Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
ANZI, IN CASO DI VERIFICA DI MAGGIORANZA, LA FIDUCIA VA VOTATA. D’INCÀ: “RISCHIAMO DI METTERE IN CRISI IL PAESE. NON SI CAPISCE IL SENSO DI QUESTA DECISIONE ORA”
Tenere la linea, ovvero confermare che, in caso Draghi dovesse chiedere
un voto di fiducia alle Camera mercoledì, il M5S voterà a favore, perché sul dl aiuti l’Aventino era legato a doppio filo alla norma sull’inceneritore a Roma.
Sulla fiducia, il sostegno del Movimento deve esserci. Sarebbe questa la linea emersa nel confronto tra il leader del M5S Giuseppe Conte e i tre ministri pentastellati, Stefano Patuanelli, Federico D’Incà, Fabiana Dadone. La fiducia, ha esordito il capodelegazione Patuanelli, va votata se ci sarà una verifica di maggioranza.
Sulla stessa linea d’onda Dadone, che è sempre stata favorevole alla linea ‘governista’. Ma dei tre, racconta l’Adnkronos, è stato il titolare dei Rapporti col Parlamento Federico D’Incà il più duro. Mettendo in discussione, come già nel Consiglio nazionale di ieri, la scelta dell’Aventino parlamentare. Che, a suo dire, “rischia di mettere in crisi il Paese in un momento delicatissimo”, non nascondendo le sue preoccupazioni “per gli obiettivi europei che abbiamo davanti e che non possiamo mancare. Non si capisce il senso di questa decisione ora, dopo aver consegnato a Draghi dei punti che dovevano anche essere recepiti nel prossimo decreto di 15 miliardi” al centro del confronto con le parti sociali e atteso per la fine del mese.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
DRAGHI DETERMINATO A LASCIARE, LETTA CERCA DI RICUCIRE, M5S IN RIUNIONE PERMANENTE
Tutti i partiti dicono di non temere le elezioni anticipate, ma per molti sarebbe una iattura per il sistema elettorale impossibile da cambiare e i tempi strettissimi per tentare un rilancio, soprattutto per il M5s
Il primo a parlare di “tempi supplementari” è stato il più draghiano dei leghisti, il ministro Giorgetti, impegnato come il suo collega Pd Franceschini (in asse con Letta), Luigi Di Maio e l’intero trio dei ministri di Forza Italia Brunetta – Carfagna – Gelmini a creare i presupposti per una “resurrezione” del governo Draghi, con o senza il M5s in maggioranza.
Il principale ostacolo a questa prospettiva è costituito proprio dalla determinazione di Draghi a confermare le dimissioni. E con molti motivi comprensibili: le parole pronunciate ieri al Senato dagli esponenti m5s erano quasi di liberazione per la fine di un obbligo di responsabilità, e hanno fatto cogliere plasticamente al premier cosa si pensa davvero nel Movimento di Conte.
E d’altronde proseguire senza di loro vorrebbe dire percorrere l’ultimo tratto della legislatura in mezzo al fuoco incrociato delle opposizioni meloniane e grilline, con la certezza che almeno la Lega, ma non solo, entrerebbe in fibrillazione già alla prima cannonata.
E poi c’è un precedente, che Draghi ha ben presente: quello di un altro Super Mario chiamato direttamente dal Quirinale a salvare la situazione, e che essendo restato fino alle elezioni vide disgregarsi repentinamente l’appoggio delle forze politiche, fino a passare per quello che aveva provocato i guasti che invece aveva cercato di riparare.
Meglio abbandonare prima che inizi una campagna elettorale in cui – sempre – i partiti hanno bisogno di distinguersi, di attaccare, di spararle grosse.
Il voto anticipato
Se Draghi conferma il suo addio non ci sono chance concrete di altri governi: si va dritti alle elezioni anticipate a fine settembre, magari con un governo guidato dal suo fido ministro dell’economia Daniele Franco. Sarebbero le prime elezioni politiche in autunno.
È una regola aurea della politica: tutte le forze politiche, soprattutto quelle che ne sono terrorizzate, devono dire che non temono le elezioni anticipate (gli impauriti aggiungeranno però che – al di là delle convenienze – sarebbe una tragedia per i mercati, la guerra, la pandemia, l’affidabilità italiana etc).
Ma è chiaro che in questo caso le elezioni subito sarebbero una iattura per molti: intanto perché si voterebbe con l’attuale sistema, il Rosatellum, che premia nei collegi le coalizioni.
E poi perché le forze che escono malconce da questa fase (il M5S e non solo) avrebbero meno tempo per tentare di rilanciarsi, e quelle nuove faticherebbero a organizzarsi adeguatamente sul territorio (Di Maio e Toti in primis).
È evidente che il grande favorito del voto anticipato sarebbe il centrodestra. Con un grosso ‘ma’: la possibilità concreta che la forza prevalente nel voto proporzionale sia Fratelli d’Italia, e quindi poi la candidata premier sia Giorgia Meloni.
Cinque anni fa era chiaro per tutti che il candidato sarebbe stato indicato dalla forza con più voti. Ora invece questa regola stenta a riapparire – eufemismo – dalle parti di Lega e Forza Italia. E sono in molti a pensare che proprio per questo alla fine tra i più tiepidi sulla prospettiva del voto anticipato ci saranno anche Berlusconi e Salvini. Chi spera in un Draghi bis conta anche su questo.
(da Open)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
CONTE COME SALVINI AL PAPEETE COL MOJITO
Postato e subito rimosso dalle “story” di Whatsapp, il fotomontaggio in
cui la faccia di Giuseppe Conte appare sul corpo di Matteo Salvini a torso nudo, all’epoca dell’estate del Papeete (2019), con tanto di mojito in mano e nerboruti e tatuati amici attorno, non è passato inosservato. Anche perché a pubblicarlo è stato Riccardo Fraccaro, ex sottosegretario all’epoca del governo Conte, ma attuale esponente del MoVimento. Sebbene l’immagine sia stata cancellata sono stati in molti ad accorgersene e a farla girare nelle chat grilline e non, fino a che Simone Canettieri de Il Foglio l’ha pubblicata sul sito del quotidiano.
Nei retroscena giornalistici e non il paragone con l’estate in cui a sorpresa Matteo Salvini fece naufragare il governo gialloverde è stato fatto più volte, stamattina un fotomontaggio analogo ma con Mario Draghi nei panni del festaiolo era sulla prima pagina de il Fatto Quotidiano.
Fotomontaggi e battute sono anche la spia del disagio interno al MoVimento. Ieri non era passata inosservata la foto pubblicata da Ergys Haxhiu, compagno del ministro Fabiana Dadone, che metteva il suo viso al posto di una contestatrice di Draghi che gli lanciò fogli e coriandoli quando era ancora a capo della Bce.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
IL TEAM, USANDO VISORI E ARMI SILENZIATE, SI E’ INFILTRATO OLTRE LE LINEE, HA RAGGIUNTO IL TARGET, HA “LIQUIDATO” LE GUARDIE E LIBERATO I PRIGIONIERI
Il conflitto ha dinamiche diverse, con l’Ucraina che risponde alla potenza del nemico con mosse più agili. Lo racconta un episodio svelato dalle fonti ufficiali.
Un nucleo delle forze speciali è riuscito a liberare cinque prigionieri detenuti in un luogo segreto nella regione di Kherson. Alcuni soldati e un dirigente della polizia erano stati catturati dagli invasori, quindi trasferiti in un edificio ben protetto da mine, reticolati e sentinelle.
Ma queste contromisure non sono bastate: un team si è infiltrato oltre le linee, ha raggiunto il target ed ha «liquidato» le guardie. All’interno della prigione è stata poi scoperta una camera di tortura. Le unità scelte, addestrate dagli occidentali fin dal 2015, hanno migliorato tattiche, equipaggiamenti, capacità operative.
Dispongono di apparati radio criptati, usano fucili d’assalto di produzione locale Malyuk e i Fort per i cecchini, hanno visori notturni, si muovono su piccoli veicoli – dai pick up ai quad – e anche su elicotteri.
Riservano grande attenzione alle armi silenziate, in quanto diminuiscono rischi localizzazione e non interferiscono – con il rumore dei colpi esplosi – con le comunicazioni. I requisiti per un successo sono l’intelligence in grado di dare indicazioni precise, l’effetto sorpresa, l’esecuzione dell’assalto.
Tuttavia non è detto che basti. La coda del Diavolo è sempre in agguato. La storia dei prigionieri rientra nella strategia adottata dall’esercito di Zelensky: usare le risorse belliche, spesso non ampie, per azioni mirate. In mare con pochi missili ben tirati e la sponda della ricognizione Nato, la resistenza ha cacciato gli invasori dall’Isola dei Serpenti e allontanato la formazione da sbarco da Odessa.
Sul fronte terrestre sta usando con perizia la «pattuglia» di lanciarazzi a lungo raggio Himars e M270 (più le munizioni di precisione) per centrare bersagli nelle retrovie.
Guerra convenzionale, ma che diventa – secondo alcuni esperti – di tipo asimmetrico in quanto condotta con mezzi ridotti, con grande mobilità e designazione di target specifici. Una scelta imposta da circostanze, disponibilità e necessità.
(da il Corriere della Sera)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
PER FINIRE NELLA “BLACK LIST” DEGLI “AGENTI STRANIERI” BASTERÀ IL SOSPETTO CHE AGISCANO “SOTTO INFLUENZA STRANIERA”, E SVOLGANO NON MEGLIO SPECIFICATE “ATTIVITÀ POLITICHE”… IN PRATICA, PUTIN POTRÀ ARRESTARE CHIUNQUE VOGLIA
Vladimir Putin ha varato una nuova dura stretta sul dissenso in Russia:
una legge che pare confezionata apposta dal regime per prendere più facilmente di mira persone e organizzazioni scomode per il potere.
La nuova norma è in realtà un ampliamento di una legge liberticida vecchia di dieci anni, sebbene più volte modificata: la famigerata «legge sugli agenti stranieri» di cui il Cremlino si serve per colpire Ong, media indipendenti e oppositori.
Ma se finora per finire nella «black list» era in teoria necessario ricevere presunti «finanziamenti dall’estero» (anche cifre di poco conto, magari inviate da privati cittadini), da dicembre il Cremlino avrà le mani ancora più libere: secondo la nuova legge, per bollare enti e persone come «agenti stranieri» al regime basterà affermare di ritenerli «sotto influenza straniera» e sostenere che ricevano «appoggio dall’estero» (anche non economico) e svolgano non meglio specificate «attività politiche».
In questi anni le autorità russe hanno bollato con l’etichetta denigratoria di «agente straniero» (che tanto ricorda quella di «spia») importanti media indipendenti, Ong, reporter, attivisti. Il Cremlino ha inserito in questa sua «lista nera» pure una delle più autorevoli organizzazioni per la difesa dei diritti umani: Memorial Internazionale, di cui è stato ordinato persino lo scioglimento in Russia.
Ma anche l’affidabile testata online Meduza è stata definita «agente straniero» e ora in ogni suo articolo è costretta a presentarsi come tale. Chi viene etichettato come «agente straniero» è sottoposto a severi controlli e deve presentarsi al pubblico con questo marchio infamante: cosa che di fatto può costringere le organizzazioni colpite a chiudere, sia perché rende più difficile lavorare sia perché può allontanare gli inserzionisti pubblicitari.
Dopo aver ordinato l’invasione dell’Ucraina, Putin ha inasprito anche la repressione politica in Russia, dove una nuova legge «bavaglio» prevede fino a 15 anni di carcere per notizie sull’esercito che il regime dovesse considerare «false», vietando di schierarsi contro la guerra. Per aver avuto il coraggio di denunciare l’invasione, anche due dei più importanti oppositori russi, Ilya Yashin e Vladimir Kara-Murza, sono stati arrestati.
(da la Stampa)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
I RUSSI STANNO DELIBERATAMENTE COLPENDO LE CITTA’ IN PIENO GIORNO, DANDO LA CACCIA AI CIVILI … LA PROPAGANDA DEL CREMLINO MOSTRA ESTASIATA LE IMMAGINI DEI CONDOMINI CARBONIZZATI… ORMAI I RUSSI SONO UNA ASSOCIAZIONE A DELINQUERE
Qualche giorno fa, Evgeny Feldman, il celebre fotografo del giornale in esilio russo Meduza, ha segnalato un filmato di Mariupol trasmesso dalla televisione della propaganda russa RT. Mostrava carri armati russi sparare contro palazzi residenziali, gli stessi condomini prefabbricati di epoca sovietica nei quali abitano migliaia di russi.
La telecamera indugia sugli sbuffi di polvere e schegge prodotti dalle cannonate, sui parallellepipedi dei caseggiati popolari che da bianchi diventano grigi, avvolti dal fumo, poi si vestono del rosso delle fiamme che li avvolgono, e infine si coprono di un nero carbonizzato.
«Il filmato non spiega nulla», si è meravigliato Feldman in un tweet, «semplicemente si gode le immagini delle esplosioni, giustificate dal tricolore russo issato sopra una città bruciata».
La responsabile di RT Margarita Simonyan, capa della propaganda di Putin che non esita a minacciare bombardamenti atomici nei talk show russi, ieri ha giustificato la strage di Vinnytsia (oltre 20 morti, di cui tre bambini, e 90 feriti) scrivendo che le sue fonti al ministero della Difesa russo le avevano confermato che la casa della cultura degli ufficiali, il centro poliambulatoriale e gli uffici adiacenti erano una «sede temporanea di nazisti», pubblicando come «prova» le foto dei militari e della protezione civile ucraina impegnati nei soccorsi dopo il bombardamento russo.
Potrebbe sembrare un ennesimo tentativo goffo della propaganda russa di giustificare un ennesimo «errore» di un missile d’antiquariato russo che invece di colpire un bersaglio militare distrugge un condominio, un centro commerciale, un palazzo dello sport, una stazione piena di profughi, una scuola.
È vero che i missili russi non hanno la stessa precisione delle armi americane con le quali gli ucraini ogni notte ormai fanno saltare i depositi di armi di Mosca. Ma se le truppe del Cremlino scelgono di bombardare in pieno giorno, e non di notte, e di colpire centri cittadini lontani centinaia di chilometri dal fronte del Donbass, non lo fanno solo per incapacità tecnologica e mancanze di armi moderne.
I fake sui «nazisti» e le smentite dei militari sulla regola di «colpire esclusivamente obiettivi militari», non solo non riescono più, ma non vogliono nemmeno nascondere la realtà: la stessa propaganda russa mostra estasiata le foto dei condomini carbonizzati, e i cannoni russi che li prendono di mira.
Un cambiamento che arriva nella settimana in cui l’Ucraina «non ha perso a favore della Russia nemmeno un metro di terreno», come annunciato ieri dal viceresponsabile operativo dello Stato maggiore di Kiev Oleksiy Gromov, mentre l’intensità dei cannoneggiamenti russi si riduce a causa dei magazzini di munizioni distrutti dagli ucraini. L’impressione è che più l’offensiva di Putin arranca, più la sua televisione deve mostrare ai russi immagini di guerra.
Immagini feroci, crudeli, cui i «soldati della tastiera» reagiscono con commenti esultanti. In fondo, è indifferente se a gioire della morte di civili ucraini sono dei russi veri o dei troll al soldo del governo: in entrambi i casi, è il tipo di retorica che il regime incoraggia, i sentimenti che vuole indurre e premiare.
È la scommessa sulla parte più assetata di sangue dell’opinione pubblica, la stessa alla quale si rivolge l’ex «moderato» Dmitry Medvedev con le sue invettive contro i «maiali americani» e gli europei «cretini che si cag… sotto». L’elettore/spettatore ideale che il putinismo oggi ha in mente gioisce delle bombe, si compiace del sangue, giudica la potenza del suo Paese dal numero degli ucraini uccisi, e dalla sua capacità di non mostrare pietà.
Nel mondo di Orwell la guerra si chiamava «pace». Nell’Unione Sovietica che Putin e i suoi seguaci rimpiangono, la retorica della pace era onnipresente, tra manifesti, festival, murali di colombe e cori di bambini. Oggi, la polizia russa porta via chi canta queste canzoni sovietiche. Il pacifismo è ufficialmente un reato, e perfino la chiesa ortodossa russa non predica più la pace.
Bisogna amare la guerra, bisogna odiare il nemico, e così mentre a Mosca si parla di un sondaggio segreto che mostra come il 30% dei russi ha il coraggio di dire ai sociologi del regime di voler far finire la guerra «subito», Putin promette che «non abbiamo ancora iniziato» e firma nuove leggi contro i «traditori della patria», «agenti stranieri» e «collaborazionisti con l’estero». I bombardamenti si illudono più di terrorizzare gli ucraini e convincerli a sottomettersi a Mosca: servono per coalizzare i putinisti più estremi.
(da La Stampa)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
DAL PPE: “UNA VERGOGNA VEDERLO ANDAR VIA”
Le dimissioni di Mario Draghi da presidente del Consiglio italiano hanno
scatenato numerose reazioni internazionali.
La preoccupazione sale soprattutto in Ue, dove l’ex presidente della Bce gode della fiducia dei capi delle istituzioni.
I leader restano cauti nei commenti, ma traspare il fiato sospeso con cui attendono l’esito del confronto in Parlamento. Dalla Commissione europea è arrivata una risposta sulla crisi per bocca di una portavoce di Ursula von der Leyen: «Non commentiamo mai gli sviluppi politici nei Paesi membri. Seguiamo con grande interesse gli eventi nelle nostre grandi democrazie, che sono vivaci e dove possono accadere molte cose».
La presidente e Draghi, dicono diplomaticamente dalla Commissione, «lavorano molto bene insieme». Anche da Berlino non si sbilanciano, sottolineando però allo stesso modo «il buon lavoro» svolto con Draghi. Il portavoce di Olaf Scholz, Wolfgang Buechner, ha dichiarato: «Il governo tedesco non commenta gli sviluppi di politica interna di Paesi amici. Posso aggiungere che il cancelliere abbia lavorato molto bene con Draghi, come con altri capi di governo in Europa. Sono stati anche con Macron a Kiev, e questo dimostra un rapporto stretto e di fiducia fra i due leader», ha aggiunto.
Ferber (Ppe): «Una vergogna vederlo andare via»
A esporsi di più in queste ore sono più che altro i politici dell’Europarlamento, tra cui i membri del Ppe. Dopo il commento di ieri del presidente e capogruppo Manfred Weber, che ha definito irresponsabile il M5s, oggi ha parlato l’eurodeputato della Csu bavarese Markus Ferber, plenipotenziario del gruppo nella commissione Econ del Parlamento Europeo.
«Draghi è stato un fattore fondamentale per la stabilità dell’Italia e sarebbe una vergogna vederlo andare via», ha detto all’Adnkronos. «Questo – aggiunge – è il momento peggiore per una crisi di governo. Tutti gli attori politici in Italia farebbero bene a risolvere questa situazione il più rapidamente possibile. In caso contrario, l’Italia potrebbe ritrovarsi presto in guai anche peggiori, che potrebbero anche rendere nervosi i mercati finanziari».
S&D: «C’è forte preoccupazione»
La capogruppo dei Socialisti e democratici al Parlamento europeo, l’eurodeputata spagnola Iratxe García Pérez, ha detto: «Seguo con preoccupazione la crisi del governo guidato da Mario Draghi. In questo momento, con la guerra in Ucraina, l’aumento dei prezzi e il difficile contesto geopolitico, l’Italia ha bisogno di stabilità. E l’Unione europea ha bisogno di un governo forte e europeista in Italia».
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
“A CHI DOVREMMO FARE OPPOSIZIONE? ALLE MISURE PER FERMARE IL RINCARO DELLE BOLLETTE E AGLI AIUTI AI LAVORATORI? SAREBBE DA IRRESPONSABILI”
«Patuanelli voti la fiducia o si dimetta per coerenza» attacca la parlamentare del M5s Federica Dieni. Che poi all’Adnkronos rincara la dose: «Abbiamo votato di tutto, a cominciare dai decreti Salvini sull’immigrazione, e non votiamo un provvedimento con 23 miliardi di aiuti per le famiglie? Io non capisco la ratio, davvero fatico a comprendere. Allora, se si è deciso di fare i duri e puri, chiedo coerenza: si sia conseguenti al non voto di oggi e i nostri ministri lascino il governo. Mi sorprende ci si accorga solo ora che non siamo ascoltati nel governo, lasciare ora è incoerente, non accadrà mai più di poter incidere, di stare dentro un governo con questo consenso, con i numeri che abbiamo in Parlamento. Non è questo il momento di andare all’opposizione, ma poi a fare opposizione su cosa? Sulle misure per fermare il rincaro delle bollette? Sui provvedimenti a sostegno di imprese e lavoratori? Io credo sia irresponsabile nei confronti del Paese. Per me non si deve andare a votare ora, né tantomeno aprire una crisi nel bel mezzo di un conflitto in corso, con la pandemia che ha ripreso a correre, con i rincari delle materie prime, il caro bollette».
Nel M5S i malumori crescono e nei prossimi giorni potrebbero esserci nuove fughe. A breve dovrebbe essere ufficializzato il passaggio tra i dimaiani del sottosegretario alle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri.
Stefano Buffagni e Alfonso Bonafede riflettono. Lo strappo sul dl Aiuti potrebbe avere come colpo di coda un’altra mini scissione con l’addio al Movimento di Buffagni, D’Incà, Cancelleri e Bonafede.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
“SE CI SONO DELLE POSSIBILITÀ CHE DRAGHI RIMANGA IN CARICA, MI METTO A FARE IO L’IRRESPONSABILE?”… LE TELEFONATE CON GIORGETTI, ZAIA, FONTANA E FEDRIGA
«Da questo momento in poi non possiamo sbagliare nulla. Neanche
mezza parola fuori posto». Cinque minuti dopo le 20.00, quando si conclude la lunga telefonata in cui si appone la ceralacca sulla strategia unitaria appena concordata con Silvio Berlusconi, Matteo Salvini si concede il primo momento di relax di una giornata interminabile. Mezz’ora prima, quando la formalizzazione delle dimissioni di Mario Draghi era già agli atti, il leader della Lega aveva licenziato un comunicato in cui chiamava in correità il Pd — oltre al M5S — per la crisi di governo e invitava tutti a «non avere paura di restituire la parola agli italiani».
Mezz’ora dopo tutto torna in discussione. Anche se la strada che porta il centrodestra di governo a mantenere in piedi il cantiere pericolante della maggioranza è sempre più in salita.
C’è un prima e un dopo, nella giornata di ieri, nella dialettica tra Forza Italia e Lega. Prima dell’annuncio ufficiale delle dimissioni di Draghi, arrivate all’inizio di un Consiglio dei ministri convocato solo per questo, Salvini interviene per telefono nella riunione improvvisata che si tiene tra le delegazioni dei due partiti in una stanza di Palazzo Madama. Antonio Tajani, Licia Ronzulli e la capogruppo forzista Anna Maria Bernini raggiungono il presidente dei senatori del Carroccio Massimiliano Romeo.
Chiamato al telefono, il leader della Lega — che ha ottenuto il rinvio dell’udienza Open Arms — chiarisce che dei margini per evitare le elezioni anticipate ci sono. Pochi, pochissimi. Ma ci sono.
«Ho accusato fino a oggi Conte e i 5 Stelle di essere stati irresponsabili. Se ci sono delle possibilità che Draghi rimanga in carica, mi metto a fare io l’irresponsabile?», è il ragionamento svolto in viva voce.
Gli accenti diversi sono agli atti: Salvini è più sbilanciato verso le elezioni, Berlusconi lo è decisamente meno («Anche se non abbiamo certo paura di andare al voto», ripete il Cavaliere). Ma un punto fermo è fissato: se c’è la possibilità di trascinare la crisi fino ai «tempi supplementari» (copyright Giancarlo Giorgetti), che la si esplori, senza sconti.
Quando maturano le dimissioni di Draghi, la situazione sembra precipitare. Basta che Meloni invochi le elezioni e chieda urbi et orbi di «non fare scherzi», riferendosi evidentemente al resto del centrodestra, e Salvini manda in rete la nota in cui chiede che venga «restituita la parola agli italiani».
Sembra il precipitare di un patto appena sottoscritto, quello con Berlusconi; e invece non è così. Un forzista che ha seguito da vicino i contatti costanti tra i due leader offre una chiave di lettura che trova riscontri anche nel Carroccio. Questa: «Non possiamo lasciare a Fratelli d’Italia anche la bandiera del voto anticipato. Sarebbe come concedere a Meloni un vantaggio già troppo ampio…».
Salvini e Berlusconi, che si sentiranno di nuovo stamattina e probabilmente si vedranno anche, marciano apparentemente divisi per colpire uniti. Come in un gioco di specchi in cui nulla (o poco), fino a mercoledì prossimo, sarà davvero come sembra.
In fondo, è quello che diversi esponenti di Fratelli d’Italia hanno sussurrato con preoccupazione all’orecchio di Giorgia Meloni, e cioè che «il film che sta per essere trasmesso rischia di essere non troppo diverso, nella trama, da quello che abbiamo visto con l’elezione del presidente della Repubblica».
Un film in cui, per tutto il tempo, i leader di Lega e FI hanno giocato a rincorrersi e distinguersi per poi eleggere assieme Mattarella. Certo, a differenza di allora, nessuno — fino all’ultimo secondo — lascerà impronte digitali sulla strada di una trattativa che pare complicatissima.
Pensa a questo in fondo Salvini quando ripete che«non possiamo sbagliare nulla», che «neanche mezza parola» dovrà essere «fuori posto». La strategia comune è agli atti. La lista unica Lega-Forza Italia sulla scheda elettorale lo sarà presto. Quando dipenderà dalla data del voto, su cui l’ultima parola non arriverà prima di cinque giorni.
(da il Corriere della Sera)
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