegare ad Azione
Calenda vuole analizzare i flussi elettorali e se si accorgesse di un passaggio di elettori da Forza Italia, «allora — ha detto ai suoi — correremmo da soli». Qualche avvisaglia la intravvede, strascico dello strappo operato dal Cavaliere con Draghi e che è stato contestato persino in famiglia dalla figlia Marina.
Alla cassaforte di Berlusconi mira anche Letta, che non riesce a drenare voti grillini a sufficienza. Quando il leader dem gliene ha fatto cenno, Calenda ha tagliato corto: «Quella missione è mia».
Ieri se n’è ulteriormente convinto, dopo la direzione del Pd. La tesi di un’alleanza solo a fini elettorali, sostenuta dal segretario, rende la coalizione poco attrattiva. E la presenza di un pezzo della sinistra che resta nostalgica dell’epopea contiana svaluta l’asset di un partito che si propone come alfiere del draghismo. E finisce per minacciare anche l’obiettivo di diventare la prima forza nazionale. Sono valutazioni che ieri facevano sottovoce anche esponenti democrat.
In più Calenda ritiene di arrivare alle urne dopo essersi distinto per il suo «no» al Conte-bis e per una serie di proposte sui temi economici. Mentre dall’altra parte si sono limitati a battaglie sui diritti civili — dal ddl Zan allo ius scholae — e poco altro. Infatti autorevoli dirigenti del Pd criticano il modo in cui il Nazareno ha consentito al leader del Movimento di «strapparci con quel documento di nove punti la bandiera della questione sociale».
Adesso c’è una corsa affannosa a recuperare il terreno perso, e c’è chi propone di copiare in campagna elettorale la strategia grillina del 2018: «Allora M5S non faceva che ripetere “reddito di cittadinanza-reddito di cittadinanza”. Adesso noi dovremo insistere a dire “salario minimo- salario minimo”».
Calenda è al bivio. Ha un vantaggio di posizione nello scacchiere politico, ma deve stare attento alla mossa del cavallo. È l’ipotesi che ieri circolava a Montecitorio e secondo la quale, con un gioco di sponda, Meloni e Letta potrebbero rompere con i rispettivi alleati e giocarsi la sfida uno contro uno. Non sarebbe una mossa di scuola, ma in questa legislatura il manuale della politica non è stato quasi mai seguito.
(da la Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 27th, 2022 Riccardo Fucile
SI AFFIDA AI SUOI SONDAGGI RISERVATI SECONDO CUI LA MELONI SPAVENTEREBBE I FANTOMATICI ELETTORI “MODERATI”… LOTTA DI POLTRONE: LA MELONI SPARA CHE VUOLE IL 55% DEI COLLEGI UNINOMINALI
Tirerà fuori un sondaggio riservato. E lo farà al momento giusto, con un po’ di perfidia.
Recita: Giorgia Meloni candidata premier in pectore potrebbe farci perdere le elezioni. O meglio: ci impedirebbe di vincerle.
Troppo di destra, tanto da spaventare gli elettori moderati. «Giorgia – dirà oggi Silvio Berlusconi simulando empatia e affondando la lama – non possiamo permetterci di spaventare il nostro mondo».
È di fatto lo spettro nero agitato dalla stampa internazionale, il timore espresso a Bruxelles nei conciliaboli del Ppe, l’allarme che è rimbalzato anche Oltreoceano. Ed è anche il rischio di perdere i fondi del Recovery, come sottolineava ieri il Financial Times ricordando la caduta di Mario Draghi.
Il nodo dell’immagine pubblica di Meloni è insomma la prima linea della battaglia. Ne ha parlato Antonio Tajani alla Stampa, sostenendo che agli attacchi che arrivano dall’estero la leader deve rispondere «mostrando serietà e dimostrando di essere diversi da come si viene dipinti».
Ieri, poi, ha lambito il concetto anche l’azzurro Maurizio Gasparri: «Il problema della Meloni – ha detto a Metropolis – non è tanto rivendicare il primato della coalizione, ma dimostrare che non è quel mostro nazifascista che Repubblica descrive. Meloni ha 46 anni e credo sia consapevole del problema. Oggi deve chiarire non solo le sue posizioni, che per me non sono nazifasciste, ma dimostrare che la sua è una coalizione equilibrata». Ovviamente c’è molto altro, dietro all’affondo che programma Berlusconi e che rilanciano i suoi big.
C’è innanzitutto un timore concreto: l’estinzione di Forza Italia. In queste ore, nella storica culla azzurra della Lombardia, il partito del Cavaliere perde assessori regionali, ras carichi di voti, tanti piccoli amministratori locali. E smarrisce per strada il sostegno di associazioni di commercianti e imprenditori. Una fuga scatenata dalla scelta di affossare Mario Draghi.
C’è uno scontro di potere furibondo, nella coalizione sovranista.
Dopo aver ricevuto in dono da Giuseppe Conte l’occasione della vita, l’ansia di conquista travolge tutti i contendenti.
Matteo Salvini è il più felice di tutti. Emarginato per la scelta filo-russa, ha ripreso a frequentare gli interlocutori di Mosca e confida di tornare quantomeno ministro dell’Interno.
In realtà sogna di arrivare ancora più in alto, forte di un patto con l’anziano leader di Arcore. Ma servirebbe riuscire a sottrarre la premiership a Meloni.
È il cuore dello scontro di queste ore. L’obiettivo del segretario del Carroccio è imporre un proprio nome (se non addirittura se stesso) per Palazzo Chigi. Il piano, elaborato con Berlusconi, è banale nella sua semplicità.
Chiederà a Meloni di affermare il principio che il prossimo premier dovrà essere indicato non dagli elettori – dunque assicurando al partito che prende di più nelle urne l’onere della scelta – ma dagli eletti nel corso di una solenne assemblea di inizio legislatura.
Il calcolo è semplice: sommando i parlamentari leghisti, azzurri e centristi (a cui il Cavaliere garantirà qualche seggio) si potrebbe tentare il sorpasso. In modo da poter dire alla leader di Fratelli d’Italia: dispiace, la maggioranza preferisce un altro nome.
A Meloni dispiace invece avere a che fare con Salvini. Non ha nessuna intenzione di assecondare questo schema. Sa che non sarà facile accordarsi, visto che i rapporti con l’ex ministro dell’Interno sono complessi. Ma sa anche che il collante di una possibile vittoria può fare miracoli. L’amica dell’ultra destra spagnola di Vox si presenterà quindi al vertice con due proposte. Primo: a Palazzo Chigi andrà chi prende un voto in più nelle urne. Secondo: per decidere la ripartizione dei collegi dovrà valere la media degli ultimi sondaggi. Quelli più recenti assicurano a Fratelli d’Italia un consenso superiore alla somma di Forza Italia, Carroccio e centristi.
E infatti, lo schema di partenza che sottoporrà ai partner sarà: 55% degli scranni dell’uninominale a FdI, 28% alla Lega, il restante 17% da dividere tra azzurri e cespugli di centro. Perfettamente in linea con l’ultima rilevazione Swg, che attribuisce il 25% al partito con la fiamma, il 12,4% al Carroccio e il 7,1% a FI. «Le regole ci sono e vanno rispettate», ricorda Ignazio La Russa.
Litigano su tutto, nella galassia ormai sovranista a tutto tondo. Salvini e Berlusconi vogliono ad esempio strappare anche un impegno a evitare premier tecnici e, soprattutto, ministri non troppo politici: niente figure alla Giulio Tremonti, per intenderci, o alla Domenico Siniscalco. Ipotesi che sembravano invece intrigare Meloni.
E ancora: Berlusconi vuole per sé la presidenza del Senato. E spinge per assicurare ai big che lo circondano a Villa Grande alcuni ministeri chiave, a partire dagli Esteri. Lo stesso chiede Salvini, puntando all’Interno o alla delega ai Servizi per la Lega.
Tutto normale, tutto conseguente alla scelta di mettere fuori gioco Draghi, rinnegando le promesse di stabilità degli ultimi mesi.
Una volta compiuto questo primo, traumatico passo («il solo passo che conta è il primo», scriverebbe Javier Marìas), la battaglia di Salvini e Berlusconi cresce d’intensità e prende di mira l’antagonista diretta. Che, ovviamente, è pronta a usare ogni mezzo per contrattaccare su ogi terreno possibile.
Un primo risultato della leader, soltanto “estetico” ma preteso con forza, è stato quello di sottrarre i summit della coalizione di destra alla cornice berlusconiana di Villa Grande. Oggi i leader si vedranno alla Camera. Così è stato stabilito. Scartando anche la nuova residenza di Salvini, che nel frattempo si è spostato dal centro storico a Roma Nord alla ricerca di una abitazione più grande e con camino gradita alla fidanzata Francesca Verdini
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 27th, 2022 Riccardo Fucile
LETTA E CALENDA ABBIANO IL CORAGGIO DI SPIAZZARE IL CENTRODESTRA: CANDIDARE MARA PREMIER CONTRO LA MELONI E’ UN’IDEA
Con una lunga lettera aperta pubblicata oggi da La Stampa la ministra per il Sud Mara Carfagna lascia Forza Italia.
Dopo l’annuncio di ieri, oggi Carfagna esordisce annunciando l’addio al gruppo e l’iscrizione al misto. Dice di avere riconoscenza nei confronti di Silvio Berlusconi. Ma giudica un errore aver staccato la spina al governo Draghi insieme alla Lega e al M5s.
«Il voto di sette giorni fa ha cancellato, insieme con il patto di salvezza nazionale garantito da Mario Draghi, l’imprinting moderato che il centrodestra aveva conservato per quasi un trentennio, malgrado il progressivo ridimensionamento di Forza Italia. Le conseguenze sono oggi chiare a tutti. La destituzione del premier più ascoltato e prestigioso d’Europa, l’interruzione della “messa in sicurezza” del Paese, la fuga degli investitori (ne abbiamo ogni giorno notizia), l’immagine dell’Italia che torna instabile e inaffidabile».
Qualcosa è cambiato
Carfagna ricorda che in questa legislatura Forza Italia era stata ben attenta a distinguersi dagli alleati sovranisti. Poi qualcosa è cambiato: «La revoca della fiducia al governo Draghi ha segnato una radicale inversione di marcia e una evidente sottomissione all’agenda della destra sovranista, che chiedeva di anticipare il voto per incassare subito una probabile vittoria. Le prime proposte elettorali su pensioni ed extra-deficit, nonché la grancassa dell’immigrazione che ricomincia a suonare, confermano una cifra demagogica che contraddice qualunque seria responsabilità di governo».
Carfagna aveva esordito in politica nel 2004 con la carica di coordinatrice del movimento femminile di FI in Campania. Eletta in parlamento per la prima volta nel 2006, era stata ministra delle Pari Opportunità con Berlusconi e poi responsabile per il Sud con Draghi.
Adesso è pronta a una nuova avventura: «Sappiamo tutti che c’è una larga parte dell’elettorato che non si rassegna alla prevalenza degli estremismi, ma non mi nascondo la difficoltà di trasformare questa visione in scelta politica, in un sistema che praticamente obbliga alle coalizioni e condanna all’irrilevanza chi non si associa. E tuttavia questo sforzo andrà fatto. Questo percorso dovrà essere avviato. Bisogna cominciare a guardare le cose con gli occhi di oggi e di domani, non con quelli di ieri. Tutto è cambiato, le “casacche” che indossavamo – per usare una orribile espressione – non raccontano più la verità, non definiscono più i campi, anzi confondono le idee. Bisognerà cominciare a cucire un nuovo abito per l’Italia moderata, europeista, liberale, garantista, fedele al patto occidentale e alla parola data agli elettori».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 27th, 2022 Riccardo Fucile
NON VOGLIONO MORIRE SERVI DEI SOVRANISTI
In attesa di conoscere gli esiti del vertice del centrodestra di oggi c’è da analizzare un
fenomeno che si fa sempre più chiaro.
È quello della fuga dei parlamentari moderati da Forza Italia verso il centro (Calenda o gruppo misto).
Alla lista aperta dai tre ministri Gelmini, Carfagna e Brunetta e proseguita con Cangini, Benini e Versace si è aggiunta oggi una settima parlamentare, che ha annunciato di non poter restare più nel partito fondato da Silvio Berlusconi.
È Rossella Sessa, vicina alla Carfagna, che come lei si iscriverà al gruppo misto. Le motivazioni sono le stesse di tutti gli altri: la contrarietà alla scelta di far cadere il governo Draghi e di andare a elezioni nell’ambito di un’alleanza a chiara propulsione di destra.
Ed è proprio questo elemento che spaventa, al di là delle uscite – che vengono bollate come vere e proprie diserzioni di ingrati – i vertici di Forza Italia: l’idea di fissare i criteri di scelta, o addirittura designare già ora un candidato premier, che poi sarebbe Giorgia Meloni, rischia di non piacere e di far allontanare (allo stesso modo dei parlamentari più moderati) anche la parte più centrista dell’elettorato, che è poi quella preponderante in Forza Italia, consegnando il partito fondato ormai 29 anni fa da Berlusconi all’irrilevanza, proprio nel momento della campagna elettorale che dovrebbe segnare il ritorno, dopo il lungo periodo della incandidabilità, dell’ex premier nel ruolo di candidato.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 27th, 2022 Riccardo Fucile
DA ELLY SCHLEIN A PIZZAROTTI, APERTURA ALLA SOCIETA’ CIVILE
Le stime degli ultimi sondaggi descrivono una situazione difficile per il Partito Democratico alle elezioni 2022. E prevedono molte sconfitte nei collegi uninominali. Ovvero proprio quelli decisivi per determinare il risultato delle urne.
Per questo il segretario Enrico Letta sta pensando a nuove candidature. Che escano dal perimetro “culturale” Dem e portino voti provenienti dalla società civile.
Per attirare quell’elettorato under 35 che potrebbe essere decisivo nello sparigliare i giochi. Uno di questi nomi, fa sapere oggi il Corriere della Sera, è quello di Elly Schlein. Che alle elezioni in Emilia-Romagna ha preso 22 mila preferenze e attualmente è vicepresidente del Consiglio regionale. E ha sfidato in più occasioni Matteo Salvini nella campagna elettorale che ha portato alla vittoria di Stefano Bonaccini. Un altro nome “caldo” è quello dell’ex sindaco di Parma Federico Pizzarotti. Che però sembra destinato a finire nelle liste di Di Maio.
D’altronde che la partita nei collegi sia in salita il Pd lo sa benissimo. L’ accordo con Azione e +Europa contribuisce a consolidare i 21 collegi sicuri e permetterebbe la conquista di 5 altri seggi uninominali alla Camera e tre al Senato. Rendendone contendibili altri in alcune aree metropolitane, in Emilia-Romagna e in Liguria.
Al Sud invece la partita sembra già persa. A causa dell’addio al M5s. Per questo i Dem devono darsi da fare nella ricerca di candidature attira-voti nei collegi uninominali. In ballo ci sono anche altri nomi. Uno è quello dell’economista Sergio Cottarelli. Che però avrebbe già declinato l’invito perché non ritiene opportuno scendere in campo adesso. Poi c’è anche Filippo Andreatta, figlio di Beniamino.
E Gianrico Carofiglio: l’ex magistrato oggi scrittore è stato senatore con Bersani nella XVI legislatura. Oggi potrebbe scendere di nuovo in campo per dare una mano a Letta.
Tra i papabili ci sono anche Annamaria Furlan (ex segretario Cisl, ha già dato il suo ok) e Monica Frassoni. Che è apprezzatissima nel mondo ambientalista. Non sarà della partita invece l’ex ministro dell’Integrazione Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Il quale però ha suggerito il nome di Mario Marazziti. Infine ci sono due nomi under 40: il segretario del Pd di Napoli Marco Sarracino e Silvia Roggiani, la coordinatrice dei 100 mila volontari per la campagna elettorale.
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »