Luglio 17th, 2022 Riccardo Fucile
LA PIU’ FORTE GIOCATRICE DEL MONDO HA DOMINATO IL TORNEO MONDIALE
Paola Egonu si è presa la scena assoluta di questa Nations League in cui
l’Italia ha trionfato per la prima volta nella sua storia, sbloccando un tabù che durava dal 2018 (e pensando al Grand Prix di cui la Nations League ha preso il posto, da sempre).
Lo ha fatto come meglio sa fare, ovvero giocando da campionessa indiscussa, trascinando le proprie compagne all’impresa e prendendosi il titolo di migliore giocatrice in assoluto del torneo.
Con un record ulteriore che conferma la propria grandezza internazionale, per non farsi mancare nulla: quello della schiacciata più potente della storia del volley femminile.
112,7 km/h è stata la velocità con cui ha fermato il cronometro, quando ha deciso di prendersi la responsabilità dalla seconda linea di chiudere l’azione e segnare un altro punto per l’Italia durante il primo set della finale contro il Brasile.
Così, Paola Egonu ha iscritto il suo nome al primo posto assoluto anche per il primato dell’attacco più violento di sempre, superando i 110,3 km/h che erano stati fatti segnare dalla serba Tijana Boskovic, circa un anno fa, durante gli Europei, durante la semifinale contro la Turchia.
Un nuovo record mondiale, dove adesso è proprio l’azzurra a dominare la scena nella graduatoria aggiornata dopo la Nations League, dall’alto dei sui 112,7 km/h.
Davanti alla Boskovic, scesa al secondo posto con 110,30 e alla Van Ryk diventata terza in assoluto con 108,10 km/h.
Non contenta di tanto, Paola Egonu si è presa anche il titolo di MVP della Nations League 2022: è stata la miglior giocatrice dell’intero torneo. Un premio che le è stato ufficialmente conferito nella cerimonia di premiazione subito dopo il successo sul Brasile per 3-0, quando è stato stabilito anche il quintetto ideale della Nations League, fortemente tinto d’Italia: tre azzurre (Orro, Bosetti e De Gennaro), oltre a Paola Enoglu, e due brasiliane (Gabi e Carol)
(da Fanpage)
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Luglio 17th, 2022 Riccardo Fucile
PAOLA EGONU DEVASTANTE, TRASCINA LE AZZURRE
Un’Italia travolgente, guidata da Paola Egonu, ha vinto per la prima volta la Nations League di volley.
Nel torneo a cui partecipano le squadre più forti del mondo le azzurre hanno battuto il Brasile 3-0 (25-23, 25-22, 25-22) nella finale di Ankara. Il successo vale un milione di euro di premi, ma anche una conferma dopo l’Europeo vinto la scorsa estate, e una iniezione di fiducia in vista dei prossimi Mondiali (24 settembre-15 ottobre).
Come contro le padrone di casa della Turchia il giorno prima, l’Italia del ct Davide Mazzanti non ha rischiato davvero che il match cambiasse la sua storia. Il Brasile, che aveva battuto le campionesse del mondo della Serbia, ha raggiunto solo vantaggi limitati, sopratutto nel terzo set, ma come successo in tutto il torneo nessuno ha saputo veramente arginare l’effetto Egonu, alla fine premiata Mvp e opposto numero 1 della Nations League.
Ventuno punti alla fine per Paola, di cui 18 in attacco e tre a muro: ma ad arricchire la prestazione, oltre a qualche errore, ci sono stati pure una devastante conclusione a 113 kmh, ed interventi difensivi che hanno aiutati le compagne a trovare la strada della vittoria.
Ottime anche Caterina Bosetti (11 punti di cui 1 al servizio, miglior schiacciatrice della Vnl), Cristina Chirichella (9, con 2 muri e un ace), Anna Danesi (9, con un muro), Elena Pietrini (8 compreso un muro), mentre Alessia Orro e Monica De Gennaro hanno vinto il premio di miglior palleggiatrice e libero del torneo. A chiudere il secondo set con un pallonetto decisivo è stata Ofelia Malinov.
Nel primo set l’Italia ha sbaragliato il Brasile nella prima fase, raggiungendo un vantaggio di sette punti. Erodendolo lentamente, fino a ritrovarsi a un 23-22 frutto di tanti errori soprattutto in battuto. Egonu in forma devastante, soprattutto all’inizio, due diagonali che scavano il primo 7-3 e le prime preoccupazioni del ct Ze Roberto che chiamava il time out. Un muro di Chirichella, una palla morbida di Egonu e un tiro fuori del Brasile producevano il 10-3. Un vantaggio importante alimentato fino al 17-10 di Pietrini (+7) e sul 22-17 da un devastante tiro di Paola Egonu che superava i 113 kmh.
Una prodezza che quasi introduceva le azzurre in una fase confusa, in cui agli errori (4 battute sbagliate) si aggiungeva un colpo di fortuna di Gabi che si spegneva oltre la rete per il 23-21. Il muro di Carol su Egonu quasi completava la rimonta (23-22), il challenge non sorrideva al Brasile, Orro sbagliava la battuta, imitata da Carol che chiudeva il set a favore dell’Italia.
(da agenzie)
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Luglio 17th, 2022 Riccardo Fucile
SOLO IL 27% E’ CONTRARIO… QUASI META’ DEGLI ELETTORI DI CENTRODESTRA NON CONDIVIDONO LA CHIAMATA ALLE URNE DEI LORO LEADER
Il 65% degli italiani vuole che l’esperienza del governo Draghi continui
fino alla naturale fine della legislatura al 2023. Il 27%, al contrario, chiede il voto anticipato. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio politico di Demopolis.
Una crisi di governo che è stata definita da più parti paradossale, irresponsabile, inspiegabile. E cosa ne pensano gli italiani?
La maggior parte probabilmente non ne condivide le ragioni, perché ritiene che l’esecutivo guidato da Mario Draghi (che ha dato le dimissioni a Mattarella, che a sua volta le ha rifiutate) dovrebbe andare avanti fino alla fine della legislatura, arrivando quindi al 2023.
È quanto emerge dall’ultimo sondaggio politico di Demopolis sulla crisi di governo. Il 65% degli intervistati vuole infatti che l’esperienza del governo Draghi continui. Per il 27%, al contrario, a questo punto si dovrebbero sciogliere le Camere e tornare alle urne alla fine dell’estate. Che è quello che chiede Fratelli d’Italia dall’opposizione, ma su cui ha spinto anche la Lega di Matteo Salvini.
L’8% degli intervistati dal sondaggio di Demopolis, infine, non sa quale sarebbe la soluzione più auspicabile. Tutto si deciderà mercoledì prossimo, quando il presidente del Consiglio si recherà alle Camere per verificare la fiducia.
Se questa venisse accordata, la crisi potrebbe rientrare e si andrebbe quindi avanti fino al 2023 (a meno che non ci siano eventuali nuovi scossoni in autunno).
Non è ancora chiaro, però, con che maggioranza si proseguirebbe: sulla carta Draghi ha i numeri anche senza i voti del Movimento Cinque Stelle, ma lo stesso presidente del Consiglio, ha detto di non essere disposto a guidare un governo con una conformazione diversa da quella attuale. Sergio Mattarella potrebbe chiedergli di restare a Palazzo Chigi con una maggioranza diversa, nonostante lui sia contrario a un rimpasto, ma per ora non sono che speculazioni.
Bisogna poi tenere in considerazione le scelte dei partiti e soprattutto quelle che farà il centrodestra di governo. Sono in corso colloqui e confronti tra i dirigenti di Lega e Forza Italia, ma ancora non sono state prese decisioni. La Lega si è appellata alle parole dello stesso Draghi, che ha sottolineato come la maggioranza non ci sia più, numeri o meno, dopo lo strappo dei Cinque Stelle, per spingere verso il voto anticipato. Forza Italia è più cauta: si è limitata a ribadire che insieme al Movimento ora sia impossibile andare avanti.
(da agenzie)
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Luglio 17th, 2022 Riccardo Fucile
OLTRE 50 PARLAMENTARI M5S PRONTI A VOTARE LA FIDUCIA A DRAGHI
Una lotta senza esclusione di colpi, quasi da wrestling: la Royal Rumble stellata sbarca in assemblea tra i gruppi parlamentari. Il Movimento è sempre più spaccato tra governisti e falchi, una divisione plastica che si rispecchia nei due rami del Parlamento e che investe anche e soprattutto Giuseppe Conte.
I governisti cercano per tutta la giornata un passo di lato per allontanare lo spettro della crisi. Invocano un ritorno ai temi politici per evitare uno strappo.
L’ala dei falchi, capeggiata da Paola Taverna e Mario Turco, preme in direzione opposta, spalleggiata da ambienti vicini al leader. Il braccio di ferro è a tutto campo. Il consiglio nazionale convocato di mattina dura 5 ore: una trentina gli interventi.
Alla fine, come da pressing governista, Conte torna a mettere al centro del dibattito (e della crisi) i 9 punti d’agenda politica proposti dai 5 Stelle al premier, sostiene che il partito in caso di ascolto sosterrà l’esecutivo. Lo strappo, che fino a giovedì sembrava l’unica soluzione per i falchi, è rimandato. C’è chi nel Movimento non esclude nemmeno un passaggio istituzionale per rimarcare l’appoggio M5S al governo: ipotesi per ora solo evocata.
La partita è complessa e si gioca su più tavoli. L’ala governista, che annovera tra le sue fila il capogruppo alla Camera Davide Crippa e big come Stefano Buffagni e Alfonso Bonafede, chiede di rimettere al centro della scena «i temi politici».
I falchi, guidati dai vice di Conte, devono far buon viso a cattiva sorte, ma spiegano che le parole del leader durante la diretta Facebook sono da intendersi come una richiesta inderogabile. Insomma, un muro contro muro anche nelle interpretazioni.
Mentre la riunione è in corso si susseguono le schermaglie. Prima si parla di un voto imminente su Skyvote (che aiuterebbe i falchi).
L’ipotesi viene smentita e i sospetti sull’operazione — racconta l’Adnkronos — cadono subito su Vito Crimi. «Nessuno ha attivato nulla — si difende il senatore —. Skyvote è sempre attivo: se tra un minuto Conte mi dice “Possiamo votare”, io “switcho” un interruttore e votiamo».
Poi è la volta del ministro Federico D’Incà, contrario allo strappo, che interviene per ricordare i provvedimenti «in sospeso» che salterebbero con la crisi.
Lo scontro interno, in un clima da guerriglia, si sposta sulla riunione dei deputati in programma nel pomeriggio. I falchi temono una «rivolta» del gruppo della Camera. La maggioranza M5S a Montecitorio è a favore della fiducia al governo (e oltre una quarantina di deputati e una decina di senatori potrebbero votarla a prescindere).
Sono numeri opposti rispetto al Senato, dove i barricaderi prevalgono. Ecco perché la riunione viene rinviata in serata e trasformata in «congiunta» dei due gruppi. Conte parla prima. «Non tiriamo Draghi per la giacchetta», spiega il leader ma «il M5S c’è se otterrà risposte alle sue richieste. Senza risposte chiare è evidente che il M5S non continuerà a condividere la responsabilità di governo». Le parole vengono lette in modo diametralmente opposto dai due schieramenti interni.
L’assemblea che ne segue diventa un ring. La deputata Soave Alemanno annuncia che darà la fiducia a Draghi «senza alcun dubbio». Come lei anche Rosalba Cimino. «Chi guida il partito ha fatto una scelta incosciente non votando il dl Aiuti», attacca Niccolò Invidia. «Dobbiamo dare risposte alle persone, altro che destabilizzare e mandarci al voto», dice la deputata Vita Martinciglio. «Se non ci danno risposte, inutile starci. Se arrivano entro mercoledì si può restare, ma Draghi non è il salvatore della patria e possiamo andar via», controbatte la deputata Angela Masi.
Ma sono soprattutto i senatori a evocare lo strappo. «Se Draghi non ci risponde, andiamo a votare», dice Gianluca Ferrara. «Noi vogliamo tutelare i cittadini, non Draghi», fa eco Stanislao Di Piazza. «La palla è in mano al presidente del Consiglio, ora dobbiamo aspettare che arrivino le risposte», rimarca Alberto Airola. Il match rischia di polverizzare ciò che rimane del Movimento
(da Il Corriere della Sera)
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Luglio 17th, 2022 Riccardo Fucile
IL FONDATORE DEL MOVIMENTO 5 STELLE SI È ECLISSATO,,, “E’ L’ULTIMA MOSSA DI UN TRASFORMISTA ORMAI ANNOIATO CHE AMA I TONI ORACOLARI E SFUGGENTI MA CHE NON INTENDE PRENDERSI ALCUNA RESPONSABILITA’ POLITICA”
Pier Paolo Pasolini lamentava, alla metà degli anni Settanta, la scomparsa
delle lucciole. La metteva giù in termini poetici, ma di politica si trattava. E qualcosa di simile, riveduto, lo si può constatare ora, nel pieno del «Papeete 2.0» (o Papeete bis, esattamente come il doppio governo a guida Giuseppe Conte, esecutore del tentato «draghicidio»).
In queste giornate dobbiamo difatti constatare il silenzio del Grillo. Una condizione in assoluto non nuova: già è capitato di assistere a qualche sparizione dall’arena pubblica del Cofondatore e Garante; adesso, però, il troppo stroppia.
Dopo avere avuto un innegabile – e improvvido – ruolo nel minuetto di dichiarazioni, maldicenze, rumors (e chi più ne ha più ne metta) che hanno attribuito a Mario Draghi una sedicente regia della genesi di Insieme per il futuro, Grillo è finito direttamente risucchiato nel tritacarne di veleni del ribollente Magma 5 Stelle.
La sua intemerata sulla presunta richiesta da parte del premier di “scaricare” Conte, passata di bocca in bocca (da Domenico De Masi, ideologo di punta dei 5 Stelle, ai parlamentari), ha – formalmente – innescato la slavina che ci ha condotto sin qui.
E ha regalato al presidente pentastellato, già in un angolo, la possibilità di rimettersi in partita, oltre a scaldare gli animi dei notabili inferociti con Luigi Di Maio e ardentemente desiderosi di sganciarsi dal governo.
Un’eterogenesi dei fini coi controfiocchi: giunto nella capitale per puntellare il governo, con la sua voce dal sen fuggita Grillo ha fornito munizioni ai detrattori dell’esecutivo di larghe intese e ai nostalgici della linea del Vaffa e della postura antistemica, inventate proprio dal capo comico-capo politico genovese insieme al sodale Gianroberto Casaleggio.
Al che qualcuno potrebbe pensare che il più tonitruante performer della politica nazionale di questo ultimo decennio e più si sarebbe gettato nella mischia per raddrizzare la barra a favore del tecnico di cui, nel febbraio 2021, aveva detto: «Mi aspettavo il banchiere di Dio, invece mi sono trovato davanti un grillino. Mi chiama l’Elevato e io lo chiamo il Supremo».
Anche perché, come dicono i beninformati, tra i due si era sviluppato qualcosa che andava al di là dell’entente cordiale e rasentava il feeling. Durante l’ennesima “gita” romana, nel corso di un convegno sul metaverso, Grillo aveva anche canzonato Conte («darti un progetto è come buttarlo dalla finestra»), poi aveva blindato il divieto di terzo mandato e, secondo alcune voci di corridoio interne, negli incontri con i parlamentari avrebbe pure pronunciato la sentenza: «Non esco dal governo per un inceneritore!».
E invece, dopo avere contribuito a fare la frittata con la catena dei si dice e il gioco dei telefoni intorno alla chiacchierata con Draghi («la calunnia è un venticello»…), Grillo si è fatto di nebbia, riapparendo solo per avallare la linea movimentista-antagonista – avendo lui, ineffabile rabdomante dei sentiment della «ggente» e dei suoi (ex) “ragazzi”, fiutato l’aria della prevalenza non più arginabile delle pulsioni populiste (e dello spirito di conservazione del gruppo dirigente). Insomma, «parole, parole, parole» e la sempiterna attitudine a cambiare abito di scena (e posizione): una delle caratteristiche strutturali dello stand-up comedian fragorosamente tuffatosi al centro del teatrino politico nostrano.
E, adesso, eccolo dissolto di nuovo, proprio nell’ora più buia. Navigando sul suo Blog – quello che un tempo dava la linea ortodossa e indiscutibile al Movimento (ma erano anche i tempi, morti e sepolti, della piattaforma Rousseau come scrigno digitale della sovranità) – non si trova neppure un accenno alla devastante situazione in corso.
Tra la dotta analisi di un modo di dire balneare, le immagini del telescopio spaziale James Webb e una perorazione dell’utilità della realtà virtuale contro «lo stress psicosociale e l’ansia», l’ultimo post politico è quello (1 luglio) consacrato alla «fenomenologia del traditore», al solito tanto sfingico da risultare applicabile, al medesimo tempo, a Di Maio o Conte (e pure a De Masi).
Un altro dei tratti del dna di Grillo, il tono oracolare e sfuggente, cifra distintiva del guru politico che si lascia aperte tutte le strade (e le vie di uscita). E che, a conti fatti, palesa il vero marchio di fabbrica del grillismo: l’irresponsabilità e il rifiuto di assumersi l’onere delle conseguenze delle proprie azioni.
Sempre mutevoli e cangianti, così da (tentare di) non essere inchiodati alle responsabilità; il camaleContismo è, in questo (e praticamente solo in questo), di purissima scuola grillina, infatti. Così, mentre l’Italia perde la prospettiva della stabilità (e le nubi nere del contesto geopolitico ed economico si addensano tremendamente), Grillo ostenta disinteresse e si è messo in modalità silente.
Si è eclissato, come qualcuno annoiato dal “giocattolo(ne)” da lui stesso fabbricato. Antonio Gramsci aveva descritto il «sovversivismo delle classi dirigenti»: una formula che si attaglia perfettamente a molti leader populisti.
E che, quando si disamorano dei loro slogan e dei loro movimenti, sfociano nel nichilismo. Un po’ come – prendendo a prestito le parole (queste, invece, immortali) di Shakespeare – «un attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco, e poi non se ne sa più niente». Mentre proprio adesso dovrebbe battere un colpo.
(da “La Stampa”)
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Luglio 17th, 2022 Riccardo Fucile
“SE MATTEO SFASCIA TUTTO E ROMPE, CI RIMETTIAMO NOI. LA MIA PENSIONE NON BASTA PIÙ. ANCHE IL PANE ORMAI COSTA TROPPO. FARE OPPOSIZIONE COME FA LA MELONI È FACILE. DOBBIAMO PRENDERE I SOLDI DELL’EUROPA, SONO TEMPI ECCEZIONALI”
È già un altro mondo. Matteo Salvini arriva e non c’è ressa. Camicia di lino fuori dai pantaloni, croce di legno al collo. Tocca i capelli dei bambini che gli chiedono un selfie. Stringe le mani dei due carabinieri e dei due poliziotti di guardia, va in cucina a salutare il cuoco e tutti i camerieri. Fa una battuta a un vecchio militante: «Ah, già il limoncello!». Sono le nove di sera. Cielo arancio. Dal lago trasuda un bruma calda. Parte una canzone di Sabrina Salerno: «Boys boys boys!». È passato un secolo. Tutti i gesti appaiono consumati. «Prima ceno, poi parlerò dal palco», annuncia Matteo Salvini nei giorni cruciali per la sorte del governo.
Anche il foglio del menù è marchiato Lega. Patatine fritte, affettati, birra, frittura del Lago. Hanno abbattuto il canestro da basket per fare posto al piccolo palco. C’è la scritta su uno striscione: «Prima il Nord!». E c’è il verde Padania, mica l’azzurro degli anni successivi.
«Il tessile del comasco sta soffrendo tantissimo. La mia fabbrica faceva pezzi anche per Armani, ma ha chiuso da un giorno all’altro e ci hanno lasciati a casa. Se cade il governo ci andiamo di mezzo tutti, quindi mi auguro che succeda qualcosa. Forse possono convincere Draghi a ripensarci. Io ho due speranze: aiuti economici per chi sta soffrendo e poi, quando finisce la legislatura, una campagna elettorale fra la gente come ai vecchi tempi del grande Bossi». Martina Carollo e Ilaria Rosso con la maglietta della Lega ultra local, Alberto da Giussano e il profilo del lago, vanno avanti e indietro con i vassoi: un piatto di salamelle e patatine fritte a 7 euro.
C’è, qui, un pezzo di mondo operaio che non ha trovato più casa altrove. Ci sono ragazzi della zona come a una sagra paesana, quelle con le giostre e i calci in culo. Ci sono tutti i politici locali venuti a fare una foto con il segretario.
Per esempio, Claudio Vertaggia, 73 anni, pensionato e segretario della Lega a Guanzate: «Fare opposizione come fa la Meloni è facile. Ma io credo che Matteo abbia fatto bene a stare nel governo. Dobbiamo prendere i soldi dell’Europa, sono tempi eccezionali. Io lo vedo quello che chiede la gente sul territorio: tutti vogliono meno tasse, tutti vogliono più certezze e un po’ di tranquillità». L’ultimo motoscafo taglia il lago. La Svizzera è dietro alle montagne, la villa di George Clooney lungo la strada per arrivare qui. Ma qui dove?
C’è Rino Gilardoni, operaio in pensione, 80 anni, che urla mentre dall’impianto impazza Yanez di Davide Van De Sfross: «È un casino. Se adesso Matteo cerca di ricomporre il governo, la Meloni avanza. Ma se Matteo sfascia tutto e rompe, ci rimettiamo noi. La mia pensione non basta più. Anche il pane ormai costa troppo. Non possiamo perdere tempo». Ma c’è qui anche Luca Bertoncello, 38 anni, tassista d’acqua: «Speriamo che parli bene! Dobbiamo andare subito alle elezioni. Ma immediatamente. Dobbiamo toglierci dalle palle ‘sti comunisti e poi, subito dopo, devono mettere in sicurezza il Paese».
È lui, a farci caso, il primo a pronunciare la parola feticcio della Lega. Ma anche questo è un riflesso di un tempo che non esiste più.
«Il lago è vuoto. Manca l’acqua. Servono piani d’emergenza per mettere in sicurezza il lavoro, il turismo, tutta la nostra economia. E i giovani devono darsi una mossa, basta regalare soldi con il reddito di cittadinanza».
«Lezzeno Comune video sorvegliato», 2 mila abitanti. Dopo due anni di rinunce per colpa della pandemia, questa che va in scena è la ventennale festa della Lega. Il campetto da basket è mezzo vuoto. Due ragazzi vendono i gadget della Lega Giovani. Una maglietta con scritto. Un accendino comasco con apri bottiglia annesso: 3 euro.
Non è una festa triste, ma nemmeno c’è allegria. È una festa stanca. «A far l’amore comincia tu, ahahaha». «People from Ibiza».
Salvini si apparta davanti al lago per parlare al telefono con Berlusconi. «Tranquillo mamma sono qui che sto shakerando». Nugoli di zanzare, il vino rosso, le capriole sui gonfiabili, un altro selfie con Matteo. E poi un fischio dall’impianto. «Ringraziamo tutti! Ci attendono momenti difficili. Mi raccomando, sorridere e non mollare mai, fra poco il nostro segretario!». Sfilano sul palco sette amministratori locali. Solo uno cita «i migranti».
L’eurodeputata Isabella Tovaglieri: «Lo sviluppo ambientale senza lo sviluppo del nostro territorio è nulla. Noi siamo il vero contrappeso alle follie green della sinistra e dei 5 Stelle. Abbiamo bisogno del vostro supporto. Viva Lezzeno! Viva la Lega! Viva Matteo Salvini!». «Finalmente!», annunciano al microfono. Due telecamere. «Grazie di cuore, è qui che devo essere. Perché questa è l’Italia più vera. Questa dei paesi. Questa dei gonfiabili, questa delle famiglia. Delle mamme e dei papà, con i ragazzi che si divertono in maniera sana e non con le canne e con le droghe come qualcuno vorrebbe in Parlamento. Guai! È la morte». E dopo la droga, la cittadinanza. E subito dopo, un vecchio cavallo di battaglia: «Ne ho le palle piene di quelli che sbarcano a Lampedusa e pretendono tutto!». Ma il rumore dei giochi sui gonfiabili copre quello degli applausi. L’ultima frase dal palco: «Voteremo solo e soltanto per il bene degli italiani».
(da la Stampa)
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Luglio 17th, 2022 Riccardo Fucile
DI BATTISTA È CONVINTO CHE SIA FINALMENTE ARRIVATO IL SUO MOMENTO PER ASSALTARE IL PALAZZO E PRENDERSI LA GUIDA DEI 5 STELLE (QUANDO ORMAI SONO RIMASTI SOLO I COCCI…)
Accidenti, quanto tempo è che aspetta, bisogna pure capirlo. Cinque anni
fa a Roma Alessandro Di Battista era come la Coca Cola: lo conoscevano tutti. Eppure, come candidata sindaca, Beppe Grillo scelse Virginia Raggi. Aveva ragione, eccome, nel breve periodo: lei asfaltò tutti gli avversari, a cominciare da quel Roberto Giachetti che Matteo Renzi le schierò contro.
Sul lungo periodo invece la ragione se l’è presa Roberta Lombardi che aveva vaticinato: useranno il nostro fallimento per cominciare a farci a fettine. Ma Dibba, come lui odia essere chiamato, non se ne curò. Anche perché Casaleggio gli aveva proposto di candidarsi lui, ma aveva risposto no. Perché il dovere del vero rivoluzionario è solo fare la rivoluzione, e lui non puntava a prendere il Palazzo Senatorio, ma il Palazzo d’Inverno.
Ma ancora il commodoro Grillo, alla vigilia delle trionfali elezioni politiche, gli preferì l’amico Luigi, uno capace di fare un Roma-Napoli in macchina senza sapere nulla di nulla e arrivare avendo risucchiato tutto da chi lo accompagnava. Una spugna dell’apprendimento, che non teme sacrificio e fatica, e che impara dalle gaffe che pure non si è fatto mai mancare.
Mentre le truppe grilline, a Montecitorio e a Palazzo Madama, Di Battista lo appenderebbero per i piedi, un grillo (con la g minuscola) parlante, uno sputasentenze senza voglia di lavorare. Tutti pronti a schiacciarlo con la scarpa sulla parete.
L’ultimo assalto
Ma ora, Alessandro Di Battista, eccolo qui. Tra lui e la prima fila c’è solo un altalenante Giuseppe Conte, che forse rincorre l’intesa o forse punta alla disperata a sanguinose elezioni anticipate, per sventare il piano tutt’altro che segreto che il Che Guevara dei resort coltiva con la sua amica pasionaria Virginia (Raggi): l’Opa sui Cinquestelle. Il tempo è poco, ma se gli danno via libera sulla piattaforma SkyVote e su quel che resta dell’ala dura e pura del Movimento, potrebbe essere senza rivali.
Politica e filosofia
Difficile del resto contrastare il Dibba pensiero. «L’Isis nasce dalle guerre occidentali». «Dovremmo smetterla di considerare il terrorista come un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione». «Se ti bombarda un aereo telecomandato a distanza oltre alla via preferibile non violenta hai una sola strada: caricarti di esplosivo e farti saltare in aria in una metropolitana». «Meno male che c’è Putin. Riconosce il Donbass? Nulla di preoccupante».
Ma anche riflessioni filosofiche: «Adoro i mercati, mi attraggono come le donne, forse perché sono mondi con dentro altri mondi che racchiudono altri mondi». Fino alla cronaca di questi ultimi giorni, con la preoccupazione che il governo non cada davvero, perché siamo circondati «da culi flaccidi e senza etica e da facce che non si distinguono dai deretani».
Lo strappo e il voto
Preoccupazione legittima quella di Di Battista, nel caso in cui si dovesse trovare un accordo scaccia crisi. Perché per arrivare fin qui ne ha patite davvero molte. L’esilio in America Latina, anche se passato più sulle spiagge che nelle baracche. Il confino di Ortona, in quel d’Abruzzo, anche se in un bar trattoria, a infornare pizze e poi a servirle a tavola. Il dovere della testimonianza, con i suoi libri, giustamente contrattualizzati prima di essere scritti.
Va da sé che questa lunga marcia non può essere vanificata, né c’è spazio per trattative e cooptazioni, come quando durante la nascita del Conte Due aveva accettato di fare il ministro delle Politiche europee, prima che il veto di Matteo Renzi lo ricacciasse indietro.
Niente mediazioni questa volta, perché come insegna Mao Tse-tung, «la rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, la rivoluzione è un atto di violenza». E allora non ce ne sarà per nessuno, a cominciare da Luigi Di Maio, colpevole «dell’ignobile tradimento».
Non è dato sapere se in caso di conquista del potere il pensiero di Alessandro coincida con quello di un altro Di Battista, suo padre Vittorio, che dopo aver etichettato le istituzioni come una «ciurma di delinquenti», invocava: «Datemi il potere assoluto per sei mesi e risolvo tutti i problemi dell’Italia». Sappiamo però come rispondeva alla domanda: «Mio padre fascista? Sì, ma è il fascista più liberale che conosca».
(da il Corriere della Sera)
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Luglio 17th, 2022 Riccardo Fucile
“CERCA SOLO VENDETTA. LUI COME BERTINOTTI? NON SONO PARAGONABILI, IL SECONDO ERA UN VERO POLITICO. LA NUOVA VOCAZIONE DEL PARTITO DI CONTE MI SEMBRA QUELLA DI DISTRUGGERE IL GOVERNO PER PROVARE SOLO A RIELEGGERE DIECI PERSONE”
In un discorso tanto atteso che doveva essere di apertura, Giuseppe Conte ha rimandato la palla nel campo di Mario Draghi. Ma forse non è l’ennesimo ultimatum dei 5 stelle a poter salvare la legislatura.
«Se le cose restano come sono oggi – dice il ministro degli Esteri Luigi Di Maio – Mario Draghi mercoledì rassegnerà le sue dimissioni davanti al Parlamento. E tra giovedì e venerdì, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella scioglierà le Camere».
I 5 stelle sostengono che il governo Draghi ha incassato la fiducia, anche senza di loro. E che questa drammatizzazione della crisi si poteva evitare. Non è così?
«No, perché come ha detto il presidente del Consiglio non c’è più una maggioranza di unità nazionale. In realtà il partito di Conte sta ancora cercando di decidere cosa fare. Il capogruppo della Camera aveva convocato una riunione contro la volontà del leader, secondo i ministri bisogna dirsi pronti a una nuova fiducia a Draghi. Sono divisi e a rischiare tutto ora sono i cittadini».
Crede ricorreranno al voto online?
«Tutto può essere perché è una forza politica che non ha più il controllo di se stessa. Non è il Movimento che ho contribuito a costruire e conoscevo, ma un partito padronale che pensa solo a rieleggere dieci persone nella prossima legislatura. Faccio un paragone storico, anche se bisogna tener presente che Giuseppe Conte e Fausto Bertinotti non sono paragonabili, perché il secondo – anche se non la pensiamo allo stesso modo – era un vero politico».
Sta pensando a quando l’allora leader di Rifondazione comunista fece cadere il governo Prodi?
«Esattamente. Dopo la caduta di quel governo, nel 2008, Rifondazione fu costretta ad andare da sola alle elezioni con la Sinistra arcobaleno e fu sostanzialmente annientata dal voto utile degli italiani. È quel che accadrà ancora una volta».
Con Conte al posto di Bertinotti?
«Quando quest’ estate e quest’ autunno ci ritroveremo con un Paese impossibilitato a risolvere i problemi degli italiani su bollette, inflazione, gas, ci sarà una decisione da prendere: stare con i sovranismi e gli estremismi o scegliere il riformismo. Non ci sarà spazio per le mezze misure».
Crede che i 5 stelle stiano scegliendo sovranismi ed estremismi?
«Ho visto un’intervista in cui il sociologo Domenico De Masi racconta che hanno preso questa decisione guardando i sondaggi. Devono aver letto quelli sbagliati, perché la stragrande maggioranza degli italiani dice che il governo deve andare avanti. E anche la maggioranza degli elettori del Movimento».
Ne è certo? I vertici 5 stelle dicono di essere sommersi da attivisti che chiedono di staccare la spina.
«Gli attivisti sono sempre una parte importante in un partito, ma quelli che votano nel Movimento 5 stelle sono 40mila. I 5 stelle nel 2018 hanno preso 11 milioni di voti. Se si fanno i sondaggi solo sui militanti, non si va lontano. Per rispetto delle persone a cui abbiamo chiesto il voto, bisognerebbe avere il coraggio di allargare lo sguardo».
Le dico cosa risponderebbe Conte, visto che immagino non vi stiate molto parlando: quando lei faceva il capo politico decideva da solo. Ora c’è un Consiglio nazionale, convocato di continuo.
«Quando facevo il capo politico ero accusato di avere organi che mi ero nominato da solo e con cui decidevo. Penso sia l’identikit perfetto del Consiglio nazionale del partito di Conte. Avevamo costruito un Movimento per andare al governo, fare le riforme e cambiare il Paese. Non per far cadere i governi come il Papeete del 2019. La nuova vocazione mi sembra quella di distruggere il governo per provare a salvare pochi intimi».
Non sente la responsabilità di queste “fibrillazioni”, come le ha chiamate Draghi in conferenza stampa prima del voto del Senato?
Tutto è precipitato dopo la scissione che lei ha preparato portando via ai 5 stelle 60 parlamentari. Del resto, venuti meno i più governisti, Conte si è ritrovato con un partito sbilanciato verso il ribellismo.
«Mi risulta che sia nel Consiglio nazionale che nel gruppo parlamentare ci sia ancora una frattura molto forte. In più, se non avessimo deciso di andar via su una questione cruciale come la politica estera, l’allineamento dell’Italia alla Nato e all’Ue, il Movimento non sarebbe tornato indietro sulla risoluzione sull’Ucraina. Sarebbe stato ancor più devastante del non votare il decreto Aiuti. Avremmo comunicato al mondo che il governo cadeva perché la maggioranza si disallineava rispetto alle alleanze storiche».
Continua a dipingerla come una scelta inevitabile.
«Non solo abbiamo ampliato la base sicura del governo Draghi, ma siamo intervenuti per salvare la politica estera italiana: non dimentico l’ambasciatore russo Razov che faceva un endorsement alla bozza di risoluzione del partito di Conte».
Non mi sfugge l’espediente retorico di continuare a chiamarlo il partito di Conte, ma di quel partito è Draghi a non voler fare a meno. Perché?
«Perché ha una sola parola. Ha costruito un governo di emergenza nazionale su una maggioranza di unità nazionale. Se permetti a chi ha preso un impegno con te di tradirlo, lo tradiranno tutti. È un tema di tenuta politica della maggioranza».
Il premier sbaglia?
«È importante per il leader di un governo e di un Paese mantenere la parola data. Il tema vero però è che i parlamentari del partito di Conte stanno dimostrando che non si tratta più del Movimento 5 stelle, che aveva fatto un accordo su un governo di unità nazionale».
Lo aveva fatto Grillo, che ora tace.
«Non conosco più le dinamiche interne. Voglio però dire sia agli eletti che a Grillo e Conte che oggi stanno decidendo se iscriversi nell’elenco della Storia di quelli che vogliono consegnare il Paese all’estrema destra togliendo la garanzia sui conti e sulla tenuta economica dell’Italia, perché quella garanzia si chiama Mario Draghi. È come se una famiglia facesse un investimento, avesse una garanzia per proteggersi e poi la distruggesse andando avanti alla cieca».
Si è votato in Francia, anche se a scadenza naturale, si vota ovunque. Perché proprio in Italia si dice sempre: aspettiamo?
«Le rispondo con l’unico elenco che Conte sta consegnando al Paese: venti punti, non nove, di tutte le cose che stanno per saltare. Il Pnrr, il salario minimo e il taglio al cuneo fiscale, che non si fanno più perché con l’esercizio provvisorio non si possono fare. E poi l’intervento sul caro-bollette e sul caro-benzina, gli accordi sul gas che non si potranno più firmare, i bonus di 200 euro che non si possono rinnovare, il tetto massimo al prezzo del gas che salta perché non riusciremo a incidere ai tavoli internazionali. Il che vale anche per la riforma del patto di stabilità, che sarà discussa a fine anno. E poi la riforma delle pensioni, che non si può affrontare e anzi senza Draghi che tiene a bada lo spread ci sarà bisogno di una legge restrittiva sul modello Fornero».
Sta dipingendo una catastrofe.
«Aumenteranno i tassi dei mutui per comprare casa. Salterà qualsiasi riforma dell’Irap e per le semplificazioni. Non potremo contrastare l’inflazione riducendo l’Iva sui prodotti di prima necessità, riformare gli enti locali, portare in fondo il ddl concorrenza, che è uno degli impegni Pnrr. Così come la riforma del fisco. E dimentichiamoci il Superbonus perché non lo rifinanziamo e non potremo sbloccare il credito, gettando sul lastrico molte aziende. Anche la siccità sarà un problema delle imprese e degli agricoltori, che saremo costretti a lasciare soli».
Non le sembra un po’ terroristico come elenco?
«È la realtà. Se Draghi restasse in carica per gli affari correnti dovrebbe affrontare le emergenze dell’autunno con una pistola scarica. Anche se si votasse a fine settembre, servirebbero tre settimane per la formazione delle Camere, almeno altre due per il governo. Arriveremmo a novembre e l’autunno passerebbe senza che le Camere possano votare decreti emergenziali e senza la programmazione economica della legge di Bilancio. Mi creda, non esagero. Anche ai tavoli europei sul Pnrr sarebbe una situazione incresciosa e pericolosa».
Ma pensa davvero che qualcuno nei 5 stelle abbia voluto fare un favore alla Russia?
«Se lo chiedono molti nel mondo e il regalo è indiscutibile. La domanda è se sia voluto o frutto di incoscienza. Una cosa è certa: se leggiamo i comunicati stampa di queste ore, tutto il mondo libero sta chiedendo di fare andare avanti il governo Draghi. A tifare contro, sono i regimi».
Lo sta dicendo perché vuole restare alla Farnesina?
«Ho quei comunicati qui davanti: Stati Uniti, Germania, Vaticano, Commissione europea. Mi hanno chiamato associazioni di categoria che stanno comprando pagine di giornali per chiedere a Draghi di ripensarci. Tutti sanno qual è la posta in gioco, tranne il partito di Conte. Che fa un ragionamento opportunistico: “Stiamo crollando nei sondaggi, usciamo per risalire”. Ma devo ricordargli io l’estate 2019? Prima del Papeete Salvini era al 40 per cento e oggi è nella stessa traiettoria di Conte».
Ma Insieme per il futuro ha deciso da che parte stare? Potrebbe cercare alleanze a destra?
«Siamo tanti e decideremo insieme. Da giovedì, se saranno sciolte le Camere, ci riuniremo e sceglieremo il meglio per il Paese».
Crede che nei 5 stelle tornerà Alessandro Di Battista, dalla Russia dov’ è adesso?
«Alessandro è una persona che decide in modo oculato. Nonostante io e lui non la pensiamo più allo stesso modo su nulla, gli riconosco di riflettere a lungo prima di fare una mossa. Certo, se l’obiettivo di Conte è costruire un partito anti-sistema, come “descamisado” Dibba è molto più credibile di lui».
(da la Stampa)
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Luglio 17th, 2022 Riccardo Fucile
LA FASE DI CAOS NEL NOSTRO PAESE, CON LE CONSEGUENZE SUL RISPETTO DEI TEMPI DEL PNRR E SULLA POLITICA DI BILANCIO, RIDA’ FORZA AI PAESI NORDICI CHE CHIEDONO UNA PIÙ ASPRA CONDIZIONALITÀ NELLO SCUDO ANTI-SPREAD
Le coincidenze, a volte, riescono ad avere un sottile senso dell’ironia. A
dieci anni quasi esatti dal famoso «whatever it takes» con cui Mario Draghi alla Bce tagliò le gambe alla speculazione contro i debiti statali (era il 26 luglio del 2012), la crisi del governo Draghi di oggi rischia di diventare una sorta di «whatever it takes» al contrario.
Sui mercati finanziari si sta infatti diffondendo un timore: che la crisi del Governo in Italia, con tutte le possibili conseguenze sul rispetto dei tempi del Pnrr e sulla politica di bilancio, avvalori la tesi dei Paesi nordici che chiedono una più aspra condizionalità nello scudo anti-spread che la Bce sta cercando di costruire.
Insomma: sul mercato cresce il timore che proprio la crisi del Governo in Italia, che cade casualmente nel bel mezzo del cantiere con cui la Bce sta costruendo lo scudo anti-spread, rischi di dare forza a chi lo scudo non lo vuole. O lo vuole molto blando e pieno di condizioni.
A mettere benzina sul fuoco di questo timore (per ora è solo un timore) è il fatto che proprio giovedì prossimo (cioè il giorno successivo al discorso di Draghi in Parlamento) si terrà la riunione mensile della Bce in cui la presidentessa Christine Lagarde sarà interpellata proprio su questo tema. Perché le coincidenze non vengono mai da sole.
I timori sullo scudo Questa preoccupazione ha iniziato a serpeggiare già nelle giornate di giovedì e venerdì. E ha iniziato ad emergere nei vari report che economisti e banche d’affari hanno pubblicato sulla crisi del Governo italiano. Per esempio in quello di Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer UBS WM Italy, di venerdì.
Ma ieri ha trovato una conferma, per così dire “ufficiale”, da Lars Feld, Consigliere del ministro delle finanze tedesco Christian Lindner: «Questa crisi dà ragione ai falchi – ha dichiarato in un’intervista a Repubblica -, influirà su Recovery Fund e scudo anti-spread». Il suo ragionamento – condiviso anche da altre fonti tedesche consultate di recente dal Sole 24 Ore – è molto semplice: uno scudo anti-spread esiste già, ed è il super-condizionato programma Omt che lanciò proprio Draghi nel 2012 quando guidava la Bce.
Il programma Omt (attraverso il quale la Bce acquista titoli da uno a tre anni di un Paese che ne fa richiesta sottoscrivendo un programma di aggiustamento con il Mes) nessuno l’ha mai usato proprio perché ha delle forti condizionalità. Ma per i “falchi” questo non conta: «Solo perché il Mes non piace ai politici italiani non vuol dire che dobbiamo cedere – ha detto Feld nell’intervista -. Non si può pretendere un trattamento speciale nei salvataggi». A loro avviso – e la posizione di Feld è ampiamente condivisa nei Paesi nordici – non è compito della Bce dare una mano a Paesi che hanno crisi politiche. Altrimenti la Bce diventa un soggetto che fa politica.
Lo scudo anti-spread su cui sta lavorando la Bce, però, è tutt’ altra altra cosa. Non nasce per salvare uno Stato in crisi: per quello rimane in vita l’Omt. Il nuovo scudo serve invece per evitare che in un momento in cui la Bce alza i tassi d’interesse non si allarghino troppo gli spread tra i vari Paesi. Serve insomma per evitare che gli spread vadano a frammentare l’Eurozona e ad alterare la corretta e uniforme trasmissione della politica monetaria.
Per intenderci: se la Bce alza i tassi di 25 punti base (cosa che farà giovedì), ma a causa degli spread questa mossa causa una “stretta” molto più forte in Italia o in Spagna che in Germania, questo non va bene. Per questo Christine Lagarde sta studiando un meccanismo che eviti eccessivi allargamenti degli spread per motivi esterni alle vicissitudini dei singoli Paesi. Questo ragionamento, però, piace poco ai Paesi nordici. Anche se lo scudo non è ideato per proteggere Paesi da crisi politiche, a loro avviso – anche strumentalmente – lo diventa. Ecco perché proprio la crisi del Governo Draghi dà loro fiato e forza.
Le preoccupazioni mercato Come detto, questo timore è da qualche giorno che gira sul mercato. Anche perché la crisi del Governo italiano arriva proprio in vista della riunione di giovedì della Bce, in cui verranno alzati i tassi per la prima volta di 25 punti base e in cui la presidentessa Christine Lagarde sarà interrogata in conferenza stampa sullo scudo anti-spread. «Con la politica italiana nel mezzo di una crisi di Governo, la pressione per aumentare il livello di condizionalità nello scudo anti-spread probabilmente aumenterà – osserva Matteo Ramenghi di Ubs -.
Dal punto di vista del mercato, maggiore condizionalità significa minore credibilità dello strumento». Proprio questo è il punto. Lo scudo anti-spread allo studio della Bce non è un meccanismo per salvare gli Stati, ma è uno strumento di politica monetaria per evitare la frammentazione tra i vari Paesi.
Allo stato attuale l’ipotesi è che la condizionalità sia blanda: solo il rispetto dei tempi del Pnrr e la normale disciplina di bilancio. Ma il rischio è che i “falchi” del nord Europa cavalchino proprio la crisi politica italiana per aumentare questa condizionalità e rendere lo strumento inefficace. Questo, ripetiamo, è solo un timore. Una preoccupazione sul mercato. Nulla di più, per ora. Giovedì, durante la conferenza stampa della Bce, vedremo se è fondata.
(da Il Sole 24 Ore)
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